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    Predefinito «E se l'Innse diventasse un esempio?»

    «E se l'Innse diventasse un esempio?»

    Liberazione 09/08/2009

    Paolo Persichetti

    «E se l'Innse diventasse un esempio?». La domanda apparsa alcuni giorni fa sul Sole 24 ore agita i palazzi del potere economico e politico. E si perché la lotta che stanno portando avanti da 15 mesi le operaie e gli operai della fabbrica di Lambrate racchiude un doppio significato: il primo economico e sindacale, il secondo politico. Accanto alla salvaguardia di un'azienda e dei suoi posti di lavoro, capitale fisso e capitale variabile che serbano intatte le loro potenzialità produttive; accanto a macchinari e maestranze che mantengono l'integra capacità di stare sul mercato, solo a volergliene dare fiducia, solo se ci fosse ancora un capitalismo produttivo e non la voracità necrofila di uno "sfasciacarrozze", c'è «l'effetto contagio».Temuto da chi ormai fa profitto solo speculando; auspicato da chi per campare deve vendere la propria forza lavoro e vede i luoghi del lavoro saccheggiati, vampirizzati.
    Tra gli operai che presidiano l'ingresso della fabbrica è forte la consapevolezza che col passar dei giorni, da quando la lotta cocciuta di chi non ha voluto mollare lo stabilimento che un tempo costruiva la mitica Lambretta, questa battaglia non è soltanto una difesa strenua della possibilità di mantenere lavoro nella propria città, conservare un sapere prezioso, ma è speranza, segno di rinnovata vitalità politica, di riacquisita visibilità sociale per una condizione operaia svanita nelle nebbie della fabbrichetta diffusa, dei capannoni che si perdono a vista d'occhio nella valle padana. Il modello Insee, una lotta vera, fuori dai riti strettamente irrigimentati, fatta di azioni impreviste, fantasia e tenacia, coraggio di mettersi in gioco. L'Insee come gli operai francesi. «Ecco perché quei 5 sul carro ponte fanno paura», spiega Gino, che la storia di questo stabilimento sembra conoscerla tutta, fin da quella lapide che sta dentro i cancelli e «ricorda i nomi di 15 operai deportati dai Nazisti nel 1944. Tornarono solo in due e uno di loro morì subito dopo. C'è un legame forte con questa memoria. Anche se nella società si è un po' appannata». Alla domanda su come stanno i 5 dentro la fabbrica, risponde che d'averli sentiti telegraficamente in mattinata. «La situazione sembra bloccata. C'è stato in irrigidimento, ieri è entrato Rinaldini per parlare e accertarsi delle loro condizioni, oggi invece non hanno fatto passar nessuno. La fabbrica è completamente circondata, somiglia a un presidio militare. È stata tolta l'elettricità sotto la gru per impedire ai 5 di ricaricare i telefonini e isolarli dal resto del mondo». Tra gli operai che animano il presidio serpeggia il timore di un'azione delle forze dell'ordine per tirarli giù con la forza, «altrimenti, perché isolarli? Impedire di vedere le loro mogli e i figli? Neppure in carcere si negano le visite dei parenti. Come potranno spiegare un giorno ai loro figlioli che hanno subito questo trattamento solo perché stavano difendendo il posto di lavoro? Sono lì a 22 metri di altezza, praticamente immediatamente sotto il tetto dove l'aria è rarefatta. Non è una situazione facile. Il carro ponte è una gru grossissima che si muove per tutta la campata del capannone. È come quelle enormi gru che campeggiano nei cantieri navali. E poi il tetto è fatto di materiali trasparenti che fanno passare la luce. I raggi del sole producono un effetto serra. Una situazione estrema». Mentre Gino parla ancora non sono arrivati i lanci d'agenzia che annunciano una possibile schiarita, forse addirittura la firma di un accordo di vendita con uno degli acquirenti. Ma una eventualità del genere non farebbe che confermare la volontà profetica che gli operai dell'Innse attribuiscono alla loro lotta: «l'aver dimostrato ai padroni che è possibile resistere. Questi lunghi mesi di resistenza sono una prova inequivocabile, molti di quelli che ci seguono dall'inizio l'hanno capito, altri che ci hanno scoperto strada facendo ora si chiedono come abbiamo fatto, ci chiedono dei documenti su quello che abbiamo prodotto in questi mesi. Ci auguriamo che questo esempio non sia solo una cosa da mettere in cornice, ma che anche gli altri lo seguano nella pratica della loro fabbrica, della loro condizione materiale». Sergio, più giovane ricorda come il prefetto aveva sempre detto che serviva un acquirente per sbloccare la situazione. «Adesso ce ne sono addirittura due e la situazione non si sblocca. Non è un paradosso? Prima dicevano che la fabbrica non era più produttiva, che eravamo dei pazzi e ora che ci sono degli acquirenti la fabbrica non si apre? Forse ci temono perché siamo diventati un modello di lotta per quello che potrà succedere a settembre, alla riapertura della fabbriche». Mentre ci salutiamo, Gino egli altri si accingono a fare un altro tentativo per far entrare una delegazione che possa sincerarsi delle condizioni dei loro compagni che possono ricevere di tanto intanto dell'acqua e degli alimenti. «Questo non posso impedircelo. Qui la condizione umana degli operai non viene più tenuta in considerazione». Come che vada, la loro lotta ha rotto l'invisibilità caduta sulla condizione operaia.

    Viva la Comune

  2. #2
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    Predefinito Rif: «E se l'Innse diventasse un esempio?»

    "Chi non fa inchieste, non ha diritto di parola" Mao

    Otto operai sono saliti per protesta su una torre di 50 metri a Marcellina, vicino a Roma. I lavoratori appartengono alla ''Calci idrate Marcellina'', una ditta che da circa 40 anni produce e distribuisce intonaci, collanti, vernici e calce. Secondo quanto si e' appreso, il Comune di Marcellina non avrebbe rinnovato alla ditta il permesso per l'escavazione del calcare e il contratto d'affitto. Gli operai rischiano cosi' di rimanere senza lavoro: per il 24 agosto e' prevista la chiusura della societa'.
    Muntzer il Sopravvissuto

  3. #3
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    Predefinito Rif: «E se l'Innse diventasse un esempio?»

    "Chi non fa inchieste, non ha diritto di parola" Mao


    Rifondazione e la lotta della INNSE
    Il PRC confonde il suo ruolo con quello del sindacato e si ferma nel punto da cui un partito comunista dovrebbe cominciare a svolgere il proprio ruolo.

    (10 agosto 2009)

    Il PRC, “Liberazione” e Paolo Ferrero si stanno giustamente “spendendo” parecchio sulla lotta dei lavoratori della INNSE. È sicuramente un buon segno rispetto al passato, anche in funzione di quel ritorno alla classe e al lavoro di massa tanto chiacchierato da tutti dopo le sconfitte elettorali. Come è buon segno che – finalmente – propongano qualcosa! Peccato che queste proposte siano parziali, timide, reticenti, possibiliste alla vecchia maniera, in ultima analisi sempre rispettose e interne al sistema e, soprattutto, si fermino esattamente nel punto da cui, invece, i comunisti dovrebbero cominciare.

    Un partito – se vuole essere comunista – non può comportarsi da sindacato.

    Ben vero che il sindacato di classe non c’è più da molto tempo, ma questo non autorizza il partito ad assumerne la supplenza. Per la verità non c’è da stupirsene, né si può ascrivere soltanto a Ferrero e agli altri dirigenti questo “equivoco”: dopo decenni di concezione vertenziale del partito (che per anni, almeno, aveva demandato agli organismi di massa la conduzione delle lotte), la successiva eliminazione delle “cinghie di trasmissione” e l’“autonomia” del sindacato (in omaggio ad una unità sindacale di vertice e compromissoria al ribasso) questa inversione di ruoli è ampiamente spiegabile. Il che non la rende meno sbagliata. Semmai si sarebbe dovuta cogliere l’occasione, mantenendo il proprio ruolo di partito e la propria propositività, per chiamare a svolgere il loro ruolo i comunisti presenti nelle organizzazioni sindacali per metterne alle strette – finalmente in modo concreto e su una lotta operaia – le direzioni opportuniste, portando essi quelle proposte e iniziative di impostazione sindacale.

    In effetti, cosa hanno proposto il PRC e il suo segretario?

    In prima battuta che Stato e istituzioni (Prefettura, Regione, Provincia, Comune) trovassero un nuovo imprenditore privato disposto a comprare la fabbrica e a garantire la continuità produttiva: eccolo il partito che si fa sindacato. Senza contare che abbiamo visto puntualmente come gli investitori privati sono sempre disposti a garantire tutto quello che si vuole se fiutano l’affare, salvo a rimangiarsi tutto alla prima occasione. C’è bisogno di fare degli esempi? Non solo, ma appena si è delineato all’orizzonte uno di questi imprenditori privati che ha “manifestato interesse”, immediatamente il buon Ferrero lo ha definito “serio”. Non so come faccia Ferrero a garantire la serietà di costui, ma è buffo che un segretario di un partito comunista faccia affermazioni del genere.

    Solo in seconda battuta Rifondazione e il suo segretario osano qualcosina in più: se la cessione della proprietà (privata) ad un altro padrone non fosse possibile, propongono – nientedimeno – l’“esproprio” ai sensi di quanto previsto dalla Costituzione. “Esproprio” vuol dire passaggio in mani pubbliche della proprietà della fabbrica, ma non vuol dire che ci resti: tant’è che viene lasciata aperta la porta a qualsiasi soluzione, vuoi – di nuovo – la vendita ad un imprenditore privato, vuoi la cessione ad una costituenda cooperativa dei lavoratori, vuoi il mantenimento della proprietà pubblica (ma senza dire in che forma e in che modo). È questa indeterminatezza progettuale e propositiva che impedisce a Rifondazione di spingersi a parlare di “nazionalizzazione”. Non perché le nazionalizzazioni siano prerogativa dei comunisti (per restare in Italia, negli anni ’60 le hanno fatte perfino socialisti e democristiani!), ma perché implicano il mantenimento della proprietà in mani pubbliche. E su questo Rifondazione rimane ancora molto dubbiosa e timorosa di spingersi troppo in là. Ecco perché ci si è limitati allo strumento tecnico-giuridico – la “requisizione” – per sottrarre la fabbrica all’arbitrio della proprietà attuale mettendola temporaneamente in mani pubbliche. Insomma, comunque la si rigiri, la proposta di Rifondazione non ha niente di comunista. E non l’avrebbe avuta neppure se, con un po’ di chiarezza programmatica e di coraggio propositivo in più, si fosse “spinta” a parlare apertamente di “nazionalizzazione”.

    Infine, in terza battuta, Ferrero propone una “cassa di resistenza” per “mettere i lavoratori in condizione di poter proseguire la lotta”. Ed anche questa è una egregia intenzione che ripropone uno degli strumenti più importanti e significativi dell’esperienza di classe del proletariato e che il sindacalismo ha progressivamente abbandonato proprio quando, crescendo, avrebbe potuto farne uno strumento formidabile di resistenza per tutte le proprie battaglie, non soltanto di quelle difensive. Così come è formulata, la proposta di Ferrero, per quanto meritevole, manca di respiro e di orizzonte, si iscrive molto bene nella linea scelta per la lotta dell’INNSE, circoscritta a quella fabbrica, tutta interna alla logica del sistema capitalistico, incapace o indifferente a coglierne e a rilanciarne con forza i tratti distintivi di classe, quindi a mobilitare l’intera classe strutturando i nessi politici con le altre contraddizioni che mordono le carni dei lavoratori. Essa evita di riprendere e di generalizzare scelte e percorsi concreti che sono non soltanto nella memoria storica e nell’esperienza della classe operaia, ma – di nuovo oggi e da qualche anno, in assoluta e tempestiva corrispondenza con la drammaticità delle situazioni reali – sono nella coscienza e nella pratica dei lavoratori coinvolti in situazioni di chiusura, smantellamento, cessione o ridimensionamento delle loro fabbriche. Va bene, allora, la “cassa di resistenza”, va bene perfino la “requisizione” ma a patto che si dia all’una e all’altra uno sbocco concreto con una indicazione chiara, certa, con precisi connotati di classe, che colga, sostenga, valorizzi la soluzione che è già nell’orizzonte dei lavoratori. E, dunque, perché buttare là, in un angolo, quasi a nasconderla, l’ipotesi di costituire i lavoratori della INNSE in cooperativa e affidare alla loro gestione la fabbrica requisita? Che senso ha il richiamo alle recenti esperienze argentine se non si indica la strada per fare qui quelle cose? Perché non tirar fuori le tantissime esperienze – numerosissime – che in questi anni hanno praticato questa strada con successo o hanno tentato e se non sono riusciti spesso è perché lasciati colpevolmente soli? Perché non obbligare il sindacato a gestire questa linea di condotta e la Lega delle cooperative (un tempo bandiera e strumento glorioso dei lavoratori, prima che diventasse una holding finanziaria e una lobby politica) a sostenerla tecnicamente ed economicamente? Né le cooperative, né l’autogestione di una struttura produttiva sono il socialismo. E neppure vi hanno molto a che fare finché le leggi che governano l’economia e la politica saranno quelle ferree del modo di produzione e di scambio del capitale. Ma sono non soltanto la soluzione concreta a problemi come quelli che oggi vivono i lavoratori della INNSE e di tantissime altre fabbriche senza andare a elemosinare soluzioni inaffidabili da imprenditori privati, ma sono anche un modo per porre nuovamente la presenza stabile della proprietà pubblica nell’economia (con tutte le implicazioni positive che essa comporta), per ridare protagonismo economico e politico alla classe senza improbabili e inaffidabili mediazioni a burocrazie incapaci, politiche o sindacali che siano. Sono, inoltre, una formidabile scuola di appropriazione delle leggi e dei meccanismi dell’economia capitalistica, sul campo, in grado di formare quadri non soltanto capaci di appropriarsene e di gestirle, ma anche, nel tempo, quando saranno mature le condizioni, di sovvertirle consapevolmente e di trasformarle in leggi e meccanismi al servizio della società e non del profitto privato.

    Se non valorizzato in tal modo, il richiamo alle esperienze cooperative e di autogestione resta soltanto una operazione mediatica, per mostrare di essere “vicini” alla classe, per accaparrarsene le simpatie, ma non per scatenarne tutta la straordinaria e creativa forza. Diventa, anzi, un cavallo di Troia, una bella intenzione che serve soltanto a mascherare la soluzione più semplice volta soltanto a cambiare la mano del padrone che tiene il cappio stretto intorno alla gola dei lavoratori.

    Prendiamo una delle tante esperienze già realizzate. Prendiamone una che ha condotto la sua lotta per anni – nel più completo isolamento e nella totale indifferenza di partiti e sindacati (scontando, anzi, l’ostilità non soltanto dei padroni organizzati e delle istituzioni “democratiche”, ma non di rado anche quella del sindacato confederale), che ha vinto a dispetto di tutti, che ha stabilizzato e consolidato quella vittoria e – senza alcun aiuto né delle istituzioni, né delle strutture economiche che furono della classe – oggi opera regolarmente.

    Parlo della Cooperativa Cantieri Megaride del porto di Napoli. L’inizio della storia è come tanti, di lotta contro la chiusura della fabbrica. Gli operai – moltissimi iscritti al PRC con un proprio circolo di fabbrica – conducono la loro lotta con una coesione e una testardaggine straordinarie, senza un filo d’aiuto del loro partito, né a livello locale né nazionale, spesso contro le stesse direzioni del sindacato, con l’ostilità conclamata del padronato e delle istituzioni (forze dell’“ordine” comprese, ovviamente). Vanno avanti per anni, in solitudine assoluta, si inventano le soluzioni ai problemi, fanno sacrifici incredibili, ma non mollano. Alla fine la spuntano: si costituiscono in cooperativa, rilevano la fabbrica, si organizzano, imparano a “stare sul mercato”, si reinventano come “managers”, si dotano di nuovi impianti, si attrezzano sul piano tecnico e progettuale, superano le difficoltà che autorità, banche e imprese private continuamente frappongono, resistono e crescono. Il tutto in un comparto “difficile” come quello della cantieristica navale. Sono anni ormai che questa esperienza esiste, come altre, del resto, molte altre, sparse in tutta Italia, che nessuno ha contribuito a far nascere e a consolidarsi e che non casualmente nessuno si cura di far conoscere. Forse proprio perché, pur non essendo certamente isole di socialismo, sono la dimostrazione concreta che quella strada è praticabile e che, pur soggette alle spietate leggi del sistema e del potere del capitale, si può riuscire a operare e a strutturarsi in modo diverso: sulla base di una reale democrazia operaia, senza sperequazioni salariali, senza gerarchie interne, senza appropriazione di profitto, conservando e sviluppando professionalità come patrimonio collettivo, formando ex novo – nella consapevolezza e nella responsabilità – quadri produttivi, tecnici, gestionali. È, con ogni probabilità, questo un passaggio obbligato, prima o poi, per una classe operaia che vuole eliminare e soppiantare i “padroni”, che deve imparare e farsi classe dirigente.

    A dispetto del disastro soggettivo in cui i comunisti vivono senza un vero partito comunista, ma grazie all’acutizzarsi oggettivo, crescente e senza speranze della crisi strutturale del capitale, il momento del salto di qualità in cui la classe lavoratrice dovrà assumere un ruolo dirigente anche nell’economia e, dunque, anche nella gestione delle imprese non è all’ordine del giorno, ma neppure è lontano anni luce. E non sarebbe male se, intanto, si accumulassero conoscenze ed esperienze.

    Sarebbe, allora, il tempo che chi vuole dirigere il processo di liberazione del lavoro salariato dallo sfruttamento del capitale, la smettesse con reticenze e mezze proposte, che si spingesse oltre l’orizzonte dell’esistente, desse effettiva fiducia alla classe e operasse come i comunisti debbono cercare sempre di operare. E senza vuoti e demagogici richiami ad esperienze accattivanti ma lontane, come quelle argentine, senza dare patente di “serietà” e affidabilità a questo o quell’imprenditore privato che perseguirà sempre e soltanto il proprio profitto, senza riporre alcuna fiducia in istituzioni, autorità e strutture di uno Stato che – forse lo abbiamo definitivamente dimenticato – resta di classe e a difesa esclusiva degli interessi della classe dominante, chiunque lo gestisca, il Berluska o il D’Alema di turno.

    Sergio Manes

    fonte: sergiomanes@lacittadelsole.net
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  4. #4
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    Predefinito Rif: «E se l'Innse diventasse un esempio?»

    "Chi non fa inchieste, non ha diritto di parola" Mao



    Licenziamenti all'IPAB Vicenza: Non passeranno.

    (10 agosto 2009)


    Il 20 luglio scorso il CdA dell'Ipab Vicenza, uno dei più grandi con 500 dipendenti, ha dichiarato tramite delibera che 13 dipendenti sono in esubero e di conseguenza erano aperte le procedure per la loro mobilità (licenziamento con due anni di stipendio all'80% che scaterebbe il 23 settembre).

    Gli esuberi sarebbeo causati dalla perdita di un servizio comunale (che il comune di vicenza di centro sinistra ha appaltato a privati) di consegna pasti a domicilio per anziani.

    La dichiarazione di esuberi è strumentale: ed è chiara la manovra politica della direzione Ipab in quanto in realtà i 13 dipendenti sono comunque utilizzati profiquamente all'interno dell'IPAB.

    Di fronte a questo attacco senza precedenti in un ente pubblico, infatti non è mai successo che in un ente pubblico si avviasse la procedure per un licenziamento collettivo, mentre CISL CGIL UIL si perdevano in richieste di incontri di concertazione: ma come si concerta di fronte ai licenziamenti? Rdb dichiara da subito lo stato di agitazione sindacale e fa in modo che gli incontri di concertazione non si facciano.

    Grazie anche alla mobilitazione unitaria dei lavoratori , che invocavano una unità delle organizzazioni sindacali attraverso il fatto che la RSU doveva prendere il comando della mobilitazione, unità che è stata sistematicamente impedita da CIsl-Cgil-Uil impedendo addirittura ai rappresentanti RDB di parlare in assemblea, grazie alla determinazione delle iniziativa davanti al Prefetto un primo risultato RDB lo porta a casa; viene sospeso l'iter di dichiarazione di esubero; viene convocato per fine agosto un tavolo istituzionale tra Prefetto, IPAB, Comune di Vicenza.

    CISL CGIL UIL ci hanno accusato di aver trattato con il mnemico , tranne dopo il nostro risultato dichiarare a loro volta lo stato di agirtazione sindacale.

    Cero è un risultato parziale che ci consente di avere più tempo e di poter costruire un fronte contro i licenziamenti.

    In pieno periodo estivo si richiava l'isolamento della lotta.

    Ma ai lettori di questa vicenda le beghe possono interessare relativamente.

    La sostanza è che le privatizzazione dei servizi pubblici organizzate dai cattivi dicentro destra e dai buoni di centro sinistra hanno lo stesso risultato; profitto per i privati messa in discussione del posto di lavoro per i dipendenti.

    Come RDB non intendiamo recedere sulla richiesta di ritiro dei licenziamenti, ma non basta sono in arrivo nuovi appalti, vogliamo la sospensione di questi appalti.

    Chiediamo a tutti il massimo sostegno per l'emblematicità della posta in gioco.

    federazione di vicenza RDBCUB

    fonte: gcraniero@libero.it
    Muntzer il Sopravvissuto

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    Predefinito Rif: «E se l'Innse diventasse un esempio?»

    "Chi non fa inchieste, non ha diritto di parola" Mao

    LA LOTTA CONTINUA............

    Muntzer il Sopravvissuto

  6. #6
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    Predefinito Rif: «E se l'Innse diventasse un esempio?»

    Roma . Protesta alla Cim, operaio si sente male e scende da torre

    Si e' sentito male uno dei quattro operai della Cim di Marcellina, alle porte di Roma, che da lunedi' protestano sulla torre miscelatrice a 37 metri d'altezza. L'uomo e' stato fatto scendere e portato in ospedale per accertamenti. Le condizioni dell'operaio non sembrano destare preoccupazione.

    Viva la Comune

  7. #7
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    Predefinito Rif: «E se l'Innse diventasse un esempio?»


    I LAVORATORI SONO SOLI

    ======================
    La lotta dei lavoratori dell'INNSE ha fatto scuola. E' stata osservata e studiata da altri gruppi di lavoratori in difficoltà ed imitata a Roma dai dipendenti della Cim ed ora da un gruppo di vigilantes. Alla Cim è andata bene ai lavoratori che hanno avuto un accordo. Lo stesso non è accaduto per i vigilantes asserragliati sul Colosseo che rivendicano dalla nuova società subentrata al loro vecchio datore di lavoro la continuità di trattamento economico e normativo. Dubito molto che la lotta di questi ultimi stiliti avrà successo per due ragioni: primo perchè è sostenuta soltanto da un terzo dei dipendenti interessati anche se hanno ragione e ne
    sono la parte più consapevole. . E' vero che in caso di cambio gestionale le condizioni esistenti non sono cancellabili. Ma dagli accordi Alitalia in poi, accettati dalle Confederazioni Sindacali, è possibile chiedere al dipendente di firmare un nuovo contratto di lavoro naturalmente peggiorativo di quello precedente. L'alternativa che ha il lavoratore è quella o di accettare o di non essere ripreso in azienda. Questa novità estremamente grave in periodi di ristrutturazione delle aziende è stata, mi ripeto, accettata
    dalle Confederazioni Sindacali dei lavoratori ivi compresa la CGIL. Se si confronta il contratto CAI con il contratto Alitalia si ha l'idea della regressione subita sul piano dei diritti e delle retribuzioni a cominciare
    dal fatto che il rapporto di lavoro diventa sempre di più un fatto bilaterale tra dipendente ed azienda e sempre meno un fatto appartenente alla contrattazione sindacale tra azienda e la rappresentanza sindacale dei dipendenti. L'indirizzo di questa involuzione è verso un futuro in cui il contratto collettivo non ci sarà più ed al suo posto di saranno tanti contratti individuali scritti dall'azienda che il lavoratore dovrà soltanto firmare.
    Non so se avremo una moltiplicazione di episodi del genere dei tre che si sono verificati all'Innse,alla Cim ed
    alla società dei vigilantes. Forse si dal momento che a fronte della perdita del pane quotidiano e dalla impossibilità di trovare assorbimento in un mercato del lavoro che espelle piuttosto che assorbire,probabilmente avremo altre manifestazioni di disperata protesta. Già Cazzola del PDL ed esponente di punta della lotta ai diritti dei lavoratori ha già denunziato la "spettacolarizzazione" della protesta dei lavoratori e si fanno pressioni sempre più insistenti sui massmedia per ignorare la notizia di altre proteste.
    D'altronde queste proteste nascono dall'assoluta solitudine dei lavoratori che sebbene vivano in un Paese che vanta possenti Confederazioni Sindacali forti di oltre dieci milioni di iscritti non ricevono da queste alcun aiuto concreto nè una tutela nè una possibilità di una lotta collettiva e generalizzata.
    Una dichiarazione di Angeletti di oggi relega nel passato storico le lotte ed i movimenti collettivi ed un silenzio tombale avvolge il mondo sindacale. Epifani, dopo la conclusione della lotta all'INNSE, si è preoccupato soltanto di sottolinearne il carattere "pacifico" a differenza delle lotte francesi e tedesche e non aggiunge altro.
    Non esiste alcuna prospettiva di affrontare la prossima stagione sindacale con un progetto ed un programma di lotte. Non si fanno richieste di alcun genere tranne quelle condivise dalla Confindustria di detassazione degli straordinari o delle tredicesime. Insomma il massimo di beneficio per i lavoratori al quale si pensa va nell'ordine di qualche spicciolo, meno di cento euro su base annuale. Non si vuole restituire alla classe lavoratrice italiana la sua capacità di influire sulla ripartizione del reddito nazionale accaparrato in grande parte dalla borghesia imprenditora e delle professioni che ha già ridotto di una bella fetta la parte del lavoro dipendente.
    Basterebbero due grandi rivendicazioni generali per ridare identità sociale e politica e prospettiva ai lavoratori: Una richiesta di aumento generalizzato dei salari di almeno il venti per cento per accorciare la distanza dalla media dei salari europei e l'abolizione della legge Biagi, spaventosa arma di frammentazione ed umiliazione di tutte le nuove generazioni che entrano nel mondo del lavoro.
    Ma le Confederazioni Sindacali CGIL,CISL,UIL e UGL si guarderanno bene dal chiedere questo o altro. Non chiederanno niente!! Continueranno a fare da spalla alla Confindustria nelle sue richieste al Governo di nuovi aiuti per migliorare l'efficienza e la competitività dell'economia italiana!! Minacciano uno sciopero contro le gabbie salariali con una posizione di mera difesa dell'esistente. Danno per scontato il fatto che milioni di persone debbono vivere con mille euro al mese. Queste Confederazioni hanno oramai una struttura
    profondamente antidemocratica. La loro ossatura è data da un corpo di "funzionari" che ne costituiscono gli organismi interni e forniscono sempre la stragrande maggioranza dei delegati ai Congressi. Non c'è niente da fare.
    Le regole interne sono staliniste. Si applica il principio del cosidetto centralismo democratico. Al referendum
    indetto da CGIL,CISL,UIL sugli accordi con il governo Prodi i rappresentanti della FIOM che avevano votato nei loro organismi No sono stati costretti ad illustrare nelle assemblee il Si approvato dalla maggioranza del CD della CGIL. Non si vedono prospettive per l'avvio di processo di democratizzazione.

    Pietro Ancona

    medioevo sociale
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    Viva la Comune

 

 

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