…“è possibile che l'episodio dell'assassinio di Ipazia capitasse a proposito nell'ottica di una svalutazione della donna intrinseca al cristianesimo primitivo e destinata a perdurare e rafforzarsi nei secoli: a cavallo fra il II e il III secolo,
il Padre della Chiesa Tertulliano dichiara che la donna è «la porta dell'inferno»,
seguito cent'anni dopo da un altro Padre, Girolamo (che morirà nel 420,
cinque anni dopo Ipazia), il quale aggiungerà di suo che la donna è «ogni male»;
Agostino d'Ippona, Padre della Chiesa e contemporaneo di Ipazia, decreta che «mulier non est facta ad imaginem Dei», la donna [diversamente dall'uomo] non è fatta ad immagine di Dio (concetto che verrà ripreso ufficialmente dal diritto canonico);
e il monofisita Giovanni di Nikiu, vescovo copto d'Egitto alla fine del VII secolo,
nella sua Cronaca giustifica il linciaggio di Ipazia definendola dedita alle arti magiche e devota di Satana...” (Alessandera Colla)


Canzano 1 – Per parlare di Ipazia abbiamo dovuto aspettare l’uscita di un film che forse in Italia non verrà proiettato. Lei invece aveva già scritto di Ipazia?

COLLA – Nel 2010 festeggerò le nozze d'argento con Ipazia, per così dire: nell'85, per le Edizioni di Ar, uscì un mio scritto al riguardo. Si trattava di un breve saggio, corredato da un paio di poemetti di Leconte de Lisle e dalle traduzioni di qualche brano della Patrologia Graeca curata dal Migne (nel corso degli anni ho continuato ad accumulare altro materiale, ma non ho più avuto occasione di metterlo a frutto). Confesso il mio orgoglio di appartenere alla sparuta schiera degli italiani che si sono occupati di Ipazia nel XX secolo.

Canzano 2 – Chi ha paura della bella Ipazia oggi?

COLLA – Trovo che sia molto romantico benché fuorviante riferirsi ancora e sempre a Ipazia con l'appellativo di “bella”. In realtà non esistono fonti certe sulla sua avvenenza: in ogni caso, trattandosi di una donna che fu prima di tutto studiosa e pensatrice di rilievo, credo che il suo aspetto fisico possa e meglio ancora debba passare in secondo piano.
Al di là di questo, direi che non è tanto la figura di Ipazia a far paura a qualcuno, oggi, quanto piuttosto la sua fine: quell'assassinio contraddice in modo eclatante la visione canonica del cristianesimo primitivo come di un'età dell'oro tutta purezza e buoni sentimenti, in cui i cristiani erano perseguitati e oppressi a dispetto della loro mansuetudine. In realtà il cristianesimo primitivo non fu né mite né indifeso — forse non lo è il cristianesimo nella sua interezza: Luigi Lombardi Vallauri sottolinea che ci si dimentica troppo spesso di un passo evangelico basilare — Mt 10, 34-38 —, che suona testualmente «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell'uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me». E non si dimentichi che all'epoca in cui Ipazia fu uccisa, nel 415 d.C., l'Editto di Tessalonica promulgato dagli imperatori Teodosio I, Graziano e Valentiniano II faceva scuola da 35 anni: «Imperatori Graziano, Valentiniano e Teodosio Augusti. Editto al popolo della città di Costantinopoli.Vogliamo che tutte le nazioni che sono sotto nostro dominio, grazie alla nostra carità, rimangano fedeli a questa religione, che è stata trasmessa da Dio a Pietro apostolo, e che egli ha trasmesso personalmente ai Romani, e che ovviamente (questa religione) è mantenuta dal Papa Damaso e da Pietro, vescovo di Alessandria, persona con la santità apostolica; cioè dobbiamo credere conformemente con l'insegnamento apostolico e del Vangelo nell’unità della natura divina di Padre, Figlio e Spirito Santo, che sono uguali nella maestà e nella Santa Trinità. Ordiniamo che il nome di Cristiani Cattolici avranno coloro i quali non violino le affermazioni di questa legge. Gli altri li consideriamo come persone senza intelletto e ordiniamo di condannarli alla pena dell’infamia come eretici, e alle loro riunioni non attribuiremo il nome di chiesa; costoro devono essere condannati dalla vendetta divina prima, e poi dalle nostre pene, alle quali siamo stati autorizzati dal Giudice Celeste. Dato in Tessalonica nel terzo giorno dalle calende di marzo, nel consolato quinto di Graziano Augusto e primo di Teodosio Augusto». Le angherie, le prevaricazioni e le violenze contro i “pagani” (il termine ormai connotava spregiativamente i “gentili” dal 373, quando un rescritto teodosiano confermò la proibizione della pratica di ogni metodo divinatorio, assimilato a un crimine punibile con la pena capitale, sancita il 25 gennaio 357) perduravano da tempo.

Canzano 3 – Oggi è scomoda perché colta, donna e bella?

COLLA - Oggi Ipazia è soprattutto ancora poco nota, come poco nota è la realtà del momento storico in cui visse e morì. Credo che soltanto gli addetti ai lavori abbiano un'idea abbastanza precisa dei tumulti, delle lotte di potere e dei sanguinosi fanatismi che costellano la storia del cristianesimo primitivo.
Poi, naturalmente, l'essere allo stesso tempo colta, donna e bella fa di Ipazia un'entità inquietante — oserei dire aliena, se solo ci si guarda intorno e si considerano i modelli femminili che si offrono e ci vengono offerti...

Canzano 4 – Su un quotidiano nazionale parlando del martirio di Ipazia è stato scritto: “E’ stata il primo vero esempio di spiritualità laica e la sua morte è stata considerata ‘il buon esempio’ che i Cristiani hanno voluto dare alle altre donne.. ....che si sono ben guardate dal tentare di emanciparsi ed essere in qualche modo faro della scienza e della cultura in genere.... l'hanno definita ‘la premessa di Giordano Bruno”. Lei è d’accordo?

COLLA - Non ho letto il testo che Lei cita, ma in ogni caso non sono d'accordo: non capisco cosa intenda l'articolista per “spiritualità laica”, perché anche lo stoicismo e il buddismo zen, per esempio, sono modelli di “spiritualità laica”. Poi, è possibile che l'episodio dell'assassinio di Ipazia capitasse a proposito nell'ottica di una svalutazione della donna intrinseca al cristianesimo primitivo e destinata a perdurare e rafforzarsi nei secoli: a cavallo fra il II e il III secolo, il Padre della Chiesa Tertulliano dichiara che la donna è «la porta dell'inferno», seguito cent'anni dopo da un altro Padre, Girolamo (che morirà nel 420, cinque anni dopo Ipazia), il quale aggiungerà di suo che la donna è «ogni male»; Agostino d'Ippona, Padre della Chiesa e contemporaneo di Ipazia, decreta che «mulier non est facta ad imaginem Dei», la donna [diversamente dall'uomo] non è fatta ad immagine di Dio (concetto che verrà ripreso ufficialmente dal diritto canonico); e il monofisita Giovanni di Nikiu, vescovo copto d'Egitto alla fine del VII secolo, nella sua Cronaca giustifica il linciaggio di Ipazia definendola dedita alle arti magiche e devota di Satana... ma fra Ipazia e Giordano Bruno corrono parecchi secoli e parecchi morti ammazzati a maggior gloria del dio unico cristiano. Da ultimo, non credo che in passato le donne si siano “ben guardate dal tentare di emanciparsi ed essere in qualche modo faro della scienza e della cultura in genere”: mi pare invece che i loro tentativi in questo senso siano stati in larga misura frustrati. E' oggi, semmai, che molte donne sembrano privilegiare per la loro crescita personale e sociale ambiti assai lontani da quelli della cultura e della scienza.

Canzano 5 – “Alla porta dell'accademia dove Ipazia insegnava si affollavano scolari e curiosi, ma Ipazia, avvolta nel mantello dei filosofi - una sorta di ‘divisa’ che fu già propria delle allieve dirette di Platone - attraversava impavida la città, inquietante e turbolenta, per insegnare in pubblico il pensiero dei filosofi greci: non solo Platone, né solo Euclide o Tolomeo, ma anche ogni altra dottrina filosofica greca”. Così racconta di lei Damascio, un secolo dopo.

COLLA – Sì, questo è quanto dice Damascio nella sua Vita di Isidoro: eppure, più oltre nello stesso testo, pur riconoscendole indubbie doti etiche e intellettuali Damascio la ridimensiona drasticamente, ritenendo che Ipazia non fosse giunta ad attingere la “vera filosofia”, e dichiarandole «molto superiore [...] non solo come uomo rispetto a una donna, ma anche quale vero filosofo rispetto a una geometra» appunto il neoplatonico Isidoro di Alessandria --- il quale, incidentalmente, era il maestro di Damascio... Al di là di questo, è plausibile che Ipazia --- non sappiamo quanto intenzionalmente o quanto ingenuamente --- avesse rispolverato l'antica pratica aristotelica della peripàtesis (passeggiata) per continuare a trasmettere la sapienza greca: nell'ultimo decennio del IV secolo, ove appunto si colloca l'inizio della docenza di Ipazia, la distruzione dei luoghi di culto pagani voluta da Teodosio (l'ultimo a crollare fu il Serapeion di Alessandria, nel 391) rappresenta un oltraggio intollerabile per la raffinata cultura ellenica.
Aggiungo che la tradizionale diffidenza (questo è un eufemismo) del cristianesimo nei confronti della filosofia globalmente intesa raggiunse, nel IV secolo, vertici di assurdità: matematica, geometria ed astronomia vennero considerate come dimostrazioni di empietà. Figuriamoci come doveva apparire Ipazia --- donna, matematica, geometra, astronoma, filosofa e investita della dignità di docente al pari degli uomini...

Canzano 6 –In effetti Ipazia era una persona scomoda, era di ostacolo nella riconciliazione tra il vescovo e il prefetto e, Damascio è esplicito sulle colpe di Cirillo come possiamo leggere nell'ampio resoconto che dedica ad Ipazia nella Vita di Isidoro: “Cirillo si rose a tal punto nell'animo che tramò l'uccisione di lei in modo che avvenisse al più presto”. Cosa ostacolava Ipazia?

COLLA – In realtà non siamo ancora certi delle vere cause che portarono all'assassinio di Ipazia: sappiamo che questa donna straordinaria era tenuta in gran conto, ad Alessandria, non soltanto come importante referente culturale bensì anche come stimata “opinionista”, diremmo oggi, in fatto di politica e conduzione della cosa pubblica. Socrate Scolastico, teologo e scrittore cristiano che le fu contemporaneo, così si esprime al riguardo: «Per la magnifica libertà di parola e di azione che le veniva dalla sua cultura, accedeva in modo assennato anche al cospetto dei capi della città e non era motivo di vergogna per lei lo stare in mezzo agli uomini: infatti, a causa della sua straordinaria saggezza, tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale»; e ancora Damascio riconosce che «era pronta e dialettica nei discorsi, accorta e politica nelle azioni, il resto della città a buon diritto la amava e la ossequiava grandemente, e i capi, ogni volta che si prendevano carico delle questioni pubbliche, erano soliti recarsi prima da lei, come continuava ad avvenire anche ad Atene. Infatti, se lo stato reale della filosofia era in completa rovina, invece il suo nome sembrava ancora essere magnifico e degno di ammirazione per coloro che amministravano gli affari più importanti del governo». Nel periodo che precedette il linciaggio di Ipazia, i rapporti fra il vescovo Cirillo e il prefetto Oreste erano, per esprimersi in modo garbato, piuttosto tesi: nel 412 Cirillo era succeduto allo zio Teofilo, responsabile della persecuzione dei culti pagani in Alessandria. Come dice ancora Socrate Scolastico, «per sollecitudine di Teofilo, l'imperatore ordinò di distruggere i templi degli elleni in Alessandria e questo avvenne per l'impegno dello stesso Teofilo [il quale] fece tutto quello che era in suo potere per recare offesa ai misteri degli elleni»; inoltre il prefetto Oreste (che stimava grandemente Ipazia), era stato assalito da alcuni monaci, uno dei quali l'aveva ferito: il colpevole era stato messo a morte, ma il vescovo Cirillo gli aveva tributato solenni onori funebri elevandolo alla dignità di martire, manifestando così non soltanto un aperto conflitto tra potere temporale e potere spirituale, bensì anche il dispregio per l'ordinamento imperiale. Insomma l'atmosfera in città era rovente, e pur non avendo notizia di una precisa posizione in merito da parte di Ipazia è lecito pensare che la sua figura non godesse di popolarità nella cerchia dei cristiani alessandrini più o meno fanatici.

Canzano 7 – Filostorgio ci dice che al tempo del regno di Teodosio II, Ipazia fu fatta a pezzi dai sostenitori della “consustanzialità” intendendo riferirsi, in tono sprezzante, agli "ortodossi" atanasiani, ormai vincitori e "padroni" incontrastati dell'ortodossia?

COLLA – Come ho detto prima, forse soltanto gli addetti ai lavori hanno un'idea abbastanza precisa di quello che doveva essere il cristianesimo primitivo, segnatamente nel IV e V secolo, dopo che il cosiddetto Editto di tolleranza promulgato da Costantino a Milano nel 313 (in realtà un rescritto dell'editto di Galerio del 311) aveva sancito la libertà di culto nell'Impero e soprattutto ufficializzato il culto cristiano. Di fatto, il IV secolo è teatro dello scontro all'ultimo sangue - e non è un modo di dire - tra arianesimo e cattolicesimo, mentre il V secolo vede affievolirsi la struttura imperiale (la caduta dell'Impero romano d'Occidente è del 476 d.C.) e crescere l'autorità spirituale e temporale del vescovo di Roma, a scapito del vescovo di Milano che ancora nel IV secolo era il referente cristiano più importante dell'Impero.
Quanto a Filostorgio, era un anomeo, ovvero un seguace di una corrente interna all'arianesimo, che sosteneva che il Figlio (Gesù) fosse di natura diversa e dissimile (in greco anomoìos) da quella del Padre (Dio); la sua Storia ecclesiastica, composta nel V secolo, risente della sua appartenenza dottrinale, quindi non c'è da stupirsi né che definisca gli ortodossi trinitari col termine di “consustanziali”, né che sottolinei con soddisfazione il loro coinvolgimento nell'assassinio di Ipazia.



Canzano 8 – Nel giorno di «Quaresima» dell'anno 415, Ipazia fu uccisa. La scena è quella di un sacrificio umano compiuto per il dio dei Cristiani in una sua chiesa. La chiesa si chiamava Cesario.

COLLA – Per la verità non sappiamo di preciso il giorno dell'uccisione di Ipazia: siamo sicuramente in prossimità della Pasqua, nel marzo del 415. Non so neppure se si possa parlare di “sacrificio”, dal momento che in questa tragedia manca ogni ritualità: Ipazia venne letteralmente macellata, e anche le modalità della sua cattura sono quelle di un agguato vigliacco - l'aspettarono mentre rientrava a casa. Ci vedo piuttosto uno sfregio, un oltraggio ben meditato al suo essere donna e pagana: la spogliarono delle vesti, la lapidarono in una chiesa cristiana e la fecero a pezzi per poi bruciare i resti in una piazza, agorà in greco, il luogo per eccellenza della vita civile e culturale nella società greca.

Canzano 9 – Socrate Scolastico commenta così: “Il crimine recò infamia sia a Cirillo che alla chiesa di Alessandria”.

COLLA – Il giudizio è condiviso da Filostorgio e da Damascio; l'Historia ecclesiastica tripartita di Cassiodoro-Epifanio aggiunge una giustificazione: «Questo fatto attirò non poco livore nei confronti di Cirillo e della chiesa di Alessandria; infatti è noto che stragi e violenze sono aliene dai Cristiani». Anche se il nome di Ipazia è stato occultato per secoli, all'epoca l'evento suscitò un certo scalpore - nel bene e nel male, Ipazia era pur sempre una personalità del suo tempo, e la violenza dei cristiani dovette riuscire sgradita non soltanto ai pagani più inveterati. Fu avviata un'inchiesta, ma non si venne a capo di nulla: sappiamo, ancora dall'Historia ecclesiastica tripartita, che l'iniziativa omicida era forse da attribuire a “un lettore di nome Pietro”, ma non risulta che venissero presi provvedimenti contro i responsabili. La faccenda, diremmo oggi, venne insabbiata e degli assassini di Ipazia si persero le tracce.

Canzano 10 – Chi oggi ostacola la proiezione di questo film in Italia? Un’altra pagina della storia come tante altre che vengono classificate con il nome di ‘revisionismo’ da non poter aprire? Ma questa volta parliamo di revisionismo in Vaticano? E allora perché in Italia che è uno stato indipendente e laico si vuole proibire la sua visione?

COLLA – Parto dalla Sua ultima domanda: io veramente credo che l'Italia sia uno Stato né indipendente né laico: duemila anni di Vaticano sul suolo patrio non sono una realtà da ignorare o da sottovalutare, e il peso del condizionamento cristiano-cattolico sul costume e sulla società italiani si fa sentire fin troppo spesso --- penso al caso Englaro, tanto per fare un esempio recente. E' chiaro che la vicenda di Ipazia getta un'ombra assai cupa sul cristianesimo delle origini, e non stupisce che se ne sia persa la memoria per tanto tempo: più che la figura di Ipazia, credo, si è inteso occultare un'atrocità ben difficilmente giustificabile da qualsiasi punto di vista. Nonostante le numerose “scuse” porte negli ultimi anni dalla Chiesa di Roma ai soggetti più disparati, suppongo che un film come Agorà (che non ho visto, ovviamente, e sul quale non posso pronunciarmi) squarcerebbe irreparabilmente un velo che il Vaticano ha tutto l'interesse a tenere calato su un periodo così turbolento. Naturalmente si è parlato di complotto contro la Chiesa, di attacco al cristianesimo, di minaccia alle radici cristiane dell'Europa etc. etc.: più semplicemente, mi sembra che la Chiesa cerchi di mettersi al riparo da ulteriori critiche e voglia risparmiarsi l'ennesima brutta figura. Mettere in discussione le fondamenta di una struttura di potere come la Chiesa significa minarne la credibilità: le conseguenze sarebbero incalcolabili, sotto ogni aspetto. Del resto, per sua natura il revisionismo è tipico del pensiero unico --- laico o religioso poco importa.
Ora, non so se il film verrà proiettato in Italia: ma se così non fosse, immagino che grazie a Internet sarà comunque possibile visionarlo, e la Chiesa potrebbe fare ben poco per impedirlo. Mi auguro.

BIOGRAFIA

Alessandra Colla è nata a Milano nel 1958, è laureata in filosofia medioevale con una tesi su "Il problema dello Stato nel Commento di Giovanni Buridano alla politica di Aristotele", è sposata, ha un figlio, un gatto e un cane. E’ giornalista pubblicista.
Ha diretto per oltre vent'anni la rivista "Orion", e collabora con le riviste "Eurasia" e "Terra insubre".
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