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Discussione: Il simbolismo della scala

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    Predefinito Il simbolismo della scala

    Il simbolismo della scala

    di René Guénon

    Passi tratti da Il simbolismo della scala,
    in Simboli della Scienza Sacra
    (Adelphi, Milano)


    Miniatura dall'Ars Magna di Raimondo Lullo
    Immagine dal sito Wikimedia Upload

    Abbiamo già accennato in precedenza al simbolismo che si è conservato fra gli Indiani dell’America del Nord, e secondo il quale i diversi mondi sono rappresentati da una serie di caverne sovrapposte e gli esseri passano da un mondo all’altro salendo lungo un albero centrale. Un simbolismo simile si trova, in vari casi, realizzato da riti nei quali il fatto di arrampicarsi su un albero rappresenta l’ascensione dell’essere lungo l’«asse»; tali riti sono sia vedici sia «sciamanici», e la loro stessa diffusione è un indizio del loro carattere veramente «primordiale». L’albero può essere sostituito qui da qualche altro simbolo “assiale” equivalente; l’albero di una nave ne è un esempio; conviene notare, a questo proposito, che dal punto di vista tradizionale la costruzione di una nave è, così come quella di una casa o di un carro, la realizzazione di un «modello cosmico»; ed è anche interessante notare che la «coffa», che è posta nella parte superiore dell’albero e lo circonda, occupa in questo caso esattamente il posto dell’«occhio» della cupola, il cui centro si ritiene venga attraversato dall’asse anche quando questo non è raffigurato materialmente. D’altra parte, gli studiosi di folklore potranno anche osservare che il popolare «albero della cuccagna» delle fiere non è nient’altro che il vestigio incompreso di un rito simile a quelli cui abbiamo or ora accennato; anche in questo caso, un particolare piuttosto significativo è costituito dal cerchio sospeso alla parte alta dell’albero, che si deve raggiungere arrampicandovisi (cerchio che per altro l’albero attraversa e oltrepassa come quello della nave oltrepassa la coffa e quello dello “stupa” la cupola); questo cerchio è inoltre palesemente la rappresentazione dell’«occhio solare» e si converrà che non può certo essere stata la presunta «anima popolare» a inventare tale simbolismo! Un altro simbolo assai diffuso, che si ricollega immediatamente allo stesso ordine di idee, è quello della scala, essa pure un simbolo «assiale»; come dice A.K. Coomaraswamy, «l’Asse dell’Universo è come una scala sulla quale si effettua un perpetuo movimento ascendente e discendente» [The Inverted Tree, p. 20].

    Far sì che si compia tale movimento è infatti la destinazione essenziale della scala; e poiché, come abbiamo appena visto, anche l’albero o l’albero di una nave svolgono la stessa funzione, si può ben dire che la scala sia in questo senso il suo equivalente. Da un altro lato, la particolare forma della scala richiede alcune osservazioni; i suoi due montanti verticali corrispondono alla dualità dell’«Albero della Scienza», o, nella Cabala ebraica, alle due «colonne» di destra e di sinistra dell’albero sefirotico; né l’uno né l’altro è dunque propriamente «assiale», e la «colona di mezzo», che è l’asse vero e proprio, non è raffigurata in modo sensibile (come nei casi in cui non lo è neppure il pilastro centrale di un edificio); d’altronde, l’intera scala nel suo complesso è in certo modo «unificata» dai pioli che congiungono i due montanti, e che, essendo posti orizzontalmente fra questi, hanno necessariamente i loro punti centrali proprio sull’asse. [Nell'antico ermetismo cristiano si trova l'equivalente di questo in un certo simbolismo della lettera H, con le sue due gambe verticali unite dal tratto orizzontale]. Si vede come la scala offra così un simbolismo completo: si potrebbe dire che essa è come un “ponte» verticale che si eleva attraverso tutti i mondi e permette di percorrerne l’intera gerarchia passando di piolo in piolo; nello stesso tempo, i pioli sono i mondi stessi, cioè i diversi livelli o gradi dell’Esistenza universale [Il simbolismo del «ponte» potrebbe naturalmente dar luogo, sotto i suoi vari aspetti, a molte altre considerazioni; si potrebbe anche ricordare, per certi rapporti con tale tema, il simbolismo islamico della «tavola custodita» (el lawhul-mahfuz), prototipo «atemporale» delle Scritture sacre che, partendo dal più alto dei cieli, discende verticalmente attraversando tutti i mondi]. Tale significato è evidente nel simbolismo biblico della scala di Giacobbe, lungo la quale gli angeli salgono e scendono; ed è noto che Giacobbe, nel luogo in cui aveva avuto la visione di questa scala, posò una pietra che «eresse come un pilastro», la quale è anche una figura dell’«Asse del Mondo», e viene così in certo modo a sostituirsi alla scala stessa [Cfr. “Le Roi du Monde”, cap. IX]. Gli angeli rappresentano propriamente gli stati superiori dell’essere; a essi corrispondono quindi più particolarmente i pioli, il che si spiega con il fatto che la scala dev’essere considerata con la base poggiata a terra, cioè, per noi, è necessariamente il nostro mondo il «supporto” a partire dal quale si deve effettuare l’ascensione. Se anche si supponesse che la scala si prolunghi sottoterra per comprendere la totalità dei mondi, come in realtà dev’essere, la sua parte inferiore sarebbe in ogni caso invisibile, così come è invisibile per gli esseri giunti a una «caverna» situata a un certo livello tutta la parte dell’albero centrale che si prolunga al di sotto di essa; in altri termini, i pioli inferiori sono già stati percorsi, e non è più il caso di prenderli in considerazione per quanto concerne la realizzazione ulteriore dell’essere, alla quale potrà concorrere solo il percorso dei pioli superiori. Per questo, soprattutto quando la scala è usata come un elemento di certi riti iniziatici, i suoi pioli sono espressamente considerati come rappresentazioni dei diversi cieli, cioè degli stati superiori dell’essere; è così che in particolare nei misteri mitriaci la scala aveva sette pioli che erano messi in rapporto con i sette pianeti ed erano formati, si dice, dai metalli a essi rispettivamente corrispondenti; e il percorso di questi pioli raffigurava quello di altrettanti gradi successivi dell’iniziazione. Questa scala a sette pioli si ritrova in certe organizzazioni iniziatiche medioevali, da cui passò probabilmente più o meno direttamente negli alti gradi della massoneria scozzese, come abbiamo detto altrove a proposito di Dante [L'Esotérisme de Dante, capp. II e III]; qui i pioli sono riferiti ad altrettante «scienze», ma ciò non costituisce alcuna differenza di fondo, poiché secondo Dante stesso tali «scienze» si identificano con i «cieli» [Convito, II, cap. XIV]. È ovvio che, per corrispondere così a stati superiori e a gradi di iniziazione, queste scienze dovevano essere delle scienze tradizionali intese nel loro senso più profondo e più propriamente esoterico, e questo anche per quelle tra esse i cui nomi, in virtù del processo degenerativo al quale abbiamo spesso accennato, designano ormai per i moderni solo scienze o arti profane, cioè qualcosa che, in rapporto a quelle scienze vere, non è in realtà niente di più che una scorza vuota e un «residuo» privo di vita. In certi casi, si trova anche il simbolo di una scala doppia, il che implica l’idea che la salita dev’essere seguita da una ridiscesa; si sale allora da un lato per pioli che sono «scienze», cioè gradi di conoscenza corrispondenti alla realizzazione di altrettanti stati, e si ridiscende dall’altro lato per pioli che sono «virtù», cioè i frutti di questi stessi gradi di conoscenza applicati ai loro rispettivi livelli [Bisogna dire che questa corrispondenza della salita e della ridiscesa sembra talora rovesciata; ma ciò può dipendere semplicemente da qualche alterazione del senso primitivo, come succede spesso a causa dello stato più o meno confuso e incompleto in cui i rituali iniziatici occidentali sono giunti fino all'epoca attuale]. Si può del resto notare che anche nel caso della scala semplice uno dei montanti può essere considerato in certo modo come «ascendente» e l’altro come «discendente», a seconda del significato generale delle due correnti cosmiche di destra e di sinistra con le quali questi due montanti sono pure in corrispondenza, per via della loro posizione «laterale” in rapporto al vero asse che, per quanto invisibile, è nondimeno l’elemento principale del simbolo, quello a cui tutte le parti devono sempre essere riferite se si vuole capirne integralmente il significato. A queste diverse indicazioni aggiungeremo ancora, per concludere, quella di un simbolismo un po’ differente che s’incontra anche in certi rituali iniziatici, cioè la salita di una scala a chiocciola; in questo caso si potrebbe dire che si tratta di un’ascensione meno diretta, poiché, invece di compiersi verticalmente secondo la direzione dell’asse stesso, essa si compie secondo le curve dell’elica che si avvolge intorno all’asse, di modo che il suo processo appare «periferico» più che «centrale»; ma, in linea di principio, il risultato finale dev’essere comunque identico, giacché si tratta sempre di una salita attraverso la gerarchia degli stati dell’essere, dato che le spire successive dell’elica sono fra l’altro, come abbiamo ampiamente spiegato altrove [Si veda Le Symbolisme de la Croix], una esatta rappresentazione dei gradi dell’Esistenza universale.

    Il simbolismo della scala - Simbolismo - Esonet.org
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 15-07-13 alle 00:25
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    Predefinito Re: Il simbolismo della scala

    La scala è il simbolo per eccellenza dell'ascensione e della valorizzazione e si ricollega alla simbologia della verticalità; tuttavia, indica un'ascensione graduale e una via di comunicazione a doppio senso fra diversi livelli. Ogni aumento di valore, ha osservato Bachelard, è concepito come un'ascesa, ogni innalzamento si descrive con una curva che va dal basso verso l'alto. La verticalità sarebbe la linea del qualitativo e dell'elevazione, l'orizzontalità quella del quantitativo e della superficie: l'altezza sarebbe la dimensione di un essere visto dall'esterno, la profondità è la stessa dimensione vista dall'interno. La scala appare nell'arte come il supporto immaginario dell'ascensione spirituale. E' anche il simbolo degli scambi e del continuo andirivieni fra cielo e terra. La scala può essere anche aerea, come l'arcobaleno, o spirituale, come gradi della perfezione interiore.

    L'idea di un contatto primordiale fra cielo e terra, successivamente spezzato, è quasi universale: che questo contatto sia mantenuto con l'aiuto di una scala, è un concetto che troviamo anche nello Shintò — in cui Amaterasu prende a prestito la scala del cielo —, nel Laos, presso i Montanari del Vietnam. In tutti questi casi, la scala svolge chiaramente lo stesso ruolo dell'albero del mondo. Identico è il simbolismo della scala di Giacobbe — lungo cui salivano e scendevano gli angeli —, quello della scala fatta di due naga [1] e per mezzo della quale il Buddha scende dal monte Meru, del Miʿrāj [2] del Profeta, della betulla a sette tacche degli sciamani siberiani. Secondo una leggenda, anche l'imperatore vietnamita Minh- Hoang raggiunse la luna con l'aiuto di una scala.

    Osserviamo che la betulla siberiana comporta sette (o 9, o 16) tacche, che la scala del Buddha ha sette colori, la scala dei misteri mitriaci sette metalli, quella dei Kadosh della Massoneria scozzese sette scalini: l'ascesa dalla terra al cielo comporta dunque il passaggio di sette stadi cosmici che sono le sette sfere planetarie. Il passaggio dalla terra al cielo si compie attraverso una successione di stadi spirituali, di cui gli scalini segnano la gerarchia e che rappresentano parimenti gli angeli sulla scala di Giacobbe.



    Il sogno di Giacobbe, Anonimo



    La scala si presenta nella Bibbia con un senso simbolico; nel Talmud di Gerusalemme si fa riferimento a due scale: una corta, quella di Tiro; l'altra lunga, la scala egiziana. La scala ha la funzione di collegare l'alto e il basso; essa possiede il senso dell'ottava perché a ogni suo grado corrisponde un altro livello. È paragonabile a una strada che si può salire o scendere ma che congiunge due punti rigorosamente distinti, come la scala di Giacobbe sulla quale gli angeli salgono o scendono (Genesi, 28, 11). Il Cristo e la croce sono una scala, l'uomo stesso è una scala perché all'interno del chiostro, il monaco può salire al cielo: per questo motivo, numerosi monasteri cistercensi e certosini saranno chiamati Scala Dei.

    La parola ebraica sullâm, che il latino traduce con scala, si ritrova frequentemente nell'Antico Testamento. Se la scala di Giacobbe è l'esempio più conosciuto, ve ne sono anche altri significativi: per esempio, i tre piani dell'Arca di Noè (Genesi, 6, 16), i gradini del trono di Salomone (I Re, 10, 19), i gradini del tempio di Ezechiele (Ezechiele, 40, 26, 31). Anche nei Salmi (84, 6) sono citati gli «elevati sentieri del cuore», e i quindici salmi graduali, sono detti Cantici dei gradi.

    Quest'ascensione appare a santa Perpetua, durante il suo martirio, sotto forma di una scala: «Io vedo una scala di bronzo di straordinaria grandezza che arriva fino al cielo ed è così stretta che vi si può salire solo uno per volta: sui montanti della scala sono fissati ogni sorta di ferri, vi sono spade, lance, uncini, gladi, in modo tale che se qualcuno sale distrattamente e senza fissare la sua attenzione verso l'alto, rimane lacerato e perde brandelli di carne sui ferri. E sulla scala riposa un drago di straordinaria grandezza che tende imboscate a quelli che salgono e li spaventa per impedire loro la salita. Saturno salì per primo... e giunse alla sommità della scala; allora si volse e mi disse: Perpetua, io ti aiuto, ma fai attenzione che il drago non ti morda. E gli dissi: non mi morderà, in nome di Gesù Cristo. Allora il drago, come se mi temesse, sporse la testa da sotto la scala e io, salendo il primo gradino, gli calpestai la testa. E salii e vidi un giardino immenso». [3] Commentando questa visione, Agostino dirà che la testa del drago forma primo gradino della scala (Sermoni, 280,1); non si può cominciare l'ascesa senza prima calpestare il drago...


    NOTE

    1. Serpente a sette teste
    2. Miʿrāj è il termine arabo per indicare l'ascensione del profeta Maometto in cielo
    3. Passio S. Perpetuae, Armitage Robinson in «Eranos Jahrbuch», Zurigo 1951, p. 53


    Jean Chevalier e Alain Gheerbrant, Dizionario dei simboli (BUR)

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    Predefinito Re: Il simbolismo della scala

    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 19-07-13 alle 00:03
    "La realtà è un'illusione molto persistente." Albert Einstein

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    Predefinito Re: Il simbolismo della scala

    bath abbey

    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 19-07-13 alle 00:04

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    Predefinito Re: Il simbolismo della scala

    palazzo farnese a caprarola

    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 19-07-13 alle 00:04

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    Predefinito Re: Il simbolismo della scala

    la scala santa, roma

    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 19-07-13 alle 00:05

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  7. #7
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    Predefinito Re: Il simbolismo della scala

    La Glikophilousa e le sue attività


    LA SCALA SANTA DEL PARADISO
    Nella notte contemplare la luce
    sr Renata Bozzetto
    San Giovanni Climaco (da climax, scala: genitivo greco latinizzato come nominativoClimacus) è ce*lebre per la sua opera La Scala Santa del Paradiso. Egli, monaco igumeno del mona*stero di S. Caterina sul Sinai, nella Scala descrive l'itinerario dell'e*sperienza spirituale che conduce alla deificazione attraverso la luce. Traccia la via dell'ascesi mistica: un percorso in salita, i cui gradini sono uguali, in numero, all'età del Signore nella sua vita terrena. Infatti, prendendo a modello quei trent'anni, egli ci presenta una sca*la simbolica che in trenta gradini conduce alla perfezione.
    Il termine del cammino è quindi la "trasfigurazione" del cuore.
    Ogni anima anelante al cielo, come cerva immunizzata dal veleno in forza del profondo desiderio di unirsi al Signore, raggiunta la cima della Scala, può bagnarsi nelle acque della teologia spirituale e snidare definitivamente le "fiere" dai loro nascondigli col fiato della sua bocca, passeggiando poi, libera, sugli alti monti dove abita la conoscenza della Trinità.
    "Il presente libro - esorta san Giovanni, esperto conoscito*re dell'anima umana - mostra il miglior cammino. Se lo imbocchiamo, troveremo in esso una guida sicura per chi lo segue, una scala molto stabile che conduce dalle cose terrestri alle realtà sante, e al sommo di essa vedremo affacciarsi Dio. E' quella che io penso sia la scala di Giacobbe, "colui che ha superato" le passioni, e che contemplò mentre riposava sul giaciglio dell'ascesi. Saliamo dunque con coraggio e confidenza: così vi esorta questa scala spirituale che conduce al cielo" (S. Giovanni Climaco).
    La lettura fungeva per così dire da manuale per i monaci, ma divenne in seguito assai popolare anche in ambiente laico, perché indicava la via verso la purificazione morale. Attraverso i suoi insegnamenti la vita monastica diventava paradigma della vita cristiana in quanto tale, intesa come responsabilità, vigilanza e battaglia contro il male nella "notte" dell'esistenza.



    Stare davanti all'icona
    L'icona "Scala Santa dei Paradiso", conservata nel mona*stero di S. Caterina sul Sinai (sec. XII), traduce in termini pittorici il cammino dell'anima verso la luce e sottolinea con semplici sim*bologie i pericoli che la "notte" nasconde.
    La composizione dell'icona è costruita in modo ideale: la scala, su cui salgono i monaci superando difficoltà e prove nel cammino ascetico, divide perfettamente la scena in due parti. Nella parte superiore si collocano i monaci che salgono i gradini delle virtù, giungendo fino a Cristo che si affaccia dai cieli per accogliere i Santi asceti. Nella zona inferiore sono raffigurati i monaci che non hanno perseverato nella loro tensione verso la Luce e, quindi, precipitano, catturati dai diavoli che li trascinano nelle tenebre dell'inferno (raffigurato nella parte inferiore sotto forma di una testa oscura e mostruosa).
    I diavoletti sono rappresentati con una vena più comica e grottesca che terrificante, secondo la consuetudine bizantina di evitare raffigurazioni raccapriccianti delle forze maligne.

    L'Oriente accentua preferibilmente l'elemento vittorioso, pasquale. Ecco infatti apparire alla sommità della Scala Gesù Cristo dallo sguardo vivo e pensoso, intenso e colmo di misericordia nell'atto di accogliere Giovanni Climaco con gesto ampio e solenne. E' il Pantocratore, Colui che regge tutto "l'essere", il Salvatore, Gesù di Nazareth: è il Volto visibile della Luce divina increata che spiritualizza e anima ogni forma materiale e terrena. Avvolto in vesti luminose e vivaci, Cristo si rivela vigoroso e accogliente nel contempo, così che la robustezza delle proporzioni regolari crea l'effetto di una plasticità scultorea, di un'immagine maestosa ed elevata.
    San Giovanni, invece, marcia alla testa di un gran numero di monaci, decisamente orientato verso la straordinaria Luce che lo attrae e affascina: la sua figura severa, austera, delinea i tratti ideali dell'asceta: distaccato dal mondo, ma teso e assorto nella contemplazione dei mistero di Luce cui allude il fondo oro idealmente lucido e levigato, che gli antichi dichiaravano essere come "un fuoco che brilla nella notte".

    L'oro, "colore dei colori" di cui l'icona è interamente coperta, nel suo "brillio" e nella sua "nobile luminosità" (Andrea di Creta), significa quindi la Luce increata che investe la creatura e la trasfigura, rendendola già fin d'ora partecipe del Paradiso. La presenza dell'oro, in tal modo, è sempre un indizio del divino, del suo manifestarsi nelle forme sensibili come sublime Presenza che permea di sé il cosmo intero. La lumino*sità dell'oro ha inoltre la caratteristica di "abbagliare" e di "accecare". Pur illuminando la materia accendendola di una luce misteriosa, essa costituisce come una barriera compatta che cela la prospettiva spaziale e non permette all'occhio di penetrarla, ma rende piuttosto il senso della realtà come "Mistero", mettendo l'accento su quella stupefacente Presenza di Dio che la anima.

    Le semplici figure dei monaci tradiscono fisionomie di tipo orientale, espressioni tese e immote, figure dinamiche e asimmetriche, austero silenzio e intensità interiore, costruzione ascetica del mondo spirituale e insieme lieve e raffinato gusto pittorico per la pennellata in cui prevale quello sfumato che aumenta il senso della luminosità. Tutto ciò consente quel fondamentale passaggio dalla concretezza al carattere ideale che ci da di ritrovare l'elemento distintivo dell'icona: una contemplazione silenziosa, una quiete ideale, l'assenza di emozioni troppo sensibili e contrastanti. I monaci hanno mani protese in avanti quasi dovessero porgere qualcosa, forse offrire la propria vita e quella altrui; ma potrebbero essere anche mani aperte e disponibili ad accogliere il dono di Luce che dalla cima invita a salire.
    In alto, a sinistra, poi, gli Angeli cantano i loro cori angelici a quanti hanno raggiunto la Pace, la Luce, il Paradiso, a cui fa contrasto il resto contraddistinto da silenzio e da un'essenzialità assorta e interiore.





    "Alzati, rivestiti di luce, perché viene a te la tua Luce, la gloria di Jahweh brilla su di te ... su di te risplende Jahweh" (Is 60,1-2).
    Dio è Luce, cioè è principio di vita, di novità, di creazione. Dio, poi, è difesa, accoglienza e misericordia. Con questa protezione si affrontano l'incertezza e le insidie del male nella notte dell'esistenza.
    "Dio è luce e in Lui non ci sono tenebre' (1Gv 1,5): sì, Egli è innanzitutto luce, un simbolo universale che esprime mirabilmente la bipolarità di Dio: è il Trascendente come la luce del sole, che è all'esterno di noi e irrompe da una fonte che non possiamo né controllare né dominare ed è, come la luce, vicino, immanente, penetrante.
    Quando l'uomo si apre e abbandona pienamente al Mistero di Dio, scopre se stesso, l'intera sua storia: passato presente e futuro.
    "L'uomo di luce è l'uomo dell'interiorità che avendo realizzato l'unità in se stesso è giunto alla chiarezza di Dio. Egli ama come ama Dio, o piuttosto è Dio che ama in lui. Egli irradia luce divina e dona la vita. Nell'uomo di luce si è insediato lo Spirito, di qui l'importante ruolo svolto dallo Spirito Santo pres*so i figli della luce. La loro particolare vocazione è inserirsi in una dimensione cosmica, poter divenire i redentori dell'universo. Così l'uomo di luce è un salvatore e ogni creatura, anche la più umile, è beneficiaria del suo dono di luce"[1].

    Contemplare la Luce non può essere perciò qualcosa di passivo, ma di rivoluzionario che ti apre gli occhi il cuore la casa la vita. Ti rende appassionato, intrepido, audace, propositivo.
    Pur coinvolto nella "notte" del tempo, talora intrappolato nelle quotidiane fatiche esistenziali, avverti che è necessario continuare a "salire" dalla terra al ciclo, anticipazione di piena esperienza di comunione con l'eterno.
    Come? Con volto franco e sereno, a mani aperte e disponibili, giorno dopo giorno, momento per momento, cogliendo i segni di questo "oltre di Dio" che vanno vagliati attraverso quel filtro sicuro che rappresenta la più autentica specificità del Cristo: il filtro della comunione, dell'universalità, del dialogo, del perdono e della misericordia. Questa apertura "dell'oltre di Dio" ci stimolerà a fare di tutta la nostra vita una pura contemplazione. Contemplazione non come attività, ma come atteggia*mento ... un essere in-relazione-con.

    Siate piccole luci in salita: grida l'icona! E si tratta di un atteg*giamento, oserei dire, immutabile, di silenzioso sorriso, di apertura e disponibilità totale a Dio che ci penetra, ci possiede, ci ama.
    Un'attitudine di misericordia, di benevolenza, di servizio e di pace per gli uomini e le cose del mondo. Infatti è sempre nello sbriciolarsi della giornata che si gioca la contemplazione: nelle dure ore del lavoro, nell'accettare le contrarietà quotidiane come un dono di Dio, nell'interessamento sincero e amorevole per gli altri. Nel sacrificarci per far contento chi ci vive accanto, nella benevolenza verso tutti, nella gioia di vedere le cose belle, nella stanchezza e nel sonno accettati o vinti secondo la necessità del momento.
    Salire e scendere la Scala Santa del Paradiso: un movimento perenne tra terra e cielo in compagnia di tanti, tutti a mani tese... Così più che accrescere in noi "conoscenza" impariamo a stabilirci nella "comunione"; una comunione che quanto più è totale e assoluta, espressa nel fare la volontà del Padre, tanto più ci penetra del Mistero luminoso di Dio.
    Ciò che conta è non cessare di avanzare, né lamentare stanchezza ma salire e salire con determinazione incontro a Colui che è sorgente di pace e gioia senza fine.
    Cessa allora la necessità di esprimersi e rimane quella di "essere".
    "Ti ringrazio, Adonaj, perché hai illuminato il mio volto in vista dell'Alleanza e dalla fossa hai liberato l'anima mia. Ti ho cercato quale stabile aurora e tu mi sei apparso all'alba": così canta l'inno IV di Qumran (vv. 5-6).

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  8. #8
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    Predefinito Re: Il simbolismo della scala

    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 19-07-13 alle 00:06

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    Predefinito Re: Il simbolismo della scala


    La Scala del Paradiso


    San Giovanni Climaco, monaco cristiano del monte Sinai noto anche come Giovanni della Scala, deve il suo soprannome all'opera che l'ha reso celebre, uno dei capolavori dell'ascetica monastica: "La scala del Paradiso" (Κλίμαξ). Climaco si propone di indirizzare e guidare l'anima di chi ha scelto la vita monastica, dal suo difficile inizio fino alle vette più alte dell'incontro con Dio.

    L'ascesa è simboleggiata dai trenta gradini di una scala che porta dalla terra fino al cielo, al Cristo stesso, che per primo l'ha percorsa. Le icone che illustrano la scala giovannea simboleggiano la lotta spirituale: i monaci ascendono pericolosamente, esortati dai santi, aiutati dagli angeli, ma insidiati dai demoni, che cercano di farli cadere per attirarli nel profondo dell'inferno.

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    Predefinito Re: Il simbolismo della scala



    Buddha discende dai cieli, Birmania 15° secolo



    British Museum - painting
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 19-07-13 alle 00:07

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