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    Predefinito Unità d'Italia: che sia la festa delle "storie"

    Ha iniziato (e gliene siamo grati) Ernesto Galli della Loggia, denunciando con sdegno la scelta da parte di ben due esecutivi di celebrare il 150° anniversario dell'Unità d'Italia con dei finanziamenti per alcune opere pubbliche per niente legate con la vicenda unitaria. Segno, questo, di una classe politica che - come ha scritto lo storico sul Corriere della Sera - «non sa che cosa significhi, che cosa possa significare, oggi l'Italia, e l'essere italiani. Quella classe politica fa di conseguenza la sola cosa che sa fare e che la società italiana in fondo le chiede: distribuire dei soldi». Lo storico ha ragione. Soprattutto su un punto. Finanziare opere pubbliche non sembra il modo idoneo di "raccontare" l'Italia. Ma sarebbe - per utilizzare un luogo comune dell'antipolitica - un modo "all'italiana" di raccontarsi. La discussione, poi, ha coinvolto anche altri intellettuali che si sono interrogati sul perché questo appuntamento stia passando in sordina. Veneziani, Malgieri, Cervi, Ricolfi, Campi, tutti più o meno concordi nell'affermare, rispetto alla formulazione di un programma importante per l'anniversario, un deficit dello Stato. Che in questa occasione assume tonalità parossistiche.

    Ma il punto forse è proprio questo: perché ogni volta in cui l'Italia si è pensata come soggetto "pesante" - come Stato-nazione, o peggio come impero - ha dato la prova di non essere all'altezza rispetto a quelle altre realtà che hanno preso drammaticamente sul serio la propria "missione". Per non dire poi, quando gli si chiede di pensarsi come "soggetto storico collettivo" come ha scritto Alessandro Campi sul Riformista. Questo significherebbe chiedere un po' troppo a un Paese "municipale", fazioso e territoriale per tradizione. Perché forse bisognerebbe a questo punto accettare una volta per tutte la specificità italiana. Che è fatta non di una storia ma bensì di "storie". Perché se l'italianità è un contenitore, di per sé refrattario alla reductio ad unum, significa che la creazione di questo codice immateriale o è plurale o non è. L'Italia, insomma, sarà pure un'espressione geografica, ma deve essere astratta per essere viva.

    E a questo punto bisognerebbe anche apprezzare gli sforzi che questa "giovane" nazione ha fatto per pensarsi in ogni caso come un'insieme. Dalle trincee del primo conflitto mondiale al dramma dell'emigrazione interna, dalla scolarizzazione alla funzione dei partiti di massa. Viene da pensare anche, al fatto che se persino il partito maggiore della sinistra - dopo cinquant'anni - utilizza il tricolore nel suo simbolo, è il segno che in ogni caso una certa narrazione, una simbologia, una sensibilità cromatica ha fatto breccia anche in chi considerava un feticcio borghese quella bandiera. E questo - al di là del lodevole sforzo pedagogico dell'ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi - è indizio del fatto che già da molto tempo il messaggio dell'italianità è passato, è condiviso. È diventato maggioritario. È una koinè.

    Adesso quindi sono due le strade: o si riconosce la varietà e la complessità delle "storie" d'Italia come una risorsa. Oppure queste rischiano di diventare un'arma di differenziazione localistica, se non un alibi per costruire presunte mitologie a sostegno di un egoismo politico. È vero che, per le note vicende storiche, un certo sentimento unitario è stato visto come la giustificazione retorica di un'imposizione straniera. E proprio perché dal passato è impossibile trovare una memoria condivisa, è più che mai necessario indicare nel domani e nella polifonia il senso della nuova Italia. E se è vero poi - volendo citare la dottrina etnologica - che la festa è di per sé un rito fondativo e un collante culturale, quale migliore occasione di un anniversario del genere per "rifondare" l'Italia? E che non si faccia adesso confusione: perché quando si parla di festa bisogna festeggiare. Occorre lasciare, insomma, alla rappresentazione ludica lo spazio rituale e propiziatorio. E non cercare di farne un terreno di facile banalizzazione ideologica. Celebrare l'unità, insomma, dovrebbe significare non l'esaltazione di un'intuizione politica pasticciata, con delle responsabilità oggettive e storiche sulle popolazioni del Mezzogiorno. Ma, appunto, rifondare una unità alla luce di quello che ancora c'è da costruire.

    Ma questa celebrazione «sarà una festa o un funerale?», si chiedeva alla fine Campi. Da parte nostra, abbiamo proposto di festeggiare alla grande l'Italia, proprio come nuova fondazione della patria. Proprio perché l'idea astratta di Italia sembra essere quella che meglio interpreti la modernità e la mobilità liquida che questa comporta. Perché da sempre una, nessuna e centomila è stata l'Italia. Ed è questa la sua dote più preziosa e "unitaria". Non lo ha mica scoperto la Lega.

    di Antonio Rapisarda (da ffwebmagazine.it, del26 luglio 2009)
    Linea Mercuzio Liberuniversità

  2. #2
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    Predefinito Rif: Unità d'Italia: che sia la festa delle "storie"

    Non si può arrivare ad un punto finale differente per una nazione che ha fatto alla sua nascità dell'AntiNazionalismo il suo collante .
    .

 

 

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