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Discussione: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta.

  1. #2461
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    Predefinito Re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta.

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    Avrete notato che non ho scritto una riga su Alitaglia e Monteprezzemolo.
    Mi fa persin pena sparare sui cadaveri.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

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  2. #2462
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    Predefinito Re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta.

    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  3. #2463
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    Predefinito Re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta.

    Citazione Originariamente Scritto da ventunsettembre Visualizza Messaggio
    ... sta ritornando follini.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  4. #2464
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    Predefinito Re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta.

    https://it.notizie.yahoo.com/sudtiro...100853492.html

    In Alto Adige si litiga per i cartelli di montagna. Il muro linguistico alzato dal fascismo, che aveva imposto la traduzione di toponimi in italiano dal tedesco, sembrava superato. Invece salta tutto e la cultura italiana in Alto Adige è a rischio. Lo storico “patto sulla toponomastica” all’ultimo istante è andato in fumo. Camera e Senato si erano mobilitati per raccogliere firme per “salvare la cultura italiana in Alto Adige”.

    La questione ha origini antiche. Nel 1923 inizia l’italianizzazione dei toponimi in Sudtirolo per volere di Mussolini. Nel 1940 l’opera di Ettore Tolomei si ferma e l’italianizzazione dei toponimi subisce un brusco stop. Sei anni dopo viene ripristinato il bilinguismo in Sudtirolo grazie al patto De Gasperi-Gruber. Nel 1972 viene definito l’accordo tra Roma, Vienna e Bolzano e segue un primo accordo tra governo e Bolzano nel 2010, due anni dopo c’è il ricorso alla Consulta contro la legge sulla toponomastica in Sudtirolo. E adesso salta l’accordo: non ha avuto esito la mediazione tra Volkspartei e Pd per mantenere il doppio idioma.
    La scritta sui cartelli è un pretesto per tirare in ballo identità nazionali e autodeterminazioni. La guerra ora è su 100 toponimi di montagna e vallette alpine, poi ridotte a 32, quelli che il Cai ha deciso di ripristinare solo in tedesco. E’ il paradosso di una zona tra le più ricche d’Europa, che contribuisce al 16 per cento del Pil, grazie turismo internazionale. Una terra dove asili e scuole restano divisi: gli italiani da una parte e i tedeschi da un’altra. Lavoro e welfare impongono la dichiarazione di appartenenza ad un gruppo etnico. I cartelli in montagna sono l’ennesimo spunto pretestuoso per ribadire che l’Alto Adige o Sudtirolo appartiene all’Italia ma anche ai tedeschi.

  5. #2465
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    Predefinito Re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta.

    l’Alto Adige o Sudtirolo appartiene all’Italia ma anche ai tedeschi.

    Solo agli Austriaci.

    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  6. #2466
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    Predefinito Re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta.

    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    l’Alto Adige o Sudtirolo appartiene all’Italia ma anche ai tedeschi.

    Solo agli Austriaci.

    Solo ai Tirolesi, più che agli austriaci...

  7. #2467
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    Predefinito Re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta.

    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  8. #2468
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    Predefinito Re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta.

    Olio, pomodori e altre eccellenze in vendita: sono davvero italiani? L'Antitrust dà 20 giorni a Eataly per dimostrarlo
    Il marchio fondato da Oscar Farinetti denunciato dal Codacons: non si sa di dove siano le materie prime e dove vengano lavorate. Già in precedenza fu multato
    di Cristiano Sanna
    L'olio della Val D'Orcia, il cioccolato Dop di Modica, il pistacchio di Bronte, i pomodori San Marzano. Ci sono molte delle eccellenze gastronomiche italiane di cui Eataly è ambasciatrice nel mondo, nel mirino dell'Antitrust. Non tanto i singoli marchi, quanto il modo in cui il la catena di vendita fondata da Oscar Farinetti li presenta agli acquirenti. Tutto parte da un esposto del Codacons, che già aveva vinto contro Eataly dimostrando la poca chiarezza delle bottiglie etichettate come "vino libero" e che, dopo ulteriori controlli, erano risultate contenere comunque solfiti, con multa da 50 mila euro. E costringendo poi il marchio di Farinetti a ritirare altri prodotti ritenuti "ingannevoli" per via di una etichettatura poco dettagliata, riguardante "latte, yogurt e latticini", con annullamento della relativa campagna di comunicazione pubblicitaria. Ora il braccio di ferro tra Codacons e Eataly coinvolge la vendita di altri pesi massimi dell'agroalimentare italiano.
    Cosa c'è davvero in quei prodotti
    La lista delle contestazioni del Codacons, il cui esposto contro Eataly è stato accolto dall'Antitrust e mette Farinetti sotto ulteriore pressione, è lunga. Si va dall'olio d'oliva prodotto tra le colline della Val D'Orcia, in Maremma "privo di indicazioni circa il luogo di coltivazione delle olive e di imbottigliamento dell’olio, al contrario di quanto prevede la normativa specifica di settore", si prosegue con i pomodori San Marzano venduti da Eataly con generica descrizione degli ingredienti "pomodori pelati, succo di pomodoro, correttore di acidità" senza specificare la loro provenienza e i dettagli della lavorazione. Fino al pistacchio di Bronte, messo in commercio senza la dicitura obbligatoria Dop. O ancora il cioccolato di Modica per cui non si fornisce l'indicazione geografica e la provenieza (viene detto però che il cacao impiegato viene per il 40% dal Perù).
    Venti giorni di tempo
    Altra osservazione mossa dal Codacons e accolta dall'Antitrust, è quella che riguarda i prodotti non italiani venduti da Eataly, che ha fatto della propria missione commerciale ed etica la promozione della migliore enogastronomia italiana. Nel sito e nei punti vendita del brand di Oscar Farinetti si trovano, ad esempio, le patatine britanniche Kettle Chips, commercializzate senza nemmeno avere sulla confezione il logo che attesta l'assenza di Ogm, come invece fatto dal produttore inglese dopo una denuncia dell'organizzazione americana Non Gmo Project che si batte contro l'utilizzo di organismi geneticamente modificati. Stesso rilievo è stato mosso contro la salsa barbecue Squeezer Bbq che riporta sulla confezione sia la bandiera italiana che quella messicana, ma trascura di indicare l'origine delle materie prime e il loro luogo di trasformazione. Troppa ambiguità, proprio quella contro cui è stato varato il regolamento 1169 del 2011 dal Parlamento europeo insieeme al Consiglio dell' Unione europea. Ora l'Antitrust mette di nuovo sotto esame Eataly, a cui sono stati dati 20 giorni per fornire informazioni dettagliate sui prodotti la cui etichettatura è considerata tutt'altro che convincente.
    Olio, pomodori e altro: Antitrust indaga sulle etichette Eataly - Tiscali Notizie

    FARINETTI RINGRAZIA RENZI PER I 223 PROFUGHI A BASSO COSTO: “LO VOTERÒ ALLE PRIMARIE”
    Matteo Renzi “si è sentito forte perché stava facendo riforme giuste e forti. Ha sbagliato a cavalcare troppo l’onda. Però è anche vero che gli altri avevano già deciso di non passargli la palla e fargli fare goal”.
    Così in un’intervista a Repubblica il kapò di Eataly, Oscar Farinetti: “Considero il personaggio persona molto onesta e politicamente capace che vuole fare le cose sul serio. Lo voterò alle primarie anche se non ho la tessera del Pd”. Beh, con tutti i ‘profughi’ a basso costo che gli ha rifornito, chi vuoi che voti?
    Nei ristoranti e nei punti vendita di Eataly sparsi in tutta Italia lavorano 223 ‘richiedenti asilo’ in rappresentanza di 61 Nazioni. Ed è per questo che il patron Oscar Farinetti non vuol sentire parlare di contrasto all’immigrazione, revisione di Schengen, rimpatri o chiusura delle frontiere.
    Il governo Renzi ha rifornito lui e altri finanziatori con profughi low-cost che paghiamo noi con vitto e alloggio e che quindi può sottopagare, tanto li paghiamo già noi.
    Poi ancora: “C’era una riforma importante, la fine del bicameralismo, attesa da una vita, per carità forse non scritta benissimo, perfettibile come tutte le cose umane, ma era davvero l’obiettivo primordiale che avrebbe rappresentato il cambio di passo per il Paese. Matteo stava per fare goal ma non gli hanno passato la palla, stava sul cavolo ad un sacco di gente. Quella del No è stata una scelta fatta da un agglomerato di persone, non solo Bersani, che io stimo, e D’Alema, ma la Cgil, l’Anpi, i professoroni… Renzi è stato colpito per incassare un obiettivo politico, per fermare quella cosa lì”.
    Faide tra parassiti.
    Farinetti ringrazia Renzi per i 223 profughi a basso costo: ?Lo voterò alle primarie? | VoxNews



    Tutto è lecito tranne la famiglia tradizionale
    Claudio Risè
    Qualsiasi cosa, purché contro la natura. Chiunque in Italia può essere genitore, tranne quelli veri, nei confronti dei quali il ferreo polso dell'autorità giudiziaria ama fare sentire il proprio non discutibile potere.
    Dopo le madri povere, cui invece di erogare un sussidio vengono sottratti i bimbi per darli in adozione, tocca ai genitori «troppo anziani». Alla coppia di Casale Monferrato non verrà restituita la loro bimba malgrado si sia rivelata falsa l'accusa di abbandono che sette anni fa aveva motivato l'allontanamento. Non c'è stato nessun abbandono, ma «ormai l'abbandono fa parte della sua storia» ha stabilito il giudice di Torino. E quindi la bimba resterà con la coppia cui era stata prima affidata, e poi data in adozione.
    Anche i genitori veri sono stati così abbandonati, ma dal diritto. Il giudice, pur avendo riconosciuto che non avevano mancato in nulla verso la bimba, dopo averla loro sottratta ora non la restituisce più. La loro colpa, in tutta questa vicenda è quella di essere «troppo anziani». Quando la bimba è nata, avevano lui 69 anni, e lei 57. Certo, c'era stata di mezzo una fecondazione assistita che aveva funzionato bene, ma il guaio era (ed è rimasto) che il gruppo sociale delle coppie eterosessuali anziane, al contrario di altre, molto più inconsuete in funzione genitoriale ma più spettacolari e di moda, non era smart. Di padri vecchissimi e madri miracolate in tarda età si parla fin dalla Bibbia, e in altre importanti narrazioni tradizionali ma, appunto, non è in fondo niente di nuovo.
    Soprattutto non ci sono lobby potenti che spingono, sindaci con la fascia tricolore che corrono da loro tra i flash dei giornali. Questi sono solo normalissimi genitori anziani, felici di avere una bimba, per i quali non si scomoda nessuna televisione. Contro la loro semplice e antica felicità insorge invece il pregiudizio e invidia sociale: troppo vecchi. Persino la Cassazione, già intervenuta in questa brutta storia, complicata come tutte quelle in cui il diritto vuole regolare secondo proprie e astratte categorie i legami naturali tra le persone, aveva notato che tutte le sentenze precedenti avevano sullo sfondo un pregiudizio riguardo all'età di Luigi e Gabriella, che non a caso sono stati ribattezzati dall'opinione pubblica «genitori nonni». Insomma, in Italia ogni tipo di coppia può svolgere funzioni genitoriali, ma non quella composta da un uomo e una donna, per giunta anziani. Troppo risaputa e tradizionale.
    Soprattutto, come è emerso in recenti sentenze, ai giudici non interessa affatto che i bambini nascano nella madre e dal seme del padre, possono farlo ovunque purché «nell'ambito di un progetto di genitorialità condivisa», «indipendentemente dal legame biologico fra il genitore e il nato» come dice una delle sentenze recenti che istituiscono famiglie con due papà e nessuna mamma. Ventre materno e seme paterno ormai danno fastidio. Il corpo della madre va lasciato lontano e dimenticato. Quanto al padre, occhio all'anagrafe. Ciò che conta piuttosto, si spiega nelle sentenze, è il «progetto», il «desiderio». Insomma la testa. Una genitorialità non più biologica (ci mancherebbe) ma giuridico-cerebrale.
    Tutto è lecito tranne la famiglia tradizionale - IlGiornale.it

  9. #2469
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    Predefinito Re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta.

    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  10. #2470
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    Predefinito Re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta.

    Ambasciatori, l’Italia è d’oro. Guadagni doppi dei tedeschi
    Ma i nostri dati sono coperti da un velo di mistero
    di CLAUDIA MARIN
    Roma, 21 marzo 2017 - È DOLCE la vita dell’ambasciatore italiano. Soprattutto all’estero, ma anche nei periodi in cui resta in Italia. A renderla particolarmente piacevole non sono soltantoo il mestiere affascinante e nobile o le prestigiose residenze (particolarmente curate le nostre in terra straniera), ma anche il più ‘volgare’ stipendio, o remunerazione, che si conquista entrando in diplomazia e che porta con sé un ricco corollario di indennità. Certo è che scoprire la retribuzione reale e l’insieme delle indennità e rimborsi spese di un diplomatico è come una vera e propria caccia al tesoro per venire a capo di «uno dei segreti meglio custoditi della Repubblica», come ha scritto qualche anno fa l’economista bocconiano Roberto Perotti, il quale ha dedicato all’argomento un pamphlet che ha fatto tanto irritare la casta delle feluche: «Quando i papaveri conquistano i politici: il caso della Farnesina». Un netto j’accuse sui guadagni che ha trovato un successivo aggiornamento in un capitolo del saggio «Status quo».
    EBBENE, dopo faticose navigazioni sul sito del ministero, in quella che dovrebbe essere la sezione «trasparenza», e dopo richieste di delucidazioni e precisazioni (solo parzialmente riscontrate), possiamo raggiungere una prima conclusione che conferma quanto scritto da Perotti: i diplomatici italiani in giro per il mondo, anche dopo la riforma delle indennità del 2015, continuano a guadagnare in media almeno due volte in più dei loro colleghi tedeschi. Per capirci, il nostro ambasciatore a Parigi (considerata, tra l’altro, la più bella residenza italiana all’estero) poteva contare, fino al 2015, su una remunerazione mensile netta di circa 21mila euro, quello tedesco su circa 8.400 euro. Al ‘nostro’ spettava, in aggiunta, un rimborso-indennità di rappresentanza di circa 13mila euro, al tedesco le spese erano e sono pagate direttamente da Berlino.
    PER UNA CAPITALE come Washington la differenza, sempre fino al 2015, è stata tra 24mila euro (per l’ambasciatore italiano) e 9.400 (per quello tedesco). E via di seguito con le stesse proporzioni per le altre sedi all’estero.
    Dal 2015, è vero, la riforma dell’Indennità di servizio all’estero, l’Ise, ha cambiato un po’ le cifre, ma il compenso complessivo dei diplomatici italiani non dovrebbe essere calato di più del 10 per cento.
    Da quali parti è composta la remunerazione di un diplomatico italiano? Sempre seguendo lo schema del professor Perotti, si può dire che le voci da prendere in considerazione sono quattro: lo stipendio cosiddetto metropolitano, che è la retribuzione vera e propria, pari a circa 10mila euro mensili netti per i diplomatici residenti in Italia e a circa 5.400 euro quando vanno all’estero.
    MA SE LO STIPENDIO base si dimezza andando in missione, si può contare, però, sulla cosiddetta Ise, Indennità di servizio all’estero. Quest’ultima, sulla quale torniamo nell’approfondimento specifico, è – come ha documentato lo stesso Perotti – di spettanza dell’ambasciatore o del ministro plenipotenziario o di qualsiasi altro diplomatico, che può usarla come meglio ritiene.
    Fin qui quella che possiamo considerare retribuzione o stipendio. Ma non è meno rilevante l’assegno di rappresentanza, insieme con altri possibili vantaggi (relativi a indennità di sistemazione, di richiamo, di trasloco e così via). A differenza delle prime due voci, però, l’indennità di rappresentanza si riferisce a spese che devono essere documentate e che sono dettagliatamente regolamentate.
    Ambasciatori, l?Italia è d?oro. Guadagni doppi dei tedeschi - Cronaca - quotidiano.net

    MAGISTRATO: “MI ARMO, STATO NON ESISTE”
    “D’ora in poi sarò armato”: il giudice trevigiano Angelo Mascolo annuncia di volersi dotare di un’arma per esercitare il suo diritto alla difesa. “Lo Stato ha perso completamente e totalmente il controllo del territorio – accusa – nel quale, a qualunque latitudine, scorrazzano impunemente delinquenti di tutti i colori”.
    Con una lettera aperta indirizzata ai quotidiani veneti, Angelo Mascolo racconta poi l’episodio che lo portato a una scelta drastica: “D’ora in poi sarò armato”, scrive. Il giudice spiega che qualche sera fa si trovava in auto quando ha deciso di sorpassare una macchina di grossa cilindrata che ha cominciato a inseguirlo e a dare colpi di abbaglianti. Poco dopo il giudice ha incontrato una pattuglia di carabinieri, ai quali gli inseguitori hanno detto che Mascolo era stato seguito “per esprimere critiche sul suo modo di guidare”. Il giudice non crede alle versione e si pone un problema: “Se fossi stato armato, come è mio diritto e come sarò d’ora in poi, che sarebbe successo se, senza l’intervento dei Carabinieri, le due facce proibite a bordo della Bmw mi avessero fermato e aggredito, come chiaramente volevano fare?”.
    La lettera continua poi con una critica nel confronti dei colleghi giudici e dello Stato: “Se avessi sparato avrei subito l’iradiddio dei processi – eccesso di difesa, la vita umana è sacra e via discorrendo – da parte di miei colleghi che giudicano a freddo e difficilmente – ed è qui il grave errore – tenendo conto dei gravissimi stress di certi momenti”. Il problema della legittima difesa, continua Mascolo, “è un problema di secondo grado – accusa – come quello di asciugare l’acqua quando si rompono le tubature. Il vero problema sono le tubature e, cioè, che lo Stato ha perso completamente e totalmente il controllo del territorio, nel quale, a qualunque latitudine, scorrazzano impunemente delinquenti di tutti i colori”. Per il giudice, conclude amaramente, “la severità nei confronti di questi gentiluomini è diventata, a dir poco, disdicevole, tante sono le leggi e le leggine che provvedono a tutelarli per il processo e per la detenzione e che ti fanno, talvolta, pensare: ma che lavoro a fare?”.
    MAGISTRATO: ?MI ARMO, STATO NON ESISTE? | VoxNews

    Uccise un ladro: beni congelati. Ma la toga non ha letto le carte
    Bloccati 170mila euro a un imprenditore che sparò per legittima difesa. E lui presenta un esposto al Csm
    Giuseppe Marino
    Chissà come sarebbe andata la vita di Enrico Balducci se sulla sua strada avesse trovato un giudice come Angelo Mascolo, il gip di Treviso che un paio di giorni fa ha detto: «Questo Stato non è più nelle condizioni di garantire la sicurezza dei cittadini.
    D'ora in poi faccio da me: quando esco di casa mi metto in tasca la pistola». Invece, l'imprenditore condannato per aver sparato e ucciso un rapinatore e ferito il complice (nel 2010), ha incontrato giudici che in primo grado lo hanno ritenuto responsabile addirittura di omicidio volontario, perché aveva avuto ben 80 centesimi di secondo per rendersi conto che i due rapinatori, uno dei quali armato, avevano girato la moto per scappare. La condanna in seguito è stata riformata in omicidio preterintenzionale e Balducci, seppur incensurato, ha trascorso alcuni mesi in carcere e il resto della pena la sta scontando ai servizi sociali.
    La prima beffa per l'imprenditore, ed ex consigliere regionale, è contenuta nella storia del rapinatore ferito. Donato Cassano, il giorno in cui con il complice di 23 anni è entrato nel distributore di benzina di Balducci a Palo del Colle (vicino Bari), aveva già rapinato un supermercato, pur essendo agli arresti domiciliari. In seguito, nonostante diversi tentativi di evasione, Cassano è tornato ai domiciliari ed è evaso nuovamente per uccidere un boss nell'ambito di una faida locale. Per questo reato, alla fine, è toccato il carcere anche a lui.
    La seconda beffa, agli occhi di Balducci, arriva quando i familiari del rapinatore ucciso, Giacomo Buonamico, dopo aver incassato una provvisionale di 90mila euro alla fine del processo penale, si presentano a un tribunale civile per chiedere un risarcimento per «danno da perdita parentale» pari a un milione di euro. Balducci sparò tre colpi, uno solo andò a segno, colpendo i due ragazzi sulla moto. Buonamico, ferito, fu scaricato in mezzo alla strada e morì ore dopo in ospedale. A presiedere la causa c'è il giudice Oronzo Putignano che tenta una mediazione. Balducci offre di versare altri 50mila euro alla famiglia del morto, ma per il giudice non bastano. «Mi invitò allora a versare 120mila euro e io, - racconta ora Balducci - sotto la minaccia di un sequestro conservativo che avrebbe bloccato la mia azienda, che gestisce una serie di distributori e dà lavoro a 50 persone, mi dichiarai disponibile». Ma la famiglia del rapinatore non ci sta, troppo pochi i 120mila in aggiunta ai 90mila ricevuti. Il giudice allora procede con il sequestro: «Ma largheggia - accusa Balducci - e blocca beni per 170.000 euro. Io replico costituendo subito un libretto bancario per l'equivalente di quella somma, in modo da far bloccare i contanti e non l'azienda, e intanto faccio reclamo contro il sequestro che non era giustificato, non avendo io in alcun modo dato a intendere che avrei cercato di far sparire i miei beni, visto che in questi anni la mia dichiarazione dei redditi è addirittura aumentata». Il giudice Putignano però si risente dei toni del reclamo e in aula i toni salgono. Balducci e la sua difesa chiedono per quale motivo il giudice abbia invitato i Buonamico ad accettare 120mila euro ma poi ne abbia bloccati 170mila. «La replica del giudice davanti a otto testimoni - racconta Balducci - è stata incredibile, ha detto che quando aveva fissato la cifra di 120mila euro: Rimanga tra noi, tanto siamo tra intimi, non avevo letto le carte».
    L'uomo condannato per essersi fatto giustizia da sé si sarebbe sentito dire che la giustizia «ufficiale», quella dello Stato, aveva agito un po' così, alla leggera, senza leggere le carte. «Questo è troppo: ho presentato un esposto al Csm contro il giudice. Ora probabilmente la sconterò nella causa per il risarcimento, ma non posso tacere». Spetterà al Csm valutare se il giudice abbia responsabilità. Ma i precedenti, le condanne severe da parte del Csm sono rare come neve ad agosto, non sono a favore di Balducci. La giustizia è servita.
    Uccise un ladro: beni congelati. Ma la toga non ha letto le carte - IlGiornale.it

 

 

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