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    soave
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    Predefinito "un figlio vuol dire lasciarsi cambiare la vita" di U. Galimberti

    Risponde Umberto Galimberti Un figlio vuol dire lasciarsi cambiare la vita
    Sono un infermiere in servizio presso un Pronto Soccorso pediatrico e talvolta mi chiedo: che cosa rappresenta per un genitore la salute del proprio figlio? Nei comportamenti, nello sguardo e nelle preoccupazioni dei neogenitori leggo tutto
    lo smarrimento, il senso d'impotenza e la mancanza
    di informazione di coppie che,
    a quanto pare, in 9 mesi di attesa non hanno ritenuto di doversi preparare all'accudimento
    del nascituro. Mamme che alle prime difficoltà rinunciano all'allattamento al seno privando il loro figlio di enormi benefici scientificamente dimostrati ed esponendolo a problemi di salute nell'età adulta. Bambini appena più grandi già considerati piccoli adulti, che vengono incolpati se s'ammalano e si predende che ricordino quali medicine stanno prendendo perché i loro genitori, magari separati, non si parlano,
    o i nonni, con cui passano gran parte del tempo, lo scordano. È vero che il lavoro precario non prevede assenze per la malattia dei figli, ma noto che i genitori preferiscono venire da noi
    in orari impensabili, dopo che la mamma è tornata dalla palestra o il papà dallo stadio. Pare
    che molti genitori prima usino
    i figli per dare un senso alla propria vita, poi trascurino
    il compito basilare di preservare
    la loro salute.
    Marco
    [email protected]
    Siccome per avere un figlio basta seguire le leggi di natura, molti genitori pensano che anche la sua nascita e la sua crescita siano un processo del tutto naturale. E invece così non è, perché la nascita di un figlio genera, in chi l'ha messo al mondo, la "genitorialità". Una dimensione spesso sconosciuta ai genitori, che continuano a essere ciò che erano prima di mettere al mondo il figlio, senza la più pallida idea che quella nascita esige da loro una radicale trasformazione nel loro modo d'essere e di rapportarsi tra loro.
    Persuasi che per essere buoni genitori è sufficiente l'amore che provano per i figli (per giunta l'amore come lo intendono loro, e spesso non come i figli lo vorrebbero), molti genitori restano quel che sono, solo con un piccolo personaggio in più per casa, senza la minima consapevolezza che il sopraggiunto chiede una trasformazione radicale delle loro relazioni. Di questa inconsapevolezza, più delle madri, sono vittime i padri, il cui contributo fisiologico per mettere al mondo il figlio è stato così insignificante, rispetto ai nove mesi di gravidanza che impegnano la madre, da non richiedere alcuna trasformazione della loro personalità.
    Incapaci di trasformarsi, sia i padri sia le madri si appoggiano a quegli schemi tradizionali che prevedono il padre come il soggetto che lavora e mantiene la famiglia e la madre come il soggetto che, lavori o non lavori fuori casa, deve in ogni caso prendersi cura della famiglia.
    Assolti questi compiti, i due si sentono "buoni genitori", mentre buoni non sono perché, anche se non sono bugiardi, infedeli, gelosi, viziosi, drogati, delinquenti, sadici, stremati, o semplicemente assenti, con la nascita del figlio non sono minimamente cambiati. Pensano di doverlo crescere ed educare secondo la loro visione del mondo senza farsi interrogare dalle esigenze, dalle curiosità, dalle domande che il figlio pone e che si fanno palesi già dai primi giorni di vita, con grida che terrorizzano i genitori, diarree e vomiti per palesare il rifiuto del cibo, insonnie che implorano più attenzione.
    E allora che fanno i genitori che si sono trovati tali nel giro di poche ore, subendo loro il "trauma della nascita" senza essere stati minimamente preparati? Corrono da lei e da quanti come lei lavorano nelle strutture sanitarie, per affidare ai medici la soluzione di problemi che non hanno saputo affrontare, mai sfiorati dall'idea che, se è vero che sono i genitori a generare un figlio, è altrettanto vero che il figlio genera i genitori.
    Ma quando i padri e le madri che non si lasciano generare dal figlio, e io direi anche "educare", come possono considerarsi buoni genitori, se sono incapaci persino di rinunciare al sogno che ritraeva un figlio secondo i loro desideri, senza guardare con attenzione, cura, e amore chi quel figlio è per davvero, quale la sua indole, che non sempre coincide col sogno che genitori, incapaci di cambiare, a suo tempo s'erano fatti di lui?
    http://periodici.repubblica.it/d/?num=846
    Ultima modifica di iki-sagitta; 18-07-13 alle 12:25 Motivo: parte del testo non si legge, ma non riesco a pubblicarlo meglio di così

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