Risultati da 1 a 4 di 4

Discussione: Il simbolo "Medea"

  1. #1
    Infâme prodige
    Data Registrazione
    14 May 2011
    Messaggi
    474
     Likes dati
    17
     Like avuti
    219
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Il simbolo "Medea"

    Medea è, indubitabilmente, uno dei personaggi più interessanti della mitologia greca. La sua vicenda è nota e non sto a ripeterla. L'enigma, tra i tanti che la avvolgono, che mi ha sempre incuriosito di più è quello legato alla sua relazione con la simbologia solare e quella lunare. Medea è, infatti, di stirpe solare. Il Sole stesso, dopo la vendetta nei confronti di Giasone, la porterà in salvo ad Atene. Inoltre, dimostra spesso di aderire all'etica eroica omerica, tipica di una spiritualità virile: il fatto che non possa sopportare lo scherno dei nemici, di fronte al suo abbandono da parte di Giasone, è un chiaro riferimento all'ideale dell'arethè aristocratica, che richiedeva un riconoscimento sociale da parte degli altri pari grado: nel caso ciò non fosse avvenuto, il guerriero doveva sopportare la più grande umiliazione, la riprovazione degli altri (nemesi) , che l'avrebbe fatto decadere dalla condizione di kalòs a quella di kakòs.
    D'altra parte, Medea è anche legatissima alla simbologia lunare e, nella fattispecie, ad Ecate, versione notturna di Diana, cui si rivolge affinchè i propri sortilegi abbiano buon esito. Additata dalla tradizione come archetipo dell'irrazionalità femminile nei suoi aspetti più violenti e pericolosi, ha anche una nutrita vita letteraria come amante, da Apollonio Rodio all'elegia romana con Properzio ed Ovidio. E proprio dall'ambito erotico, dall'offesa nel talamo (come si esprime lei stessa nella tragedia di Euripide), prende le mosse la sua vendetta, che si esplicherà nel duplice omicidio di Creusa e Creonte e nell'infanticidio dei propri figli.

    Avete pensieri, interpretazioni e considerazioni su questo grande personaggio mitico?

  2. #2
    Infâme prodige
    Data Registrazione
    14 May 2011
    Messaggi
    474
     Likes dati
    17
     Like avuti
    219
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Il simbolo "Medea"

    Medea nel paese delle streghe
    di Pietro Citati


    O sono come fantasmi, ombre, anch’esse inconsistenti. O come sogni, o come fumo. Non hanno più energia, né coscienza vitale, né intelligenza, né sangue, né memoria, né speranza. Quale oscuro desiderio di vita le inquieta, quale nostalgia di essere nuovamente come noi, di parlare con noi, di camminare con noi, di stringerci al petto. Sognano soltanto il latte, il miele, il vino, l’acqua, il sangue, che darà loro, per qualche ora, l’apparenza di esseri umani. L’estremo Oriente, verso il quale muovono gli Argonauti, è il regno di Elios, il Sole: «il multiveggente padre degli occhi» , l’infaticabile auriga, l’instancabile testimone, che vede e ascolta tutte le cose. Ogni mattina Elios si leva nel Paese dell’aurora: la Colchide— la Georgia di oggi. Tutto vi sovrabbonda e trabocca d’oro, che è il segno trionfale del Sole. Il palazzo è pieno d’oro; così le stalle, dove la notte vengono rinchiusi i cavalli, che una volta hanno rischiato di ardere il mondo: il simbolo della regalità è l’oro; i fiumi e i corsi d’acqua sono pieni d’oro, che i Colchi raccolgono con pelli di montone. Anche gli esseri umani, o semidivini, sanno d’oro, il quale è vita e linfa. Il re Eeta, figlio di Elios e protetto da Ares: Circe, sorella di Eeta, che non sappiamo quando e per quale ragione è fuggita verso Occidente, nell’isola boscosa di Eea, dove tesse cantando «un ordito sottile, pieno di grazia e di luce» ; Medea e Apsirto, figli di Eeta, hanno un dono in comune: il lampo degli occhi, che brillano e irradiano davanti a loro «fuochi simili a quelli dell’oro» . Sebbene riempia di luce e d’oro i palazzi, i fiumi e gli occhi, il Sole ha un rapporto segreto con tutto ciò che, nell’universo, è tenebroso, infernale, stregonesco. Quando hanno superato il Capo Acherusio, gli Argonauti incontrano nel Mar Nero la grotta dell’Ade, avvolta da rocce e foreste: senza tregua essa esala dal profondo un soffio gelido, che «tutt’intorno crea la candida brina» . Lì vicino, il fiume Acheronte si getta nel mare. Non sappiamo (o almeno non so) se questo Ade e questo Acheronte siano gli stessi che Ulisse ha incontrato nel suo viaggio notturno: o se invece esista un secondo Ade, un secondo Acheronte, di cui non abbiamo nessuna notizia precisa. In ogni caso, se gli Argonauti vogliono raggiungere il Paese del Sole, devono oltrepassare il mondo della morte. La Colchide è un paese di draghi e di streghe. Il più possente tra questi draghi occupa il bosco di querce sacro ad Ares. Esso è figlio della terra fecondata dal sangue del mostro Tifone: un fuoco feroce gli brucia negli occhi glauchi; tre lingue gli vibrano in bocca; il corpo, coperto di scaglie, è tortuosissimo, tutto volute, spirali ed anelli, che si muovono e si agitano di continuo; soffia terribilmente; e questo soffio risuona lungo il fiume Fasi e nella foresta, tenendo nel terrore i Colchi. Appeso ad una quercia, sta il vello d’oro di un ariete. Grande come la pelle di una giovenca, emana una luce simile a quella della luna piena, che si confonde con il rosseggiare degli occhi del drago. Esso incarna la sovranità regale di Eeta e della sua famiglia. Con le sue fila di denti acutissimi, il drago tiene stretto il vello d’oro nelle mascelle: lo sorveglia giorno e notte, senza addormentarsi mai, perché mai il talismano della regalità deve abbandonare la Colchide. Come la Tessaglia, la Colchide è il Paese della stregoneria. La sua regina è Ecate, signora lunare dei morti e della magia, che si aggira nella notte coperta da un abito nero. Il suo capo è cinto da serpenti, intrecciati con rami di querce, le sue fiaccole lampeggiano: intorno ululano i cani infernali; e le erbe tremano al suo passaggio, mentre le Ninfe delle paludi gettano un grido. Se Ecate si nasconde, la sostituisce Medea, che secondo una tradizione è sua figlia. La luna è il suo astro. Quando rifulge pienissima guardando la terra, nel cielo c’è una quiete profonda, che scioglie in un solo brusio le voci di uomini, uccelli e fiere: le fronde silenziose sono immobili; l’aria umida tace; e solo le stelle hanno un palpito. Medea esce dal palazzo di Eeta a piedi nudi, con la veste slacciata, le spalle coperte dai capelli sciolti e avanza sola, nel silenzio di mezzanotte. Tende le braccia verso le stelle, gira tre volte su se stessa, tre volte si bagna la chioma, tre volte schiude le labbra. Piega il ginocchio a terra, innalzando alla notte l’inno più dolce, molle e affascinato che il mondo classico abbia mai inteso. «Notte, fedelissima ai sortilegi, astri splendenti, raggi della luna, Ecate dalle tre forme, che vieni in aiuto alle formule e alle arti dei maghi, e tu, o Terra, che ci insegni erbe potenti, e voi brezze e venti e monti e fiumi e laghi, e voi, dei delle foreste e della notte, assistetemi» . L’immenso vocativo alla Notte e alla Terra culmina con l’enumerazione delle arti di Medea. «Col vostro aiuto, quando voglio, i fiumi ritornano alla fonte, fermo il mare mosso, muovo il mare fermo, scaccio le nuvole, ammasso le nuvole, scateno i venti, richiamo i venti, apro le fauci delle vipere, vivifico i sassi e li muovo, induco i monti a tremare, tiro la luna giù dal cielo, irrigidisco il corso delle stelle, faccio impallidire il carro del sole, fiorire la terra in piena estate, riempire di luce le foreste più ombrose, colmare di messi la terra in pieno inverno. Ringiovanisco i corpi stremati dei vecchi, diffondo filtri e farmaci e un sopore che addormenta e blocca ogni cosa» . Quando canta il suo canto di strega, Medea sembra una ragazza, una tenera Nausicaa: eppure la sua mente non inorridisce davanti a nessuna visione, il suo animo non teme di compiere nessun delitto. Su in alto, in fondo alla Colchide, sta il Caucaso, «elevato sino al gelo dell’Orsa» , al quale è ancora incatenato Prometeo. Mentre percorrono il Mar Nero, gli Argonauti vedono l’aquila, «il cane alato di Zeus» , volare alta sopra la nave, sconvolgendo le vele col battito delle ali e gettando uno stridore acuto. Poco dopo, dietro le rocce, odono il lamento di Prometeo: l’aquila morde il suo fegato, lo strazia e lo divora; l’aria risuona di gemiti; finché l’aquila si scaglia di nuovo sulla sua vittima indifesa. Il sangue di Prometeo cola a terra sulla montagna; e da quel sangue nasce un fiore alto, che ha il colore dello zafferano, un doppio stelo, e la radice come carne viva. Medea taglia la radice: Prometeo è legato al fiore, che è ancora una parte del suo corpo, e geme, angosciato dalla sofferenza. Dalla pianta Medea trae un filtro nero, che ricorda il succo delle querce, e lo chiude in una conchiglia del Caspio. Così anche Prometeo, la vittima colpevole di Zeus, collabora alle arti della magia. ***Nei tempi antichissimi, Zeus sventò, in Beozia, un crimine orrendo. Nel Paese, per colpa di Ino, la seconda moglie del re Atamante, si era diffusa la carestia: Atamante fece consultare l’oracolo di Delfi; e un falso messaggio decretò che la sterilità della terra sarebbe cessata, se si sacrificava a Zeus Frisso, figlio di Atamante. Mentre stava per uccidere il figlio, intervenne Eracle, che gli strappò dalle mani il coltello sacrificale. «Il padre mio, Zeus— disse— odia i sacrifici umani» . In quel momento, Ermes inviò dall’Olimpo, per ordine di Zeus e di Era, un ariete alato e dorato. Frisso salì sull’ariete, che attraversò i cieli sopra la Grecia, l’Ellesponto, il Mar Nero, fino a giungere nella Colchide. Il re Eeta accolse Frisso, offrendogli la figlia in sposa. In segno di gratitudine e venerazione, Frisso sacrificò a Zeus l’ariete, che salì vertiginosamente in cielo, diventando una costellazione: la costellazione che porta il suo nome. Quanto al vello d’oro, lo offrì a Eeta: come se soltanto un re solare potesse conservare e difendere il talismano dorato della regalità. Zeus voleva che il vello d’oro ritornasse in Grecia, assieme all’ombra di Frisso: solo allora il sacrilegio di Atamante sarebbe stato cancellato e la Beozia avrebbe conosciuto una nuova prosperità. Giasone, figlio di Esone, re della Tessaglia, accolse il suggerimento di Zeus, invitando i più famosi eroi della Grecia, tra i quali Eracle ed Orfeo. Atena costruì, o fece costruire, Argo, la prima nave della storia. Era una nave magica, di cui una trave, appartenuta alla quercia di Dodona, aveva il dono della parola e della profezia. Tutto avveniva sotto la protezione degli dei: eppure la costruzione di Argo ferì a morte l’età dell’oro, quando gli uomini non solcavano i mari sconvolgendo la quiete originaria del mondo. La nave partì verso le rive orientali del Mar Nero. Il viaggio fu lungo e faticoso, pieno di avventure, rischi e pericoli: ma Argo avanzava rapida, con le vele che si gonfiavano al vento, come «lo sparviero avanza veloce nell’alto, con le ali aperte e ferme nel cielo puro» . Giasone raggiunse la Colchide e la foce del fiume Fasi, che si avventava furiosamente nel mare. Quando si addentrò nel fiume, vide un filare di pioppi e la tomba di Frisso. «Per il sangue — gridò — per i dolori che ci congiungono, Frisso, fammi da guida in questa impresa, ti supplico: su questi lidi, proteggimi...» . Infine, Giasone incontrò Medea. Non sapeva nulla di lei. Non sapeva che, in leggende antichissime, era stata una dea madre, una dea ctonia, forse l’ipostasi di Demetra. Non sapeva nemmeno che Era e Afrodite volevano che Medea si innamorasse di lui. Mentre i due si incontravano, Eros tese il suo arco, scagliando una «freccia intatta, apportatrice di pene» , e si insinuò in segreto nel cuore della ragazza. Afrodite tentò un incantesimo per mezzo del torcicollo, l’uccello del delirio amoroso: legò le ali e le zampe dell’uccello ai raggi di una ruota mobilissima, rivolta verso il cuore di Medea, mentre pronunciava formule magiche. Giasone non vedeva in Medea nulla di divino e di stregonesco: scorgeva soltanto una ragazza con gli occhi luminosissimi, che irradiavano «fuochi simili a quello dell’oro» . Quanto a Medea, che conosceva quasi tutte le cose, ignorava la passione d’amore. Quando vide per la prima volta Giasone, fissò su di lui uno sguardo obliquo, scostando il velo che le copriva il volto: il viso, gli abiti, le parole e i gesti di Giasone la affascinarono per sempre. Il volto di Medea arrossiva e splendeva di gioia. Il cuore le batteva in petto, acceso da una fiamma incancellabile. Temeva che lui morisse; e lo piangeva come se fosse già morto. Ma non si abbandonava alla passione, perché la sua coscienza acutissima non smetteva mai di sorvegliarla. Era divisa, separata. Il desiderio, la vergogna, il pudore, il fortissimo senso di colpa, si combattevano nel suo animo. I sentimenti si alternavano e oscillavano. Non conosceva requie. Ora temeva che Giasone fuggisse, tornando in Grecia. Ora voleva fuggire con lui, come sua sposa. Ora non voleva abbandonare il padre, la sorella, il fratello, Ecate, il Sole. Il matrimonio le sembrava un delitto: l’amore una terribile colpa. La notte, quando il silenzio possedeva la terra, Medea si rifugiava nella sua stanza. Non dormiva. Non poteva dormire. Il cuore le batteva fitto, quando pensava ai pericoli o alla fuga di Giasone. Il petto si agitava: versava dagli occhi lacrime di desiderio e di compassione, la pena la rodeva senza riposo, insinuandosi sotto la pelle, fino ai nervi sottili, fino all’estremità della nuca, dove penetra il dolore più acuto. Le sembrava che la luna — la sua luna — le dicesse: «il dio del dolore ti ha dato Giasone come pena e angoscia. Va’ e preparati a sopportare infiniti dolori» . Poi le passavano nella mente tutte le dolcezze dell’esistenza, i piaceri che toccano ai vivi, le compagnie gioiose della giovinezza, e il Sole appariva più dolce ai suoi occhi. Vedeva la soglia brillare di un esile filo d’aurora. La prima luce la confortava, «come un’esile pioggia rialza le spighe inclinate» . Quando Eeta fissò il giorno della prova, Medea unse con l’ «unguento di Prometeo» la lancia, lo scudo e il corpo di Giasone, che diventò invulnerabile. I tori coi piedi di bronzo furono sottomessi senza fatica: i guerrieri nati dai denti dei serpenti si uccisero a vicenda, mentre Medea recitava l’ultima formula. Infine, giunse il giorno della fuga. Medea fissava la strada, ascoltando i rumori della notte. Quando Giasone apparve, le sembrò Sirio — l’astro bellissimo e sinistro —, alto sopra l’Oceano. I due stavano l’uno vicino all’altra, muti e senza parole, «come le querce e i grandi pini, che hanno ferme radici nelle montagne e stanno, senza vento, vicini ed immobili» . Tenevano gli occhi fissi per terra. Poi si guardavano sorridendo e non sapevano quali parole pronunciare, perché volevano dire tutto in una parola sola. Lì vicino stava il bosco sacro di Ares. Il drago tendeva verso loro il collo lunghissimo e le sue enormi volute, soffiando ferocemente. Medea parlò «con voce soave» : la sua voce di strega virginale. Invocò in aiuto «il sonno onnipotente» , perché affascinasse la fiera; e Ecate, la regina notturna, la madre. Intinse un ramo di ginepro nel filtro, e lo sparse sopra gli occhi del drago, mentre diceva le sue formule magiche. Il drago si addormentò. La bocca cadde a terra. Gli anelli si stesero nella foresta. Intanto Giasone staccava dalla quercia il vello d’oro, che faceva luce come un raggio di luna piena, arrossandogli le guance e la fronte. Quando Medea e Giasone arrivarono tra gli Argonauti, l’aurora cominciava appena a bagnare la terra. Medea sedette sulla poppa di Argo; e mentre la nave correva verso la Grecia, si slanciò indietro, tendendo, disperata, le mani verso la patria abbandonata. Alla foce del Danubio, la nave di Colchi guidata da Apsirto, il fratello di Medea, raggiunse quella degli Argonauti. Medea trasse il fratello in un agguato. La vergine dagli occhi d’oro si trasformò: il profondissimo senso di colpa, che nutriva verso il padre, chiese altre colpe, altri delitti. «Rifletti — disse a Giasone —: è necessario, dopo le cose orribili che abbiamo compiuto, pensarne un’altra, ancora più orribile» . Giasone colpì Apsirto con la spada nuda. Medea distolse gli occhi: Apsirto cadde in ginocchio; e mentre esalava l’ultimo respiro, raccolse con le mani il sangue della sua ferita, e arrossò il bianchissimo velo e il bianchissimo peplo della sorella. In quel momento, si risvegliò l’Erinni spietata, signora del mondo, regina del delitto, della punizione e della vendetta; e indusse Medea a moltiplicare i delitti e le colpe. Medea diventò l’Errante, la Straniera, la Leonessa, la Barbara. Quando giunse a Corinto fece uccidere dai propri figli la seconda moglie di Giasone; e li maledisse e li uccise. Poi salì sul suo carro trainato dai draghi alati: vi caricò i cadaveri dei figli e ritornò tra i draghi, le streghe, l’oro, il Sole della Colchide, il vento gelido del Caucaso.

    Le versioni di Esiodo ed Euripide
    La storia di Medea e degli Argonauti, di cui ho raccontato una parte, è un mito antichissimo, che risale probabilmente all’età micenea. Ispirò una vasta letteratura: una parte della Teogonia di Esiodo (Bur), la quarta ode pitica di Pindaro (Fondazione Valla -Mondadori), la Medea di Euripide (Bur), la Medea di Seneca (E. S. T.), le Argonautiche di Apollonio Rodio (Bur), le Argonautiche di Valerio Flacco (Bur), versi, prose, ricordi dei mitografi, come Igino (Adelphi) e lo pseudo-Apollodoro (Fondazione Valla -Mondadori). In questi giorni è uscito il quarto volume delle Metamorfosi di Ovidio (Fondazione Valla -Mondadori, a cura di Gioachino Chiarini e Edward Kenney, pagine LXXII-484, e 30): dove la storia di Medea viene mirabilmente intrecciata con quelle di Cefalo e Procri, Scilla, Dedalo, Icaro, Meleagro, Bauci e Filemone, Eracle, Io, Minosse.



    tratto da Medea nel paese delle streghe, Pietro Citati
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 07-08-13 alle 17:12

  3. #3
    Sognatrice
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Piacenza
    Messaggi
    11,136
     Likes dati
    193
     Like avuti
    777
    Mentioned
    20 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Il simbolo "Medea"

    Maga crudele e madre snaturata nella tragedia di Euripide, strumento inconsapevole dei disegni di Era per Apollonio Rodio, "barbara fanciulla" travagliata dai dubbi ("vedo il meglio e l'approvo, ma mi appiglio al peggio...") nelle Metamorfosi di Ovidio, la figura di Medea è una delle più terribili e affascinanti della mitologia greca. L' intensa passionalità, la vasta cultura, la grande astuzia (e, ovviamente, i poteri occulti) fanno di lei una donna temibile, tanto che lo stesso re di Corinto, in un passo della tragedia, le dice: "Io ti temo". E aggiunge: "Sei sapiente ed esperta di sinistre arti".

    Medea, innamoratasi perdutamente di Giasone per volere di Afrodite, gli fornisce i consigli e i mezzi necessari per superare le prove imposte da Eete, re della Colchide e padre della stessa Medea. L'esordio della tragedia di Euripide vede Giasone e Medea giungere esuli a Corinto, dove Giasone ripudia Medea per la figlia del re Creonte, Glauce (o Creusa). E' qui che si innesca la tragedia: Medea, che ha dedicato a Giasone ogni energia, che lo ha amato profondamente, che per lui ha abbandonato tutto, tradito il padre e ucciso il suo stesso fratello Absirto (fatto a pezzi e gettato in mare), è travolta dall'odio, un odio violento e senza scampo, che diventerà strumento di morte, distruggendo chiunque incontri sul suo cammino.



    Henri Klagmann, Medea (1868)
    Musée des Beaux-Arts, Nancy


    Al ripudio di Giasone si aggiunge un altro crudele provvedimento: Creonte, temendo la donna straniera e gli occulti poteri che le vengono attribuiti, decreta che venga esiliata da Corinto insieme ai figli. Travolta dalla duplice sciagura, abbandonata, umiliata, sola nella disperazione, Medea medita una vendetta terribile: con il pretesto di implorare la revoca dell'esilio almeno per i figli, invia a Glauce un abito e un diadema stregati, che divorano le carni della principessa e uccidono anche suo padre, accorso in aiuto. Non ancora soddisfatta, come atto necessario al "giusto" compimento della sua vendetta, dopo averli baciati, uccide i figli avuti da Giasone ("Intendo ben che scempio son per compiere ma più che il senno può la passione, che di gran mali pei mortali è causa").

    Di fronte a Giasone che la maledice, non rivendica soltanto i suoi diritti di donna oltraggiata, di moglie offesa, ma anche la sua appartenenza ad una stirpe superiore, divina, che le consente di prendere le distanze dal suo stesso delitto istituendo a Corinto il culto dei figli morti. Poi si innalza come in un'apoteosi sul carro di Helios e fugge verso Atene, sottraendosi a Giasone e ai Corinzi.

    Medea, la maga barbarica, è dunque animata da sentimenti violenti, è un'eroina dell'odio. Eppure è anche una vittima: abbandonata, umiliata, sola nella disperazione, fino alla fine è combattuta sulla decisione irrimediabile e fatale, incerta tra l'amore materno e il desiderio della vendetta: "No, no, cuor mio, non compiere lo scempio... Inevitabile destino è questo, e sfuggirgli non posso". Infine, consapevole del destino di distruzione ed infelicità che le si prepara, dopo aver baciato e ribaciato i suoi figli, li uccide.
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 07-08-13 alle 17:13

  4. #4
    Utente cancellato
    Data Registrazione
    13 Jul 2009
    Messaggi
    5,452
     Likes dati
    368
     Like avuti
    510
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Il simbolo "Medea"



    Figlia di Eeta, Re della Colchide, Medea è uno dei personaggi più celebri e controversi dell'intera mitologia greca. Il suo nome significa "astuzie, scaltrezze", infatti la tradizione la descrive come una maga dotata di poteri addirittura divini.
    Quando Giasone arrivò nella Colchide insieme agli Argonauti alla ricerca del Vello d'oro, capace di guarire le ferite, custodito da un feroce e terribile drago per conto di Eeta, Medea se ne innamorò perdutamente. E pur di aiutarlo nel suo intento giunse ad uccidere il fratello Apsirto, spargendone i poveri resti dietro di sé imbarcandosi sulla nave Argo insieme a Giasone, divenuto suo sposo. Lo zio di Giasone, Pelia, rifiuta di concedere il trono di Iolco al nipote, come aveva promesso in precedenza, in cambio del Vello: Medea sfrutta le proprie abilità magiche e con l'inganno si rende protagonista di nuove efferatezze per aiutare l'amato ed induce le figlie di Pelia a farlo a pezzi e bollirlo. Acasto, figlio di Pelia, seppellisce i poveri resti del padre e bandisce Medea e Giasone da Iolco, costringendoli a rifugiarsi a Corinto, dove si sposeranno. Dopo dieci anni, Creonte, Re della città, vuole dare sua figlia Glauce in sposa a Giasone, offrendo a quest'ultimo il trono, Giasone accetta ed abbandona Medea.
    Vista l'indifferenza del suo amato per averla lasciata Medea medita una tremenda vendetta, e fingendosi rassegnata manda in dono un mantello alla giovane Glauce, la quale non sapendo sia pieno di veleno dopo averlo indossato muore tra atroci dolori, poco dopo Creonte accorso in aiuto alla figlia muore anch'egli avvelenato. Poco dopo Medea uccide anche i figli avuti da Giasone con Glauce, Mermero e Fere, assicurandosi non ci siano discendenze. Successivamente fugge ad Atene, a bordo del carro del Sole trainato da draghi alati, Medea sposa Egeo, dal quale ha un figlio, Medo al quale è lasciato il trono di Atene, finché non giunge in città Teseo. Egeo ignora che questo sia suo figlio, e Medea suggerisce al marito durante un banchetto di uccidere il nuovo arrivato per far sì che il trono passi a Medo, ma Egeo alla fine riconosce il figlio Teseo e Medea è costretta di nuovo a fuggire, ritornando nella Colchide ricongiungendosi col padre Eete.
    Secondo le leggende Medea sarebbe una semi-divinità e una strega che vaga per il mondo seducendo uomini ma anche donne e provocando immani disastri oltreché vendette se rifiutata o tradita, ella simboleggia la stessa vendetta, il risentimento o il rancore, secondo la Chiesa cattolica pure l'invidia e la superbia. Nel Basso Medioevo era considerata la "Regina del Vizio" o addirittura "Protettrice di Sodoma e Gomorra" da molti teologi, studiosi, papi e demonologi. Secondo i cristiani dell'Impero bizantino del 500 d.C. il tentativo di Eugenio di riportare in auge il Paganesimo a Roma contro Teodosio di Costantinopoli fu un evento portato avanti dalla stessa Medea, che comparve sui campi di battaglia mentre falcidiava i cristiani.
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 07-08-13 alle 17:13

 

 

Discussioni Simili

  1. Basta con il "Ciuccio" del Napoli. Il nostro simbolo è un CAVALLO RAMPANTE
    Di Napoli Capitale nel forum Regno delle Due Sicilie
    Risposte: 6
    Ultimo Messaggio: 05-05-11, 14:06
  2. Risposte: 9
    Ultimo Messaggio: 01-10-08, 20:46
  3. Considerazioni su "Medea" di P. Pasolini
    Di fiorellinorosso nel forum Comunismo e Comunità
    Risposte: 24
    Ultimo Messaggio: 15-07-08, 19:30
  4. Risposte: 5
    Ultimo Messaggio: 09-02-08, 15:16
  5. Risposte: 8
    Ultimo Messaggio: 21-02-06, 19:30

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito