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    Predefinito E la definiscono "opposizione seria"!

    Paolo Granzotto

    Può un giornalista, dal direttore in giù fino all’ultimo dei praticanti, credere che riferendosi alle escort il Papa abbia esclamato: «Silvio, ora basta!»? Che abbia detto, sempre parlando di Berlusconi: «Mi aveva promesso politiche per la difesa della famiglia, poi ho scoperto che la famiglia era la sua e quella di suo fratello Paolo»?
    E che tutto ciò finisse virgolettato sulla prima pagina dell’Avvenire, il quotidiano della Cei, l’assemblea permanente dei vescovi italiani?

    Una prima pagina così avrebbe fatto il giro del mondo nei due sensi, almeno.
    Una prima pagina così sarebbe stata riprodotta in tutte le salse dai quotidiani e sparata in video dai telegiornali.
    Avrebbe dominato il dibattito politico - dipartimento «questione morale» -, avrebbe mandato in fibrillazione la società civile e indotto La Repubblica a diffondere una edizione straordinaria su carta filigranata con fregi in oro zecchino.
    Questo lo capirebbe anche il più sprovveduto uomo della strada.
    Questo, in verità, lo capirebbe al volo qualsiasi giornalista.
    A meno di non essere accecato dall’odio e di aver scelto di coltivarlo, l’odio, di alimentarlo e di renderlo contagioso.
    Ciò che avviene alla Stampa, storico quotidiano di Torino.

    Che nella edizione di ieri dedicava due pagine al «caso Berlusconi» illustrandole con uno «strappo», come si chiama in gergo, della prima pagina dell’Avvenire dominata dal titolone: «Il Papa a sorpresa: “Silvio, ora basta!”».
    Preceduto da quel canzonatorio «occhiello» sulla difesa della famiglia.

    Un falso, inutile precisarlo. Un falso pescato, magari senza iniziale malizia, nel mare magnum di Google-immagini, ma da tutti preso, immaginiamo con quale entusiasmo, per buono, preso per autentico.
    Accecati dall’antiberlusconismo viscerale, esaltati dalla corsa a superare Repubblica nella character assassination, nel sistematico scempio della reputazione di Silvio Berlusconi, la direzione della Stampa non si è chiesta: ma quand’è che Papa Ratzinger se ne è uscito così?
    Non ha nemmeno battuto ciglio sulle incongruenze tecniche di quella finta prima pagina: la data del 5 maggio del 2007, di molto precedente al «caso» Noemi e un «catenaccio», sorta di breve sommario, che invece di riferirsi, come è la norma, al titolo e cioè alla invettiva papale, dava conto del crollo delle borse europee.

    Facevano festa per la trouvaille, la mente stava altrove.
    Non staremo a ricordare le lezioni sulla completezza e correttezza dell’informazione, sulla obiettività e indipendenza di pensiero come discrimine fra il buono e il pessimo giornalismo con le quali La Stampa ci ha alluvionato.
    Né dello sbandierato «giornalismo anglosassone» - le informazioni separate dalle opinioni, la notizia controllata almeno tre volte - del quale i colleghi della Stampa affermano da sempre d’essere i più genuini interpreti.

    Che fosse aria fritta, frittissima e sommamente ipocrita lo si era capito da subito. Arduo da immaginare era invece fino a che punto potesse degradare il mestiere di giornalista quando suggestionato da quel misto di malanimo, di disprezzo e di accanimento che finisce, se non opportunamente governato dall’intelligenza, nell’odio.
    Ora lo abbiamo sott’occhio: al punto in cui non è più la verità che conta (non parliamo poi della deontologia!), ma il nudo e crudo annichilimento del destinatario di quell’odio, ottenuto ricorrendo a qualsiasi gaglioffata, al più sleale dei colpi bassi.

    Lascia solo un po’ disorientati che un esempio così palese del sonno della ragione, del gioco sporco, della mascalzonaggine intellettuale venga da un giornale diretto da Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi Calabresi. Egli, difatti, dovrebbe saper bene quale ne sia la caratura etica e dove conducono le orchestrate campagne d’odio che procedono per isterismi, per rabbiosi luoghi comuni, per falsi teatrali e carte truccate nel mazzo.

    Egli più d’ogni altro.

    sul IlGiornale.it - Le ultime notizie, attualità, politica, economia, meteo del 20 08 09

    saluti........disgustati!

  2. #2
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    Predefinito Rif: E la definiscono "opposizione seria"!

    Un agguato mediatico!

    Una cosa così, non l’avevamo mai vista. Una cosa così, non l’avevamo mai nemmeno ipotizzata. Perché agli occhi, al cuore, ma soprattutto allo stomaco seppur corazzato di chiunque abbia alle spalle qualche decennio di carriera giornalistica, una cosa tanto spudoratamente falsa quanto quella pubblicata ieri alle pagine 10 e 11 del quotidiano La Stampa - e aventi Silvio Berlusconi in veste di scontato bersaglio - risulta quanto mai sgradevole.

    La «patacca» si trova proprio al centro di quelle pagine.
    È una fotografia a colori che illustra un riquadrino orizzontale su fondo grigio e titolato in rosso:
    «Così “Avvenire” sul presidente del Consiglio».

    A un occhio distratto, niente di che. Tre succinte didascalie per ripercorrere le posizioni assunte dal quotidiano dei vescovi, nella querelle con Berlusconi, rispettivamente il 5 maggio, il 25 luglio e il 12 agosto scorsi.
    Fin qui tutto normale.
    Ma è appunto la foto messa lì a illustrare il riquadro, ciò che sconvolge.
    Vi appare infatti un’ipotetica prima pagina dell’Avvenire sulla quale campeggia un titolo incredibile, per quanto sfacciatamente falso:
    «Il Papa a sorpresa: “Silvio ora basta”».
    E c’è anche un occhiello, rubricato “Il fatto”:
    «Il Pontefice bacchetta il premier anche sulla Finanziaria. “Mi aveva promesso politiche per la difesa della famiglia. Poi ho scoperto che la famiglia era la sua e quella di suo fratello Paolo”».

    Titolo falso già nei toni, perché mai un pontefice si rivolgerà a un leader politico dalla prima pagina di un giornale.
    Titolo falso anche nell’etichetta, perché è ancor più difficile che lo faccia dandogli del «tu».
    Titolo falso come si intuisce dal logo del 40° di vita che compare accanto alla testata dell’Avvenire, giornale che nel 2009 di anni ne ha compiuti invece 42, dimostrando così palesemente le dita sporche di marmellata di chi ha pensato e dato alle stampe una simile bufala.

    E dire che nel suo insieme, quella doppia pagina della storica e «autorevole» testata torinese di via Marenco, poteva infatti apparire come un capolavoro di ingegneria redazional-tipografica.
    Ed essere anche giudicata dagli addetti ai lavori un abile castello fatto di titoli, sommari, retroscena e approfondimenti.
    Il tutto, confezionato pro domo Stampa attorno alla nota vicenda che ha visto il premier rispondere dalle pagine del settimanale Chi alle considerazioni dei vescovi pubblicate sul quotidiano della Cei.

    Sarebbe stato tutto lecito, ci mancherebbe, come è sempre lecito in democrazia essere schierati (ma chissà perché lo rinfacciano soltanto a noi del Giornale?) e nutrire tanto simpatie quanto speculari antipatie, politiche e no.
    Ma il fatto... o meglio, ciò che da ieri possiamo chiamare «il fattaccio brutto» di via Marenco, è che proprio al centro di quella doppia pagina, sotto la grande foto di un Cavaliere dall’espressione a dir poco stizzita, il quotidiano diretto dal giovane Mario Calabresi abbia toccato un’inimmaginabile vetta di falsità. Più che vetta, un abisso.

    Che il titolo sia fasullo, lo ha confermato del resto al Giornale lo stesso Avvenire, per bocca del caporedattore degli Interni, Luciano Moia. «Figuriamoci se si può virgolettare così una frase in prima pagina, attribuendola perdipiù a Benedetto XVI. Il Papa non si occupa certo di queste cose - è sbottato -. Il direttore non è in redazione, ma vi posso assicurare che il clima da noi è di profonda irritazione. Sembra proprio una cosa fatta apposta, e non si capisce perché».

    Ci scuserà, il collega Moia, ma noi quel «perché» abbiamo la presunzione di capirlo.
    Perché quel titolo così marchianamente falso racchiude comunque una sua dose di verità.
    Perché dietro a quel potenziale premio Pulitzer alla «patacca» si nascondono anche quel pensiero fazioso e quell’astio un po’ ebete (chiamiamolo col suo nome) che ancora allignano nelle redazioni di alcuni giornali.
    Dispiace quindi che un esempio concreto di quel clima sia venuto proprio dal quotidiano diretto da Calabresi il cui papà, il commissario Luigi, fu assassinato nel maggio ’72, a Milano, da una mano spinta - guarda caso - proprio dall’odio instillato da un giornale.

    Assente ieri sera Calabresi, è toccato a uno dei vicedirettori, Giancarlo Laurenzi, dare una spiegazione.
    «È stato un nostro errore, una figura di m... Una collega ha fatto finire in pagina uno dei tanti falsi presi da Internet - si giustifica -. Abbiamo sbagliato e fatto già le nostre scuse al direttore dell’Avvenire, che le ha accettate. Da parte nostra non c’era alcun intento».

    sul IlGiornale.it - Le ultime notizie, attualità, politica, economia, meteo 20 08 09

    saluti

 

 

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