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Discussione: La Purezza

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    Predefinito La Purezza

    S. Alfonso Maria de' Liguori
    Istruzione al popolo


    PARTE I. De' precetti del decalogo.
    * CAP. VI. Del sesto precetto.
    * RIMEDI CONTRA LE TENTAZIONI DISONESTE

    RIMEDI CONTRA LE TENTAZIONI DISONESTE

    12. A coloro che non sanno contenersi in questo vizio, o pure stanno in
    gran pericolo di cadervi, Iddio ha dato il rimedio, cioè il prendere lo
    stato del matrimonio, come dice san Paolo: Quod si non se continent,
    nubant. Melius est enim nubere quam uri1. Ma madre, dirà taluno, è un gran
    peso il matrimonio. Chi te lo nega? Ma non hai inteso, come dice
    l'apostolo? è meglio maritarsi e sopportar questo gran peso che andar a
    bruciar nell'inferno. Del resto non pensare che per quelle persone che non
    vogliono o non possono maritarsi, non ci sia altro rimedio per osservar la
    castità che il matrimonio; colla grazia di Dio, e col raccomandarsi a Dio
    ben si possono superare tutte le tentazioni dell'inferno. E con quali
    rimedi? eccoli.





    13. Il primo rimedio è umiliarsi sempre avanti a Dio. Il Signore castiga la
    superbia di alcuni con permettere che cadano in qualche peccato contro la
    castità. Bisogna dunque esser umile ed affatto diffidare delle proprie
    forze. Davide confessava che per non essere stato umile, ed aver troppo
    forse confidato in sé stesso era caduto in peccato. Priusquam humiliarer,
    ego deliqui2. Bisogna dunque sempre tremare di noi stessi e confidare in
    Dio che ci liberi da questo peccato.





    14. Il secondo rimedio è di subito ricorrere a Dio per aiuto, senza
    mettersi a discorrere colla tentazione. Quando si affaccia alla mente
    qualche specie impura, subito allora bisogna procurar di rivolgere il
    pensiero a Dio, o a qualche altro affare indifferente. Ma il meglio è
    subito allora nominare Gesù e Maria, e seguire a nominarli, sin tanto che
    la tentazione non si parte, o almeno che non si raffredda. E quando la
    tentazione è forte giova allora rinnovare il proposito: Dio mio, voglio prima
    morire che offenderti. E subito poi cercate aiuto: Gesù mio aiutami, Maria
    aiutami. I nomi di Gesù e di Maria hanno una forza speciale di scacciare
    le tentazioni del demonio.





    15. Il terzo rimedio è di frequentare i sacramenti della confessione e
    della comunione. E nella confessione giova molto scovrire le tentazioni
    disoneste al confessore. Dice s. Filippo Neri: La tentazione scoverta è
    mezza vinta. E quando per disgrazia alcuno cadesse in qualche peccato di
    questa materia, subito vada a confessarsi. Così s. Filippo Neri liberò un
    giovine da questo vizio, ordinandogli che cadendo, subito fosse andato a
    confessarsene. La comunione poi molto vale a dar forza di resistere a tali
    tentazioni. Il Ss. Sacramento si chiama Vinum germinans virgines3. Vinum,
    s'intende il vino convertito poi colla consagrazione in sangue di Gesù
    Cristo. Il vino terreno è contrario alla castità, ma il vino celeste la
    conserva.





    16. Il quarto rimedio è la divozione alla madre di Dio Maria che si chiama
    Vergine delle Vergini, sancta Virgo virginum. Quanti giovani colla
    divozione della Madonna si sono mantenuti casti e puri come angeli! Narra
    il padre Segneri, che andò a confessarsi un giorno ad un padre gesuita un
    certo giovane talmente infangato nel vizio disonesto, che il confessore non
    poté assolverlo, onde lo licenziò, e gli disse che ogni mattina avesse
    dette tre Ave Maria alla purità della b. Vergine acciocché l'avesse
    liberato da questo peccato. Ritornò quel giovine, ma passati più anni, e
    dopo la confessione appena di qualche peccato veniale, disse al confessore:
    Padre, non mi conoscete? io sono quello che anni sono non mi poteste
    assolvere per lo peccato d'impurità; ma con dire ogni mattina quelle tre
    Ave Maria, per grazia di Dio me ne sono liberato. E diè licenza al
    confessore che questo fatto l'avesse predicato così in generale. L'intese
    un certo soldato che tenea una mala pratica con una donna; cominciò a dire
    le tre Ave Maria, e se ne liberò. Un giorno il demonio lo tentò di
    ritornare a casa di quella donna, ma con buon fine di convertirla. Ma che
    avvenne? quando fu per entrare in quella casa, sentì darsi una forte
    spinta, che lo trasportò molto lontano. Allora egli conobbe maggiormente la
    protezione di Maria Vergine, perché se fosse entrato in quella casa
    coll'occasione vicina, facilmente sarebbe tornato a cadere. Ognuno pratichi
    questa breve divozione di dire ogni mattina tre Ave Maria alla Madonna, con
    aggiungere dopo ogni Ave Maria: per la tua pura ed immacolata concezione, o
    Maria, fa puro e santo il corpo e l'anima mia.





    17. Il quinto rimedio, ed il più necessario in questa materia, è fuggire
    l'occasione. Generalmente parlando, fra tutti i mezzi per mantenersi sempre
    casto, il primo è fuggir le male occasioni. I mezzi sono frequentare i
    sacramenti: ricorrere a Dio nelle tentazioni: esser divoto della Madonna:
    Ma di tutti i mezzi il primo è fuggir l'occasione. Dice la scrittura: Et
    erit fortitudo vestra quasi favilla stuppae... et non erit qui extinguat4.
    La fortezza nostra è come la fortezza della stoppa posta sovra del fuoco,
    che subito arde e si perde. Se uno buttasse la stoppa sovra del fuoco, e
    quella non bruciasse, non sarebbe un miracolo? e così miracolo sarebbe
    mettersi nell'occasione, e non peccare. Scrisse s. Bernardino da Siena:
    Maius miraculum est in occasione non peccare, quam mortuum resuscitare. S.
    Filippo Neri dicea che in questa guerra del senso vincono i poltroni, cioè
    quelli che fuggono l'occasione. Tu dici: Spero che Dio mi aiuti! Ma Dio
    dice: Qui amat periculum, in illo peribit5. Dio non soccorre chi
    volontariamente senza necessità si mette nell'occasione. E bisogna
    intendere che chi si mette nell'occasione prossima di peccare, già sta in
    peccato, benché non avesse intenzione di commettere il peccato principale.





    18. Coll'occasione vicina son caduti anche i santi. E si son perduti anche
    i moribondi, che stavano prossimi a spirare. Narra il p. Segneri nel suo
    Cristiano istruito6, che una donna avendo avuta mala pratica con un
    giovine, stando per morire, fe' chiamarsi un confessore, e con lagrime si
    confessò di tutta la sua mala vita. Poi si fece chiamare l'amico con buon fine,
    acciocché quegli a suo esempio si desse a Dio. Ma che avvenne? udite quanto
    opera la mala occasione! Venuto il giovine, ella cominciò a guardarlo, e
    poi spinta dalla passione gli disse: Caro mio, io sempre ti ho amato, ed
    ora ti amo più che mai. Già vedo, che per causa tua me ne vado all'inferno,
    ma per l'amore tuo non mi curo che mi danno. E così dicendo spirò.





    19. Bisogna dunque fuggir l'occasione se vogliamo salvarci; e per primo
    bisogna guardarci dal mirare quelle persone che ci possono tentare a far
    mali pensieri. Scrive s. Bernardo: Per oculos intrat in mentem sagitta
    impuri amoris. Per gli occhi entrano quelle saette nell'anima, che poi
    l'uccidono. E lo Spirito santo dice: Averte faciem tuam a muliere comta7.
    Come? è peccato guardare le donne? sì signore, quando son donne giovani, il
    guardarle almeno è peccato veniale; e quando si replicando gli sguardi, vi
    è pericolo anche del peccato mortale. Dice s. Francesco di Sales, che fa
    danno il guardare, ma più danno poi fa il riguardare. Un certo filosofo
    antico per liberarsi dalle suggestioni impudiche si accecò volontariamente.
    A noi cristiani non è lecito accecarci fisicamente, ma dobbiamo accecarci
    moralmente con voltare gli occhi da oggetti che possono tentarci. S. Luigi
    Gonzaga non guardava mai donne; anche parlando con sua madre, tenea gli
    occhi bassi per guardar la terra. Lo stesso pericolo poi vi è nelle donne
    nel guardare i giovani.





    20. Bisogna per secondo fuggire i mali compagni, e tutte quelle conversazioni,
    dove, come suol dirsi, si parla allegro fra uomini e donne: Cum sancto
    sanctus eris, cum perverso perverteris8. Te la fai co' buoni, sarai buono:
    te la fai co' disonesti, sarai disonesto tu ancora. Dice s. Tommaso
    d'Aquino, che l'uomo sarà tale, quali sono i compagni con cui se la fa:
    Talis erit, qualis est conversatio, qua utitur. E quando mai ti trovi in
    qualche conversazione, dalla quale non puoi appartarti, dice lo Spirito
    santo, Sepi aures tuas spinis9. Metti una siepe di spine alle tue orecchie,
    acciocché non vi entrino quelle parole oscene che gli altri dicono. S.
    Bernardino da Siena, quando era giovinetto, e sentiva una parola di queste,
    si copriva di rossore; onde i compagni poi si guardavano di dire alcuna
    parola sconcia, quando s. Bernardino era presente. S. Stanislao Kostka
    quando sentiva una parola disonesta, era tanto l'orrore che n'avea, che
    sveniva, e perdeva i sensi. Zitella, quando senti alcuno che parla così,
    volta le spalle e fuggì. Così facea s. Edmondo, come si legge nella sua
    vita, ed un giorno avendo lasciati i suoi compagni che parlavano sboccato,
    incontrò per la via un bellissimo giovinetto, che gli disse: Dio ti salvi,
    diletto mio. Il santo dimandò chi fosse. Gli rispose: Guardami in fronte, e
    vi leggerai il mio nome. Alzò gli occhi, e lesse: Gesù Nazareno re de'
    giudei. Scomparì poi Gesù Cristo, ma lo lasciò pieno di gioia. Almeno
    quando ti trovi in qualche conversazione di giovani che parlano così, e non
    puoi andartene, almeno non ci dare udienza, volta la faccia, e dimostra,
    che ti dispiacciono quelle parole.





    21. Ma qui voglio riferire il castigo che ebbero due sboccati che parlavano
    disonesto. Narra il Turlot, che un giorno s. Valerico, ritornando al suo
    monastero in tempo d'inverno, ma non potendo giungervi prima della notte,
    andò a ricoverarsi in casa d'un uomo. Entrato che fu, intese, che quegli
    parlava oscenamente con un altro; il santo li riprese, ma quelli
    seguitavano l'indegno discorso. S. Valerico, non ostante il gran freddo che
    faceva in quella sera, se ne fuggì da quella casa. Partito che fu il santo,
    il padrone in un tratto restò cieco, e 'l compagno fu assalito da una
    schifosa infermità. Onde corsero dietro al santo, acciocché ritornasse; ma
    il santo non volle più ritornarvi, e 'l padrone già rimase cieco, e l'altro
    morì consumato da quel male. Oh che danno fa il parlar disonesto! Una
    parola disonesta può esser causa di far perdere tutti coloro che la
    sentono. Si scusano poi, che dicono queste parole per burla. Per burla? e
    frattanto tu dicendole ci hai compiacenza? e lo scandalo che dai agli
    altri? Queste burle, povero te, ti faranno piangere per tutta l'eternità
    all'inferno.





    22. Ma ritorniamo al punto di fuggire le occasioni. Bisogna di più
    astenersi dal guardare pitture poco oneste.

    S. Carlo Borromeo proibiva a tutti i padri di famiglia di tenere in casa
    tali pitture. Bisogna di più guardarsi dal leggere libri cattivi: e non
    solo quelli che parlano positivamente di cose oscene, ma anche quelli che
    parlano di amori profani, come sono certi poeti, l'Ariosto, il Pastor fido,
    e simili. E voi padri proibite a' vostri figli di leggere i romanzi; questi
    talvolta fanno più danno che i libri osceni: infondono ne' poveri giovani
    certe affezioni maligne, che tolgono loro la divozione, e poi gli spingono
    a rilasciarsi ne' peccati. Vana lectio (dice s. Bonaventura) vanas generat
    cogitationes, et extinguit devotionem. Fate leggere a' vostri figli libri
    spirituali, le istorie ecclesiastiche, le vite de' santi. E qui, replico,
    proibite alle vostre figlie che si facciano insegnare a leggere da uomini,
    ancorché sia s. Paolo, e s. Francesco d'Assisi. I santi che si stiano in
    paradiso.





    23. Così ancora impedite a' vostri figli che recitino nelle commedie, ed
    ancora che vadano a sentire le commedie immodeste. Scrive s. Cipriano: Quae
    pudica ad spectaculum processerat, revertitur impudica. Anderà quella
    zitella, o quel giovine in grazia di Dio, e se ne tornerà alla casa in
    disgrazia di Dio. Così anche proibite a' vostri figli che vadano a certe
    feste, che sono feste del demonio, ove vi sono balli, amoreggiamenti, canti
    poco onesti, burle, e divertimenti di peccati. Dicea s. Efrem: Ubi
    tripudia, ibi diaboli festum celebratur. Dicono: Ma si burla, che male ci
    è? Che male ci è? Non sunt haec ludicra, sed crimina, dice s. Pier
    Grisologo: queste non sono burle, sono offese gravi di Dio. Un certo
    compagno del servo di Dio il p. Giambattista Vitellio volle contro la
    volontà di esso padre andare ad una festa di tal fatta in Norcia; ivi prima
    perdé la grazia di Dio, poi si abbandonò a fare una mala vita, e finalmente
    morì ucciso per mano d'un suo fratello.



    24. Finalmente parlando di questa materia mi dimanderà taluno, se è peccato
    mortale il fare all'amore. Che voglio dire? ordinariamente parlando, dico,
    che questi tali difficilmente stan fuori dell'occasione prossima di peccar
    mortalmente. La sperienza fa vedere, che di essi rari son quelli che si
    trovano esenti da colpe gravi. Se non le commettono a principio
    dell'amicizia presa, in progresso di tempo facilmente vi cadranno, perché a
    principio parlano insieme per genio, quindi il genio diventa passione, e
    quando poi la passione ha pigliato piede, accieca la mente, e fa
    precipitare in mille peccati di mali pensieri, di parole immodeste, ed in
    fine anche di fatti. Il cardinal Pico della Mirandola vescovo di Albano
    ordinò a' suoi confessori, che non assolvessero questi amoreggianti, se
    dopo essere stati corretti non vogliono lasciare di conversar tra di loro,
    specialmente se discorrono insieme da solo a solo, o per lungo tempo, o di
    nascosto, o di notte. Ma, padre, io non ci ho mal fine, neppure ci ho mali
    pensieri. Fuggite, giovani, zitelle, questi discorsi di amore con persone
    di altro sesso. Così fa il demonio; a principio non ti mette mali pensieri,
    ma quando poi l'affetto si è radicato, non ti fa vedere più quello che fai,
    e ti troverai senza quasi saper come perduta l'anima, Dio, ed anche
    l'onore. Oh quante povere giovani guadagna il demonio per questa via!

    ----------

    1 1. Cor. 7. 9.
    2 Psal. 108. 67.
    3 Zach. 9. 17.
    4 Is. 1. 31.
    5 Eccli. 3. 27.
    6 Par. 1. rag. 24.
    7 Eccli. 9. 8.
    8 Ps. 17. 27.
    9 Eccli. 28. 28.

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  2. #2
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    Predefinito Rif: La Purezza

    Don Luigi Guanella

    Il sacro Cuore di Gesù perdona ai peccatori i loro falli

    Ecco io sto alla porta e batto. Se alcuno ascolterà la mia voce e mi aprirà per entrare, io sarò a lui e con lui cenerò ed egli con me.

    1. Tieniti qui fisso fisso presso al Cuore di Gesù in atto di abbracciarsi al peccatore che lo riceve. Lo stesso cuor tuo ne riboccherà di consolazione altissima.
    Figurati che tu stando immerso in sonno profondo, un amico caro batta alla porta di casa tua e dimori là solo solo, e che emetta non solo voci di richiamo, ma gemiti di pietà. Finalmente ti svegli dal tuo sopore e vieni alla porta. Cielo, chi mai s'affaccia! È la persona stessa della prima maestà in terra, ossia del sommo pontefice. Ebbene chi batte alla porta del cuor tuo non è solo il Vicario del divin Salvatore, ma è lo stesso vero Figliuol di Dio, il Verbo incarnato, e tu ancora attendi per spalancargli l'ingresso?
    2. Gesù Cristo batte alla porta del cuor tuo. Oh quante volte e in quanti modi ti fa udire il picchio de' suoi rimorsi! Finalmente il tuo cuore sente un vuoto profondo. Allora inorridito, quasi persona che si trova sull'orlo di un abisso, tu corri a Dio come un Andrea Corsini, come un Giovanni Colombini. E se ancor non ti muovi, Iddio alza il grido della sua voce e allora ti affretti come il Zaccheo, allora solleciti come il pubblicano, allora a guisa di Antonio abate ovvero di Matteo apostolo lasci tutto e ti poni a seguire Gesù come un fanciullo. Che consolazione al Cuor di Gesù! Che onore alla maestà del Verbo! Poteva violentarti a seguirlo, perché finalmente ti avrebbe chiamato per beneficarti. Ma egli vuol che venendo tu muova spontaneo i passi tuoi. Rispetta il tuo libero arbitrio.

    3. Così fa un padre. Egli potrebbe imporre collo imperio al figlio che lo segua al lavoro, ma lo invita con amorevolezza perché è pietoso. Gesù di continuo ti chiama colla soavità della sua voce. Ti chiama ora col discorso di un amico santo, ora collo esempio di un cristiano pio. Quando ti chiama dalla chiesa col giubilo sacro di una solennità, e quando dal cimitero con il mesto sospiro di chi piange la morte di un caro. Carlo Borromeo udì più vivamente la voce di Dio dal cadavere di suo fratello, Francesco Borgia su quello della imperatrice Isabella. Naaman siro fu perfino chiamato dalla voce di una lebbra fetida, il cieco di Gerico fu chiamato dalla voce di sciagura con cui Dio lo premé, e così altri furono guadagnati in altri modi. Ma se57 mentre Dio ti chiama tu chiudi le orecchie ovvero che ti affretti a muovere un frastuono maggiore in mezzo agli amici che si divertono nelle vanità, allora Gesù non cesserà ancor di chiamare, ma a te darà il cuore di lasciare ancora a lungo fuori esposto in positura sì pietosa il tuo Gesù?

    4. Dirai che a levarti su dal letto delle tue ree abitudini duri fatica. Ma non era già un letto morbidissimo quello della Maddalena peccatrice, quello della adultera infedele? Pure si levarono. E se provi difficoltà assai gravi, prega Dio. Sforzati e poi va alla porta e schiudi. Appena tu abbia aperto, Gesù è dentro ed è con te. Ti pare che allora te ne troverai contento?

    5. Il prodigo del Vangelo, già dolente per tanti suoi eccessi, dirigeva i passi verso alla casa del padre. Allora il genitore, che già da tempo stava guardando, scende dalle scale e corre sì veloce che par abbia le ali ai piedi. Si abbraccia poi al figlio e lo introduce in casa e poi lo riveste delle più preziose robbe di casa sua, e intanto chiama parenti, chiama amici, chiama vicini perché ha bisogno di sfogare il colmo della sua gioia.

    6. Intanto si imbandisce una magnifica cena e tutti siedono là intorno. Il prodigo ravveduto occupa il primo posto, ma non cessa di scusarsene a tutti. Egli tiene in dito l'anello nuziale, ma lo mostra a tutti come un pegno della generosità paterna. Intanto volge l'occhio amorevole al suo genitore e gode in protestargli che gli sarà poi per tutta la vita devoto, che troppo sciagurato e cattivo fu in allontanarsene una volta.

    Fratello mio, ecco il dover tuo quando Gesù entra nella casa del cuor tuo. Devi subito apprestare una mensa di opere sante e Dio poi ti ha in pronto la mensa delle sue ispirazioni e del suo aiuto divino. Così tu e il Signor tuo sedete ad una mensa confidentemente come due amici diletti. E poi di' che Iddio non è buono!

    7. Di suo per te aggiungerà le sue consolazioni. Queste saranno proporzionate al cibo di penitenze, di opere buone che tu doni a lui. Però i santi ne ricevevano tali conforti che il loro cuore già pareva soffocarsi per l'estremo della gioia. Dovevano però dire a Dio: "Basta, o Signore, o noi moriamo di pura contentezza!". Domandalo ai Saverii, agli Ignazii, ai Venceslai re! Ma è perché quelli sostennero molti patimenti per Iddio. E tu ti lamenterai a dare al tuo Signore la contentezza di una fatica tua?

    8. Adoperati, fratel mio. Senza molta fatica tu non puoi adunare un tesoro che prosperi poi la vita tua. Schierati dinanzi alla mente le persone venerabili degli apostoli, dei martiri, dei confessori, dei vergini del Signore. Hanno patito tanto epperciò ora sono in tanto tripudio. Tu devi patire anche assai. Dopo che abbia di molto affaticato, Dio ti sarà prodigo di consolazione come lo è a tutti i perfetti suoi.

    9. [201]Benché in terra si cena a lume di lucerna, e per tanto significa che le gioie spirituali quaggiù hanno un confine. Dove si mangia a splendor di sole è nel paradiso, epperò lassù le consolazioni sono senza misura. Sta sempre però il patto che tu pel primo su questa terra continui <ad> ospitare il tuo Gesù e offerirgli la cena di tutte quelle opere buone che a te sono possibili.

    Oh quanto godrai quando Iddio chiamerà te al suo convito nel paradiso! Non ti senti già adesso il giubilo innondare il cuore? Sfogati pure con dire: "Dolce Cuore del mio Gesù, fa che io ti ami sempre più", e attendi come devi ancora nel caso pratico diportarti con Gesù tuo ospite divino.

    Esempio

    Agostino si affogava nel letto soffice di tanti vizii, chi nol sa? Ma Gesù chiamollo con il battito di tanti rimorsi al cuore, colla voce di tante ammonizioni che sovrat<t>utto gli indirizzava una madre santa. Agostino finalmente si mosse, ma oh quanto durò fatica in rinunciare al suo letto di rose! Gli costò la fatica di viaggiare da Africa a Roma, poi da Roma a Milano.
    In questa città finalmente aprì le porte del suo cuore e Gesù subito cenò con lui. Agostino prese animo. Mantenne Gesù alla sua mensa sì lautamente con tante opere e di patimento e di sacrificio, che Agostino in breve poté allestire quelle vivande, ossia quelle opere buone che può dare un sacerdote pio, un vescovo illustre, un dottore santissimo e un patriarca che a guisa di Abramo lascia ancora a continuare il bene dopo di sé una turba di figli santi, numerosi e splendidi come le stelle del firmamento.
    Non ti dico le consolazioni che provava poi Agostino. Ti basti sapere che erano le più care che Dio suol dare ai diletti suoi. Non ti dico della gloria che ottenne in cielo. Ti basti intendere che egli lassù risplende come la più fulgida stella del mattino.

    Orazione

    O Cuore del mio Gesù! Intendo adesso come è vantaggioso ascoltare gli inviti amorosi del Cuor vostro. Stolto che io fui in farvi attendere fin qui. Or siete con me. Siatelo per sempre. Che gioconda cosa per me ad essere con voi! Che giubilo sedere alla mensa che mi apprestate. Quando, o Signore, sederò alla vostra mensa nel paradiso, quando?

  3. #3
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    Predefinito Rif: La Purezza

    Sant'Alfonso Maria de Liguori


    Cuore di Gesù disprezzato.

    Non v'è pena maggiore ad un cuore che ama quanto vedere disprezzato il suo amore; e tanto più quando i contrassegni dimostrati di questo amore sono stati grandi, ed all'incontro è grande l'ingratitudine. Se ogni uomo rinunziasse a tutti i suoi beni e se ne andasse a vivere in un deserto, a cibarsi d'erbe, a dormir sulla terra, a macerarsi colle penitenze, ed in fine si facesse trucidare per Gesù Cristo; qual compenso renderebbe alle pene, al sangue, alla vita che questo gran Figlio di Dio ha data per suo amore? Se noi ci sagrificassimo ogni momento alla morte, certamente neppure ricompenseressimo in minima parte l'amore che Gesù Cristo ci ha dimostrato nel darsi a noi nel SS. Sagramento. Un Dio mettersi sotto le specie di poco pane e farsi cibo d'una sua creatura! Ma, oh Dio, qual è la ricompensa e gratitudine che rendono gli uomini a Gesù Cristo? Qual è? maltrattamenti, disprezzo delle sue leggi e delle sue massime, ingiurie tali che non le farebbero a un loro nemico o loro schiavo o peggior villano della terra. E possiamo noi pensare a tutti questi maltrattamenti che ha ricevuti e riceve tutto giorno Gesù Cristo e non sentirne pena? e non cercare col nostro amore di compensare l'amore immenso del suo Cuore divino che sta nel SS. Sagramento acceso del medesimo amore verso di noi, e desideroso di comunicarci i suoi beni e di donarci tutto se stesso, pronto a riceverci nel suo Cuore sempre che andiamo a lui? Qui venit ad me, non eiiciam foras (Io. VI, 37).

    Abbiam fatto l'uso a sentir nominare Creazione, Incarnazione, Redenzione: Gesù nato in una stalla, Gesù morto in croce. Oh Dio, se sapessimo che un altro uomo ci avesse fatto alcuno di questi benefici, non potressimo far di meno di amarlo. Solo Iddio par che abbia, diciam così, questa mala sorte cogli uomini, che non avendo più che fare per farsi da loro amare, non può giungere a questo intento; e in vece d'essere amato si vede vilipeso e posposto. Tutto nasce dalla dimenticanza che hanno gli uomini dell'amor di questo Dio.


    Affetti e preghiere.

    O Cuore del mio Gesù, abisso di misericordia e d'amore, come a vista della bontà che mi avete usata e della mia ingratitudine, io non muoio e non mi struggo di dolore? Voi, Salvator mio, dopo avermi dato l'essere, mi avete dato tutto il vostro sangue e la vita, abbandonandovi alle ignominie ed alla morte per amor mio; e di ciò non contento, avete di più inventato il modo di sagrificarvi ogni giorno per me nella santa Eucaristia, non ricusando di esporvi alle ingiurie che dovevate ricevere - e che già voi prevedevate - in questo Sagramento d'amore. O Dio, come posso vedermi poi così ingrato a voi senza morir di confusione! Ah Signore, date fine alle mie ingratitudini con ferirmi il cuore del vostro amore e farmi tutto vostro. Ricordatevi del sangue e delle lagrime che avete sparse per me e perdonatemi. Deh non siano perdute per me tante vostre pene.
    Ma voi, benché m'abbiate veduto così ingrato ed indegno del vostro amore, non avete lasciato d'amarmi ancora quando io non v'amava e neppure desiderava che voi mi amaste; quanto più dunque io debbo sperare il vostro amore ora che non voglio né sospiro altro che amarvi ed esser amato da voi? Deh contentate appieno questo mio desiderio; dirò meglio questo desiderio vostro, perché voi siete che me lo date. Fate che questo giorno sia il giorno della mia total conversione, sicch'io cominci ad amarvi, per non cessare mai più d'amare voi sommo bene. Fate ch'io muoia in tutto a me stesso, per non vivere che a voi e per ardere sempre del vostro amore.

    O Maria, il vostro cuore fu quell'altare beato che fu sempre acceso dal divino amore; madre mia cara, rendetemi simile a voi; pregatene il vostro Figlio, che gode di onorarvi col non negarvi niente di quanto gli domandate.

    COR JESU, PROPITIATIO PRO PECCATIS NOSTRIS, MISERERE NOBIS!

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    Innocenzo III "De Contemptu mundi"

    AD AMMONIMENTO DEI LUSSURIOSI

    [..]L'ebbrezza, questa turpe madre, genera una figlia ancor più vergognosa. E' giusto infatti che chi è sudicio, s'insudici ancor di più. Poichè coloro che commettono adulterii son simili ad una fornace accesa. Cominciarono le loro menti ad insanire per il vino, il ventre nutrito lussuosamente volentieri si diede ai piaceri venerei. O turpitudine estrema della libidine, che non solo effemina la mente, ma snerva il corpo; non solo macchia l'anima ma sporca anche la persona! Ogni peccato commesso dall'uomo è fuori del corpo suo, ma colui che commette fornicazione pecca nel proprio corpo. Sempre tal peccato è preceduto da ardore e petulanza, sempre è seguito da fetore e immondezza, da pentimento e dolore.

    [..]Vero è dunque quanto si legge: "Molti per la bellezza della donna perirono, poiché il vino e le donne fanno apostatare i sapienti e perdere il senno alla gente". Il vino e la donna procacciano a molti crudeli ferite, onde anche i più forti furono distrutti. La casa della meretrice è la via dell'Inferno che conduce alla morte, perché la voluttà snerva le forze, sfibra i sensi, consuma i giorni e fa sperperar le sostanze.

    [..]L'uomo commette azioni vane per cui trascura ciò che è serio, utile e necessario. Diventerà nutrimento del fuoco che sempre arde e brucerà senza mai estinguersi; alimento del verme che sempre rode e divora senza mai fine; ammasso di putredine che sempre puzza e che orrendamente è sozza.

  5. #5
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    Predefinito Rif: La Purezza

    DALLA "FILOTEA" DI SAN FRANCESCO DI SALES

    NECESSITà DELLA CASTITà

    La castità è il giglio delle virtù; rende gli uomini simili agli Angeli. Niente è bello se non è puro, e la purezza degli uomini è la castità. Alla castità si dà il nome di onestà, e alla sua conservazione, onore, Viene anche chiamata integrità e il contrario corruzione. Gode di gloria tutta speciale perché è la bella e splendida virtù dell'anima e del corpo.

    Non è mai permesso prendere piaceri impudichi dai nostri corpi, poco importa in che modo. Li legittima soltanto il matrimonio che, con la sua santità, compensa il discredito insito nel piacere. Anche nel matrimonio bisogna avere cura che l'intenzione sia onesta, perché se ci dovesse essere qualche sconvenienza nel piacere che si prende, ci sia sempre l'onestà nell'intenzione che lo ha cercato.

    Il cuore casto è come la madreperla, che può ricevere soltanto le gocce d'acqua che scendono dal cielo, giacché può accogliere soltanto i piaceri del matrimonio, che viene dal cielo. Fuori da ciò non deve nemmeno tollerare il pensiero voluttuoso, volontario e prolungato.

    Come primo grado in questa virtù, Filotea, guarda di non accogliere in te alcun genere di piacere inammissibile e proibito, quali sono tutti quelli che si prendono fuori del matrimonio, o anche nel matrimonio, se si prendono contro le regole del matrimonio.

    Come secondo grado, taglia, per quanto ti sarà possibile, anche i piaceri inutili e superflui, benché permessi e leciti.

    Per il terzo, non legare il tuo affetto ai piaceri e alle soddisfazioni che sono comandate e prescritte; è vero che bisogna prendere i piaceri necessari, ossia quelli che sono legati al fine e alla natura stessa del santo matrimonio, ma non per questo devi impegnare in essi il cuore e lo spirito.

    Del resto, tutti hanno molto bisogno di questa virtù. Coloro che vivono nella vedovanza devono avere una castità coraggiosa, che non soltanto disprezza le occasioni presenti e le future, ma resiste alle fantasie che i piaceri leciti provati nel matrimonio possono suscitare nel loro spirito, che per questo sono più sensibili alle suggestioni poco oneste.

    E' questa la ragione per cui S. Agostino ammira la purezza del suo caro Alipio, che aveva completamente dimenticato e non teneva in alcun conto i piaceri carnali, che aveva conosciuto, almeno in parte, nella sua giovinezza. Prendi a paragone i frutti: un frutto sano e intero può essere conservato o nella paglia o nella sabbia o nelle proprie foglie; ma una volta intaccato, è impossibile conservarlo se non facendone marmellata con l'aggiunta di miele o di zucchero; così avviene per la castità non ancora ferita e contaminata: sono tanti i modi per conservarla, ma una volta intaccata, può conservarla soltanto una devozione eccellente che, come ho detto spesso, è l'autentico miele e lo zucchero delle anime.

    Le vergini hanno bisogno di una devozione semplice e delicata, per bandire dal loro cuore ogni genere di pensieri curiosi ed eliminare con un disprezzo totale ogni genere di piacere immondo che, a essere sinceri, non meritano nemmeno di essere considerato dagli uomini, visto che i somari e i porci li superano in questo campo.

    Quelle anime pure stiamo bene attente; senza alcun dubbio dovranno sempre avere per certo che la castità è incomparabilmente molto meglio di tutto ciò che le è contrario; il nemico, infatti, dice S. Girolamo, spinge fortemente le vergini al desiderio di provare il piacere. A tal fine lo rappresenta loro molto più attraente e delizioso di quanto non sia; questo le turba molto, dice quel Padre, perché pensano che quello che non conoscono sia più dolce.

    La piccola farfalla ci è maestra: vedendo la fiamma così bella vuol provare se non sia altrettanto dolce; e, spinta da questo desiderio, non si arrende finché, alla prima prova, ci rimane. I giovani agiscono allo stesso modo: si lasciano talmente affascinare dal falso e vuoto luccichio delle fiamme del piacere che, dopo averci girato intorno con mille pensieri curiosi, finiscono per cadere e perdersi. In questo sono più sciocchi delle farfalle, perché quelle, in una certa misura, hanno motivo di pensare che il fuoco sia anche buono perché è veramente bello; mentre questi sanno bene che quello che vogliono è disonesto, ma non per questo tagliano la stima folle ed esagerata che hanno del piacere.

    Per gli sposati dico che è sicuro, anche se la gente comune non riesce a pensarlo, che la castità è loro molto necessaria; per essi non consiste nell'astenersi in modo totale dai piaceri carnali, ma nel sapersi moderare. Ora, a mio parere, il comando: Adiratevi e non peccate, è più difficile di quest'altro: Non adiratevi affatto. Riesce più facile evitare la collera che controllarla. Lo stesso si può dire dei piaceri carnali: è più facile astenersene completamente che essere moderati.

    E' vero che la grazia del sacramento del matrimonio dà una forza particolare per attenuare il fuoco della concupiscenza, ma la debolezza di coloro che ne usufruiscono passa facilmente alla permissività, poi alla dissoluzione, dall'uso all'abuso.

    Molti ricchi sono ladri, non per bisogno, ma per avarizia. Così molta gente sposata ruba piaceri disordinati solo per mancanza di padronanza e lussuria, benché abbiano un campo legittimo sufficientemente ampio nel quale muoversi; la loro concupiscenza assomiglia a un fuoco fatuo, che balla qua e là senza fermarsi in alcun luogo.

    E' sempre pericoloso prendere medicine troppo forti, perché qualora se ne prenda più della giusta dose, o anche se la medicina non è stata ben preparata, ce ne viene del danno: il matrimonio è stato istituito, in parte, anche quale rimedio della concupiscenza; senz'altro è un rimedio di ottima efficacia, ma , attenzione, perché è molto forte, di conseguenza può essere molto pericoloso se non è usato con discrezione.

    Aggiungo che i casi della vita, oltre alle lunghe malattie, spesso separano i mariti dalle mogli. Ecco perché gli sposati hanno bisogno di due generi di castità: la prima, per essere capaci di vivere in astinenza assoluta quando sono separati, nelle occasioni cui ho appena accennato; la seconda, per essere capaci di moderarsi, quando vivono insieme.

    S. Caterina da Siena vide tra i dannati dell'inferno molti che erano tormentati con supplizi particolarmente atroci per avere profanato la santità del matrimonio: e questo era loro capitato, diceva, non per la gravità del peccato in sé, perché gli omicidi e le bestemmie sono più gravi, ma perché coloro che li avevano commessi vi avevano preso l'abitudine senza più farci caso, e così avevano persistito negli stessi per lungo tempo.

    Vedi dunque che la castità è necessaria a tutti. Procura di essere in pace con tutti, dice l'Apostolo, e di possedere la santità senza di cui nessuno vedrà Dio. Ora, per santità, secondo S. Girolamo e S. Giovanni Crisostomo, intende la castità.

    Filotea, è proprio vero, nessuno vedrà Dio se non è casto, nessuno abiterà nella sua santa tenda se non è puro di cuore; e, come dice il Salvatore stesso: I cani e i peccatori di sensualità ne saranno esclusi, e beati i puri di cuore perché vedranno Dio.

  6. #6
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    Predefinito Rif: La Purezza

    FILOTEA, tienti lontana dagli inganni e dagli allettamenti della sensualità. E' un cancro che corrode impercettibilmente; e da inizi invisibili ti porta in breve a situazioni incontrollabili; è più facile evitarlo che guarirlo.

    I corpi umani assomigliano a vasi di vetro che non possono essere trasportati insieme senza porre qualche cosa tra l'uno e l'altro; senza tale precauzione, il rischio di mandarli in pezzi è molto grande. Anche la frutta ci può insegnare qualcosa: infatti anche se la frutta che trasporti è sana e matura al punto giusto, rischi di ammaccarla tutta sballottandola, se non metti qualcosa tra un frutto e l'altro. Anche l'acqua, per limpida che sia, quando la versi in un vaso, se ci mette il muso un animale sporco la sua limpidezza è svanita. Non permettere mai, Filotea, che qualcuno ti tocchi in modo screanzato, né per leggerezza, né per amicizia; è vero che, volendo, la castità può essere conservata anche in simili situazioni, che sanno più di leggerezza che di malizia; ma la freschezza del fiore della castità ne soffre sempre e ci perde qualche cosa. Se poi uno si lascia toccare in modo disonesto, è la fine totale della castità.

    La castità ha la sua radice nel cuore, ma è il corpo la sua abitazione; ecco perché si perde a causa dei sensi esteriori del corpo e per i pensieri e i desideri del cuore. Guardare, ascoltare, parlare, odorare, toccare cose disoneste è impudicizia se il cuore vi si immerge e ci prende piacere. S. Paolo taglia corto: La fornicazione non deve nemmeno essere nominata tra di voi.

    Le api evitano nel modo più assoluto di toccare le carogne, ma non basta: fuggono e non riescono nemmeno a sopportare il lezzo che ne emana. Nel Cantico dei Cantici, la Sposa dalle mani distilla mirra, profumo che preserva dalla corruzione; le sue labbra sono coperte di un nastro rosso, segno del pudore delle sue parole; i suoi occhi assomigliano a quelli di una colomba per la loro purezza; il suo naso è incorruttibile come i cedri del Libano. E' così l'anima devota deve essere: casta, pura, onesta di mani, di labbra, di orecchie, di occhi e di corpo.

    A questo proposito ti riporto quello che dice il padre [del deserto] Cassiano, come uscito dalla bocca del grande S. Basilio, che disse un giorno, parlando di se stesso: Non ho mai conosciuto donne eppure non sono vergine. La castità si può perdere in tanti modi quanti sono i generi di impudicizie e di lascivie, che poi, secondo che sono grandi o piccole, l'indeboliscono, la feriscono, o la fanno morire del tutto. Certe familiarità, certe passioncelle leggere e un po' sensitive, a voler essere nel giusto, non ledono gravemente la castità; tuttavia la indeboliscono, la rendono malaticcia e offuscano il suo splendore. Ci sono poi altre familiarità e passioni, che non sono soltanto indiscrete, ma viziose; non soltanto leggere, ma disoneste; non soltanto sensitive, ma carnali; la castità da queste ne rimarrà sempre almeno ferita e paralizzata. Ho detto almeno, perché abitualmente muore e scompare del tutto quando le leggerezze e le lascivie danno alla carne il massimo del piacere voluttuoso, perché in tal caso, la castità perisce nel modo più indegno, perverso e infelice che si possa immaginare. E' peggio di quando si perde per fornicazione, adulterio e incesto, perché questi ultimi sono soltanto peccati, ma gli altri, dice Tertulliano, nel libro dell'Impudicizia, sono Œmostri' di iniquità e di peccato.

    Cassiano non crede, e io nemmeno, che S. Basilio si riferisca a queste sregolatezze, quando dice di non essere più vergine; penso che si riferisse soltanto ai cattivi pensieri di sensualità che, pur non avendo contaminato il corpo, avevano contaminato il cuore, della cui castità, abitualmente, le anime riservate sono molto gelose.

    Nel modo più assoluto, Filotea, non frequentare le persone licenziose, soprattutto se in più, sono anche svergognate, il che avviene quasi sempre; sai perché? Sono come i caproni che, leccando i mandorli dolci, li rendono amari.

    Quelle anime maleodoranti e quei cuori infetti non riescono a conversare con alcuno, poco importa di quale sesso, senza trascinarlo in qualche modo nell'impudicizia. Hanno il veleno negli occhi e nell'alito come i basilischi.

    Frequenta piuttosto le persone caste e virtuose, pensa e leggi spesso cose sante, perché la Parola di Dio è casta e rende casti coloro che vi si compiacciono; sicché Davide la paragona al topazio, pietra preziosa, che ha la proprietà di calmare l'ardore della concupiscenza.

    Tienti sempre vicino a Gesù Cristo crocifisso; fallo spiritualmente con la meditazione e realmente con la santa Comunione: perché allo stesso modo che coloro i quali si coricano sull'erba detta "agnus castus" diventano casti e puri, se tu riposi il cuore su Nostro Signore, che è il vero Agnello casto e immacolato, scoprirai presto che la tua anima e il tuo corpo sono mondati da tutte le sozzure e le sensualità.



    SAN FRANCESCO DI SALES, VESCOVO, CONFESSORE E DOTTORE DELLA CHIESA

  7. #7
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    Da "Il combattimento spirituale" di Padre Lorenzo Scupoli

    CAPITOLO LXI

    In questa battaglia bisogna continuare a combattere sempre fino alla morte
    ------------


    Fra le altre cose richieste in questo combattimento, una è la perseveranza con la quale dobbiamo attendere a mortificare sempre le nostre passioni che in questa vita non muoiono mai, anzi germogliano ogni ora come erba cattiva. E questa è battaglia che siccome non finisce se non con la vita, così non può essere da noi evitata; e chiunque in essa si rifiuta di combattere, necessariamente o viene preso oppure vi perisce.
    Oltre a ciò si ha da fare con nemici che ci portano odio continuo: perciò non se ne può giammai sperare pace né tregua, poiché uccidono più crudelmente chi più cerca di farsi loro amico.
    Non ti devi però spaventare per la loro potenza e per il loro numero, perché in questa battaglia non può essere superato se non chi vuole. E tutta la forza dei nostri nemici sta in mano al Capitano, in onore del quale dobbiamo combattere. Non solo egli non permetterà che essi prevalgano su di te, ma prenderà anche le armi per te; ed essendo più potente di tutti i tuoi avversari, ti darà la vittoria in mano se tu, combattendo virilmente insieme a lui, confiderai non in te ma nella sua potenza e nella sua bontà.
    Se il Signore non ti concedesse così presto la palma, non ti perdere d'animo Infatti devi essere più certa di una cosa e questo ti gioverà anche per combattere fiduciosamente: se ti comporterai da fedele e generoso guerriero, egli trasformerà in tuo beneficio e in tuo vantaggio tutte le cose che ti si faranno incontro e quelle che più ti sembreranno lontane anzi contrarie alla tua vittoria, di qualunque genere siano.
    Tu dunque, figliuolo, seguendo il tuo celeste Capitano che per te ha vinto il mondo e ha consegnato se stesso alla morte, attendi con magnanimo cuore a questa battaglia e alla totale distruzione di tutti i tuoi nemici: se ne lasciassi vivo anche uno solo, ti sarebbe come fuscello negli occhi e lancia nei fianchi e ti impedirebbe il corso di così gloriosa vittoria.

  8. #8
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    Il celeste Capitano dell'anima

  9. #9
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    Omnis autem ponderatio non est digna continentis animae. Tutte le ricchezze della terra, tutte le signorie e dignità sono vili a rispetto d'un'anima casta. Da s. Efrem è chiamata la castità vita spiritus, da s. Pier Damiani regina virtutum, e da s. Cipriano acquisitio triumphorum. Chi vince il vizio opposto alla castità, facilmente vince tutti gli altri vizj. All'incontro chi si lascia dominare dal vizio impuro facilmente cade in molti altri vizj, di odio, d'ingiustizia, di sacrilegio ec. La castità, dicea s. Efrem, fa che l'uomo diventi angelo: Efficit angelum de homine. E s. Ambrogio: Qui castitatem servaverit angelus est; qui perdidit diabolus7. Con ragione i casti sono assomigliati agli angeli, che vivono lontani da ogni piacere carnale: Et erunt sicut angeli Dei8. Gli angeli son puri per natura, ma i casti son puri per virtù: Huius virtutis merito homines angelis aequantur9. E s. Bernardo dice che l'uomo casto differisce dall'angelo solo nella felicità, non già nella virtù: Differunt quidem inter se homo pudicus et angelus, sed felicitate, non virtute; sed etsi illius castitas sit felicior, huius tamen fortior concluditur1. Aggiunge s. Basilio che la castità rende l'uomo simile anche a Dio, il quale è spirito puro: Pudicitia hominem Deo simillimum facit.

    La castità poi quanto è pregiabile tanto è necessaria a tutti per conseguir la salute. Ma maggiormente è necessaria a' sacerdoti. Il Signore ordinò per li sacerdoti dell'antica legge tante vesti ed ornamenti bianchi e tante lavande esterne, tutti simboli della purità del corpo; perché doveano essi solamente toccare i vasi sacri e perché eran figura de' sacerdoti della nuova legge, i quali dovean poi toccare e sacrificare le sacrosante carni del Verbo umanato. Onde scrisse s. Ambrogio: Si in figura tanta observantia, quanta in veritate3? All'incontro ordinò Iddio che fossero discacciati dall'altare i sacerdoti che si trovassero abitualmente infetti di scabbia, simbolo del vizio impuro: Nec accedet ad ministerium... si albuginem habens in oculo, si iugem scabiem etc.4. Spiega s. Girolamo: Iugem habet scabiem qui carnis petulantia dominatur5.

    Anche i gentili, come scrive Plutarco, esigevano la purità da' sacerdoti de' lor falsi dei, dicendo che ogni cosa che riguarda l'onor divino dee esser monda: Diis omnia munda. E de' sacerdoti ateniesi riferisce Platone che, per meglio conservar la pudizia, abitavano in luoghi separati dagli altri: Ne contagione aliqua eorum castitas labefactetur6. Onde s. Agostino esclama: O grandis christianorum miseria! ecce pagani doctores fidelium facti sunt. Parlando poi de' sacerdoti del vero Dio, dice Clemente alessandrino che solamente quei che menano vita casta sono e debbon dirsi veri sacerdoti: Soli qui puram agunt vitam sunt Dei sacerdotes7. E s. Tomaso da Villanova disse: Sit humilis sacerdos, sit devotus, si non est castus nihil est. A tutti è necessaria la castità, ma principalmente a' sacerdoti: Omnibus castitas pernecessaria est, sed maxime ministris altaris8. I sacerdoti debbon trattar sull'altare coll'agnello immacolato di Dio, che chiamasi giglio, lilium convallium9, e che non si pasce se non tra' gigli, qui pascitur inter lilia10. Che perciò Gesù Cristo non volle altra madre che una vergine, non altro nutritore (qual fu s. Giuseppe) né altro precursore, se non vergine. E dice s. Girolamo: Prae caeteris discipulis diligebat Iesus Ioannem, propter praerogativam castitatis. E per questo pregio di purità Gesù consegnò a s. Gio. la sua madre, siccome al sacerdote consegna la chiesa e se stesso. Onde disse Origene: Ante omnia sacerdos, qui divinis assistit altaribus, castitate debet accingi. E s. Gio. Grisostomo scrisse che il sacerdote dee esser così puro che meriti di stare in mezzo agli angeli: Necesse est sacerdotem sic esse purum ut, si in ipsis coelis esset collocatus, inter coelestes illas virtutes medius staret11. Dunque chi non è vergine non può esser sacerdote? Risponde s. Bernardo: Longa castitas pro virginitate reputatur12.
    Perciò la s. chiesa niuna cosa custodisce con tanta gelosia quanto la
    purità de' sacerdoti. Quanti concilj, quanti canoni parlano di ciò! Innocenzo III.1 dice: Nemo ad sacrum ordinem permittatur accedere, nisi aut virgo aut probatae castitatis existat. E di più ivi stesso prescrive, eos qui in sacris ordinibus sunt positi, si caste non vixerint, excludendos ab omni graduum dignitate. Inoltre s. Gregorio2 disse: Nullus debet ad ministerium altaris accedere, nisi cuius castitas ante susceptum ministerium fuerit approbata. La ragione del celibato prescritto a' ministri dell'altare la adduce s. Paolo dicendo: Qui sine uxore est, sollicitus est quae Domini sunt, quomodo placeat Deo. Qui autem cum uxore est, sollicitus est quae sunt mundi, quomodo placeat uxori, et divisus est3. Chi è sciolto da' legami coniugali è tutto di Dio, poiché non ha da pensare ad altro che a piacere a Dio: ma chi è legato col matrimonio ha da pensare a piacere alla moglie, a' figli ed al mondo; e con ciò il suo cuore ha da restar diviso e non può esser tutto di Dio. Ebbe ragione dunque s. Atanagio di chiamar la castità casa dello Spirito santo, vita d'angeli e corona de' santi: O pudicitia, domicilium Spiritus sancti, angelorum vita, sanctorum corona4! E s. Girolamo di chiamarla l'onore della chiesa e la gloria de' sacerdoti: Ornamentum ecclesiae Dei, corona illustrior sacerdotum. Sì, perché il sacerdote, come scrisse s. Ignazio martire, dee conservarsi puro, come casa di Dio, tempio di Gesù Cristo ed organo dello Spirito santo; giacché per suo mezzo si santificano le anime: Teipsum castum custodi, ut domum Dei, templum Christi, organum Spiritus sancti5.

    Gran pregio dunque è la castità; ma troppo terribile è la guerra che fa la carne all'uomo per fargliela perdere. E questa è l'arme più forte che ha il demonio per renderlo suo schiavo: Fortitudo eius in lumbis eius6. Ond'è che rari son coloro che n'escono vincitori. S. Agostino: Inter omnia certamina sola sunt dura castitatis praelia, ubi quotidiana pugna, ubi rara victoria7. Quanti miseri, pianse s. Lorenzo Giustiniani, dopo molti anni di solitudine in un deserto, d'orazioni, digiuni e penitenze, per la licenza del senso hanno lasciati i deserti ed han perduta la castità e Dio! Post frequentes orationes, diutissimam eremi habitationem, cibi potusque parcitatem, ducti spiritu fornicationis, deserta reliquerunt8! Pertanto i sacerdoti che sono obbligati ad una perpetua castità bisogna che usino grande attenzione per conservarla. Non sarai mai casto, disse s. Carlo Borromeo ad un ecclesiastico, se non attendi con tutta la diligenza a custodirti; poiché la castità facilmente si perde da' negligenti: Mirum est quam facile ab iis deperdatur qui ad eius conservationem non invigilant. Tutta questa attenzione consiste nel prendere i mezzi a conservarla. Ed i mezzi consistono altri in fuggire alcuni incentivi dell'impudicizia, altri in adoperare alcuni rimedj contro le tentazioni.

    Il primo mezzo è fuggire l'occasione. Scrisse s. Girolamo: Primum huius vitii remedium est longe fieri ab eis quorum praesentia alliciat ad malum. Dicea s. Filippo Neri che in questa guerra vincono i poltroni, cioè quei che fuggono l'occasione: Nunquam luxuria facilius vincitur quam fugiendo1. È un gran tesoro la grazia di Dio, ma questo tesoro l'abbiamo in noi che siamo vasi così fragili e facili a perderlo: Habemus thesaurum istum in vasis fictilibus2. La virtù della castità non può ottenersi dall'uomo, se non gli è data da Dio: Scivi quoniam aliter non possem esse continens, nisi Deus det, disse Salomone3. Noi non abbiamo forza di osservare niuna virtù, ma specialmente questa; mentre abbiamo una forte inclinazione naturale al vizio opposto. L'aiuto divino può fare che l'uomo si conservi casto; ma questo aiuto Dio non lo concede a chi volontariamente si mette o si trattiene nell'occasione di peccare: Qui amat periculum peribit in illo4.

    Quindi esortava s. Agostino: Contra libidinis impetum apprehende fugam, si vis obtinere victoriam5. Oh quanti infelici, avvertì s. Girolamo a' suoi discepoli mentre stava moribondo (come scrive Eusebio nella sua epistola a Damaso papa), son caduti in questo putrido fango per la presunzione di tenersi sicuri di non cadere! Plurimi sanctissimi ceciderunt hoc vitio propter suam securitatem. Nullus in hoc confidat. Niuno dunque, seguiva ad inculcare il santo, dee tenersi sicuro di non cadere in questo vizio. Ancorché tu fossi santo, dicea, stai nulladimeno sempre soggetto a cadere: Si sanctus es, nec tamen securus es. Non è possibile, disse il Savio, camminar sulle brace e non bruciarsi: Nunquid potest homo ambulare super prunas, ut non comburantur plantae eius6? A tal proposito dice s. Gio. Grisostomo: Num tu saxum es, num ferrum? Homo es, communi naturae imbecillitati obnoxius. Ignem capis, nec ureris? Qui fieri id potest? Lucernam in foeno pone, ac tu aude negare quod foenum uratur. Quod foenum est, hoc natura nostra est. E così non è possibile esporsi ultroneamente all'occasione e non precipitare. Il peccato dee fuggirsi come la faccia del serpente: Quasi a facie colubri fuge peccata7. De' serpi non solo si fugge il morso, ma ancora il tatto ed anche la vicinanza. Dove vi son persone che possono esserci occasione di cadere bisogna che fuggiamo anche la loro presenza ed i loro discorsi. Riflette s. Ambrogio che il casto Giuseppe non volle neppure udire quel che gli avea cominciato a dire la moglie di Putifarre e subito si fuggì, stimando gran pericolo anche il fermarsi ad ascoltarla: Ne ipsa quidem verba diu passus est; contagium enim iudicavit si diutius moraretur8. Ma dirà taluno: io so quel che mi sta bene. Ma senta costui quel che dicea s. Francesco d'Assisi: «Io so ciò che dovrei fare, ma non so, stando nell'occasione, quel che farei».

    E prima di tutto bisogna fuggire il guardare oggetti pericolosi in questa materia: Ascendit mors per fenestras9. Per fenestras, cioè per gli occhi, come spiegano s. Girolamo, s. Gregorio ed altri; perché siccome per difendere una piazza non basta serrar le porte, se si lascia a' nemici l'entrata per le finestre, così non ci gioveranno tutti gli altri mezzi a conservar la castità, se non istiamo cautelati
    a chiudere gli occhi. Narra Tertulliano che un certo filosofo gentile volontariamente si tolse gli occhi per mantenersi casto. Ciò non è lecito a noi cristiani, ma è necessario, se vogliamo osservar la castità, l'astenerci dal guardare le donne e specialmente dal riguardarle. Non tanto nuoce, avvertiva s. Francesco di Sales, il guardare, quanto il riguardare quegli oggetti che possono tentarci. E non solo, aggiunge s. Gian Grisostomo, bisogna voltare gli occhi dalle donne immodeste, ma anche dalle modeste: Animus feritur et commovetur non impudicae tantum intuitu, sed etiam pudicae1. Perciò il s. Giobbe fe' patto cogli occhi di non guardare alcuna femmina, ancorché onesta vergine, sapendo che dagli sguardi nascono poi i mali pensieri: Pepigi foedus cum oculis meis ut ne cogitarem quidem de virgine2. E lo stesso avvertì l'ecclesiastico: Virginem ne conspicias, ne forte scandalizeris in decore illius3. Dice s. Agostino: Visum sequitur cogitatio, cogitationem delectatio, delectationem consensus. Dal guardare sorge il mal pensiero; dal pensiero sorge una certa dilettazione nella carne, benché involontaria; a questa dilettazione indeliberata spesso succede poi il consenso della volontà: ed ecco che l'anima è perduta. Riflette Ugon cardinale che perciò l'apostolo impose che le donne stessero velate in chiesa, propter angelos4, idest, commenta Ugone, propter sacerdotes, ne, in earum faciem inspicientes, moverentur ad libidinem. S. Girolamo, anche mentre stava nella grotta di Betlemme orando continuamente e macerandosi colle penitenze, era molto tormentato dalla memoria delle dame tanto tempo prima vedute in Roma; onde il santo scrisse poi al suo Nepoziano che non solo si astenesse dal mirar le donne, ma ancora di far parola delle loro fattezze: Officii tui est non solum oculos castos custodire, sed et linguam, nunquam de formis mulierum disputes5. Davide per un'occhiata curiosa in guardar Betsabea cadde miseramente in tanti peccati di adulterio, di omicidio e di scandalo. Nostris tantum initiis (diabolus) opus habet, dicea lo stesso s. Girolamo. Il demonio ha bisogno solamente che noi cominciamo ad aprirgli la porta, perché esso poi finirà d'aprirsela. Uno sguardo avvertito e fissato in volto ad una giovane sarà una scintilla d'inferno che manderà in rovina l'anima E parlando specialmente s. Girolamo de' sacerdoti, dicea che non solo essi debbon fuggire ogni atto impuro, ma anche ogni girata d'occhi: Pudicitia sacerdotalis non solum ab opere immundo se abstineat, sed etiam a iactu oculi6.

    Se poi per conservar la castità è necessario l'astenersi dal guardare le donne, molto più è necessario il fuggir la loro conversazione: In medio mulierum noli commorari, dice lo Spirito santo7. E ne soggiunge la ragione, dicendo che siccome dal panno nasce la tignuola, così dalla conversazione colle donne ha origine la malvagità degli uomini: De vestimentis enim procedit tinea, et a muliere iniquitas viri8. E siccome, commenta Cornelio a Lapide, la tignuola nasce contro voglia del padrone dalla veste, così dal trattar colle femmine sorge senza volerlo il cattivo desiderio: Sicut tibi nihil tale volenti nascitur tinea, ita tibi nihil tale volenti nascitur a foemina desiderium. E soggiunge che siccome insensibilmente la tignuola si genera nella veste e la rode, così insensibilmente, conversando gli uomini colle donne, si muove in essi la concupiscenza, ancorché sieno spirituali: Insensibiliter tinea in veste nascitur et eam rodit, sic insensibiliter ex conversatione cum muliere oritur libido, etiam inter religiosos. S. Agostino dà per certo il presto precipizio in questa materia di taluno che non vuole astenersi dalle familiarità con oggetti pericolosi: Sine ulla dubitatione, qui familiaritatem non vult vitare suspectam cito labitur in ruinam1. Narra s. Gregorio2, di Orsino prete, che essendosi separato dalla moglie e fatto sacerdote col di lei consenso, dopo quarant'anni di separazione, stando per morire, la moglie accostò l'orecchio alla di lui bocca per iscorgere se ancor respirava: ma allora Orsino gridò: Recede, mulier: adhuc igniculus vivit; tolle paleam. Scostati, donna, disse, e togli la paglia; perché ancor vive in me un picciol fuoco di vita, che può ambedue consumarci.

    Basti a far tremare ognuno l'infelice esempio di Salomone, che, essendo stato prima così caro e familiare a Dio, fatto per dir così penna dello Spirito santo, dopo, per la conversazione colle donne gentili, fatto vecchio, giunse sino ad adorare gl`idoli: Cumque... esset senex, depravatum est cor eius per mulieres ut sequeretur Deos alienos3. Ma che maraviglia, dice s. Cipriano, se è impossibile star in mezzo alle fiamme e non bruciare? Impossibile est flammis circumdari et non ardere. E s. Bernardo scrisse che vi bisogna minor virtù a risuscitare un morto, che frequentando la familiarità con una donna, a mantenersi casto: Cum foemina frequenter esse et foeminam non tangere nonne plus est quam mortuum suscitare4? Dunque, se vuoi star sicuro, dice lo Spirito santo, longe fac ab ea viam tuum5. Procura presso la casa di colei verso cui il demonio ti tenta, neppur di passarvi; passa da lontano; e quando fosse veramente necessario a taluno il parlare con qualche donna, dice s. Agostino, dee parlarle con poche parole ed austere: Cum foeminis sermo brevis et rigidus6. Lo stesso scrive s. Cipriano, dicendo che il trattar colle donne bisogna che sia di passaggio, senza fermarvisi e come fuggendo: Transeunter foeminis exhibenda est accessio quodammodo fugitiva. Ma quella è brutta, dice taluno: Dio me ne guardi. Ma ti risponde s. Cipriano che il demonio è pittore, e, quando è mossa la concupiscenza, un viso deforme lo fa comparire bello: Diabolus, pingens, speciosum efficit quidquid horridum fuerit. Ma quella m'è parente. A ciò ti risponde s. Girolamo: Prohibe tecum commorari etiam quae de tuo genere sunt. La parentela alle volte serve per togliere la soggezione e per moltiplicare i peccati, aggiungendo all'impudicizia ed al sacrilegio anche l'incesto. Scrisse s. Cipriano: Magis illicito delinquitur ubi sine suspicione securum potest esse delictum. S. Carlo Borromeo fe' decreto che i suoi preti non potessero senza sua licenza coabitare con donne, neppure loro strette consanguinee.

    Ma quella è mia penitente ed è santa: non ci è paura. Non c'è paura? Ma no, dice s. Agostino; quanto più la tua penitente è santa, tanto più dei temerne e fuggirne la familiarità; perché le donne quando sono più divote e spirituali, allora maggiormente allettano: Sermo brevis et rigidus cum his mulieribus habendus est: nec tamen quia sanctiores sunt, ideo minus cavendae: quo enim sanctiores fuerint, eo magis alliciunt1. Diceva il ven. p. Sertorio Caputo, come si legge nella sua vita, che il demonio prima fa prendere affetto alla virtù e così procura di assicurare che non ci sia pericolo; indi fa entrar l'affetto alla persona e poi tenta; e così fa ruine. E prima lo disse s. Tomaso: Licet carnalis affectio sit omnibus periculosa, ipsis tamen magis perniciosa quando conversantur cum persona quae spiritualis videtur: nam quamvis principium videatur purum, tamen frequens familiaritas domesticum est periculum; quae quidem familiaritas quanto plus crescit, infirmatur principale motivum et puritas maculatur. E soggiunge che il demonio sa ben nascondere un tal pericolo; poiché al principio non manda saette che si conoscano avvelenate, ma solamente di quelle che fan picciole ferite ed accendono l'affetto: ma in breve poi avviene che tali persone non trattino più fra loro come angeli, siccome han principiato, ma come vestite di carne: gli sguardi non sono immodesti, ma sono spessi a vicenda: le parole sembrano essere spirituali, ma son troppo affettive. Quindi l'uno comincia a desiderare spesso la presenza dell'altro: Sicque, conclude il santo spiritualis devotio convertitur in carnalem. S. Bonaventura dà cinque segni per conoscere quando l'amore da spirituale si è fatto carnale. 1. Quando vi sono discorsi lunghi ed inutili; e quando sono lunghi, sempre sono inutili. 2. Quando vi sono sguardi e lodi a vicenda. 3. Quando l'uno scusa i difetti dell'altro. 4. Quando si affacciano certe piccole gelosie. 5. Quando si sente nella lontananza una certa inquietezza.


    Tremiamo: siamo di carne. Il b. Giordano riprese fortemente una volta un suo religioso per aver data la mano ad una donna, benché senza malizia. Rispose il religioso che quella era santa. Ma il beato, «Senti, gli disse: la pioggia è buona e la terra anche è buona; ma mischiate insieme pioggia e terra fanno loto». Quegli è santo e quella ancora è santa, ma perché si mettono nell'occasione, si perdono tutti e due: Fortis impegit in fortem, et ambo pariter conciderunt2. È celebre quel caso funesto che si legge nella storia ecclesiastica di quella donna santa che usava la carità di prendere i corpi dei santi martiri e seppellirli. Costui un giorno ne trovò uno creduto già morto, ma che non era ancora spirato, lo condusse in sua casa, lo fe' curare; e quegli ricuperò la santità. Ma che avvenne? questi due santi, col conversare insieme, perderono la castità e la grazia di Dio. E questo caso non è avvenuto una o poche volte: quanti sacerdoti prima santi, per simili attacchi principiati collo spirito, han perduto in fine lo spirito e Dio? Attesta s. Agostino aver conosciuti alcuni gran prelati della chiesa, stimati da lui non meno che un s. Girolamo e un s. Ambrogio, esser poi precipitati per tali occasioni: Magnos praelatos ecclesiae sub hac specie corruisse reperi, de quorum casu non magis praesumebam quam Hieronymi et Ambrosii1. Pertanto scrisse s. Girolamo a Nepoziano: Ne in praeterita castitate confidas, solus cum sola absque teste non sedeas. Non sedeas viene a dire non fermarsi. E s. Isidoro pelusiota scrisse: Si cum ipsis conversari necessitas te obstringat, oculos humi eiectos habe: cumque pauca locutus fueris, statim avola2. Diceva il p. Pietro Consolini dell'Oratorio che colle donne anche sante si dee praticar la carità come colle anime del purgatorio, da lontano e senza guardarle. Diceva ancora questo buon padre che giova a' sacerdoti, quando sono tentati contro la castità, il considerare la loro dignità: e narrava a questo proposito che un certo cardinale, allorché era molestato da' pensieri, si volgeva a guardar la sua berretta, considerando la sua dignità cardinalizia, dicendo: «Berretta mia, mi ti raccomando;» e così resisteva alla tentazione.

    Inoltre bisogna fuggire i mali compagni. Dice s. Girolamo che tale diventa l'uomo, quali sono i compagni con cui conversa: Talis efficitur homo, quali conversatione utitur. Noi camminiamo per una via oscura e sdrucciola; tal è la vita presente, lubricum in tenebris: se v'è un mal compagno che ci spinga al precipizio, siam perduti. Narra s. Bernardino da Siena3, aver conosciuta egli una persona che per trentotto anni avea conservata la sua verginità e poi, per aver intesa nominare da un'altra persona una certa impudicizia, precipitò in una vita così laida che se il demonio, diceva il santo, avesse avuta carne, non avrebbe potuto commettere simili sordidezze.

    Inoltre, per mantenerci casti, bisogna che fuggiamo l'ozio. Dice lo Spirito santo che l'ozio insegna a commettere molti peccati: Multam... malitiam docuit otiositas4. Ed Ezechiele dice che l'ozio fu la causa delle scelleraggini de' cittadini di Sodoma e finalmente della loro totale ruina: Haec fuit iniquitas Sodomae... otium ipsius5. E questa medesima fu la causa, come riflette s. Bernardo, della caduta di Salomone. Il fomite della carne colla fatica si reprime: Cedet libido operibus6. Quindi s. Girolamo esortava Rustico a farsi trovar sempre occupato per quando veniva il demonio a tentarlo: Facito ut te semper diabolus inveniat occupatum7. Scrisse s. Bonaventura che colui il quale sta applicato sarà tentato da un solo demonio, ma l'ozioso sarà spesso assalito da molti: Occupatus ab uno daemone, otiosus ab innumeris vastatur.

    Abbiamo vedute dunque le cose che si han da fuggire per conservar la castità, cioè l'occasione e l'ozio. Vediamo ora le cose che si han da praticare. Per. 1. si ha da esercitar la mortificazione de' sensi. S'inganna, dice s. Girolamo, chi vuol vivere tra' piaceri e vuole star libero dai vizj de' piaceri: Si quis existimat posse se versare in deliciis, et deliciarum vitiis non teneri, seipsum decipit8. L'apostolo, quando era molestato dagli stimoli della carne, così si aiutava, colle mortificazioni del corpo: Castigo corpus meum et in servitutem redigo9. Quando la carne non è mortificata,
    difficilmente ubbidisce allo spirito. Sicut lilium inter spinas, sic amica mea inter sponsas1. Siccome il giglio si conserva tra le spine, così la castità si custodisce tra le mortificazioni. E principalmente chi vuol mantenersi casto bisogna che si astenga dalle intemperanze della gola, così nel bere, come nel mangiare. Noli regibus dare vinum2. Chi prende vino più di quel che bisogna sarà certamente molestato da molti moti di senso, in modo che difficilmente potrà poi reggere la sua carne e far ch'ella conservi la castità: Venter enim mero aestuans despumat in libidinem, scrisse s. Girolamo; poiché il vino, come disse il profeta, fa perdere all'uomo la ragione e lo fa divenir bruto: Ebrietas et vinum auferunt cor3. Del Battista fu predetto: Vinum et siceram non bibet, et Spiritu sancto replebitur4. Taluno adduce la necessità del vino a cagion della debolezza del suo stomaco. Bene; ma per rimedio dello stomaco poco vino è bastante, secondo scrisse l'apostolo a Timoteo: Modico vino utere propter stomachum tuum et frequentes tuas infirmitates5. Così anche bisogna astenersi dalla superfluità del cibo. Dicea s. Girolamo che la sazietà del ventre è causa dell'impudicizia. E s. Bonaventura: Luxuria nutritur a ventris ingluvie6. All'incontro, come ne insegna la s. chiesa, il digiuno reprime i vizj e produce le virtù: Deus, qui corporali ieiunio vitia comprimis, mentem elevas, virtutes largiris et praemia. Scrisse s. Tomaso che quando il demonio tenta una persona di gola e resta vinta, lascia di tentarla d'impurità: Diabolus victus de gula non tentat de libidine.
    Per 2. bisogna esercitar l'umiltà. Dice Cassiano che chi non è umile non può esser casto: Castitatem apprehendi non posse, nisi humilitatis fundamenta in corde fuerint collocata. Non rare volte accade che Dio castiga i superbi col permettere che cadano in qualche laidezza. Questa fu la cagione della caduta di Davide, siccome egli stesso confessò: Priusquam humiliarer, ego deliqui7. L'umiltà è quella che ci ottiene la castità. Ut castitas detur, humilitas meretur, scrisse s. Bernardo8. E s. Agostino: Custos virginitatis caritas, locus custodis humilitas9. L'amor divino è il custode della purità, ma l'umiltà è quella casa poi nella quale abita un tal custode. Dicea s. Giovanni Climaco che chi nel combattere colla carne vuol vincere colla sola continenza è come chi sta in mare e vuol salvarsi nuotando con una sola mano: perciò bisogna che alla continenza unisca ancor l'umiltà: Qui sola continentia bellum hoc superare nititur similis est ei qui una manu natans pelago liberari contendit: sit ergo humilitas continentiae coniuncta10.

    Ma sovra tutto per ottener la virtù della castità è necessaria l'orazione; bisogna pregare e continuamente pregare. Già di sopra si è detto che la castità non può ottenersi né conservarsi, se Iddio non concede il suo aiuto per conservarla: ma questo aiuto il Signore non lo concede se non a chi glielo domanda. Dicono i ss. padri che l'orazione di petizione, cioè la preghiera, agli adulti è necessaria di necessità di mezzo, secondo parlano le scritture: Oportet semper orare et non deficere11. Petite et dabitur vobis12.

    Onde poi scrisse l'angelico: Post baptismum necessaria est homini iugis oratio1. E se per esercitare qualunque virtù vi bisogna l'aiuto divino, per conservar la castità vi bisogna un aiuto maggiore, per ragion della gran tendenza che ha l'uomo al vizio opposto. È impossibile all'uomo, scrisse Cassiano, colle sue forze mantenersi casto, senza la divina assistenza: e perciò in questo combattimento bisogna domandarla al Signore con tutti gli affetti del cuore: Impossibile est hominem suis pennis ad huiusmodi virtutis praemium evolare, nisi eum gratia evexerit: idcirco adeundus est Dominus et ex totis praecordiis deprecandus. Onde scrisse s. Cipriano che il primo mezzo per ottenere la castità è il domandare a Dio il di lui aiuto: Inter haec media ad obtinendam castitatem, imo et ante haec omnia de divinis castris auxilium petendum est2. E prima lo disse Salomone: Et ut scivi quoniam aliter non possem esse continens, nisi Deus det, et hoc ipsum erat sapientiae scire cuius esset hoc donum; adii Dominum et deprecatus sum illum et dixi ex totis praecordiis meis3.

    Subito dunque, ci avverte s. Cipriano, ai primi solletichi sensuali con cui ci assalta il demonio dobbiamo resistere e non permettere che la serpe, cioè la tentazione, da picciola si faccia grande: Primis diabolis titillationibus obviandum est, nec coluber foveri debet donec in serpentem formetur4. Lo stesso avverte s. Girolamo: Nolo sinas cogitationes crescere; dum parvus est hostis interfice5. È facile uccidere il leone quando è picciolo; ma è difficile quando è grande. Guardiamoci pertanto in questa materia dal metterci a discorrere colla tentazione: subito senza discorrere procuriamo di scacciarla. E come dicono i maestri di spirito, il miglior modo per discacciar tali tentazioni di senso non è già di combattere direttamente da faccia a faccia col mal pensiero, facendo atti contrarj di volontà, ma di sviarlo indirettamente con fare atti d'amore a Dio o di contrizione, od almeno con divertire la mente a pensare ad altre cose. Ma il mezzo in cui più allora dobbiam fidarci è il pregare e raccomandarci a Dio: subito allora, ai primi moti d'impurità, giova rinnovare il proposito di voler prima soffrir la morte che peccare; e immediatamente dopo bisogna ricorrere alle piaghe di Gesù Cristo per aiuto. Così han fatto i santi, che ancora eran di carne ed eran tentati, e così han vinto. Cum me pulsat, dicea s. Agostino, aliqua turpis cogitatio, recurro ad vulnera Christi: tuta requies in vulneribus Salvatoris6. Così anche s. Tomaso d'Aquino superò l'assalto di quella donna impudica, dicendo: Ne sinas, Domine Iesu, et sanctissima Virgo Maria.

    Giova molto anche allora il segnarsi col segno della croce sul petto. Giova ricorrere all'angelo custode ed al santo avvocato. Ma sopra tutto giova ricorrere a Gesù Cristo e alla divina Madre, invocando subito allora e più volte i loro santissimi nomi, finché non si senta abbattuta la tentazione. Oh che forza hanno i nomi di Gesù e di Maria contro gl'insulti disonesti! Tra le altre divozioni per conservar la castità è utilissima la divozione verso la s. Vergine, la quale vien chiamata mater pulcrae dilectionis et custos virginitatis.

  10. #10
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    Predefinito Rif: La Purezza

    Singolarmente è giovevolissima la divozione di recitare nel levarsi la mattina e nell'andare a letto la sera tre Ave alla purità di Maria. Narra il p. Segneri che un giorno andò a confessarsi dal p. Nicola Zucchi della compagnia di Gesù un peccatore tutto infangato d'impurità: questo padre gli diè per rimedio che in ogni mattina e sera non avesse lasciato mai di raccomandarsi alla purità di Maria colle suddette tre Ave. In capo a più anni quel peccatore, dopo aver girato il mondo, ritornò a piedi del nominato padre e, confessandosi di nuovo, dimostrò d'essersi in tutto emendato. Gli dimandò il padre come avea fatta sì bella mutazione: rispose d'avere ottenuta la grazia per mezzo di quella piccola divozione delle tre Ave. Il p. Zucchi, colla licenza del penitente, disse un giorno dal pulpito questo fatto. L'intese un certo soldato che tenea attualmente una mala pratica: cominciò a dire ogni giorno le tre Ave Maria; ed ecco che presto coll'aiuto della divina Madre lasciò la pratica. Ma un giorno, spinto da falso zelo, volle andare a trovar quella donna col pensiero di convertirla; ma quando fu per entrare alla di lei casa si sentì dare una grande spinta e si ritrovò trasportato in altro luogo, molto da quella casa lontano. Allora egli conobbe, e ne ringraziò la sua benefattrice, che l'essere stato impedito di andare a parlar colla donna era stata una special grazia impetratagli da Maria, perché, se si fosse posto di nuovo all'occasione, facilmente sarebbe ricaduto.

    SANT'ALFONSO MARIA DE'LIGUORI

 

 
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