Unione Europea: l’antieuropeismo cresce in maniera preoccopanteInsights
13 Ott 2012 | Alessandro Demurtas
L’antieuropeismo può essere definito come un’ideologia politica che si oppone al processo di integrazione europea, consistente nella cessione di parti della sovranità nazionale e di precise competenze politiche da parte degli stati membri a favore dell’Unione Europea (UE). L’antieuropeismo rappresenta un’ideologia che ingloba il fenomeno dell’euroscetticismo, ossia il generale sentimento de sfiducia verso l’operato delle istituzioni europee e verso l’UE in generale. A differenza del primo, l’euroscetticismo non comprende un discorso politico strutturato volto a ostacolare il processo d’integrazione europea e a favorire il processo di ritorno delle competenze dall’ambito europeo ai governi nazionali.
Le dimensioni dell’antieuropeismo
Il fenomeno dell’antieuropeismo nasce in parallelo con la costruzione del processo d’integrazione europea, iniziato nel 1957 con la firma dei trattati CEE, CECA ed EURATOM.
Tradizionalmente, e fino all’esplosione della crisi economica e finanziaria globale del 2008, tale ideologia è legata ai settori nazionalisti e conservatori delle popolazioni degli stati membri. Tali settori si oppongono alla cessione di parti della sovranità statale nei confronti delle istituzioni europee perché interpretano questo fenomeno come un indebolimento delle strutture di governo nazionale. A tutto questo si associa la paura di vedere gli interessi del proprio stato messi in pericolo da parte di istituzioni nuove e ancora sconosciute.
Col passare del tempo, per arrivare ai giorni nostri, la convinzione maggioritaria degli antieuropeisti si basa sull’inutilità e sull’inefficacia dell’UE e delle sue istituzioni, viste come sedi di un potere antidemocratico poco cosciente delle reali necessità dei cittadini europei, e come luoghi in cui i propri governanti nazionali non possono difendere al meglio i propri interessi nazionali perché devono continuamente negoziare al ribasso con gli altri rappresentanti dei governi statali.
L’attuale crisi economica e finanziaria globale, che sta colpendo gli stati europei specialmente per la sostenibilità della spesa e del debito pubblico, ha fatto registrare una nuova tendenza: il sentimento euroscettico e l’antieuropeismo crescono specialmente all’interno degli schieramenti politici progressisti e fra gli elettori più orientati a sinistra.
Più in generale, gli studiosi dell’opinione pubblica europea affermano che l’antieuropeismo cresce durante i periodi di difficile congiuntura economica, mentre durante i cicli di crescita economica i cittadini europei si mostrano più fiduciosi verso il processo d’integrazione comunitaria.
I sintomi dell’antieuropeismo sono visibili con l’aumento numerico dei discorsi politici contrari all’integrazione comunitaria, con la diminuzione della partecipazione elettorale alle elezioni per il parlamento europeo e nell’analisi dei sondaggi effettuati dall’Eurobarometro.
Stando ai dati forniti dal Parlamento europeo nel novembre del 2009, la partecipazione alle elezioni europee è calata del 2% rispetto alle precedenti elezioni del 2004, lasciando prevedere un’ulteriore diminuzione per le prossime elezioni previste per il 2014.
Stando ai dati pubblicati nella stessa relazione, la fiducia nelle istituzioni europee si attesta al 50%, aumentando del 4% rispetto all’anno precedente.
Questo dato, a prima vista incoraggiante, si deve unicamente all’aumento del 18% della fiducia nei dodici stati che hanno aderito all’UE tra il 2004 e il 2007. Quanto detto significa che all’interno delle popolazioni dei 15 stati membri che appartengono da più tempo all’UE, la fiducia nelle istituzioni comunitarie ha fatto registrare un crollo di oltre dieci punti percentuali.
Anche i dati dell’ultimo sondaggio dell’Eurobarometro del luglio 2012 fanno registrare un importante aumento dell’antieuropeismo e dell’euroscetticismo. Tra la primavera e l’autunno del 2011, la fiducia nei confronti dell’UE è crollata dal 43% al 34%. Nel luglio di quest’anno la tendenza in negativo si conferma, arrivando al 31%, il minimo storico mai registrato.
In corrispondenza, la fiducia verso i governi e i parlamenti nazionali si attesta al 28%, facendo registrare rispettivamente un aumento del 4% e dell’1% rispetto all’anno precedente. Dalla lettura dei risultati si evince che solo una piccola parte dei cittadini europei che ha perso fiducia verso l’UE l’ha riposta nelle istituzioni nazionali, mentre la maggior parte dei cittadini ha perso la fiducia nelle istituzioni europee senza riporla in nessun altro livello di governo.
La moneta unica sembra invece resistere alla crisi di fiducia, facendo registrare un 52% di voti positivi all’interno di tutta l’UE e addirittura un 63% all’interno degli stati dell’eurozona. I cittadini europei sembrano essere d’accordo con i loro governanti sull’irreversibilità e sui benefici apportati dall’euro.
Nonostante questo, mentre la fiducia nell’UE aumenta fra i paesi da più tempo entrati nell’Unione ma non appartenenti all’euro (Regno Unito, Danimarca e Svezia), fra i paesi dell’eurozona l’euroscetticismo è in crescita, con l’eccezione della Finlandia. La Grecia è il paese che ha fatto registrare il crollo più vistoso, passando dal 75% di fiducia verso l’UE nel 2001 ad appena il 25% nel 2011, seguita dagli altri paesi più colpiti dalla crisi del debito pubblico, contraddistinti dalla sigla PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Spagna, oltre alla già menzionata Grecia).
Anche l’opinione pubblica tedesca ha fatto registrare un aumento dell’euroscetticismo di oltre venti punti percentuali in quattro anni, arrivando a toccare il 55% nel 2011. Secondo gli analisti, questo dato è particolarmente preoccupante per la grande importanza che l’opinione pubblica tedesca ha rivestito all’interno dei leaders europei al momento di prendere le decisioni più importanti relative alla politica economica e fiscale (si pensi al riscatto della Grecia e della Spagna).
Le ragioni dell’aumento dell’antieuropeismo
L’ideologia antieuropeista rappresenta un fenomeno complesso e multidimensionale, legato a una molteplicità di fattori diversi fra loro. Le ragioni tradizionali che hanno fomentato il discorso politico antieuropeista ed euroscettico sono state già mezionate: si tratta del sentimento nazionalista, del discorso reazionario e di altre peculiarità nazionali, come l’isolazionismo britannico o il tradizionale euroscetticismo dei paesi scandinavi.
Le ragioni che hanno portato all’aumento dell’antieuropeismo negli ultimi anni sono invece legate ai problemi che attraversa il processo d’integrazione comunitaria, che non sempre è arrivato al suo completamento.
L’UE rappresenta un’organizzazione regionale che unisce elementi tipici di una federazione – nelle sue politiche propriamente comunitarie dove gli stati membri hanno ceduto pienamente la loro sovranità all’UE – a quelli di una confederazione, dove gli stati conservano la loro sovranità e adottano le decisioni per consenso unanime. In quest’ultimo caso, ogni stato mantiene un potere di veto che gli permette di paralizzare l’intero processo di adozione delle decisioni in ambito europeo.
Un esempio di politica comunitaria è la politica agricola comune (PAC), mentre fra le politiche non comunitarie si annoverano la politica economica e la politica fiscale.
Le difficoltà incontrate dall’UE davanti all’aggravarsi della crisi del debito pubblico si deve alla mancanza di margine e di potere d’azione che le sono stati concessi dagli stati membri, tradizionalmente restii a cedere competenze in un ambito così delicato della loro sovranità come la politica economica e fiscale. L’evidente impossibilità di un unico stato di risolvere la crisi dell’eurozona ha costretto i governi europei a sedersi al tavolo dei negoziati per trovare una soluzione efficace, accettata all’unanimità. La divergenza delle posizioni statali, condizionate dal diverso grado di stabilità e benessere delle economie nazionali, ha rallentato – se non quasi paralizzato – i negoziati.
Questo processo è stato interpretato dai cittadini europei come un segno evidente di debolezza dell’UE e dei gravi difetti nel processo d’integrazione comunitaria. Stando ai dati dell’Eurobarometro del luglio del 2012, la stragrande maggioranza degli intervistati crede che l’UE debba inasprire le politiche contro i paradisi fiscali (89%), istituire una tassa europea sui profitti bancari (84%), regolare i salari del settore finanziario (82%) e istituire meccanismi di controllo sulle transazioni finanziarie (72%).
I cittadini europei credono nella necessità di cambiare i presupposti e di rafforzare il processo d’integrazione europea perché i risultati attuali dimostrano la scarsità di benefici e la sostanziale inefficacia e inefficienza delle istituzioni comunitarie davanti alla crisi economica e finanziaria. L’aumento della sfiducia nei confronti delle istituzioni europee è legato alla convinzione secondo la quale il processo d’integrazione non ha condotto ai risultati sperati, specialmente in un periodo di difficile congiuntura economica e finanziaria.
Conclusioni
L’ideologia antieuropeista e l’euroscetticismo si stanno diffondendo all’interno di nuovi settori della cittadinanza europea, per ragioni legate principalmente all’incapacità dell’UE di fronteggiare la crisi del debito pubblico che sta colpendo alcuni stati membri. Queste ragioni rafforzano anche il discorso dei settori nazionalisti e reazionari, tradizionalmente contrari al processo d’integrazione comunitaria.
I sintomi più forti dell’aumento dell’antieuropeismo si evidenziano soprattutto nella diminuzione della partecipazione alle elezioni europee, nell’aumento del numero dei discorsi contrari all’integrazione comunitaria e nel crollo della fiducia nell’UE registrato dagli ultimi sondaggi dell’Eurobarometro, specialmente nei paesi più colpiti dalla crisi economica.
La grande maggioranza dei cittadini europei ritiene necessario cambiare i presupposti del processo d’integrazione comunitaria, specialmente nell’ambito economico e fiscale, rafforzando i poteri dell’Unione in materia, al fine di poter istituire meccanismi comuni di controllo più rigidi.
Nonostante questa necessità registrata dalla cittadinaza europea, la più grande difficoltà dell’integrazione economica e fiscale risiede nel rifiuto della maggior parte dei rappresentanti dei governi nazionali a cedere competenze in un ambito particolarmente delicato della propria sovranità come quello economico e fiscale.
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