La vicenda dei due Marò ancora reclusi nelle carceri indiane ha dimostrato al mondo la palese debolezza internazionale del nostro paese, in particolare la sua totale ininfluenza nel campo della diplomazia. Qualche acuto osservatore ha fatto notare che qualora l'intera vicenda fosse stata delegata agl'invisibili canali di ENI, gli esiti sarebbero stati ben diversi (la nostra compagnia petrolifera è presente in India dal 2005 dando lavoro a più di 5000 persone).
In effetti, a tutt'oggi sono due le organizzazioni potenzialmente in grado di proiettare una politica di influenza italiana nel mondo: la Farnesina e appunto ENI, la prima azienda tricolore per dimensioni e profitti.
Quest'ultima, da anni svolge un ruolo primario nella difesa dell'interesse nazionale talvota operando di concerto col ministero, talvolta (sempre più spesso) in maniera autonoma. La posta in gioco è troppo alta perchè si possa aspettare la lungaggine burocratica degli apparati ministeriali: in ballo vi è il controllo delle fonti energetiche che l'Italia non possiede.
Proprio nelle ultime due decadi i rapporti di forza sembrano essersi invertiti a favore di ENI: basti pensare che nessun nuovo ambasciatore parte per una nuova destinazione senza aver prima consultato i vertici della compagnia. Inoltre, da una decina d'anni un diplomatico del ministero è distaccato presso l'azienda formalmente come consigliere delle relazioni internazionali, in realtà per prendere atto più rapidamente dei suoi bisogni e dei suoi piani.
Agli albori del dopoguerra invece, lo schema era opposto: le scelte aziendali pur formalmente autonome, avvenivano sotto il rigido controllo del Ministero degli Esteri. Fu così che nei primi trent'anni di vita la geostrategia di ENI coincise con le impostazioni dei governi democristiani: una politica terzomondista, pacifista,e filo-araba. Del resto, questo era ciò che auspicavano anche i vertici aziendali perchè l'immagine di alterità rispetto al blocco anglo-franco-americano consentiva adi ENI di recuperare lo svantaggio competitivo rispetto alle sette sorelle con un vantaggio di tipo geopolitico.
Fu così che la nostra azienda petrolifera inizio' a strappare contratti e concessioni proprio nei territori culturalemte e politicamente più ostili agli interessi dell'occidente: prima in Egitto, poi in Libia e Marocco, poi in Angola Nigeria, Congo, Togo, Ghana e Mozambico, diventando la prima compagnia d'idrocarburi nel continente africano.
Sebbene nessuno dei paesi Nato potesse permettersi di uscire dalla concordata politica atlantista e anti-sovietica, Eni fu quindi abilissima a smarcarsi in Africa sfruttando la polticia terozmondista della Farnesina, riuscendo a fare affari con paesi più vicini al blocco sovietico che alla Nato. Gli interessi di ENI puntarono anche spregiudicatamente sui vecchi regimi autoritari come garanti della stabilità geopolitica e degli investimenti petroliferi.
A rendere ancora più forte l'immagine di unicità di ENI vi era poi il particolare modello di cooperazione proposto ai governi locali: non solo sfruttamento dei giacimenti ma anche azioni svolte a favorire lo sviluppo economico e locale.
Il ruolo autonomo e indipendente conquistato in Africa, ha poi di conseguenza favorito l'ingresso di ENI come principale compagnia partner in altri due teatri politicamente ostili agli Stati Uniti: il Venezuela e l'Iran. In particolare in quest'ultimo paese ENI ha dovuto recentemente abbandonare lo sviluppo dei giacimenti del Darquain proprio su fortissime pressioni americane, con immediata ritorsione iraniana (blocco di 2 miliardi di euro di crediti)
Nel solco di questa tradizione d'indipendenza geopolitica va infine ascritto il recente asse di ENI con Gazpron, tale da renderla il primo partner commerciale in Europa della corazzata russa.
Ecco allora che ai giorni nostri col venire meno di una vera e propria politica estera italiana per via della debolezza degli esecutivi, ora totalmene proni ai disegni americani, ora schiacciati dalle decisioni di Bruxelles, ENI si è praticamente trovata ad agire da sola nel tentativo di disegnare un piano di influenza italiana nel mondo. In questo senso, Eni dimostra una grandissima abilità geopolitica a tenere i piedi in più scarpe: contro Europa e Usa ma con i Russi per la costruzione del Nabucco, iniseme con Europa e contro USA per il petrolio iraniano. Insieme ad USA per il TAPI, il gasdotto che dal Turkmenistan arriverà in India via Afganistan. Coi Russi per il gas da importare in Europa, coi cinesi per esportare il gas dei giacimenti angolani nell'estremo oriente.
Questa consapevolezza da parte dei vertici aziendali di portare con sè i destini internazionali dell'Italia è quindi una costante nella storia di ENI (basti pensare quando nei primi anni cinquanta venne creata la scuola post-universitaria sugli Idrocarburi (la SDA della Bocconi venne fondata solo 16 anni dopo). Quest'ultima intitolata a Mattei oggi rilascia il MEDEA (Master in economia dell'Energia e Ambiente) a 2700 allievi di 110 nazionalità diverse, assolvendo prima ancora che uno scopo didattico, uno scopo geopolitico: quello di favorire l'Italia nelle relazioni internazionali, costruendo reti personali proprio con le giovani promesse dei paesi in via di sviluppo che un domani diventeranno i protagonisti dell'industria energetica.