L’emergenza rifiuti a Napoli colpa del Nord, 11 arresti tra imprenditori e banchieri veneti
Tutti i cittadini napoletani ricorderanno in che condizioni era la città nel 2010: piena emergenza rifiuti, cassonetti bruciati e miasmi insopportabili. In quella situazione c’era chi ci lucrava, e non la criminalità meridionale, bensì un insospettabile imprenditore veneto. Chi ci guadagnava dalla “tortura” che erano costretti a subire i cittadini partenopei era la “Enerambiente Spa”, azienda veneta che dal 2005 al 2010 ha gestito il servizio di raccolta rifiuti solidi urbani in gran parte della città di Napoli e al cui vertice siedeva Stefano Gavioli, 55enne veneziano residente a Treviso. La situazione di emergenza rifiuti a Napoli, secondo quanto portato alla luce dal Nucleo tributario di Napoli e dalla Digos, su cui indaga la Procura, era creata ad arte per paralizzare la raccolta di rifiuti in città e costringere Asia, l'azienda municipalizzata locale e il Comune di Napoli ad acconsentire alle pretese economiche di Enerambiente, che invece ha oggi un buco di 50 milioni di euro. Le accuse sono pesantissime: si va dall'associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta, al falso in bilancio, al ricorso abusivo al credito, corruzione, estorsione e riciclaggio. La procura partenopea ha emesso 16 ordinanze di custodia cautelare ( 9 in carcere e 7 ai domiciliari) nei confronti anche di imprenditori, professionisti e un sindacalista. Undici degli arrestati sono veneti: Stefano Gavioli (Ve) presidente di Enerambiente, Paolo Bellamio (Pd) commercialista, l'avvocato Giancarlo Tonetto (Ve), il commercialista Enrico Prandin (Ro), Giorgio Zabeo (Ve), Giovanni Faggiano (Br), Stefania Vio (Ve), Loris Zerbin (Ve), Giuseppina Totaro (Na), Vittorio D'Albero (Na), Giovanni Alfieri (Na), i banchieri Alessandro Arzenton (Pd), Mario Zavagno (Ve) e Manuela Furlan (Ve). Maria Chiara Gavioli (Pd), sorella di Stefano, è invece agli arresti domiciliari. Le indagini hanno fatto emergere un quadro allucinante: la protesta degli addetti alla raccolta rifiuti che provocò il disastro ambientale in città sarebbe stata alimentata per esercitare pressioni nei confronti degli amministratori da parte di Enerambiente per obbligarli all’acquisto di automezzi a prezzi esorbitanti. Allo scoppiare dei disordini e della ‘monnezza’ in città, venne bandita una gara d’appalto per la raccolta rifiuti, suddivisa in 5 lotti. Enerambiente non potè partecipare perché la procura di Venezia emise un'interdittiva antimafia. Tuttavia le società che si erano aggiudicate gli altri lotti non riuscirono ad avviare il servizio a causa del rifiuto di molte compagnie di assicurare i mezzi per la raccolta, continuamente fermati e bruciati nell'ambito delle proteste. La municipalizzata Asia dovette ricorrere ancora ad Enerambiente richiedendo una proroga del servizio per un mese. Forte dell’accordo, l’azienda veneziana pose due condizioni: la mancata richiesta delle penali contestate da Asia per un ammontare di 900 mila euro e il pagamento dei canoni entro i termini. In un incontro in municipio Gavioli spiega le sue “ragioni”: l’azienda ha ceduto i mezzi ad un imprenditore tedesco, Adolf Lutz, a sua volta ceduti in Niger. Il rappresentante di Asia, è scritto nell'ordinanza, “comprese che senza l'accettazione di Enerambiente si sarebbe giunti alla pressoché totale interruzione del servizio di raccolta dei rifiuti nelle aree più sensibili della città. I rappresentanti del Comune intervennero per sollecitare le parti a raggiungere assolutamente l'intesa”. Il sistema si basava su una rete di contatti e complici: l’azienda di Gavioli infatti, nonostante sull’orlo del fallimento, intascava denaro che nascondeva grazie a tre funzionari della Banca del Veneziano-Bcc, che per anni avallano false fatturazioni e operazioni impossibili. Da quanto si apprende la Bcc potrebbe anche costituirsi parte civile contro i funzionari infedeli, i due direttori di filiale Mario Zavagno e Manuela Furlan, accusati di avere favorito Gavioli nei suoi affari.
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