Il voto afghano, al di là del risultato finale non ha alcun valore legale, perché imposto da forze occupanti. Chi credeva che “Enduring Freedom” sarebbe stata una passeggiata, fatta solo di indiscriminati bombardamenti a tappeto e cannoneggiamenti all’uranio impoverito, dovrebbe ora ricredersi. L’escalation di attacchi portati dalle milizie nazionali talebane fin nel cuore della capitale in questi ultimi giorni, dimostra che la Nato sta perdendo la guerra e che da tempo oramai non controlla più il territorio. Un popolo,quello afghano, che non ne vuole sapere della “democrazia occidentale” esportata a suon di bombe e che già nel passato ha inflitto cocenti sconfitte agli invasori di turno, britannici e sovietici. L’Afghanistan è considerato la via principale per il passaggio degli oleodotti provenienti dal Mar Caspio, importanza descritta nello studio “Oil and Geopolitics in the Caspian Sea Region” pubblicato nel 1999, dove Pat Clawson della National Defence University, ci descrive la zona del Caspio, ricca di petrolio e gas naturale, come di basilare importanza geostrategica ed economica per quel che riguarda le vie di passaggio degli oleodotti petroliferi e i vari tentativi fatti dagli Usa di controllare tali vie con la creazione di “stati vassalli” nella regione, indispensabili per salvaguardare la produzione e la distribuzione del petrolio verso i mercati mondiali. Da qui mosse tutta l’azione svolta da Washington dal 1996, finanziando proprio i Talebani contro l’Alleanza del Nord. Poco importava al Dipartimento di Stato chi fossero e cosa volessero i talebani, la cosa importante era quella di mettere le mani sulla regione. La conferma ci viene dalla testimonianza davanti al Congresso Usa di John Maresca, vicepresidente nel 1998 della potente “Union Oil Company of California”, dove spiegava che solo attraverso “un governo amico” si poteva dare il via ai progetti energetici nella regione. Ma quando i talebani iniziarono ad assumere sempre di più atteggiamenti anti americani, volendo giustamente comandare in casa propria, gli Stati Uniti si resero conto di avere puntato sul cavallo sbagliato. E così già dal 2000 il Pentagono iniziò la pianificazione della distruzione dell’Afghanistan. Questi rapporti furono pubblicati dal “Toronto Sun” e dal “Washington Post” nel dicembre del 2000 e i piani dettagliati dell’escalation di guerra Usa furono riportati dall’autorevole “ Jane’s Intelligence Review” nel marzo 2001… Un ultimo tentativo di trattativa fu attuato dall’amministrazione Bush, che chiese ai talebani di entrare a far parte di un “governo pluralista” (è facile immaginare manovrato da chi…), in cambio di copiosi aiuti ,dando poi il via alla costruzione degli oleodotti dal Kazakistan all’Uzbekistan, in caso contrario l’Afghanistan sarebbe stato “sotterrato sotto un tappeto di bombe”. Cosa che si è puntualmente verificata. E l’Italia? Quali interessi abbiamo noi nella regione lo dovrebbero invece spiegare i “nostri politici di ambo gli schieramenti, militesenti”, con il ministro La Russa che vuole cambiare le regole d’ingaggio, incurante del ridicolo che circonda tutta la spedizione italiana, povera di mezzi e dove i militari italiani sono subordinati all’Isaf (Forza Internazionale di Sicurezza) al cui vertice c’è il generale David McKiernan, a suo volta alle dipendenze dell’ US Centcom (Uniteted States Central Command) che coordina le forze “alleate” in Medio Oriente, e poste agli ordine del generale David H.Petraeus. Ma alla fine tutta la logica di questa guerra risponde solo ed unicamente agli interessi delle grandi Corporation statunitensi. L’Italia è costretta, grazie ad una classe politica imbelle e servile, a recitare lo squallido ruolo di “colonia” Usa, senza avere nemmeno diritto alle briciole che e se cadranno dal tavolo del vincitore, cosa di cui dubitiamo fortemente, tutto invece lascia presagire un aumento delle perdite del nostro contingente, già fatto oggetto ultimamente di un incremento del numero di attacchi da parte dei talebani, che come la storia insegna non sono disposti a fare sconti a nessuno degli invasori.


Federico Dal Cortivo