Adesso che non hanno più niente, che il terremoto ha cancellato il passato, gli abruzzesi si sostengono con il loro orgoglio, solidi «come la roccia del Gran Sasso», e provano ad afferrare il futuro. E si destano contro chi vuole spazzar via anche quello.
I sindaci colpiti dal sisma stanno con Stefania Pezzopane, il presidente della provincia che venerdì ha fronteggiato Berlusconi, prima chiedendo sobrietà in un giorno così luttuoso e poi respingendo l'idea di una ricostruzione comandata dal capo e dai suoi uomini. E dai suoi gusti, «sarà come Milano 2 e Milano 3». Loro rivogliono l'Abruzzo 1, edificato con coscienza: «Non ci sono da tirare su solo case, c'è da rigenerare la nostra cultura, persa con i centri storici polverizzati». Sono le parole più cortesi di Gianni Costantini, sindaco di San Pio, il comune di Franco Marini. «Sul borgo medievale della frazione di Castelnuovo avevamo investito tutto. Sparito. Cosa vuol dire “ricostruire?”. Dove e per chi? È un'idiozia pensare che fare alloggi significhi “ricostruire”: c'è di più, vogliamo farlo noi».
C'è una cintura intorno a L'Aquila che è dimenticata dai politici nazionali e quindi dalle telecamere. L'unico che si è ricordato di loro è stato il terremoto: «Nessuno si occupa di noi”, senti dire agli sfollati di questi borghi dell'altopiano di Campo Imperatore, nel cuore del massiccio del Gran Sasso. Nicola Menna è sindaco di Poggio Picenze: «Non si è visto nessuno delle istituzioni». Eppure il paese è scomparso: «Non c'è più il Municipio, è crollata la scuola, la parrocchia».
Il centro storico è una foto ricordo, come a Barisciano, al km 18 sulla statale nella piana dei Navelli, verso Pescara. Mille ottocento abitanti, tutti senza casa, ma le tende sono arrivate solo giovedì. Il sindaco è Domenico Panone, ha dormito nella sua Fiat Marea, dev'essere stato scomodo visto che è alto un metro e novanta, «e doveva starci anche mia moglie...». Adesso sente parlare di soldi, i 500 milioni dell'Europa, i privati, la nuova città, le 100 zone progetto, sei grandi aree...i commissari... «giù le mani dall'Abruzzo, non può essere il governo centrale a decidere tutto». Vogliono essere artefici della propria rinascita.
Il sindaco di San Demetrio, Silvano Cappelli, era così sconcertato dal fiume di parole del capo del governo che si è fatto sentire con un comunicato stampa: «Questa è gente attaccata alle proprie tradizioni, alle piccole piazze, le chiese fatte in un certo modo. Non puoi umiliarla con i laghetti artificiali...». E nemmeno con le strette di mano, ripetute e vuote, che hanno stizzito la dottoressa Federica Fabiocchi, nella tendopoli dell'Aquila. Si è grintosamente proposta al presidente del Senato Renato Schifani: «In tanti ci hanno stretto la mano. Ci sono molte esigenze da risolvere, vogliamo fatti concreti».
La ricostruzione, dunque. Due filosofie: quella spettacolare, case subito per tutti, che fa leva sulla necessità degli sfollati e sull'emotività dell'opinione pubblica. E quella identitaria: «Siamo abruzzesi e dobbiamo ricomporre il nostro tessuto», fa il sindaco dell'Aquila, Massimo Cialente, la barba incolta sulle guance scavate, provato da una settimana infame, appena un po' ristorato dalla prima nottata passata sul vecchio camper di famiglia dopo giorni senza sonno. «Certo, adesso dobbiamo superare l'emergenza, accasare tutti i bisognosi. Poi ragioneremo insieme: cosa crede il governo, che la città sia solo un agglomerato di case? Forse a Milano 2...qui non è così. Bisogna coinvolgere gli enti locali». Cialente è stato citato da Berlusconi: «La new town? Ma la vuole il vostro sindaco...», disse ai cittadini aquilani, perplessi dall'inglesismo. «Se l'è inventata”, rassicura Cialente. Ne eravamo certi.
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