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Discussione: Per fare la guerra dire bugie è la regola dei presidenti americani

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    Predefinito Per fare la guerra dire bugie è la regola dei presidenti americani

    Per fare la guerra dire bugie è la regola dei presidenti americani | L'Indipendenza


    Nel suo celebre saggio La guerra è la salute dello Stato, Randolph Bourne ha fatto una distinzione importante tra Paese e lo Stato. Un Paese è «un gruppo ineluttabile nel quale siamo rinati». In quanto tale, «non c’è maggior senso di rivalità con altre persone che quello all’interno della nostra famiglia». Il Paese è «un concetto di pace, di tolleranza, di vivi e lascia vivere», ha scritto Bourne. Lo Stato invece «è essenzialmente un concetto di potere e di competizione».
    Confondere i due concetti di Paese e di Stato, porta ad una confusione senza speranza e molto pericolosa. La storia del Paese americano è quella della «conquista della terra, della crescita della ricchezza, dell’impresa dell’istruzione, e della realizzazione di ideali spirituali». La storia dello Stato americano, al contrario, è quello di «fare la guerra, impedendo la sua divisione, ostacolando il commercio internazionale, punendo quei cittadini che la società concorda essere offensivi, e raccogliere i soldi per pagare tutto questo».
    In tempo di pace lo Stato «non ha alcun motivo per fare appello alle emozioni dell’uomo comune», ha scritto Bourne. Il cittadino medio ignora in gran parte lo Stato. Ad esempio, all’inizio della “guerra civile” americana l’unico collegamento che il cittadino medio aveva con il governo federale era il pagamento all’ufficio postale di circa 45 dollari annui di tasse. Questo, naturalmente, è considerato un disastro o una calamità da parte di tutti i statalisti.
    «Con lo shock della guerra», tuttavia, «lo Stato entra di nuovo in scena». La guerra è la salute dello Stato. E’ la ragione per le alte tasse, per le burocrazie nelle agenzie dell’entrate, per il pervasivo spionaggio, per la censura, per la coscrizione militare, per l’abolizione delle libertà civili, per un pesante debito, per una crescita esplosiva della spesa pubblica e dell’indebitamento, per una vasta applicazione delle accise, per la nazionalizzazione delle industrie, per la pianificazione centrale socialista, per le massicce campagne pubbliche di indottrinamento, per apporre pene e detenere i dissidenti del governo e dello Stato, per la fucilazione dei disertori dai suoi eserciti, per la conquista di altri Paesi, per l’inflazione della moneta, per la demonizzazione delle imprese private e della società civile per non essere sufficientemente “patriottici”, per la crescita di un complesso militare-industriale, per una vasta espansione della spesa governativa improduttiva, per la demonizzazione delle idee di libertà e di individualismo e di coloro che ne sono portatori, per una festa senza fine (se non una deificazione) dello statalismo e del militarismo.

    Il cittadino medio non ha alcun interesse in tutto questo. Il cittadino medio di un impero militarista non è altro che un contribuente-fornitore di carne da cannone, agli occhi dello Stato. Qui sta il più grande dilemma dello Stato: come fare per ottenere dalle masse il prosieguo della loro auto-schiavitù come contribuenti, come carne da cannone e cheerleaders della guerra.
    La risposta a questo dilemma è sempre stato il lavorio su una serie di bugie sull’”imperativo” del fare la guerra. Come Bourne ha scritto, «tutta la politica estera, i negoziati diplomatici che producono o risolvono la guerra sono (…) la proprietà privata della parte esecutiva del governo, e sono ugualmente esposti a nessun controllo da parte dei corpi popolari, o dal voto della gente in quanto massa».
    La maggior parte delle persone sono «razionalmente ignoranti» di quasi tutto ciò che il governo fa, e sono maggiormente ignoranti in politica estera. Questo permette ai politici di mentire e portare le nazioni in guerra con l’impunità, perché hanno sempre capito che «nel momento in cui la guerra è dichiarata (…) la massa delle persone, attraverso qualche alchimia spirituale, è convinta che essi hanno voluto ed essi stesso hanno eseguito l’atto [di iniziare una guerra]». A quel punto «il cittadino getta via il suo disprezzo e la sua indifferenza verso il governo e s’identifica con i suoi scopi, fa rivivere tutti i suoi ricordi militari e i suoi simboli, e lo Stato una volta di più passeggia in augusta presenza attraverso l’immaginazione degli uomini». Cosa ben più distruttiva, «il patriota perde tutto il senso della distinzione tra Stato, nazione, e governo».
    Menzogne americane per la guerra

    Questo articolo è stato scritto mentre il governo degli Stati Uniti sta diffondendo il racconto che il governo siriano avrebbe ucciso circa 100 dei suoi cittadini con gas velenosi. Il presidente Obama ha annunciato l’anno scorso, molto opportunamente, che questo è ciò che lo avrebbe costretto ad “attraversare la linea” e a dichiarare guerra al governo siriano, nonostante il fatto che quest’ultimo non costituisca una minaccia o un danno per ogni americano.
    Si tratta di un replay dell’ultima bugia adottata per iniziare una guerra, la menzogna promossa dall’amministrazione di Bush jr che l’Iraq di Saddam Hussein possedesse “armi di distruzione di massa” e che in qualche modo esse minacciavano gli americani. Questo è stato rapidamente dimostrato essere una bugia, ma ormai era troppo tardi. Come Randolph Bourne ha scritto, una volta che la guerra è iniziata la maggioranza degli americani diventa servilmente obbediente allo Stato guerriero e tendono a credere a tutte le sue bugie, per quanto spettacolari possano essere (la prima guerra del Golfo dei primi anni ’90 è stata in parte “giustificata” dalla menzogna che i soldati iracheni stavano tirando razzi contro gli asili nido dell’ospedale, e i neonati kuwaitiani nati prematuramente stavano morendo).
    La guerra del 1812


    Appena vent’anni dopo la ratifica della Costituzione degli Stati Uniti il “virus dell’imperialismo” infettò alcuni politici americani che credevano fosse loro “destino manifesto” quello di invadere e conquistare il Canada. Uno dei leader del Congresso del partito della guerra d’inizio Ottocento, Henry Clay, celebrò la dichiarazione di guerra, il 4 Giugno 1812, dichiarando che «in ogni petto del patriota deve pulsare con sollecitudine l’ansia per il risultato. Ogni braccio del patriota renderà quel risultato favorevole per la gloria del nostro amato Paese» (David and Jeane Heidler, Henry Clay: The Essential American, p. 98).
    Tra le “motivazioni ufficiali” per l’invasione del Canada nel 1812 vi furono il presunto “arruolamento” di marinai americani da parte del governo britannico, che però era in corso da decenni, come Justin Raimondo ha sottolineato. Il racconto narratoci fu che i “malefici” britannici incoraggiarono gli indiani ad attaccare i coloni americani.
    Il vero motivo della guerra, tuttavia, fu l’impulso alla crescita dello Stato attraverso una guerra imperialista di conquista. Il risultato della guerra fu un disastro: gli inglesi bruciarono la Casa Bianca, la Biblioteca del Congresso e gran parte di Washington DC, gli americani si ritrovarono con un enorme debito di guerra, il quale fu usato come scusa per resuscitare la corrotta ed economicamente destabilizzante Banca degli Stati Uniti, antesignana della Fed.
    La guerra messicano-americana

    Quando James K. Polk divenne presidente nel 1845, annunciò al suo gabinetto che uno dei suoi obiettivi principali era quello di acquisire la California, che era allora una parte del Messico. Come scrisse nel suo diario (in rete come The Diary of James K. Polk), «dissi al gabinetto che fino a questo momento, come sapevano, non avevamo sentito parlare di nessun atto aperto d’aggressione da parte dell’esercito messicano, ma che il pericolo era imminente, che sarebbero stati commessi questi atti. Ho detto che a mio parere avevamo ampie motivazioni per la guerra».
    Così, molto tempo prima della presidenza di George W. Bush, James K Polk sostenne l’idea neocon della ‘guerra preventiva’. Polk riconobbe che l’esercito messicano non aveva commesso alcun “atto d’aggressione”, così definito per provocare l’invio di truppe americane al confine col Messico, nel territorio che gli storici sono d’accordo fosse in quel momento “territorio conteso” a causa di una molto dubbia pretesa da parte del governo degli Stati Uniti. Niente meno che Ulysses S. Grant, in quanto giovane soldato sotto il comando del generale Zachary Taylor durante la guerra messicano-statunitense del 1846-1848, capì nelle sue memorie che fu mandato lì per provocare un combattimento:
    «La presenza di truppe statunitensi al confine del territorio conteso, seppur lontano dagli insediamenti messicani, non è stato sufficiente a provocare le ostilità. Siamo stati mandati a provocare un combattimento, ma era essenziale che il Messico desse inizio ad esso. Ero molto dubbioso se il Congresso avrebbe dichiarato guerra, ma se il Messico dovesse attaccare le nostre truppe, l’esecutivo [il presidente Polk] potrebbe annunciare, ‘considerando che la guerra esiste per gli atti di, eccetera’ la proseguiremo con vigore».
    Lo stratagemma di Polk funzionò e provocò l’esercito messicano. Nel suo messaggio di guerra al Congresso dichiarò che «il Messico ha passato il confine degli Stati Uniti, ha invaso il nostro territorio e ha sparso sangue americano sul suolo americano. (…) Dato che esiste la guerra (…) a seguito dell’atto del Messico, siamo chiamati da ogni considerazione di dovere e patriottismo a rivendicare con decisione l’onore, i diritti e gli interessi del nostro Paese».

    Questa truffa del provocare una guerra nel confine di un’altra nazione, armando pesantemente eserciti con armi finalizzate al conflitto, si sarebbe ripetuta molte volte nel corso delle generazioni successive, fino alla provocazione odierna di una guerra in Siria. L’invasione e la conquista del Messico hanno consentito al governo degli Stati Uniti di acquisire la California e il New Mexico a costo di circa 15 mila vittime americane e di almeno 25 mila vittime messicane. Fu una guerra imperialista aggressiva di conquista.
    La “guerra civile” americana

    Il 4 Marzo 1861, nel suo primo discorso inaugurale, Abraham Lincoln minacciò «d’invasione» e «spargimento di sangue» (sue testuali parole) qualsiasi Stato che si rifiutasse di raccogliere l’imposta federale e la tariffa sulle importazioni che era stata più che raddoppiata appena due giorni prima. In quel momento, le tariffe rappresentarono più del 90% di tutte le entrate fiscali federali, quindi quello fu un gigantesco aumento delle tasse. Ecco come Lincoln minacciò la guerra nel suo primo discorso ufficiale:
    «Il potere che mi è stato concesso verrà utilizzato per contenere, occupare e possedere la proprietà e i luoghi appartenenti al governo, e per riscuotere i dazi e le imposte, ma al di là di ciò che può essere necessario per questi scopi, non ci sarà nessuna invasione, né in ogni caso un utilizzo della forza contro o sul popolo».
    Ma naturalmente gli Stati meridionali del Sud avendo secesso, non avevano intenzione di «riscuotere i dazi e le imposte» e di inviare quei soldi a Washington DC, Lincoln commise tradimento (secondo la definizione dell’articolo 3, comma 3, della Costituzione degli Stati Uniti) attuando una guerra di riscossione nei confronti di Stati liberi ed indipendenti, che si sono sempre considerati come una parte dell’Unione americana. Per sua stessa ammissione (e per le sue azioni successive), ha invaso il suo Paese per riscuotere più imposte.
    Il Partito Repubblicano del 1860 era un partito protezionista e favorevole alle tariffe elevate. La Costituzione confederata aveva del tutto posto fuori legge le tariffe protezionistiche. Il risultato sarebbe stata una massiccia deviazione del commercio mondiale verso i porti del Sud, il che avrebbe costretto il governo degli Stati Uniti a ridurre la sua tanto amata aliquota media dal 50% a livelli competitivi (10%-15%), privando i produttori del Nord di questa forma velata di welfare corporativo, e privando il governo delle entrate di cui aveva bisogno per perseguire il suo “destino manifesto” di impero mercantilista comprensivo di massicci sussidi alle imprese ferroviarie (tra gli altri).
    Il dilemma di Lincoln era che sapeva che sarebbe stato condannato in tutto il mondo per una guerra sanguinosa motivata dalla riscossione delle imposte. Un’altra scusa per la guerra doveva essere inventata, così inventò il “mistico” concetto di Unione permanente e non volontaria. Non voleva essere visto come l’aggressore nella sua guerra per le entrate tariffarie, così ordì un complotto per ingannare i sudisti, al fine di far sparare a loro il primo colpo con l’invio di navi da guerra americane a Charleston Harbor, mentre ostinatamente rifiutò di incontrarsi con i commissari della pace confederati o di discutere l’acquisto delle proprietà federali dal governo confederato. Aveva capito che i confederati non avrebbe tollerato un forte straniero sulla loro proprietà non più di quanto George Washington avrebbe tollerato un forte britannico nei porti di New York o Boston.

    Un paio di giornali del Nord riconobbero il gioco a cui Lincoln stava giocando. Il 16 Aprile 1861 nell’editoriale del Buffalo Daily Courier si può leggere che «la vicenda di Fort Sumter (…) è stata progettata come un espediente attraverso la quale la sensazione di guerra al Nord dovrebbe intensificarsi» (Howard Cecil Perkis, Northern Editorials on Secession). Il New York Evening Day Book scrisse il 17 Aprile 1861, che l’evento a Fort Sumter era «uno schema artificiosamente» forzato, atto «a suscitare, e se possibile esasperare il popolo del nord contro il sud». «Guardate ai fatti», ha scritto il Providence Daily Post il 13 Aprile 1861. «Per tre settimane i giornali dell’amministrazione [di Lincoln] ci hanno assicurato che Ford Sumter sarebbe stato abbandonato», ma «il signor Lincoln ha visto l’opportunità di inaugurare una guerra civile senza apparire nella parte dell’aggressore». Il Jersey City American Standard ha scritto che «vi è una follia ed una spietatezza» nel comportamento di Lincoln, concludendo che l’invio di navi a Charleston Harbor da parte di Lincoln fu «un pretesto per dare il via agli orrori della guerra».
    Dopo Fort Sumter, il 1 ° Maggio 1861, Lincoln scrisse al suo comandante navale, il capitano Gustavus Fox, «tu ed io abbiamo anticipato che la causa del Paese [cioè una guerra civile] sarebbe scaturita dal previsto esito di Fort Sumter, anche se esso dovesse fallire, ed è una non piccola consolazione sentire che la nostra previsione è giustificata dal risultato». Stava ringraziando il capitano Fox per il suo ruolo nell’aver ingannato i confederati facendoli aprire fuoco su Fort Sumter (dove nessuno rimase ucciso o ferito). Stava ringraziando il capitano Fox per la sua assistenza nell’avvio della guerra. Lincoln rispose con un’invasione su vasta scala di tutti gli Stati del Sud e con una guerra di quattro anni che, secondo le ultime ricerche, fu responsabile di ben 850 mila morti americani con un numero più che doppio di mutilati a vita.
    La guerra ispano-americana

    Subito dopo la “guerra civile”, il governo degli Stati Uniti condusse una guerra di genocidio della durata di 25 anni nei confronti degli indiani delle pianure «per far posto alle società ferroviarie», come dichiarò il generale Sherman (si veda il mio articolo su Independent Review, Violence in the American West: Myth versus Reality). Poi dalla fine del 1880 gli imperialisti americani vollero cacciare gli spagnoli da Cuba, dove gli interessi commerciali americani avevano investito in piantagioni di zucchero e tabacco.
    Una nave da guerra americana, la USS Maine, venne inviata a L’Avana nel Gennaio del 1898 per tutelare gli interessi commerciali americani, presumibilmente da una insurrezione. Il 15 Febbraio 1898, una misteriosa esplosione affondò la nave, uccidendo 270 marinai. Gli spagnoli furono accusati per l’esplosione nonostante la mancanza di prove incriminanti.
    «Tu forniscimi le immagini e io ti fornirò la guerra», disse l’editore William Randolph Hearst all’artista Frederic Remington, il che implicò che, armati delle illustrazioni dell’artista, i suoi giornali generarono la propaganda di guerra. Il governo degli Stati Uniti dichiarò guerra alla Spagna ed occupò Cuba nei successivi quattro anni, rendendo il mondo sicuro per le multinazionali dello zucchero e del tabacco americano.
    Prima guerra mondiale


    Nel 1915 un sottomarino tedesco affondò la RMS Lusitania, una nave britannica la quale era presumibilmente una nave da crociera civile. Circa un centinaio di americani erano a bordo, il che consentì al presidente Woodrow Wilson di copiare la tattica di guerra di Lincoln e di utilizzare l’affondamento della nave per dichiarare la guerra.
    Prima dell’affondamento del Lusitania, Wilson sapeva che la nave stava trasportando armi, ma si rifiutò di emettere avvisi ai passeggeri americani, dal momento che la Gran Bretagna e la Germania erano in guerra, poteva essere rischioso essere un passeggero del Lusitania. Ha usato l’affondamento della nave per eccitare l’isteria anti-tedesca e convincere il Congresso a far entrare in guerra gli Stati Uniti in un conflitto europeo. Nel 2008 una spedizione subacquea ha scoperto che il Lusitania trasportava più di quattro milioni di munizioni per fucili, gran parte delle quali erano state impacchettate in scatole etichettate ‘formaggio’, ‘burro’ o ‘ostriche’.
    L’inganno di Pearl Harbor

    Robert Stinnett, autore di Day of Deceit: The Truth About FDR and Pearl Harbor, è un veterano della seconda guerra mondiale e per diversi decenni dopo la guerra ha avuto una carriera di giornalista all’Oakland Tribune e alla BBC. Il suo libro riporta la scoperta, avvenuta nel 1993, dopo che la Naval Command Group Security degli Stati Uniti decise di porre in archivi pubblici presso l’University of Maryland, centinaia di migliaia di messaggi militari giapponesi ottenuti prima di Pearl Harbor con il monitoraggio/spionaggio da parte delle stazioni statunitensi. Queste registrazioni non erano state viste da nessuno dal 1941.
    Ciò che Stinnett ha trovato fu che, proprio come la stragrande maggioranza dei nordisti non era favorevole alla guerra alla vigilia di Fort Sumter nel 1861, così pure la stragrande maggioranza degli americani 80 anni dopo sosteneva l’America First, il primo movimento non-interventista guidato da Charles Lindbergh. L’80% del pubblico americano era non-interventista nel 1940-1941. Dopo che la Germania fece “l’errore strategico” di firmare un trattato con il Giappone, un tenente comandante statunitense, Arthur McCollum, della Naval Intelligence, vide la possibilità di contrastare l’America First provocando il Giappone ed inducendolo ad attaccare gli Stati Uniti al fine di porre il pubblico a supporto della guerra.
    Utilizzando proprie fonti nel governo, Stinnett ha scoperto che il presidente Franklin D. Roosevelt adottò il piano in 8 punti dell’Office of Naval Intelligence per indurre il Giappone ad attaccare Pearl Harbor, il più importante dei quali fu quello di mantenere la maggior parte della flotta americana ancorata a Pearl Harbor. Quando il comandante della flotta degli Stati Uniti, l’ammiraglio James Richardson, contestò il piano che avrebbe lasciato macellare i suoi marinai dai giapponesi, FDR rimosse Richardson e lo sostituì con il contrammiraglio Husband E. Kimmel.

    FDR implementò l’intero piano in 8 punti, ma mantenne all’oscuro l’ammiraglio Kimmel e il generale Walter Short, comandante delle truppe dell’esercito degli Stati Uniti alle Hawaii. Oltre mille messaggi giapponesi al giorno furono intercettati dalla marina degli Stati Uniti, la quale sapeva in anticipo tutto ciò che i giapponesi stavano facendo nel Pacifico sulla via per Pearl Harbor. Essa sapeva in anticipo che i giapponesi avrebbero attaccato Pearl Harbor il 7 dicembre 1941. Kimmel e Short ricevettero ordini direttamente da FDR, Stinnett li ha trovati, in essi vi è scritto di «restare in posizione di difesa», perché «gli Stati Uniti vogliono che il Giappone commetta il primo atto palese».
    Il 30 Ottobre del 2000, il presidente Bill Clinton ha ratificato il National Defense Authorization Act che, tra le altre cose, ha riconosciuto che a Kimmel e Short furono negate informazioni d’intelligence militari cruciali sulla flotta giapponese prima dell’attacco di Pearl Harbor. Kimmel e Short furono poi rimossi da FDR dopo l’attacco, ma dopo 59 anni sono stati riabilitati.
    “L’incidente” del Golfo del Tonchino

    Poco prima del suo assassinio, nel Novembre del 1963, il presidente John F. Kennedy aveva iniziato a richiamare i “consiglieri” militari statunitensi dal Vietnam. Il suo successore, Lyndon Johnson, era favorevole alla guerra totale in Vietnam. Ancora una volta il pubblico americano aveva poco interesse verso una guerra civile lontana migliaia di chilometri di distanza in Asia, ma furono poi facilmente indotti all’acquiescenza. Ancora una volta l’inganno coinvolse avvenimenti misteriosi tra navi da battaglia in mezzo al nulla, dove le uniche testimonianze degli incidenti provengono dal governo degli Stati Uniti.
    Il governo degli Stati Uniti fornì “segretamente” delle cannoniere all’esercito sudvietnamita che furono utilizzate per attaccare la costa del Vietnam del Nord. Ciò è stato riconosciuto nel 1964 dal Segretario alla Difesa Robert McNamara. Inoltre, navi da guerra americane aleggiavano attorno ai porti del Vietnam del Nord. Ciò ha incluso la USS Maddox. Il posizionamento delle navi in una situazione di ​​pericolo fu la strategia, sul tipo di quella di FDR, adottata da Johnson, e provocò un attacco da parte del Vietnam del Nord che ebbe successo.
    Johnson falsamente affermò che vi fu un secondo attacco alla USS Maddox, ma ciò è riconosciuto essere una bufala. Il suono del sonar navale e il radar americano della nave mostravano immagini causate dal maltempo, non da cannoniere nord vietnamite.

    Il presidente, tuttavia, fece un discorso radiofonico asserendo che un secondo “attacco” rese necessaria una rappresaglia militare. Poco dopo ordinò gli attacchi aerei. In un documentario televisivo del 2003 dal titolo The Fog of War, Robert McNamara ammise che il secondo attacco alla Maddox «non è mai successo».
    Può sembrare banale ma è vero, coloro che non riescono a imparare le lezioni della storia sono destinati a ripetere i medesimi errori. Gli americani sono in procinto di ripetere lo stesso errore di sperperare il loro sangue e il loro tesoro in un’altra avventura militare (in Siria), che non ha nulla a che fare con la difesa della libertà americana o di chiunque altro. Per studiare ed approfondire l’imperialismo e l’anti-imperialismo, prendete in considerazione la sottoscrizione del mio nuovo corso online di cinque settimane su tale tema attraverso la Mises Academy, inizio la sera del 9 Settembre.

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  2. #2
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Per fare la guerra dire bugie è la regola dei presidenti americani

    Le centrali del terrorismo si trovano a Washington e Tel Aviv, un paio di bombette atomiche risolverebbe gran parte dei problemi dell'umanità attuale.
    Heß and amaryllide like this.
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  3. #3
    Talebano
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    Predefinito Re: Per fare la guerra dire bugie è la regola dei presidenti americani

    Sulla guerra mondiale c'è anche da dire che gli americani praticamente costrinsero i giapponesi ad invaderli non potendo farlo loro per primi causa politica interna tramite lo strangolamento economico e la richiesta di abbandonare immediatamente tutti i territori occupati in Cina. Gli USA del primo '900 erano tra i più grandi produttori di petrolio al mondo e imporre un embargo avrebbe significato il collasso del Giappone il che spinse il governo imperiale a lanciarsi alla conquista del sud est asiatico e ad attaccare pearl harbour per cercare di vincere con un colpo secco la guerra. Comunque tutte le guerre sono pretestuose e ingannatrici perché chi le combatte ha generalmente bisogno di una giustificazione: i romani dissero che il Re di Macedonia Filippo V, che era precedentemente stato alleato regionale di Annibale, intendeva invadere l'Italia. Il che era una balla colossale non avendo il re nemmeno le risorse per conquistare tutta la Grecia come aveva provato la II guerra punica in cui i romani riuscirono facilmente a contenerlo grazie agli alleati locali e a 4 gatti spediti in supporto. Oppure quando, sempre loro, attaccarono e distrussero Cartagine che non era più un pericolo con la scusa della guerra d'aggressione (guerra contro i numidi) che violava il trattato di pace: peccato che gli aggrediti fossero propdio i cartaginesi!

    E anche quella romana era una repubblica piena di cittadini-elettori che non ne potevano più di combattere guerre in tutto il mondo. Se andiamo a cercare le dittature scopriamo che persino Hitler dovette inventarsi un pretesto per invadere la Polonia inscenando un finto scontro di confine.

    Comunque penso che Obama si sia dato la zappa sui piedi da solo con la famosa linea rossa. Se non lancia almeno un paio di missili gli USA perderanno la faccia ma è palese che nemmeno lui aveva intenzione di attaccare Assad: con questa mossa darà il sangue per la maggior gloria di tipacci quali i sauditi e i qaedisti siriani mentre dovrà bruciarsi una notevole fetta del suo capitale politico per convincere il Congresso a dire sì al lancio dei missili, un capitale politico che avrebbe volentieri speso per questioni di politica interna e non, appunto, per fare un favore agli estremisti islamici.

    Inoltre oltre al danno pure la beffa: alla fine andrà da solo, gli inglesi che sembravano quelli più vogliosi hanno dato forfait e gli altri alleati hanno sottoscritto una dichiarazione al G20 in cui dicono in modo arzigogolato al massimo che Assad è un cattivone giusto per non far perdere ulteriore prestigio agli Stati Uniti.
    Forse saranno aiutati dai francesi e Holland, che già da mesi non veniva sopportato, si ritrova a dichiarare un intervento cui è contro i 2/3 dei suoi concittadini. Cosa ci guadagni la Francia ancora devo capirlo, per quanto ci pensi proprio non ci arrivo e non ho trovato nulla in rete, magari farò qualche ricerca sui quotidiani francesi...
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    "la Le Pen col 40% avrà incassato una grande vittoria" (Candido)


 

 

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