Da "Il lungo XX secolo: postfazione" di Giovanni Arrighi.
Avevo dunque concluso tratteggiando non uno ma tre scenari abbastanza differenti, come possibili approdi della crisi del regime statunitense di accumulazione in corso. Gli Stati Uniti e i suoi alleati europei potrebbero tentare di usare la loro superiorità militare per ottenere un “pagamento di protezione” dai centri capitalisti emergenti dell’Asia orientale. Se tale tentativo avesse successo, potrebbe venire alla luce il primo impero effettivamente globale nella storia mondiale. Se un tale tentativo non fosse fatto, o se fosse fatto ma non avesse successo, nel tempo l’Asia orientale potrebbe diventare il centro di una società di mercato mondiale che sarebbe sostenuto non da un potere militare superiore, come è avvenuto in passato, ma piuttosto da un comune rispetto delle culture e delle civiltà del mondo. Nondimeno era anche possibile che la biforcazione sfociasse in un caos senza fine su scala mondiale. Come ho sostenuto parafrasando Joseph Schumpeter, prima che l’umanità soffochi nella prigione (o paradiso) di un impero globale che abbia il proprio centro in Occidente, o in un società di mercato mondiale che abbia il proprio centro in Asia orientale, “it might well burn up in the horrors [or glories] of the escalating violence that has accompanied the liquidation of the Cold War world order” [Arrighi 1994: 354-6, parafrasando Schumpeter 1954:163]. La Crisi dell’Egemonia Statunitense e l’Ascesa della Cina
Questi tre scenari tratteggiati alla fine de Il Lungo Ventesimo Secolo restano tutti possibili approdi storici alternativi alla crisi terminale dell’egemonia statunitense. La biforcazione tra potere militare e finanziario su scala globale, così come l’ascesa economica dell’Asia orientale, proseguono entrambi rapidamente. In un libro pubblicato nel 1999 e intitolato Chaos and Governance in the Modern World, di cui siamo co-autori, io e Beverly Silver abbiamo sostenuto che l’incapacità dell’economia giapponese di riprendersi dal crollo del 1990-92 e la crisi finanziaria dell’Asia orientale del 1997-8 di per sé non supportassero la conclusione che l’ascesa dell’Asia orientale era stato un miraggio. Abbiamo sottolineato che nelle precedenti transizioni di egemonia sono sempre stati i centri di accumulazione di capitale su scala mondiale che stavano emergendo da poco a sperimentare le crisi finanziare più profonde, poiché la loro abilità finanziaria superava la loro capacità istituzionale di regolare gli imponenti flussi di capitale mobile che entravano e uscivano dalle loro giurisdizioni. Questo è vero per Londra e per l’Inghilterra della fine del XVIII secolo e ancora di più per New York e per gli Stati Uniti degli anni Trenta. Nessuno userebbe il crollo di Wall Street del 1929-31 e la conseguente Grande Depressione statunitense come argomento per sostenere che l’epicentro dei processi globali di accumulazione di capitale non si fosse spostato dal Regno Unito agli Stati Uniti durante la prima metà del XX secolo. Una conclusione analoga non si deve trarre nemmeno per quanto riguarda le crisi finanziarie dell’Asia orientale negli anni Novanta [Arrighi e Silver 1999: specialmente capitolo 1 e Conclusione].
Ciò certo non implica che i centri finanziari in carica non possano sperimentare crisi finanziarie. Da questo punto di vista non sono possibili generalizzazioni. Nel corso della transizione dall’egemonia britannica a quella statunitense, il Regno Unito non ha sperimentato una crisi finanziaria paragonabile a quella degli Stati Uniti. Al contrario nel corso dell’attuale transizione, nel 2000-01 e di nuovo nel 2008-09, gli Stati Uniti hanno sperimentato crisi altrettanto serie di quelle dell’Asia orientale negli anni Novanta.
Attraverso le crisi degli anni Novanta e dell’inizio del XXI secolo l’espansione economica della Cina è continuata secondo ritmi che non hanno eguali né precedenti per un territorio di simile livello demografico. Illustrando la forza dell’ascesa cinese abbiamo sottolineato le sue profonde radici, non solo nella ricostituzione sociale e politica della Cina nel periodo della Guerra Fredda sotto il comunismo, ma anche nei successi della Cina imperiale nella creazione di un’economia statale e nazionale precedenti la sua incorporazione, da subordinata, nel sistema interstatale eurocentrico. Più specificamente abbiamo sostenuto che la crescente centralità della Cina e della diaspora cinese oltreoceano, promuovendo l’integrazione e l’espansione economica della regione ha costruito una pratica est- asiatica di vecchia data che risale all’epoca imperiale – cioè una forte fiducia verso il commercio e i mercati nella regolazione delle relazioni tra i sovrani da una parte e tra i sovrani e i sudditi dall’altra. Intorno alla metà del XVIII secolo (con la Guerra dell’oppio), divenne chiaro che questa pratica di vecchia data era inadeguata a prevenire la subordinazione forzata del sistema regionale, che aveva il suo centro in Cina, all’interno del sistema eurocentrico. Verso la fine del XX secolo, comunque, questa fiducia storica verso il commercio e i mercati divenne il fondamento di una rinnovata competitività all’interno di un mercato globale profondamente integrato che emerse sotto l’egemonia statunitense [Arrighi e Silver 1999: specialmente cap. 4; Arrighi 2007: capp. 1 e 12].
La crescente centralità della Cina nell’economia globale ha due significative implicazioni per il potenziale esito della crisi dell’egemonia statunitense in corso. In primo luogo, nella misura in cui questa crescente centralità è radicata nell’eredità storica di una regione, ci si può attendere che essa rimanga molto più salda ed esclusiva rispetto al caso in cui essa fosse il risultato di politiche e di un atteggiamento che potrebbe essere replicato in altre regioni dell’economia mondiale. In secondo luogo, considerato il livello demografico della Cina, la sua espansione economica ha sovvertito la gerarchia globale del benessere molto di più di quanto abbiano fatto tutti i precedenti “miracoli” economici est-asiatici messi insieme. Infatti tutti questi miracoli (incluso quello giapponese) sono stati esempi della mobilità verso l’alto all’interno di una gerarchia fondamentalmente stabile. La gerarchia era in grado di strutturare, come in effetti fece, la mobilità verso l’alto di un gruppo di stati est-asiatici (due dei quali erano città-stato), coinvolgendo circa un ventesimo della popolazione mondiale. Ma strutturare la mobilità verso l’alto di uno stato che da solo comprende circa un quinto della popolazione globale è una questione completamente differente. Implica un totale rovesciamento della struttura fortemente piramidale del sistema gerarchico. E in effetti, nella misura in cui le recenti ricerche sull’ineguaglianza del reddito mondiale hanno individuato una tendenza statistica verso il declino dell’ineguaglianza interstatale a partire dal 1980, ciò è dovuto interamente alla rapida crescita economica della Cina [vedi, tra gli altri, Berry 2005].
Avendo notato la natura strutturalmente sovversiva dell’espansione economica continuativa della Cina, in Chaos and Governance abbiamo evidenziato due principali ostacoli alla transizione non catastrofica verso un ordine mondiale più equo. Il primo ostacolo era rappresentato dalla resistenza statunitense alla regolazione e all’adattamento. Parafrasando David Calleo [1987: 142], abbiamo sottolineato che il sistema mondiale che aveva il suo centro in Olanda e quello che aveva il suo centro in Gran Bretagna crollarono sotto l’impatto di due tendenze: l’emergere di nuovi poteri aggressivi e il tentativo da parte del potere egemone in declino di evitare la regolazione e l’adattamento, rinsaldando la preminenza che stava perdendo attraverso un dominio basato sullo sfruttamento. Scrivendo nel 1999, sostenevamo There are no credible aggressive new powers that can provoke the break down of the US-centered world system, but the United States has even greater capabilities than Britain did a century ago to convert its declining hegemony into an exploitative domination. If the system eventually breaks down, it will be primarily because of US resistance to adjustment and accommodation. And conversely, US adjustment and accommodation to the rising economic power of the East Asian region is an essential condition for a non-catastrophic transition to a new world order [Arrighi e Silver 1999: 288-9].
Come evidenziato più avanti, l’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti e il relativo cambio di direzione della politica estera statunitense può ridurre la gravità di questo primo ostacolo a una transizione non-catastrofica. Meno immediato ma ugualmente importante, è comunque il secondo ostacolo: la capacità, ancora non verificata, degli organismi dell’espansione economica dell’Asia orientale di “open up a new path of development for themselves and for the world that departs radically from the one that is now at a dead-end.” In altre parole si tratta della capacità di sviluppare un nuovo modello che segni una rottura con il percorso socialmente ed economicamente insostenibile dello sviluppo occidentale, in cui i costi per la riproduzione degli esseri umani e della natura sono stati ampiamente “esternalizzati” (vedi figura 1), principalmente escludendo la maggior parte della popolazione mondiale dai benefici dello sviluppo economico. Questo è un compito impegnativo la cui traiettoria sarà in gran parte definita dalla pressione dei movimenti di protesta e di auto-protezione provenienti dal basso.In past hegemonic transitions, dominant groups successfully took on the task of fashioning a new world order only after coming under intense pressure from movements of protest and self-protection from below. This pressure from below has widened and deepened from transition to transition, leading to enlarged social blocs with each new hegemony. Thus, we can expect social contradictions to play a far more decisive role than ever before in shaping both the unfolding transition and whatever new world order eventually emerges out of the impeding systemic chaos [Arrighi e Silver 1999: 289].
Un anno dopo che queste parole erano state scritte la bolla della “new economy” che aveva il proprio centro negli Stati Uniti è scoppiata. Poco più tardi ci fu lo shock dell’11 Settembre 2001. Per un breve momento sembrò che gli Stati Uniti potessero salvaguardare il proprio ruolo egemonico mobilitando una vasta gamma di forze governative e non-governative nella Guerra al terrorismo. Gli Stati Uniti si trovarono tuttavia molto presto completamente isolati nell’intraprendere una guerra contro l’Iraq, la cui percezione generale era che essa avesse poco a che fare con la Guerra al terrorismo e che andasse contro le regole e le norme generalmente accettate nelle relazioni interstatali. Come Il Lungo Ventesimo Secolo e Chaos and Governance avevano entrambi previsto, la belle epoque statunitense è giunta al termine e l’egemonia mondiale degli Stati Uniti è entrata con ogni probabilità nella sua crisi terminale. Nonostante gli Stati Uniti rimangano di gran lunga lo stato più potente al mondo, il loro rapporto con il resto del mondo può essere oggi meglio descritto come un rapporto di “dominio privo di egemonia” [Arrighi 2007: 150-1; cf. Guha 1992].
Questa trasformazione è stato provocata non dall’emergere di nuovi poteri aggressivi ma dalla resistenza statunitense alla regolazione e all’adattamento. Il tentativo degli Stati Uniti di dipingere l’Iraq di Saddam Hussein come una nuova potenza aggressiva non ha mai avuto molto credibilità, mentre la strategia di sicurezza nazionale adottata dall’amministrazione Bush in risposta all’11 Settembre fu una forma di resistenza degli Stati Uniti alla regolazione e all’adattamento molto più estrema di qualunque cosa fosse stata prevista ne Il Lungo Ventesimo Secolo e Chaos and Governance. In misura certamente molto maggiore che in tutte le precedenti transizioni egemoniche, la crisi terminale dell’egemonia statunitense – se, come penso, questo è quello a cui stiamo assistendo- è stata un caso di “suicidio” di un grande potenza [Arrighi 2007: 161-5, 178- 210].
Anche prima del crollo finanziario del 2008, avevo perciò interpretato lo scoppio della bolla della “new economy” del 2000-01, insieme al fallimento della risposta neo-conservatrice all’11 Settembre, come il segnale della “crisi terminale” dell’egemonia statunitense. Il crollo del 2008 ha semplicemente confermato la validità di questa interpretazione. Non è chiaro cosa potrà fare l’amministrazione Obama per rallentare la crisi, o addirittura per invertirla. Sebbene Obama sia probabilmente un presidente altrettanto capace di Franklin Roosevelt, c’è una profonda differenza tra le situazioni affrontate dalle loro rispettive amministrazioni. Mentre sotto Roosevelt gli Stati Uniti erano diventati la principale nazione creditrice, Obama ha ereditato una situazione in cui gli Stati Uniti sono diventati la principale nazione debitrice. Questa differenza impone alla capacità dell’amministrazione Obama dei limiti nel perseguimento le politiche keynesiane a livello interno o le politiche egemoniche all’estero, che sono molto più rigidi di quanto sperimentato dall’amministrazione Roosevelt.
Nonostante questi sviluppi, i tre scenari post- egemonia statunitense delineati alla fine de Il Lungo Ventesimo Secolo rimangono tutti storicamente possibili. Sebbene il Project for a New American Century adottato dall’amministrazione Bush sia completamente fallito, esso non era il progetto di impero mondiale prefigurato ne Il Lungo Ventesimo Secolo. L’impero mondiale ipotizzato ne Il Lungo Ventesimo Secolo come possibile scenario post- egemonia statunitense era un progetto collettivo occidentale. L’idea che gli Stati Uniti si sarebbero imbarcati in un progetto di impero mondiale praticamente da soli è stata ritenuta troppo assurda perché valesse la pena di considerarla. Il fallimento di questa linea di azione non esclude la possibilità che una ricomposta alleanza occidentale si impegni in un più realistico progetto imperiale multilaterale. Senza dubbio il grande fallimento del progetto unilaterale statunitense può creare condizioni più favorevoli all’emergere in un progetto occidentale collettivo.
Mentre un impero universale dominato dall’Occidente rimane una possibilità, una società di mercato mondiale che abbia il proprio centro in Asia orientale appare come un approdo delle presenti trasformazioni dell’economia politica globale che è oggi molto più probabile di quanto fosse 15 anni fa. Come ho sostenuto in Adam Smith in Bejing: Lineages of the Twenty-first Century, la Cina è emersa come un’alternativa sempre più credibile alla leadership degli Stati Uniti nella regione dell’Asia orientale e anche altrove. Con gli Stati Uniti impantanati in Iraq, la Cina ha continuato a crescere a ritmo spedito, acquisendo in tutto il mondo risorse e alleati finanziari alla stessa velocità con cui gli Stati Uniti li stavano perdendo. Sebbene i settori chiave dell’economia cinese dipendano ancora fortemente dall’esportazione verso il mercato statunitense, la dipendenza del benessere e del potere degli Stati Uniti dall’importazione di merci cinesi a basso costo e dagli acquisti cinesi di bond del Tesoro statunitensi è sempre più forte. Ciò che è più importante è che la Cina ha iniziato a sostituire gli Stati Uniti come la principale forza alla guida dell’espansione commerciale ed economica in Asia orientale e altrove [Arrighi 2007: specialmente capp. 7, 10, 12].
Il crescente peso economico della Cina nell’economia politica globale non garantisce di per sé l’affermazione di una società di mercato mondiale che abbia il proprio centro in Asia orientale e che sia basata su un reciproco rispetto delle culture e delle civiltà del mondo. Come si è detto sopra, un risultato del genere presuppone un modello di sviluppo radicalmente differente, il quale, tra le altre cose, sia socialmente e ecologicamente sostenibile e rappresenti per il Sud del mondo un’alternativa più equa alla continuativa dominazione occidentale. Tutte le precedenti transizioni egemoniche sono state caratterizzata da lunghi periodi di caos sistemico, e questo rimane un possibile approdo alternativo. Quale degli alternativi scenari del futuro esposti ne Il Lungo Ventesimo Secolo si realizzerà rimane una questione aperta la cui risposta sarà determinata dal nostro agire collettivo.
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Quella che sta andando formandosi sulla questione siriana mi sembra che possa essere un forte simbolo della crisi terminale del ciclo del capitalismo americano.
Come già 20 anni fa Arrighi aveva rilevato profeticamente, la biforcazione tra il potere economico e finanziario, che sta passando ormai irreocabilmente ad oriente, e quello militare, in cui gli Usa restano padroni, almeno per ora, porta a nuovi e pericolosi scenari sulla scena mondiale.
Per non rinunciare al proprio dominio imperialista nonostante la perdita di egemonia economica gli americani hanno messo in gioco tutto il loro potere militare. Ma il PNAC ha fallito, l'Afghanistan e l'Iraq si son trasformati in nuovi Vietnam, sempre più stati capiscono di potersi affrancare dal vecchio padrone.
Ma i gruppi di potere Usa, in primis quelli delle armi e dei settori che legano strettamente il loro potere economico a quello nazionale, non si vogliono rassegnare ad un ruolo paritario all'interno del mercato mondiale. Per fare ciò bisogna eliminare i dissidenti ed isolare i concorrenti, Cina e Russia in primis. Si tentano rivoluzioni colorate made in Cia che però non sortiscono gli effetti voluti. In Libia, grazie all'abile propaganda, si riesce ad intervenire cn un grosso consenso. Ma nulla si risolve.
Ora la Siria rappresenta l'apice dell'isteria e della disperazione di questi gruppi di potere americani. A differenza dei precedenti interventi imperialisti, qua le prove macchinate sono talmente assurde da non convincere nemmeno gli americani stessi. Russi e Cinesi rispondono con forza e anche gli alleati europei sospendono l'appoggio. Quest'operazione ad altissimo rischio sembra poter semplicemente avvantaggiare l'influenza sino-russa in quella zona.
Se gli americani hanno deciso di provare una mossa così azzardata deve essere perchè sono proprio con l'acqua alla gola. Ora dipende quali interessi avranno la meglio, ma è chiaro che il dominio imperiale americano avrà un cambiamento decisivo nei prossimi anni.
O gli Usa si dovranno rassegnare a un mondo multipolare, con un grosso guadagno degli altri popoli, europei compresi.
O, se non lo faranno, dovranno per forza intraprendere una vera e propria guerra, più o meno calda, e non semplici operazioni militari.
Ma il segnale che preannuncia l'epilogo sta suonando e gli Stati Uniti sono sempre più soli.