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    Ghibellino
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    Predefinito La Tradizione di Avalon



    Per molte donne che cercano una casa spirituale, le leggende di Avalon costituiscono un richiamo attraverso i secoli. Un'isola di Misteri Femminili… un santuario dove servire la Dea…un posto sacro dove apprendere e guarire…un luogo dove stare in solitudine…un centro per donne che desiderano trovare il loro potere personale e la loro innata saggezza interiore…queste immagini hanno risuonato nell'anima di innumerevoli donne risultando in una ricerca per le sacre sponde di Avalon, cosa che è servita a spingere ulteriormente fuori dalle nebbie Avalon stessa.

    Tuttavia in questa ricerca dobbiamo necessariamente confrontarci con una domanda: cos'è Avalon? Si tratta di un'allegoria per esprimere il rinnovato potere delle donne? Un mito la cui leggenda serve ad ispirarci in modo da ricavare saggezza dall'analisi del suo simbolismo? Oppure Avalon è uno dei tanti modi per definire l'Altromondo celtico, dato che esistono molte leggende che la ricollegano alle Isole Fortunate, i cancelli dell'Annwn, e la paradisiaca Isola delle Mele? Può essere, come alcuni hanno proposto, un semplice sogno femminista, una versione romantica di un ideale matriarcale nato dall'esigenza di credere che posti del genere fossero un tempo realmente esistiti? Oppure Avalon era veramente un luogo fisico dove sacerdotesse venivano istruite a tramandare i Misteri e a vivere in un posto di guarigione e crescita interiore?
    Per la verità non è poi cosi importante.
    Le varie prospettive e le ricerche accademiche per stabilire se essa sia esistita o meno non sono nulla in paragone al grande proposito di Avalon. Qualunque cosa essa sia stata in passato, oggi serve come risorsa per le donne che ricercano il loro potere interiore. Essa regge le chiavi del potere della saggezza femminile, una volta onorata e ricercata ed ora riemergente nella coscienza di quelle che hanno il coraggio per inseguirla. Essa è un punto focale per tutte le figlie della Madre, un obiettivo , una cornice e una fonte di ispirazione. Avalon è un faro che risplende fuori dalle acque materne, promettendo connessione fra le donne di oggi, continuità della conoscenza dimenticata delle donne di ieri e costanza per quelle di domani.
    Attraverso le leggende di Avalon, siamo chiamate ad essere donne potenti e autosufficienti, dotate della benedizione della Vista.

    ...

    L'allegoria di Avalon è profonda nella sua semplicità, e il sentiero per raggiungere le sue sponde ben demarcato. Noi siamo chiamate ad attraversare il suo lago – a imbarcarci nel viaggio attraverso l'inconscio – il reame acquatico della memoria e delle emozioni. Da qui dobbiamo aprire le nebbie – sollevando il velo d'illusione che oscura la visione chiara. Questo artificio è la più grande barriera che ci separa dal nostro scopo – raggiungere l'isola di Avalon. L'Isola Sacra rappresenta la nostra vera essenza sacra – l'esistenza paradisiaca del Sé autorealizzato.

    ...

    La Tradizione Avaloniana provvede un sentiero attraverso il quale ogni donna può ricercare, scoprire e riconoscere l' innata Donna Saggia – la Sacerdotessa presente dentro di lei. Gli insegnamenti di Avalon hanno lo scopo di risvegliare il ricercatore attraverso la diretta esperienza dei misteri interni , poiché essi si rivelano solo a coloro che hanno guadagnato il loro dono. Come afferma l'assioma Ermetico: "le labbra della saggezza si aprono a coloro che hanno orecchie per ascoltarla". I misteri si custodiscono da loro. Il sentiero di Avalon è di attiva e dedicata ricerca: noi ne trarremo in base a ciò che vi abbiamo messo.

    ...

    Quando finalmente arriviamo a riconoscere e attuare pienamente la realizzazione del nostro Sé , conosciamo la verità sulla Divinità interiore. Più siamo in grado di manifestare la nostra vera natura, maggiore sarà la nostra abilità di toccare l'essenza della Dea. Più la nostra anima brilla nella sua interezza, maggiormente la Sua luce è riflessa attraverso di noi nel mondo.
    La più grande sfida per diventare sacerdotessa è riuscire ad essere la miglior donna che possiamo e realizzare il nostro Sé. Quando riusciamo a toccare quella parte di noi stessi che non è limitata dalle paure o resa anemica dalle ferite sanguinanti dell'anima,noi tocchiamo la nostra divinità interiore. Più noi siamo complete e più ricche di potere ci permettiamo di essere, più siamo di esempio alle nostre sorelle che stanno percorrendo il loro viaggio verso la Signora. Sebbene due donne non raggiungano mai il potere alla stessa maniera, ogni donna è in grado di toccare la Dea.

    ...

    Una delle leggende più durature su Avalon è quella che la collega a una meravigliosa Isola di Guarigione. Per le ricercatrici sul sentiero della crescita e dell'evoluzione spirituale, curare le ferite dell'anima è l'ultimo passo per la completezza. La tradizione Avaloniana abbraccia il potere dell'energia femminile – la spirale che procede verso l'interno conducendoci alla Divinità interiore. E' un sentiero che reclama la nostra oscurità interiore, trasformando la paura in amore e il dolore in potere.
    La pietra angolare del lavoro di guarigione di Avalon è reclamare l'Ombra. Questo lavoro richiede che scendiamo nell'oscurità delle nostre psichi, cercando la radice di ciò che ci provoca dolore e ci impedisce di essere tutto ciò che possiamo essere.. Non c'è nessuna di noi che è totalmente completa o che manifesta pienamente il nostro massimo potenziale di donne.
    Certe volte possiamo sentirci bene con il nostro mondo, come se non ci fossero macchie nel nostro paesaggio interno, come se fossimo pienamente centrate ed in equilibrio. Questo non significa che non ci sia più nulla da fare sulla strada della crescita personale e dell'unione con il Divino.. Raggiungere l'omeostasi non significa che siamo esseri completi, ma piuttosto si tratta di uno spazio di riposo. Come dice il canto:"Nel frutto ci sono più semi, lo so. Non esiste fine ma più posto in cui crescere".
    Al centro del labirinto del viaggio della nostra anima c'è il Fuso Divino, che fila la matrice delle nostre vite e il tessuto dell'intero universo. Girare consapevolmente lo sguardo verso l'interno, ci permette di vedere il grande arazzo e il nostro posto al suo interno – dietro ogni limitazione. Più impariamo a riconoscere la nostra divinità interna sul sentiero della completezza, più attiviamo la Signora della Sovranità nelle nostre vite. Il velo si alza e Avalon si rivela ancora una volta.
    L'immagine archetipica di una sacerdotessa di Avalon è molto potente: lei è una donna completa e centrata, pienamente consapevole e unita a sé stessa e alla Dea. Ma lei è arrivata ed essere cosi attraverso il sentiero che è dentro di noi – il viaggio interiore che comincia con la discesa nell'Ombra.. Come donne questo è un passaggio essenziale verso la completezza. Noi ci sentiamo a casa nella notte, nell'oscurità del cosmo, nel buio del grembo. E' qui che dobbiamo andare per cercare guarigione. Immergersi nelle energie basse della nostra Ombra, o Sé Inferiore è il primo passo del processo di guarigione.
    La discesa non è mai facile; richiede grande coraggio. Nascosti nell'Ombra ci sono quegli aspetti di noi stessi che vorremmo ignorare e che cercano di governarci rimanendo nel reame dell'inconscio. Molti dei nostri schemi di comportamento sono dettati dalle ferite nascoste, i bisogni non soddisfatti, i sogni non realizzati che dimorano nell'oscurità. Se non andiamo mai alla ricerca di queste insidiose energie che gettano la loro ombra sul modo in cui vediamo noi stessi e ciò che ci accade nella vita, creando un falso filtro attraverso il quale vediamo il mondo, saremo vittime per sempre delle nostre prospettive malate.
    Un cane che è stato picchiato regolarmente dal suo proprietario imparerà a reagire con paura o aggressività verso ogni persona che incontra; persino quando è trattato con dolcezza, il cane si aspetta di essere picchiato. Anche noi tendiamo a fissarci sul nostro passato, e impariamo a REAGIRE al nostro ambiente in base a quello che ERA invece di AGIRE in base a quello che realmente ora E'. Finchè il cane non impara che non tutti gli esseri umani sono crudeli, finchè non impariamo a realizzare che ognuno di noi presenta meccanismi di difesa e schemi d'azione basati sulle esperienze del passato a cui non dovremmo più attaccarci, il presente sarà sempre interpretato attraverso il dolore delle nostre ferite piuttosto che con la chiarezza della nostra completezza.
    Dobbiamo combattere per portare questi aspetti del nostro sé alla luce – a trasformarli tramite l'illuminazione. Reclamare le energie impegnate a mantenere nascosti i nostri comportamenti autodistruttivi ci provvederà rinnovate fonti attraverso le quali manifestare gli aspetti del nostro Sé Superiore. La discesa nell'Ombra porta con sé una responsabilità. Essa segnala la volontà di esaminare gli aspetti dannosi delle nostre vite con occhi onesti e auto-critici.
    L'analisi personale è una parte cruciale della crescita. Essa richiede che diventiamo abbastanza lucidi da ascoltare e vedere noi stesse con brutale onestà. E' necessario molto coraggio per questa cerca dell'auto-comprensione. Una volta che abbiamo visto i meccanismi che portano dolore e infelicità nelle nostre vite e che ci impediscono di essere chi in realtà siamo, e di raggiungere il nostro pieno potenziale, l'universo ci domanderà di fare la scelta di cambiare. Dalla conoscenza deriva responsabilità.

    ...

    Il viaggio all'interno del Sé è il microcosmo del viaggio nel Tutto. La magia è guarigione dell'anima…"la capacità di cambiare consapevolezza a piacere". Le donne di Avalon sono custodi del graal e figlie di Ceridwen. Come tali ci comportiamo da levatrici spirituali, facendo nascere noi stesse e assistendo alla nascita di ognuna di noi nella Sovranità delle Donne. Ognuna di noi deve trovare e guarire la sua regina interiore. Cosi come Re Artù fu portato all'Isola Sacra per guarire e lasciato nelle mani delle sacerdotesse , il viaggio ad Avalon ci porta più vicine alla nostra Sovranità interiore"



    Note: tradotta da Caillean- primo capitolo del libro Avalon Within di J. Telyndru

    LE BASI DELLA TRADIZIONE AVALONIANA :: Ynis Afallach Tuath :: Il Viaggio del Ramo d'Argento
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

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  2. #2
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    Predefinito Re: La Tradizione di Avalon

    di Destiny Caillean

    Arianrhod è una dea del pantheon celtico ed avaloniano che viene spesso poco conosciuta o considerata in quanto non
    presiede ad una parte del ciclo dell’anno ma è tradizionalmente considerata il ciclo stesso, la
    circonferenza del cerchio che tutto racchiude, cosi come Branwen ne rappresenta invece il Centro.

    Proprio per questo motivo, e per la complessità della mitologia ad essa associata, risulta talora estranea o difficilmente accessibile.
    Tuttavia, il suo ruolo all’interno di un percorso di tipo avaloniano è fondamentale, proprio per la peculiarità del suo ruolo. Ella è Signora del Ciclo, e presiede la stazione della Risoluzione, culmine del nostro raccolto spirituale, e proprio per questo motivo viene tradizionalmente celebrata nel mese di Agosto, generalmente alla luna piena o alla stazione di Lammas, nel festival del primo e più abbandonate raccolto, al culmine della luce e dell’estate, giusto un battito d’ali prima
    dell’inversione delle energie e del lento ritorno alla stagione autunnale.
    La Risoluzione è il momento in cui facciamo nostri tutto lo studio, le esperienze, il cammino percorso. E’ il momento di raccogliere i frutti e assaporarli, renderli parte di noi.
    Lammas è inoltre collegato in modo particolare al ricordo degli Antenati: per esempio, l’altro nome della festa,
    Lughnasadh, deriva dai giochi funebri che il dio solare Lugh istituì per commemorare la madre Tailtu, grande dea delle messi che nel periodo della fine dell’estate sacrificava il suo corpo ed i suoi frutti per la sopravvivenza del genere umano.
    Il termine Lammas deriva invece dal collegamento con il pane ed i ringraziamenti per il raccolto del grano, che nei principali culti misterici era considerato epifenomeno del sacrificio del dio del raccolto in autunno. Dunque una festa ricca di significati, collegati principalmente al raccolto, al sacrificio della divinità, agli Antenati, grazie ai quali siamo ciò che siamo e possiamo mietere il nostro personale raccolto spirituale.
    Torniamo adesso ad Arianrhod ed analizziamone il mito, per meglio comprendere la natura di questa Signora del Ciclo.
    Arianrhod è considerata una dea Vergine e dunque Iniziatrice per eccellenza. Secondo il mito narrato nei Mabinogion, partorisce due figli al Re senza conoscere uomo, camminando sul bastone o la bacchetta magica di Math.
    I due sono chiamati Dylan, bambino solare divino, che in forma di pesce ritorna subito nell’oceano, nel grande grembo primigenio della Madre, il Vuoto cosmico in cui alberga il nostro sé divino; e Llew llew Gyffes, “leone dalla mano ferma”, che viene cresciuto da Gwydion, il mago, cosi come Artù è istruito da Merlino, poiché Arianrhod rifiuta di riconoscerlo. La dea pone tre geasa, tre comandamenti magici, sul bambino : non potrà avere un nome, delle armi e una sposa di questo mondo. Llew dovrà cosi utilizzare il suo coraggio, la sua forza, e la magia di Gwydion per conquistare dalla madre un nome, dunque essere riconosciuto come suo Figlio, venire propriamente all’esistenza di uomo, una prima iniziazione; ricevere le sue armi, dunque una seconda iniziazione, quella alla vita adulta di guerriero; ed infine una sposa che Math e Gwydion creeranno per lui dai fiori, la Bianca Blodeuwedd, altra Vergine che darà la terza ed ultima iniziazione a Llew: quella della morte e della rinascita spirituale.
    Arianrhod è dunque Signora del Destino personale, colei che ci mette alla prova per testare la nostra integrità e farci scoprire quella forza interiore, quella consapevolezza a cui solo nei momenti di dolore e difficoltà riusciamo ad accedere.
    Può apparire una divinità dall’aspetto duro e spietato, come il destino a cui ella presiede, ma in realtà è soltanto una madre giusta, che ci spinge a realizzare il nostro pieno potenziale, a vivere pienamente ed essere ciò che siamo nate per divenire.
    Il nome Arianrhod significa Ruota d’Argento: la ruota del destino e del karma, il ciclo dell’esistenza, l’argenteo disco della luna piena d’estate sui campi. Si dice che ella regni nel Caer Arianrhod, il Castello della Ruota d’Argento, la fortezza celeste del profondo Nord, in corrispondenza della costellazione della Corona Borealis, le regioni iperboree dell’età dell’oro, abitate dalle divinità e dai Grandi Re del passato, su cui la Signora veglia, in attesa del loro ritorno.
    Questo mito lega profondamente Arianrhod ad Avalon ed alle mitiche Isole dei Morti dell’occidente celtico, in cui la Dea e le sue figlie accolgono i re morenti.
    Essendo Signora della Circonferenza, Arianrhod è infatti anche una divinità dei confini: attende sulla soglia dei Mondi, tra una stazione e l’altra del Ciclo di Guarigione, veglia il destino dei suoi figli, in questa vita e nella spirale delle esistenze.

    ARIANRHOD :: Ynis Afallach Tuath :: Il Viaggio del Ramo d'Argento
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  3. #3
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    Predefinito Re: La Tradizione di Avalon

    di Destiny Caillean

    La Grande Madre Universale

    Rhiannon è sicuramente una dee celtiche più conosciute.
    E’ stata variamente associata anche con altre divinita’ locali come Rigantona o Brigantia (dal quale deriva Britannia)
    o ancora con Epona.

    Il mito di questa Dea ci viene narrato nei Mabinogion , una raccolta medievale gallese di racconti mitologici risalenti alle narrazioni orali della tradizione bardica antecedente la cristianizzazione.
    Rhiannon, come tutte le dee celtiche, rappresenta uno o piu’ aspetti della Grande Madre Primigena, l’aspetto femminile della divinità tenuto in enorme considerazione dalle popolazioni matriarcali e protoceltiche.

    Nei Mabinogion Rhiannon ci viene presentata come una donna dei ferie, una donna-fata capace di viaggiare
    tra il mondo degli umani e quello dei Sidhe.
    La sua natura umana viene poi rafforzata dalle nozze con il Principe (mortale) Pwyll.
    E la storia, per intero, si trova in due dei Quattro Rami dei Mabinogion.

    Rhiannon è fortemente legata ad un animale totemico: il cavallo.
    Molte dee sono accomunate da questo totem e presso i druidi una giumenta bianca veniva considerata simbolo della Grande Dea Madre.
    Non si dimentichi poi l’importanza del cavallo in una società guerriera come quella celtica.

    Presso i celti l’archetipo della grande madre universale veniva rappresentato sotto tre forme, strettamente connesse
    alle fasi lunari e alle stagioni:

    * la fanciulla
    (luna nuova – crescente- primavera);
    * la madre
    ( luna piena – estate e inizio autunno);
    *la vecchia
    (luna calante – autunno e inverno).

    Teniamo pero’ presente che i celti consideravano solo due stagioni:
    Inverno
    (indicativamente dalla festa di Samhain a novembre fino a Beltane in Maggio) ed estate ( da Beltane a Samhain).
    Questa e’ la necessaria premessa per spiegare poi che ogni aspetto della divinità è più correttamente associabile ad uno dei quattro festival celtici principali che segnavano lo svolgersi dell’anno:

    * la fanciulla da Imbolc
    (primi di febbraio) a Beltane (maggio);
    * la madre da Beltane
    a Lughnasadh (agosto) o Samhain;
    * la vecchia da Samhain a Imbolc.

    Rhiannon viene dunque fortemente associata all’aspetto della Madre.
    Nel mito ella ha un figlio che le viene sottratto, rapito, appena dopo la nascita.
    Ingiustamente viene accusata di averlo ucciso e divorato (qui emerge a livello simbolico l’aspetto della Madre che divora i suoi cuccioli, la morte insomma, la bianca scrofa più propriamente associata a Ceredween).
    Ma lei subisce, sopporta la punizione immeritata, l’ingiustizia ed il dolore della perdita.
    Il tutto senza pero’ bieca sottomissione:
    piuttosto reagisce con profonda umanità, coraggio e determinazione, fiduciosa del fatto che anche le avversià hanno un senso nell’ordine generale delle cose.
    Alla fine Rhiannon ritrova suo figlio, l’inganno viene smascherato e la dea riacquista la sua dignità di grande regina.
    Ancora, si dimostra magnanima umana e saggia e perdona le sue accusatrici.

    La figura mitologica di questa dea è dunque alquanto complessa e ricca di simbologie: la madre forte e comprensiva
    (forte sia nello spirito che nel corpo);
    la donna saggia e maga; la Regina delle fate però profondamente umana ,nella sua accezione più positiva.
    Aspetto tipico di molte culture antiche è proprio questo tentativo di antroporfizzare la divinità attribuendole virtù (ma anche vizi e debolezze) umane, nel tentativo di meglio comprendere se stessi, e la propria scintilla interna.

    Come sottolineato pocanzi, l’estate è la stagione di Rhainnon, almeno fino alla metà dell’autunno.
    Tempo di raccolto, tempo della pienezza della Madre, di Rhiannon associata agl’elementi acqua e terra, all’ovest…Rhiannon Signora dei ferie, che ci sono così particolarmente vicini per il Sostizio d’estate, il 21 giugno.
    Quale momento migliore dunque per ricercarla e cercare di comprendere i suoi insegnamenti? Per cercare di scostare il velo tra i mondi e scorgere il suo volto materno nel riflesso della luna piena sulle acque che circondano Avalon?

    RHIANNON :: Ynis Afallach Tuath :: Il Viaggio del Ramo d'Argento
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  4. #4
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    Predefinito Re: La Tradizione di Avalon

    Avviso della moderazione.

    Tutti sono benvenuti, non sono benvenute le dissacrazioni.

    Grazie
    Ultima modifica di Gianky; 08-09-13 alle 11:08
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  5. #5
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    Predefinito Re: La Tradizione di Avalon



    Viviana, la damigella della Soglia.

    Nell’assenza di vento che annuncia la tempesta, nelle selve selvagge di Broceliande, alla base di una quercia secolare immensa e cava, Vivien giace ai piedi di Merlin, risoluta ad apprendere un incantesimo da eseguire con passi intrecciati e ondeggiare di braccia per chiudere un uomo fra le quattro pareti di una torre vuota. Là egli giacerà come morto, perduto alla vita e all’utilità, al nome e alla fama, senza mai poter fuggire, senza mai più poter essere trovato da nessuno e senza mai più poter vedere altri che l’artefice dell’incanto, libera di andare e di venire a suo piacimento. Da quando Merlin medesimo le ha rivelato l’esistenza di tale incantesimo, Vivien desidera gettarlo proprio su di lui per ricavarne una gloria tanto grande quanto è grande il prestigio del vecchio saggio.


    Tuttavia questa terribile, spaventosa alterazione non è del tutto riuscita, perché il mito è stato tramandato da un racconto antecedente e poi compreso correttamente in epoca moderna. Infatti la Suite du Roman de Merlin riprende e deforma Lestoire de Merlin (circa 1215-1235), la quale si distingue da tutte le altre versioni perché senza dubbio riflette la narrazione più antica.

    Nella Foresta di Briosque, presso una sorgente che alimentava un lago limpido e bellissimo, con la sponda di sabbia tanto sfavillante da sembrare finissimo argento, Merlin vide un giorno una fanciulla di dodici anni. Era nata là, perché tutta la foresta, molto dilettevole, buona per la caccia e abbondante di cervi, apparteneva a suo padre, Dyonas, e viveva in un castello bello e ricco alla base di una montagna rotonda al margine della foresta medesima. Era molto bella, sapeva leggere e scrivere e conosceva le sette arti. Il suo nome era Viviane. La madrina di suo padre, Diana, aveva predetto che l’uomo più saggio ed erudito del mondo le avrebbe insegnato gran parte di ciò che sapeva, come pure tutto ciò che lei stessa avrebbe voluto mediante il potere della negromanzia, il quale le avrebbe permesso di imporre persino a lui la propria volontà.

    Presso la sorgente, Merlin mostrò alla fanciulla molte delle cose che sapeva fare. Fra l’altro evocò un giardino meraviglioso, la cui illusione perdurò finché lei gentilmente lo intrattenne, e così fu chiamato Rifugio per la Gioia e per la Felicità. Incantata dalle sue capacità, Viviane promise a Merlin amore e amicizia in cambio delle sue conoscenze. Egli le chiese di giurare che il suo amore e lei stessa sarebbero stati suoi, per fare tutto ciò che lui stesso avesse voluto quando avesse voluto. A sua volta ella gli chiese di giurare d’insegnarle tutto ciò che lei stessa gli avrebbe chiesto, affinché potesse imparare a farlo. Allora lui le insegnò a far comparire un fiume ovunque volesse, tale da permanere finché lei avesse voluto, e lei scrisse ogni cosa. Poi per quel giorno Merlin la lasciò. In seguito si incontrarono più volte e lui continuò a insegnarle ciò che sapeva, e lei, che lo amava profondamente e voleva averlo sempre e soltanto tutto per sé, ogni volta ancora apprese e scrisse ogni cosa.

    In seguito Merlin si congedò da re Arthur, e lasciandolo sgomento «partì senz’altro dire, piangendo, e viaggiò finché giunse da Blaise, suo maestro, il quale fu molto felice del suo arrivo e gli domandò che cosa avesse fatto da quando lo aveva lasciato. Allora Merlin gli narrò parola per parola, nel loro ordine, tutte le cose accadute a re Arthur in quel frattempo. […] E quando Merlin gli ebbe detto e raccontato tutte queste cose, Blaise le mise per iscritto, l’una dopo l’altra, nel loro ordine, e per questo le sappiamo ancora. Poi Merlin partì, e disse che era per l’ultima volta, perché in seguito avrebbe sempre soggiornato con la sua amica. […] E con un breve viaggio giunse presso la sua amica, la quale ne fu molto felice, come lo fu anche lui, e così dimorarono insieme per gran parte del tempo.» In seguito Merlin le insegnò e le spiegò tutto ciò che sapeva, «e la damigella mise per iscritto tutto ciò che lui le disse. E quando lui le ebbe spiegato tutte queste cose, la damigella ne ebbe grandissima gioia e l’amò ancora di più, e si mostrò con lui molto più affettuosa del solito. Poi soggiornarono insieme per lungo tempo, e così arrivò un giorno in cui, passeggiando mano nella mano nella foresta di Broceliande, trovarono un bell’albero, verde e alto, un biancospino tutto carico di fiori, e sedettero alla sua ombra e Merlin posò il capo in grembo alla damigella, e lei incominciò ad accarezzarlo sino a quando si addormentò. E quando sentì che lui dormiva, la damigella si alzò piano piano, e fece un cerchio con il suo soggolo tutt’intorno all’albero e tutt’intorno a Merlin. Così incominciò i suoi incantesimi e poi sedette di nuovo accanto a lui e si pose in grembo la sua testa e la tenne così fino a quando lui si destò. E lui guardò attorno ed ebbe l’impressione di trovarsi nella torre più bella del mondo, e si trovò coricato nel letto più bello in cui avesse mai giaciuto. Allora disse alla damigella: “Dama, mi avete ingannato se non dimorerete con me, perché nessuno all’infuori di voi ha il potere di disfare tutto ciò”. E lei gli disse: “Caro e bell’amico, io vi sarò sovente, e voi mi terrete fra le vostre braccia, e io voi. Così farete allora e per sempre tutto ciò che è vostro piacere”. E lei lo rese molto felice, perché pochi furono i giorni e le notti in cui non fu con lui, né poi Merlin uscì mai da quella fortezza in cui la sua amica lo aveva messo, mentre lei ne usciva e ne entrava quando voleva. Così il racconto tace in questo luogo di Merlin e della sua amica» (4).

    Nella sua riscrittura, Malory rivela una cosa importante, taciuta ovviamente dalla Suite, intenzionata a umanizzare del tutto Niviene, e non esplicitata da Lestoire, perché in essa tutto lo lascia intendere. L’amica di Merlino è una damigella del Lago, una delle damigelle della Dama del Lago. La Dama del Lago è una Donna Soprannaturale che insieme a numerose damigelle dimora nelle profondità di un lago, cioè nell’Oltremondo, a cui si può accedere sia attraverso le colline, sia navigando sino alle isole più remote, sia immergendosi nelle profondità delle acque. L’Oltremondo è sempre in profondità, anche dentro di noi.

    La Dama del Lago rapisce Lancelot ancora neonato, lo conduce nella sua dimora in fondo al lago, e là, in quelle profondità, nell’Oltremondo, insieme alle sue damigelle, lo alleva, lo istruisce, lo addestra, e infine gli consegna le armi, come altre Donne Soprannaturali negli antichi miti celtici. Quando lo conduce alla corte di Arthur, è tutta abbigliata di sciamito bianco, come lo sono le sue damigelle e tutto il suo corteo, e porta un soggolo. Il bianco è il colore delle Donne Soprannaturali, in particolare di coloro che sono chiamate Dame Bianche, le quali dimorano sia nelle profondità dei laghi, sia nelle colline, come la Collina delle Dame Bianche in Irlanda. Il bianco e il soggolo sono loro caratteristiche dal profondo significato simbolico. Le Dame Bianche e i loro stuoli di damigelle vivono insieme e si somigliano tutte, come Caer ib Ormaith, figlia di Ethal Anbual di Side Uaman, e le sue centocinquanta damigelle, ciascuna adorna di una collana d’argento e di una catena d’oro brunito, unite a coppie da una catena d’argento, e tutte capaci di assumere forma di cigno. Inoltre Caer è capace di trasformare anche il proprio amato visitato in sogno per amarlo in forma di cigno. Sorelle che dimoravano in un’isola in cui si riunivano compagnie di donne, Fand e Liban erano simili fra loro e accompagnate a stormo dalle loro damigelle, le quali, come loro, assumevano forma di bellissimi uccelli. Il loro canto addormentava i guerrieri quando passavano in volo, unite da una catena di oro rosso, prima di scomparire nelle profondità di un lago. Unite e simili erano le Donne Soprannaturali del Side di Boinn, «cinquanta donne, tutte simili in età, in aspetto e in bellezza, in dolcezza e in leggiadria del volto, in portamento, in simmetria e in statura, tutte ugualmente avvolte nelle vesti delle donne soprannaturali, talché non vi era modo di distinguerle l’una dall’altra, e nessuna appariva diversa, nessuna superava le altre» (5).

    Nella foresta in cui è nata e in cui dimora, Viviane vive fra le acque, il lago, il fiume, la fontana che frequenta, le acque sacre della Dama del Lago e delle Dame Bianche. Porta il soggolo, è istruita, è una damigella della Dama del Lago, una damigella del Lago simile a tutte le altre, dunque è una Damigella Bianca, una Fanciulla Soprannaturale. Spesso, negli antichi miti celtici, le Donne Soprannaturali conducono i loro prescelti nell’Oltremondo, per vivere insieme a loro nei luoghi più belli e nella beatitudine fuori del tempo. Spesso li incontrano e li guidano in sogno, entrando nei loro sogni, oppure addormentandoli con musica fatata, canti magici, mele incantate, e durante il sonno, in sogno, li conducono oltre il mare, alle Isole delle Donne e delle Mele, o nelle profondità dei laghi, o nelle profondità delle colline. Così, Viviane conduce Merlino a un Biancospino, confine con l’Oltremondo, albero delle Donne Soprannaturali che possono essere chiamate Dame del Rovo.

    Là, sotto il Biancospino, Viviane addormenta Merlino con le proprie carezze, forse con la propria voce, in un canto sussurrato, e quando Merlino è sprofondato nel sonno, traccia con il proprio soggolo, attributo delle Dame Bianche, un cerchio, che forse è una porta oltremondana, oppure un confine al confine del Biancospino, una soglia che in sonno e in sogno può essere varcata, perché l’Oltremondo è sempre contiguo al Mondo, come il sogno è contiguo alla veglia. Nel sonno, Merlino senza dubbio sogna, e sognando varca la soglia, giunge in un Oltremondo in cui, come in sogno, il tempo scorre diversamente, o meglio non esiste, perché è un mondo fuori del tempo. Nel sogno si desta, vede di essere in una torre, e senza dubbio comprende di trovarsi fuori del tempo, perché negli antichi miti celtici la torre è immagine dell’Oltremondo, a cui soltanto una Donna Soprannaturale può condurre, perché l’Oltremondo è la Terra delle Donne, la Terra delle Donne Che Vivono in Eterno.

    Forse Merlino continua a dormire e a sognare, forse è passato in questo mondo dal sonno alla morte, continuando a vivere nell’Oltremondo, forse Viviane lo ha trasformato in un uccello e lo tiene in una gabbia che porta sempre con sé. Comunque non è più tornato nel mondo e dimora ancora nell’Oltremondo, e Viviane, Donna Soprannaturale che può varcare le soglie fra i mondi, fra il tempo e l’assenza di tempo, si reca spesso da lui a condividere la beatitudine oltremondana, come ha ben compreso il grande poeta Algernon Charles Swinburne. Dopo l’ingiuriosa alterazione operata da Tennyson con Vivien, Swinburne ha inteso mostrare la Donna Soprannaturale nella sua verità, e con i versi che seguono, tratti dal poema Tristram of Lyonesse, ne ha cantato il mito per permettere a noi, oggi, di riscoprirlo e di comprenderlo nella sua fulgida e risanante verità.

    Il poema narra che alla Gioiosa Guardia, gloriosa torre fra il mare selvaggio e le vaste terre selvagge, l’amore guidava e placava Essylt e Drystan, i quali traevano vita come vita divina da ogni vento che soffiava, e riposavano, e trionfavano. Giorno dopo giorno le brughiere possenti e le grigie mura del mare, le fosche e fulgide acque verdi, il cui frangersi cantava un canto alle rocce e ai fiori e agli uccelli in volo, vedevano la gioia e la gloria di cui gli amanti godevano, e come il mondo intero li rendeva felici, e come il loro grande amore si fondeva a tutte le cose grandi, perché la vita è bella e al tempo stesso possente come il fato. E un giorno, nel conversare, Drystan ricordò a Essylt il loro primo bacio, dopo che le loro labbra avevano bevuto la bevanda composta e versata dalle mani fosche del Fato e dell’Amore affinché nessun potere li potesse separare, l’uno e l’altro con una sola volontà, unica come sono per tutti un unico destino la morte stessa e la vita, e come nessuno che guardi il sole può non vedere l’oscurità. Allora Essylt gli rispose con una domanda.

    «Ah, dunque», ella disse, «quale parola si ode fra gli uomini
    Di Merlino, in qual modo uno strano, temibile destino
    È stato gettato di recente su di lui oltremare,
    Dolce traditore, nella tua nuziale Bretagna?
    Non è forse sigillata dal sonno la sua vita,
    Per la stregoneria di lui stesso e dell’amore,
    Sino a quando la terra sarà fuoco e ceneri?»
    «Senza dubbio», disse l’amante
    Di lei, «non come chi sia vivo o morto
    Il grande mago buono, beneamato e benevolmente
    Predestinato dal cielo che scaccia l’inferno
    A guiderdone assai più dolce del fato di tutti gli uomini,
    Unico dispensato fra tutti i predestinati,
    Coglie il suo strano riposo nel cuore della terra del sonno,
    Più profondamente addormentato nella verde Broceliande
    Dei dormienti naufragati nel morbido mare verde
    Sotto il peso dei flutti vaganti; eppure lui
    Quale quei tetti d’acqua, alta sulla sua testa,
    Ha sempre tutta la folta vastità dell’estate
    O tutto il gemere dell’inverno; oppure le dolci
    Tardive foglie tinte di rosso dai passi ardenti dell’autunno,
    Oppure appassite dal piangere di lui, pioggia
    Intorno al veggente, e non vede, né può ascoltare o udire
    La testimonianza dell’inverno: però in primavera
    Ode sopra di sé tutti i venti alati in volo
    Attraverso l’alba azzurra fra le fulgide fronde
    E sugli occhi chiusi e sulla fronte sommersa dal sonno
    Sente nell’aria il mutamento avvolgente e il sole rinvigorito,
    E sente l’anima che era la sua anima unita
    A quella del mondo ardente, e nello spirito della terra
    Il suo spirito di vita rinato a nascita più possente
    E fuso a cose di vita più antica della nostra;
    Con versi di uccelli, e fiammeggianti lampade di fiori,
    E voli e canti di venti, e fruttifera luce
    Di raggi solari, e il remoto vago respiro della notte,
    E flutti e boschi al mattino: e in tutto, morbido
    Quale a mezzogiorno il lento fluire e rifluire del mare,
    Ode in ispirito un canto che nessuno se non lui
    Ode dalla mistica bocca di Nimue,
    Effuso come una consacrazione; e il suo cuore,
    Nell’udire, è reso in forza dell’amore parte
    Di quel remoto cantare, e la sua vita parte
    Di quella vita che nutre il mondo con amore:
    Sì, il cuore al cuore è fuso, quello di lei e quello di lui,
    Nel cuore del mondo e nell’anima, oltre senso
    O visione; e il loro respiro che sommuove
    Le tenere fonti della vita senza morte e della morte,
    Morte che reca la vita, e mutamento che reca il seme
    Della vita alla morte e la morte alla vita, in verità,
    Come il sangue che scorre di nuovo nelle vene insondate della terra e del cielo con tutte le loro gioie e le loro sofferenze.
    Ah, che anche noi, quando l’amore non riderà più né più piangerà,
    Anche noi si possa udire quel canto e dormire!» (6)



    Note:

    1. Malory, Le Morte Darthur, pp. 78, 79; Malory, Works, pp. 76, 77. Sono qui riprodotti fol. 45r e fol. 45v del Winchester MS, a cui corrisponde il Capitolo I del Libro IV dell’Edizione Caxton.

    2. La Suite du Roman de Merlin, pp. 313, 315-320, 327-334, 379-388.

    3. Jesi, Il simbolismo dell’impiccagione, p. 197.

    4. Lestoire de Merlin, pp. 451-452.

    5. Tain Bo Fraich, pp. 43-46.

    6. Tristram of Lyonesse, pp. 97-99.



    Fonti

    Ancient Irish Tales, a cura di Tom Pete Cross e Clark Harris Slover, New York, Henry Holt and Company, 1936.

    Jesi, Furio, Il simbolismo dell’impiccagione, in Comunità, Anno XXVI, n. 167, Settembre 1972, pp. 195-207.

    La Suite du Roman de Merlin, edizione critica di Gilles Roussineau, Geneve, Droz, 2006.

    Le Livre de Lancelot del Lac (Part I) , a cura di H. Oskar Sommer, The Vulgate Version of the Arthurian Romances, Vol. II, Washington, The Carnegie Institution of Washington, 1910.

    Lestoire de Merlin, a cura di H. Oskar Sommer, The Vulgate Version of the Arthurian Romances, Vol. II, Washington, The Carnegie Institution of Washington, 1908.

    Malory, Works, a cura di Eugene Vinaver, Oxford, Oxford University Press, 1991.

    Malory, Sir Thomas, Le Morte Darthur, a cura di Stephen H. A. Shepherd, New York and London, W.W. Norton & Company, 2004.

    Swinburne, Algernon Charles, Tristram of Lyonesse, London, William Heinemann, 1917.

    Tain Bo Fraich, in Heroic Romances of Ireland, a cura di A. H. Lehay, 2 voll., London, David Nutt, 1905, Vol. II, pp. 1-68.

    Tennyson, Lord Alfred, Merlin and Vivien, in Poems of Tennyson, 1830-1870, London-NewYork-Toronto, Geoffrey Cumberlege/Oxford University Press, 1946, pp. 589-610.

    Immagine: Viviane and Merlin, di Eleanor Fortescue-Brickdale

    Viviana, la Damigella della Soglia :: Il Tempio della Ninfa :: antiche voci dal bosco...
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  6. #6
    Ghibellino
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    Predefinito Re: La Tradizione di Avalon

    Il sentiero per la cima del Tor
    E' anche il cammino a spirale verso la donna interiore
    Un viaggio di crescita, potenziamento,
    E comprensione di se stessi.
    Viaggio verso la Sorgente... il Centro... la Dea...
    Lei, il cui Nome può essere trovato solo nel silenzio dell'anima.
    Scava nella tua oscurità... entra nel tuo dolore...
    Conquista le tue paure...
    Chiama la Barca per farti condurre
    Alla Sacra Isola di Guarigione che risiede dentro di te
    E ne emergerai rinnovata.

    I Misteri di Avalon sono vivi
    Le sue Mele sono rosse e dolci...
    Vuoi dare loro un morso?

    Diventa la Donna che sei nata per essere...
    Ricorda…


    (Jhenah Telyndru, Avalon Within, traduzione di Violet)



    Nel biancore della bruma, sulla sponda di un lago misterioso,
    un tintinnio vibra da un sottile ramo d’argento
    chiamando la Barca del Viaggio profondo.
    L’imbarcazione giunge silenziosa,
    solcando le acque, frangendo la spuma...
    Lenta s'avvicina, tocca la riva di ghiaia
    e ci invita a salire.
    E' vuota.
    Solo un paio di remi di legno scuro giacciono al suo interno,
    a suggerire che nessuno può remare al nostro posto.
    Il Viaggio può dipendere solo da chi lo compie
    e non è sufficiente sedersi all’interno della Barca per iniziare a navigare,
    poiché non è possibile lasciarsi condurre dalla corrente senza guidare il proprio Cammino.

    Colei che non afferra con coraggio i remi umidi
    non può che restare immobile.
    Colei che li immerge nel lago, e con fatica si spinge lontano dalla riva sassosa,
    dà inizio al percorso lungo le Vie segrete delle Acque,
    l’antico Immram delle Antenate.

    La Barca si allontana dalla riva, lentamente scivola via
    e il Viaggio comincia.
    Eppure non è che lo stesso Viaggio iniziato da molto tempo,
    prima ancora di questa nascita,
    solo che non lo Ricordiamo.
    Ogni volta esso viene ripreso,
    e se non ricordiamo i Viaggi passati
    dentro di noi restano le consapevolezze apprese,
    anche se spesso non ne abbiamo coscienza e ci rendiamo conto che esse sono radicate in noi solo quando emergono da sé,
    nei momenti in cui ve n'è bisogno.
    Così se non abbiamo mai remato in questa vita e pensiamo di non sapere come si faccia,
    basterà prendere in mano i remi e provare,
    per scoprire che siamo già capaci di farlo da immemore tempo.

    E lungo la Via, nostro è il compito di Ricordare, Ricordare, Ricordare...
    Ad ogni colpo di remi dobbiamo Ricordare
    e ad ogni colpo di remi dobbiamo proseguire ciò che è stato iniziato,
    Trovando e Ritrovando noi stesse in ogni istante,
    Ricordando che lo scopo di questa vita, come delle altre, è raggiungere l’Isola delle Mele
    che è meta divina e luminosa.

    E il Viaggio si svolge dentro noi stesse, non altrove.
    Verso la Sorgente... il Centro... la Dea...

    Ogni Viaggiatrice ha il suo modo di remare,
    i suoi Tempi per farlo
    e la sua Via Segreta disegnata sulle acque.
    Una Via che rimarrà impressa per sempre nel Ricordo dell'Acqua,
    come eterna scia luminosa dietro la Barca...

    Molti saranno gli ostacoli
    e spesso si resterà impigliate nelle reti delle alghe, nei grovigli di rami secchi e spinosi
    e fra gli scogli,
    che impediranno di proseguire...
    Allora si potrà Scegliere
    se lottare per liberarsi con forza e tenacia,
    oppure attendere che la corrente cambi
    e lentamente ci liberi dall'intralcio.
    Si potrà Scegliere
    se Fare o Non Fare,
    se combattere o aspettare il giusto Tempo.
    Perché ogni ostacolo ha il suo modo per essere superato.
    Talvolta occorrerà Fare,
    talvolta occorrerà solo Aspettare.

    Molte saranno le illusioni che ci faranno credere di aver raggiunto la Meta.
    La Barca toccherà le sponde di molte Isole
    e molte volte crederemo di essere finalmente arrivate a Casa,
    invano.
    Eppure ogni Isola avrà qualcosa da mostrarci,
    avrà insegnamenti da offrirci
    e se non ci mostrerà ciò che Cerchiamo veramente,
    ci mostrerà ciò che Non Cerchiamo e non desideriamo...
    E ce ne allontaneremo arricchite.

    Vi saranno alfine molte Tracce luminose
    che sotto la superficie cupa delle acque manderanno i loro bagliori dorati,
    e se queste verranno Raccolte e Conservate
    indicheranno la Via giusta per proseguire,
    doneranno Ricordi e nuova Conoscenza,
    e dissolveranno la Paura.

    Il Viaggio durerà molto a lungo,
    tanto a lungo che di nuovo dimenticheremo
    e di nuovo dovremo Ricordare.
    Ma continueremo a remare
    e ad apprendere ciò che ancora non abbiamo conosciuto.

    E verrà il giorno in cui tutti i velami di Nebbia saranno stati sollevati,
    il giorno in cui lo Spirito della Nebbia avrà finito di metterci alla prova.
    E allora, in una Visione di Luce, tutto sarà Svelato e Rivelato.

    E Ricordato in silenzio.


    ***

    Immagine di FuzzyBuzzy - Deviantart.

    Chiamare la Barca :: Il Tempio della Ninfa :: antiche voci dal bosco...
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  7. #7
    Ghibellino
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    Predefinito Re: La Tradizione di Avalon

    La Dama del Lago, Bianca Signora delle Acque

    Il mio nome riposa, immobile, nelle profondità del lago.
    Lo lasciai scivolare verso i preziosi fondali, abbandonando, con esso, le memorie del tempo trascorso.
    Sciolti i lunghi capelli, scrutai la superficie acquorea e scoprii l’immagine di un volto che più non possedeva sguardo di donna.
    La dolce trappola umana era svanita dagli occhi. Al suo posto, un bagliore smeraldino illuminava debolmente lo specchio d’acqua.


    Carezzai il mio amato lago ed esso fu la mia Dimora.
    Nell’approssimarsi dell’alba mi donai al suo Spirito
    trascinando con me la lunga veste bianca,
    discendendo verso i reami lontani…

    Nella quiete della sera, la luna chiama ancora la mia Anima ad emergere…

    Porgete l’orecchio alle acque…
    vi recheranno
    le dolci eco
    del mio Canto eterno.




    Esiste un luogo, oltre la bianca coltre di nebbia, in cui lo Spirito d’Argento vive d’un perenne respiro…
    Ornata del sacro Velo, Colei che lo reca in sé si cela agli occhi degli uomini, eppure vive da sempre, osservando segretamente il lento mutare del Tempo.
    Ne conserva il Centro luminoso. Il Fuoco che brilla d’oro nelle scure profondità del lago.
    Dalle sue dita i fili del Destino si dipanano e, intrecciandosi, disegnano le storie di antichi Cavalieri…

    Ella è la Dama del Lago, misteriosa creatura partorita dall’unione della Donna con la Dea delle acque. La sua storia è narrata, o solamente accennata, in diverse opere arturiane, prima fra tutte il Lanzelet di Ulrich von Zatzikhoven, composto in lingua tedesca sul finire del XII secolo.
    Tra queste pagine si delineano le vicende del bel Lanzelet (Lancillotto), le sue avventure, la ricerca del Graal, gli amori, nonché il suo misterioso rapimento, in tenera età, da parte della bellissima Dama acquatica.
    Il romanzo narra che Re Pant di Genewis, si trovava nel suo castello, circondato dai nemici e gravemente ferito. Il cibo venne a mancare e il Re dovette decidersi a fuggire, insieme alla sua regina, Clarine, e al loro bimbo, di un solo anno d’età.
    Per il gran dolore d’aver perduto il castello ed i suoi possedimenti, il re non riusciva a reagire e Clarine, per alleviare un poco la sua sofferenza, gli offrì una coppa riempita dell’acqua che sgorgava da una vicina fonte. Ma non appena il re la bevve, morì, lasciando Clarine e il bambino soli e spaventati nella foresta.
    Non lontano da lì, un lago incantato bagnava la terra e la regina si nascose vicino ad esso, tra le radici di un grosso albero. Allora successe che una splendida Donna, simile ad una sirena, emerse dalla nebbia leggera sospinta dal vento, e prese il bimbo dalle braccia della regina, stringendolo teneramente fra le proprie.
    A nulla valsero le preghiere disperate della donna… la Dama non proferì parola e portò Lanzelet via con sé, sparendo misteriosamente nel luogo da cui era venuta.

    La Dama che proviene dalle acque è qui descritta come una fata molto saggia, una sirena dalla bellezza indicibile a cui nulla può essere negato. È la Regina del Regno delle Fanciulle, un luogo in cui la primavera non lascia mai spazio all’inverno e la dolcezza non è mai sostituita dalla malinconia. Il suo ineffabile castello, interamente dorato tanto da brillare come un’immensa costellazione di stelle, sorge su un monte di puro cristallo ed è circondato dall’acqua e da una muraglia talmente imponente che nessuno avrebbe mai potuto penetrare al di là di essa, se non da un unico cancello oltre un magnifico ponte di diamante.
    La Regina vive con ben diecimila dame altrettanto belle e cortesi, nessuna delle quali ha mai veduto un uomo terrestre. Le loro dimore sono tanto grandi e belle da non avere eguali ed esse non hanno mai alcun motivo per essere arrabbiate, oppure tristi o invidiose l’una dell’altra, perché la pienezza e la luminosa felicità le colma costantemente e non le abbandona mai.
    Secondo le leggende, chiunque fosse entrato nel Regno della Fanciulle e vi avesse trascorso un intero giorno, non avrebbe patito più alcuna sofferenza e sarebbe vissuto nella gioia perenne sino alla fine dei suoi giorni.
    Trascorrendo la sua infanzia in questo regno incantato, Lanzelet viene allevato dalla Regina e dalle altre dame, le quali lo istruiscono su tutte le arti cortesi, come l’amore e la gentilezza da riservare alle donne, le buone maniere, la musica ed il canto. Gli viene insegnato a suonare l’arpa, il violino (“fiddle”, l’antico violino celtico) e diversi strumenti musicali, per allietare l’orecchio e il cuore; poi la Dama assegna al ragazzo altri maestri perché apprenda le arti maschili: il combattimento con la spada, il tiro con l’arco, la corsa, il salto, la falconeria e la caccia. Tuttavia non gli viene insegnato a cavalcare, né egli ha mai visto un’armatura. La Dama desidera, infatti, che egli non lasci il suo regno prima del giusto tempo.
    Il giovane cresce molto in fretta e giunge per lui l’età di affrontare il mondo esterno, con le sue sfide e le sua grandi avventure. Inoltre, egli desidera fortemente di conoscere il proprio nome, sino ad allora sconosciuto e per questi motivi chiede gentilmente alla Fata di lasciarlo partire per iniziare la sua vita da cavaliere.

    Abbandonando per un attimo il Lanzelet di von Zatzikhoven e proseguendo col Prose Lancelot, leggiamo dell’immensa sofferenza della fata per la richiesta di colui che ama come fosse figlio suo, nonostante la quale ella lo lascia partire. Le calde lacrime rigano le sue guance, eppure sa che l’allontanamento del ragazzo è necessario per il completamento della sua realizzazione personale.
    Prima di lasciarlo andare, la Dama gli dona ancora un grande insegnamento riguardante lo spirito della cavalleria e gli spiega accuratamente l’utilità e il significato di tutte le armi, dallo scudo al giaco, dall’elmo alla lancia e alla spada, che è l’arma più nobile. Anche il cavallo ha un suo sacro scopo, poiché esso rappresenta il popolo e come il popolo va rispettato e guidato con onore.
    Il novello Cavaliere riceve finalmente e con grande commozione le sue prime armi, tutte, dalla prima all’ultima, candide come la neve e argentate come i raggi della luna. Anche il suo cavallo è del colore del latte, come i suoi splendidi ornamenti.

    Tornando al Lanzelet, è la Dama ad assegnare al ragazzo la sua prima avventura: egli dovrà sconfiggere in battaglia il terribile Iweret di Dodona per liberare Mabuz, il giovane figlio della Donna che lo ha allevato (Mabuz, figlio della Dama del Lago potrebbe forse essere una trasposizione del gallese Mabon ap Modron). Soltanto al termine di questa terribile battaglia il cavaliere verrà a conoscenza del proprio nome e del proprio lignaggio e potrà entrare a far parte della corte da eroe, il più grande che sia mai esistito in terra.
    Così Lancillotto sorge splendido dalle acque insieme alla Dama e al suo Bianco Corteo, e lo fa come Cavaliere del Lago, figlio delle acque dolci e della Donna/Dea.

    L’immagine della Dama del Lago appare molto simile a quella delle bellissime fate delle leggende celtiche, note per la loro abitudine di rubare i bambini alle donne mortali. Ella, infatti, non solo rapisce Lancillotto, ma possiede anche tutte le caratteristiche magiche delle Donne fatate, ovvero di coloro che conoscono ogni tipo d’incantamento, così come il potere delle pietre, delle erbe e della parola, grazie al quale si mantengono belle e giovani oppure si tramutano in orribili vecchie, a seconda del proprio volere.
    Il ruolo principale incarnato dalla Dama del Lago, tuttavia, non è quello di Fata incantatrice, seducente, irresistibile ed inesorabilmente fatale (a differenza di Morgana o Viviana/Nimue), ma quello decisamente opposto di affettuosa madre adottiva.
    Animata da un amore e da una tenerezza infiniti, ella raccoglie il bimbo tra le braccia, lo accarezza dolcemente, gli imprime piccoli baci sul visino e sugli occhi e, portandolo via con sé, lo salva da un destino di pene e dolori; si occupa di lui come se fosse il tenero frutto del suo stesso grembo e, piano piano, lo istruisce in ogni abilità perché possa divenire un grande Cavaliere al servizio non solo del Re, e quindi degli uomini, ma anche del misterioso luogo nascosto in cui egli ha trovato rifugio.
    Questo fascinoso regno è protetto da una potente magia, come affermano diverse versioni della storia. Nel Prose Lancelot il lago bagna le terre ai piedi di una collina, ma non è altro che un’illusione magica. In realtà, dove l’acqua appare più scura e profonda si ergono sontuose dimore e si nasconde una foresta incantata, colma di alberi secolari e di ruscelli serpentini che cantano il dolce gorgoglio della Natura libera e inviolata.
    La Morte D’Artur di Malory, invece, disegna il mondo della Dama con le parole di Merlino:
    E’ la Dama del Lago; sul fondo di questo specchio d’acqua si trova una caverna che ha l’interno decorato con tale ricchezza da renderlo la residenza più piacevole del mondo”.(1)
    Castello, foresta o caverna che sia, la dimora della Dama Bianca non è mai visibile ad occhio mortale. L’illusione dell’acqua la nasconde ai profani e la rende apparentemente inarrivabile, per questo essa ritrae una delle manifestazioni dell’Altromondo. Il lago stesso che la circonda simboleggia i reami sottili, nonché il tramite, il passaggio che permette di raggiungerli.

    La Signora del Lago, dunque, vive nell’Altromondo e Lancillotto è proprio nell’Altromondo che viene addestrato. Le sue armi bianche ed argento (nel Lanzelet l’argento è sostituito dall’oro) dimostrano la sua appartenenza a tale dimensione, poiché rivelano i colori dello spirito.
    Il bianco, la tinta di ciò che nasconde una origine fatata, soprannaturale, è la purezza della Verità annidata oltre l’illusione, la chiara luce dell’alta conoscenza. L’argento/oro è il colore dell’anima, dell’essenza dotata di un brillio sublime, delle acque che riflettono come in uno specchio la Avalon spirituale.
    I due colori uniti sono legati alla Dea lucente, alla Luna, fonte muliebre da cui si attingono perpetue influenze. E se Lancillotto li porta con sé è perché egli è una creatura che, nata da madre umana e istruita da Donna divina, appartiene ai due mondi: porta le effigi di Avalon pur mantenendo la sua sembianza umana, sperimenta le due dimensioni e per esse combatte, sia a livello materiale che sottile.
    Bianco ed argento, il suo cuore ama in modi diversi dagli uomini comuni. I suoi affetti non sono oscurati da colpe, poiché nell’Altromondo non esiste alcuna colpa in amore. Per questo la sua devozione amorosa per la regina Ginevra non solo non è ostacolata dalla Dama del Lago, ma è pienamente assecondata ed incoraggiata. I limiti della vita terrena non intaccano lo spirito del Cavaliere, ed egli cavalca libero dentro e fuori le nebbie, mantenendo in sé la loro stessa natura.
    Così alcuni lo descrivono come un dono dell’Aldilà per il mondo degli uomini.

    Lo spirito della nebbia non vela soltanto il cuore di Lancillotto, ma anche il volto della Dama del Lago. Infatti, sebbene ella esca molto di rado dal suo regno acquatico, le poche volte che lo fa porta un delicato velo bianco sul viso, come leggiamo nel Prose Lancelot:
    The Lady lowered her wimple from before her face, when she came before the king” (la Dama depose il suo velo dal volto, quando giunse dinnanzi al re).(2)
    Come la nebbia stessa, il velo simboleggia l’occultamento dell’Essenza misteriosa.
    Anticamente con “velum” si intendevano i tendaggi che separavano i luoghi sacri da quelli mondani; velate erano le statue che raffiguravano le divinità e le elevate sacerdotesse, per la loro prossimità al Divino. Il velo manteneva il giusto distacco per coloro che non potevano accedere al Mistero che esso proteggeva, un Mistero attingibile solamente trascendendo l’Io personale e varcando le sue pesanti porte per abbracciare la totalità della Natura interiore.
    Il desiderio di “svelare”, per abbeverarsi a questa Natura sottile comporta una lenta e delicata Svestizione; un duro percorso in cui è insita la ricerca del Nume silenzioso, attraverso meandri dell’essere terreno.
    Colei che porta il velo, perciò, è colei il cui viso, che ha contemplato tale Nume, rivela la sua luce divina. È l’immortale Donna Misteriosa che possiede il potere della rivelazione e conserva tutti i segreti delle lande spirituali.
    Distante, lontana, sottilmente impercettibile… la sua figura è circondata da un alone divino che inibisce ogni volontà ed esige la muta contemplazione.
    Così è la Dama del Lago, bianco riflesso della Dea. Ella si vela di bruma innanzi agli uomini, svolge i suoi brevi compiti nella realtà comune e poi si ritira nuovamente nell’Altromondo, spogliandosi del velo ed affidandolo alle Custodi del Confine.

    Signora del biancore lunare, la dolce Signora acquatica è prodiga di doni che possiedono il suo stesso potere di svelare la realtà. A Lancillotto regala molti oggetti incantati, eppure uno in particolare sembra degno di nota: un anello magicamente intriso della virtù di dissolvere qualsiasi incantamento illusorio. Ne Le Chevalier de la Charrette, di Chrétien de Troyes, al Cavaliere basta posare lo sguardo sulla pietra incastonata nell’anello per sapere se ciò che vede dinnanzi a sé è reale oppure fittizio, e allo stesso modo egli riceve l’aiuto della sua Signora.
    L’anello rappresenta per lui il prezioso mezzo per conoscere la Verità nascosta dietro l’apparente inganno. Poiché proviene dall’Altromondo, il luogo per eccellenza in cui ogni verità è dotata di assoluta limpidezza, esso ne conserva la magia e scava in profondità la superficie delle cose per mostrarne l’interno luminoso, oppure il vuoto implacabile e la loro effettiva inesistenza.
    Ma l’anello richiama anche il legame perenne che Lancillotto mantiene con il regno del Lago e, quindi, con la natura sottile.
    Infilato al suo dito, esso evoca la promessa di fedeltà alla dimensione fatata e alle sue sacre leggi.

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    Ghibellino
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    Predefinito Re: La Tradizione di Avalon

    Dama del Lago, Bianca Signora delle Acque

    Il mio nome riposa, immobile, nelle profondità del lago.
    Lo lasciai scivolare verso i preziosi fondali, abbandonando, con esso, le memorie del tempo trascorso.
    Sciolti i lunghi capelli, scrutai la superficie acquorea e scoprii l’immagine di un volto che più non possedeva sguardo di donna.
    La dolce trappola umana era svanita dagli occhi. Al suo posto, un bagliore smeraldino illuminava debolmente lo specchio d’acqua.



    Sebbene egli occupi il primo posto nel cuore della Dama Bianca e delle sue Damigelle, Lancillotto non è comunque l’unico degno destinatario delle loro attenzioni e dei loro doni. Nelle pagine arturiane del Brut di Layamon, antica opera anglo-normanna datata XII-XIII secolo, si scopre un’affascinante versione della nascita di Artù:

    Quando il tempo stabilito arrivò, allora nacque Artù.
    Appena questi venne sulla terra, le fate lo ricevettero;
    fecero un incantesimo sul fanciullo con una potente formula magica:
    gli dettero la forza per essere il migliore dei guerrieri;
    gli dettero un secondo dono: sarebbe stato un re molto potente;
    gliene dettero un terzo: sarebbe vissuto a lungo;
    e dettero a lui, fanciullo regale, qualità egregie
    per poter essere il più generoso di tutti gli uomini viventi.
    Questo le fate gli donarono e così il fanciullo crebbe
    .”(3)

    Le Fate, così simili alla Dama del Lago e alle sue affettuose ancelle, accolgono Artù neonato, fanno discendere su di lui le virtù più eccelse e tracciano magicamente il suo Destino. Seppure non lo allevino nel loro regno durante la sua infanzia, esse fanno in modo che egli cresca conservando i loro doni e gli offrono l’aiuto del reame magico per sostenere la sua vita da Re.
    Il vero e proprio incontro di Artù con la Dama avviene però in un’altra circostanza, come narrano le versioni successive della sua storia.
    Giovane, stanco e privo della sua spada in seguito ad un duro combattimento, egli incontra la bellissima Signora e da lei riceve la mitica Excalibur.
    Racconta Sir Thomas Malory, nel suo La Morte D’Arthur, che Artù e Merlino “si trovarono sulla riva di un lago vasto e ameno, dal quale videro emergere un braccio rivestito di sciamito bianco: esso terminava in una mano che stringeva una magnifica spada”.(4) In quell’istante una meravigliosa Donna passeggiava leggera sulla superficie delle acque e con grazia si diresse verso Artù, come se fosse a conoscenza dei suoi più reconditi desideri.
    Merlino suggerì al giovane Re di chiedere alla Dama la spada e, quando Artù lo fece, ella gli rispose che la spada le apparteneva, ma che gliel’avrebbe donata se egli, a tempo debito, avesse adempiuto ad una sua richiesta.
    Artù acconsentì e la bianca Donna lo invitò a salire su una barchetta arenata sulla terraferma e a remare sino a dove emergeva la spada portentosa. Egli scivolò quindi sulla superficie immobile del lago e quando raggiunse il punto della magnifica visione afferrò l’arma, mentre il candido braccio scompariva silenzioso sotto le acque…
    Non la spada, tuttavia, possedeva il potere maggiore, ma il suo fodero incantato: sino a che Artù lo avesse tenuto caro e non lo avesse abbandonato, esso l’avrebbe protetto e avrebbe impedito alle sue ferite, persino a quelle più gravi, di versare una sola goccia di sangue.

    Da amorevole madre adottiva, dunque, la Dama del Lago diventa donatrice della mitica Spada. In entrambi i casi è lei che dona le armi magiche ai Cavalieri che, per la loro nobiltà d’animo, le hanno meritate. Queste armi sono state forgiate nell’Altromondo e ne rivelano, accanto allo spirito acqueo, anche quello fiammeggiante. Excalibur è il fuoco che emerge e si innalza luminoso dalle dolci acque lacustri e nasce dall’unione dei due elementi. La fendente fiamma della spada colpisce e ferisce, la liquida natura del fodero cura e guarisce. Così Artù difende la Terra per mezzo dell’arma, mentre la Dama, che per la Terra materiale e spirituale agisce, protegge lui dal dolore e dalla morte per mezzo del fodero.
    Il dono di Excalibur sancisce il legame sacro tra il Re e la Sovranità terrestre, tra l’Uomo e la Divinità, ma esso richiede un compenso, in assenza del quale la Sovranità ritira i propri privilegi insieme al proprio aiuto ed il Re è destinato a soccombere.
    Artù promette alla Dama del Lago qualsiasi cosa in cambio di Excalibur, ma il dono che ella giungerà a reclamare, ovvero la testa di una fanciulla portatrice di soli dolori e pene, non le verrà concesso. Al contrario, la Dama verrà meschinamente uccisa dal Cavaliere Balin il Selvaggio, di fronte a tutta la corte regale.
    Che sia questa l’origine del lento declino di Artù non è dato sapersi, e Malory non dà modo di intenderlo, ma questo gesto attirerà sul responsabile dell’uccisione gravissime pene e provocherà l’incrinarsi del rapporto armonico tra il Re e i reami spirituali, poiché una sacra promessa mancata non viene certamente dimenticata e non rimane a lungo impunita.

    Sebbene la Dama del Lago, resa semplice mortale dall’opera dello scrittore inglese, perda apparentemente la vita, scomparendo dal mondo umano, il suo potere continua a vivere immutato; la sua presenza continua ad aleggiare nella corte di Artù, così come nell’Altromondo, nel quale rimane perpetua Regina di Donne e di Fate.
    Ella è completamente distaccata dalla realtà comune, che visita di rado, e la sua incarnazione umana, velata di mistero, appare solo per brevi momenti per poi eclissarsi subito al di là dei confini visibili. Tuttavia, ella conosce tutto ciò che avviene sulla Terra, ascolta le voci degli uomini, accoglie le loro richieste d’aiuto ed invia le sue meravigliose Messaggere a portare la Luce ai cavalieri, laddove l’oscurità è troppo intensa per essere sconfitta.
    Abitando nel reame spirituale, la Dama del Lago guida l’eroe lungo le vie della crescita; dona sempre i mezzi per agire nel migliore dei modi, per combattere le battaglie più ardue, per vivere con onore. Ritraendo l’archetipo della Madre generosa e della Maestra di vita, ella è l’unica che conosce il giusto Tempo per ogni cosa.
    Lei semina i propri insegnamenti sulla terra arata, pronta ad accoglierli e a farli germogliare, lei dona le armi quando è il momento di combattere, lei offre l’opportunità di conquistare la consapevolezza del Sé ignoto, simbolizzato dal nome e dal lignaggio che il giovane Lancillotto desidera di conoscere.
    In queste caratteristiche, la Dama richiama per certi versi la magnifica dea gallese Arianrhod, la ciclica Ruota d’Argento, l’inconoscibile Destino; Colei che, imponendo vincoli e tranelli, non permette al proprio figlio di avere un nome, le armi ed una sposa, sino a che egli non riesce a superare le sue prove e a conquistare i propri desideri.
    Come Arianrhod, la Dama del Lago non agisce direttamente nel mondo comune, come invece fanno spesso le altre Dame, ma agisce dall’interno. La sua influenza magica smuove la coscienza delle cose, il puro istinto innato e dimenticato, e dalle immense profondità dell’essere, ella dona l’impulso che fa muovere gli eventi nella realtà.
    Tutto è Cambiamento, eppure nella natura stessa del ciclico divenire vi è un Centro immutabile, eterno, costantemente pulsante. Il Centro immobile da cui si genera il movimento.
    La Dama nasce e vive in questo Centro numinoso dell’essere, lo governa sin dagli albori dell’esistenza e, come una minuziosa Tessitrice, crea con mani sapienti la rete degli accadimenti, l’intricato percorso del destino individuale.
    Dall’interno, la Dama chiama l’Anima a ricongiungersi con il Luogo remoto d’eterna armonia; invita a seguire le sue umide orme verso le rive lucenti.
    Per questo sembra assomigliare tanto alle divine Fanciulle delle antiche leggende celtiche, a coloro che, figlie dei candidi cigni, chiamano l’eroe vibrando il sublime tintinnio del Ramo d’Argento che canta le segrete melodie del cuore.
    Sotto questa luce, la Dama del Lago è la voce dello Spirito primordiale che chiama a sé; colei che intona il Canto a cui nessun mortale può resistere; la Regina vestita di bianche piume che altro non sono se non il vestimento di quelle acquatiche creature che conducono i defunti tra le proprie ali, sul proprio morbido dorso, verso l’Aldilà. Ponti tra la vita e la morte, i cigni (dal greco ky-kn-os, risuonare, e dal latino cino, cantare, perchè si diceva che il loro canto potesse trasportare nell’Altromondo) sono infatti il sacro veicolo che conduce oltre il velo e richiamano le vie dell’intuizione e della trasformazione, del sacrificio e della purificazione: le Vie che, attraverso l’antico canto, aprono gli occhi.
    Come loro, la Dama è Custode degli emblemi di acqua e fuoco, Donna e Dea d’umido amore e di cuore fiammeggiante.

    Velata creatrice e conoscitrice degli arcaici disegni del Destino, il suo aspetto è sconosciuto, i suoi lineamenti sono mutevoli come i vapori che l’ammantano e la Bianca Signora è priva di una vera personalità. Ella non possiede un nome proprio che la identifichi con chiarezza e che permetta di ricercarne una primitiva figura originaria (com’è invece possibile fare con Morgana o con altre Dame caratterizzate da un nome preciso) e, nonostante venga spesso sovrapposta a Viviana, la sua figura è indubbiamente molto diversa da quella della fatale Incantatrice, così come sono profondamente diversi e difficilmente conciliabili i loro scopi ed i loro archetipi, distinti ed indipendenti l’uno dall’altro.
    Queste particolarità ci suggeriscono che, in realtà, colei che si nasconde dietro all’epiteto di “Dama del Lago”, non sia tanto importante quanto il ruolo che ella principalmente rappresenta proprio in virtù di tale appellativo. “Il mistero di questo nome tenuto segreto sembra investirla di una forza particolare. Nella sua bocca la parola acquista una virtù costrittiva. Il possedere un nome, infatti, delimita ed individua. Il non avere nome può permettere di essere tutto, di incarnare il non-manifestato, il non-individuabile, che sta metafisicamente prima e sopra tutti gli esseri”.(5)
    Ella incarna lo Spirito delle Acque, l’altissima Dea terrestre/materna, lunare/acquatica, che non conosce nome eppure è chiamata con infiniti nomi: la Donna che, rinunciando alla semplice vita umana e sposando la Grande Madre, ha sacrificato il proprio Io e ha trasceso l’identificazione per accogliere e manifestare il Divino, in totale abbandono ed in assoluto amore.

    La materia bretone è costellata di simili figure femminili, legate le une alle altre dai sacri compiti che svolgono in perfetta sintonia. Allo stesso modo si pensa che non vi sia una sola Dama del Lago nella letteratura arturiana, bensì molte: diverse, eppure tutte simili manifestazioni della dolce Divinità muliebre.
    Esse abitano i luoghi sacri immersi nella natura più libera ed incantata, come Avalon; sono le Custodi del Graal, del Sapere storico e mitico, dei Sepolcri intesi come porte tra la vita e la morte. Generano ed allevano gli uomini destinati a diventare Guerrieri e Difensori delle Antiche Tradizioni; presiedono a tutte le Iniziazioni e alle nozze sacre che conferiscono la Sovranità e raccolgono con cura e dedizione le cronache dei regni terreni, facendosi Preservatrici della Memoria universale.
    Lo Spirito del Lago le partorisce continuamente ed esse si succedono l’una con l’altra, fungendo da Madri generatrici ed adottive, da Maestre, da Guardiane dei Cavalieri che hanno un caro posto nel loro cuore di fate.
    Sollevando per un momento gli occhi dagli antichi testi per cercare una realistica immagine nei tempi trascorsi, potremmo forse vedere in queste figure, così materne e affettuose, nonché predisposte all’insegnamento e alla trasmissione della Conoscenza, una similitudine con quelle delle antiche Sacerdotesse, o delle Alte Sacerdotesse che, per un maggiore grado di esperienza, guidano il sacro ordine religioso e preservano la Sapienza collettiva femminile.
    E proprio a queste ultime è assimilabile l’archetipo della Dama Bianca, Regina del Regno delle Fanciulle e depositaria dei segreti del Lago.
    Protettrice dei Cavalieri, Madre dagli innumerevoli Nutrimenti, ella è la prima Iniziatrice che reca tra le dita la coppa dal bianco contenuto, il sostanziale latte di Saggezza;
    Maestra di tutte le Arti, intese come espressioni degli intimi impulsi dell’Anima, del nucleo dell’Ispirazione attiva, luminosa generatrice d’incantevoli creazioni.
    Guardiana delle cose preziose, è legata alla scoperta dell’Essenza nascosta, alle profonde trasformazioni che ne conseguono e alla protezione dei processi del cambiamento.
    La sua dimora riecheggia d’amore sotto l’ingannevole superficie in cui i mutevoli raggi lunari si specchiano… Seppur di pallido avorio, essi mandano bagliori accecanti che portano l’occhio che con attenzione silenziosa li contempla in un’irresistibile perdizione nel territorio del Sogno.
    Il Sogno che, ritrovato e raccolto consapevolmente, è solo l’inizio della vita piena.
    Dell’esistenza svelata dall’illusione e nutrita d’infinita bellezza.


    Volgendo lo sguardo al contesto del Ciclo dell’Anno, non vi è alcuna festa che può ritrarre l’onnicomprensivo spirito della Dama del Lago. Ella le governa tutte ed in tutte è presente, poiché, come Dama del centro perenne, ella sosta nel punto stesso in cui il Ciclo annuale si genera e trova la sua esistenza nella realtà conosciuta.
    La Dama del Lago, pertanto, è il nucleo da cui ha origine il Divenire stesso, il Cambiamento e l’illimitato ciclo di Vita Morte Vita.

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    Predefinito Re: La Tradizione di Avalon

    La Dama del Lago, Bianca Signora delle Acque

    Il mio nome riposa, immobile, nelle profondità del lago.
    Lo lasciai scivolare verso i preziosi fondali, abbandonando, con esso, le memorie del tempo trascorso.
    Sciolti i lunghi capelli, scrutai la superficie acquorea e scoprii l’immagine di un volto che più non possedeva sguardo di donna.
    La dolce trappola umana era svanita dagli occhi. Al suo posto, un bagliore smeraldino illuminava debolmente lo specchio d’acqua.



    APPENDICE
    Argante e la Dama del Lago

    In riferimento allo studio portato avanti dagli autori di Ladies of the Lake, sul quale si è basata parte delle nostre ricerche concernenti Dame del Lago ed i loro archetipi, ci sentiamo di dissentire sulla scelta di attribuire alla Dama del Lago il nome di Argante. Questa conclusione nasce da diversi motivi venuti alla luce proprio durante la ricerca delle antiche fonti di riferimento, tenendo conto delle quali è abbastanza improbabile che questo nome abbia un seppur minimo legame con l’archetipo sinora trattato.
    Il testo in cui appare per la prima ed unica volta il nome Argante è il Brut di Layamon (op. cit.), nelle cui pagine leggiamo le ultime parole di Artù morente, prima del suo viaggio ad Avalon:

    Constantin, tu sei il benvenuto, tu che sei figlio di Cador.
    Io ti affido il mio regno;
    difendi i miei Britanni finché hai vita,
    mantieni tutte le loro leggi che sono esistite ai miei giorni
    e tutte quelle buone leggi che esistevano al tempo di Uther.
    Io andrò ad avalon, dalla più bella delle fanciulle,
    dalla regina Argante, fata molto bella,
    che guarirà tutte le mie ferite
    e mi risanerà con bevande salutari.
    E dopo ritornerò nel mio regno
    E dimorerò con i britanni in grande gioia.
    A queste parole giunse avvicinandosi dal mare
    Una piccola barca spinta dalle onde:
    vi erano due donne sontuosamente vestite:
    prontamente presero Artù, lo sollevarono,
    dolcemente lo appoggiarono giù e si allontanarono
    .”(6)

    In questo magnifico frammento Argante è una bellissima Regina che dimora in Avalon.
    Conoscitrice di tutti i rimedi e di tutte le pozioni che possono curare le ferite, anche quelle più gravi, ella accoglie il Re e di lui si prende cura sino a che egli guarirà e potrà tornare di nuovo tra la sua gente, tra i suoi amati Britanni, con cui vivrà in eterna gioia.
    L’archetipo di Argante appare qui estremamente simile a quello di Morgen, ovvero alla prima versione di Morgana come compare nel Vita Merlini di Geoffrey of Monmouth. La stessa Morgana dei testi successivi è colei che dimora in Avalon e che guarisce Artù per mezzo della sua immensa conoscenza e dei suoi rimedi naturali.
    Soffermandoci sul suo nome, “Argante” (pronuncia Ar-gant-ay) sembra essere il femminile di “Argant” (brillante), un nome proprio maschile noto fra l’800 e il 1100 d.C. Le varie versioni femminili sono Argantan, Arganthael, Argan(t)ken, Argantlowen (Argento Pieno), Argel (Cigno d’Argento), Arranz, Arc’hantael, Argantael (Argento), Argantlon (bretone) e Arganhell (gallese). È tuttavia probabile che esso derivi dalla tradizione celtica, ovvero dal bretone “argant” o dal gallese “ariant”, il cui significato richiama sempre l’argento.
    Il legame tra Argante e l’argento fa fiorire una miriade di collegamenti e simbologie che la avvicinano nettamente allo spirito sottile della Dama del Lago e, ancora di più, a quello della Dea Arianrhod. Questi collegamenti ipotetici, tuttavia, non bastano ad unire la Dama Bianca e Argante in un solo archetipo. È invece possibile che Layamon abbia scelto “Argante” per sostituire il nome “Morgen”, mantenendo tuttavia inalterato il ruolo del personaggio. I due nomi sono infatti molto simili tra loro, considerando anche che Morgana in taluni testi viene chiamata Morgan, Morgain, Morganz e Morgant.
    Questa misteriosa figura pare dunque essere molto più legata ed assimilabile a Morgana piuttosto che alla Dama del Lago, la quale è totalmente assente nell’opera di Layamon. Oppure si potrebbe trattare di un personaggio simile a Morgana ma a se stante e, comunque, indipendente e diverso da quello della Dama del Lago.
    Chiamare, pertanto, la Signora del Lago con questo nome potrebbe dimostrarsi una conclusione azzardata e, soprattutto, basata su prove inconsistenti.


    Note:

    1. Cfr. Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri, Sir Thomas Malory, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Oscar Classici Mondadori, Milano, 1985, Vol. I, p. 40
    2. Cfr. Sir Lancelot of the Lake: A French Prose Romance of the Thirteenth Century (Translated frrom MS. in the Bibliothèque Nationale [Fonds francais, 344] with an Introduction and Notes by Lucy Allen Paton, M.A. Ph.D.), New York, Harcourt, Brace and Company, 1929, p. 108.
    3. Cfr. Lanzelet, Ulrich von Zatzikhoven, traduzione di Thomas Kerth, con note aggiuntive di Kenneth G.T. Webster e Roger Sherman Loomis, New York, Columbia University Press, 2005, Vv. 382-390, p. 73
    4. Cfr. Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri, Sir Thomas Malory, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Oscar Classici Mondadori, Milano, 1985, Vol. I, p. 40
    5. Cfr. La Via dello sciamanesimo boreale, Davide Melzi, Edizioni della Terra di Mezzo, Milano, 1996, p.139
    6. Cfr. Lanzelet, Ulrich von Zatzikhoven, traduzione di Thomas Kerth, con note aggiuntive di Kenneth G.T. Webster e Roger Sherman Loomis, New York, Columbia University Press, 2005, Vv. 5547-5557, pp. 397-398



    Fonti

    Lanzelet, Ulrich von Zatzikhoven, traduzione di Thomas Kerth, con note aggiuntive di Kenneth G.T. Webster e Roger Sherman Loomis, New York, Columbia University Press, 2005
    Sir Lancelot of the Lake: A French Prose Romance of the Thirteenth Century (Translated frrom MS. in the Bibliothèque Nationale [Fonds francais, 344] with an Introduction and Notes by Lucy Allen Paton, M.A. Ph.D.), New York, Harcourt, Brace and Company, 1929
    Le gesta di Artù, Lazamon, a cura di Gloria Corsi Mercadanti. Luni Editrice – Milano, Trento, 1998
    Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri, Sir Thomas Malory, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Oscar Classici Mondadori, Milano, 1985
    Lancillotto o Le Chevalier de la Charrette, Chrétien de Troyes, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini. Oscar Classici Mondadori, Milano, 1983
    Ladies of the Lake, Caitlin e John Matthews, Thorsons, London, 1992
    I romanzi della Tavola Rotonda, Jacques Boulenger, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Edizione Mondolibri, Milano, 1981
    Study of the Fairy Mythology of Arthurian Romance, Lucy Allen Paton, (Second Edition; enlarged by a Survey of Scholarship on the Fairy Mythology since 1903 and a Bibliography, by Roger Sherman Loomis), New York, Burt Franklin, 1970
    La follia del Mago Merlino (Vita Merlini) , Geoffrey of Monmouth, a cura di Alberto Magnani, Sellerio Editore Palermo, 1993
    Le figlie delle acque, Michel Bulteau, ECIG, Genova, 1993
    L'Arpa Celtica. Un viaggio tra passato e presente, incanto e realtà. alla fine del certo, all'inizio del sogno, Hal Belson. Edizioni della Terra di Mezzo, Milano, 1992
    La Via dello sciamanesimo boreale. E l'uso del tamburo come strumento di magia e conoscenza, Davide Melzi, Edizioni della Terra di Mezzo, Milano, 1996
    Donne che corrono coi lupi, Clarissa Pinkola Estés, Frassinelli, Milano, 1993
    Christine’s Faery List: Argante
    Arthurian Women
    LAYAMON Brut (c. 1205)
    Dizionario etimologico Ottorino Pianigiani: http://www.etimo.it
    L’Isola Incantata delle Figlie della Luna: L'Isola Incantata delle Figlie della Luna - Un luogo protetto dalle Nebbie in cui le Fanciulle studiano insieme...
    Immagine1: Lady of Avalon, Wendy Andrews

    Un ringraziamento speciale ad Alessandro per l'aiuto nella ricerca delle fonti, per l'immenso materiale che mi ha procurato, per la pazienza dimostratami e per l'infinito appoggio che mi ha regalato. Grazie di tutto cuore.

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