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Discussione: Terra padana

  1. #101
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    Predefinito Re: Terra padana

    Il tasso che danzava nel vento
    Il cercatore di alberi
    TIZIANO FRATUS
    Vi racconteranno la storia di un tasso che stava per compiere 400 anni. Sorgeva trionfante e vibrante a pochi passi da una chiesa alle porte di Cavandone, borgata collinare alle spalle di Verbania, la città inventata dal regime fascista, unendo le località costiere di Intra e Pallanza, facendo del nome del lago il nome d’un abitato. In quel regno della scoperta e della catalogazione che è stata l’Italia a cavallo degli anni Settanta del XX e dei primi lustri del XXIesimo secolo, si avvistavano in circolazione veri e propri cercatori d’alberi che misuravano circonferenze, stimavano altezza come se fossero ponti o torri o sommità di archi gotici; fotografavano e componevano libri-catalogo per gli altri ignari abitanti, illustrando le meraviglie arboree e forestali di un paese non ancora del tutto conquistato dal cemento, colpito dall’eventite e soggiogato da treni ad alta velocità, bretelle e infrastrutture pensate dal portafoglio di architetti dai cognomi altisonanti. Alcuni di questi tesori vegetali sorgevano a breve distanza dalla vita quotidiana dell’uomo, altri riposavano sulle terre alte, il grande scrigno delle nostre ultime antiche foreste.
    A Cavandone sorgeva questo splendido tasso, uno dei più spettacolari d’Italia, non meno luminoso dell’esemplare dell’eremo di Fonte Avellana, alle pendici del Monte Catria, a cavallo di Umbria e Marche, o della conifera del Bosco Médol, in Friuli. Il disegno del suo tronco era attorcigliato in senso orario, con quelle fessure che parevano frutto dell’azione di una sgorbia o di un raschietto mossi dalla mano sapiente di una scultrice, di un incisore di acqueforti, di un maestro calligrafo. Le radici emerse a terra che gli giravano intorno come a regolare, a calmierare, la forza dirompente del movimento dell’albero. Il groviglio sospeso delle ramificazioni e i due rami che proteggevano il visitatore che lo raggiungevano, coprendo la panchina in pietra posizionata alla sua sinistra. La Chiesa della Natività è stata costruita nel 1618, gli storici reputavano l’albero appartenente alla stessa epoca: era tradizione posizionare alberi di tasso accanto agli edifici religiosi.
    Vi racconteranno che non erano pochi gli umani che lo veneravano come una antica divinità, che lo tornavano a salutare almeno una volta l’anno, che piansero la sua scomparsa, dovuta alla prepotenza degli uomini che con le loro potenti macchine hanno iniziato a parcheggiare sopra le sue radici, a comprimere quei metri cubi di terra nella quale affondava le radici, sempre più soffocate e stanche. Sarebbe bastata un poco di attenzione, ma si sa che la cura è materia rara al mondo.
    Il tasso che danzava nel vento



    Il masso e i mulini di Piero
    Fabio Sennhauser
    Il masso di Piero è uno dei pochi esempi nel Luinese di masso che presenta pregevoli incisioni e graffiti risalenti al 2000 avanti Cristo. Questo grosso macigno, che sorge nell'omonima località prealpina lungo la val Veddasca e raggiungibile da Curiglia, a strapiombo sul torrente Giona, si contraddistingue per la presenza di incisioni rupestri risalenti appunto al 2000 avanti Cristo.
    Alla destinazione culturale estremamente importante del megalite, si aggiunge il forte interesse che suscitò nel corso dei secoli scorsi, quando fu utilizzato nell'ambito di pratiche religiose legate all'adorazione della natura e al cristianesimo: a testimonianza di questo, si può notare come i simboli pagani vennero sostituiti nel Medioevo da svariate croci fiorite di chiara influenza iconografica carolingia.
    Alcune delle incisioni del masso di Piero, se confrontate con altre ubicate nella aree limitrofe, fanno dedurre come queste aree furono quindi abitate stabilmente a partire dal secondo millennio avanti Cristo.
    I mulini di Piero offrono al visitatore un'atmosfera d'altri tempi, immersa ancora oggi in un silenzio irreale, tra boschi, pascoli, stradine tortuose di sassi, mulattiere e gradini in pietra.
    Sembra di respirare un'atmosfera d'altri tempi a soli due passi da casa. Piero, questa piccola località sulle basse pendici del massiccio del Lema, tra stradine, mulattiere e gradini in pietra, è immersa ancora oggi in un silenzio irreale. I mulini di Piero sono costruzioni tipicamente montane, un anitco nucleo di edifici rurali, costruiti con roccia e legno locale, e dove le tradizioni sopravvivono grazie ai suoi abitanti e ad un lavoro recentissimo di ristrutturazione. Tra aziende agricole che allevano capre e lavorano i formaggi caprini. Percorrendo il sentiero che affianca i mulini, è possibile raggiungere altre località montane immerse nel verde dei boschi e molto tranquille, come Biegno, Cangili, Monterecchio fino ad arrivare, seguendo la strada forestale, all'Alpe Forcora.
    Dal vicino parcheggio della stazione della Funivia per Monteviasco è possibile invece raggiungere il suddetto caratteristico borgo appollaiato sulle pendici del Lema con un sentiero a gradini.
    Il masso e i mulini di Piero



    Il volto di pietra di Borzone (Genova)

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  2. #102
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    Predefinito Re: Terra padana

    La castagna, la regina dei sapori autunnali di Lombardia
    Claudio Bollentini
    E’ arrivato l’autunno e con lui le castagne, una icona della identità gastronomica di gran parte di Lombardia. Le castagne fino alla metà del secolo scorso erano considerate nelle zone montane lombarde, soprattutto in quelle più isolate, il vero e proprio pane dei poveri, dove altre colture come la patata e il mais non potevano essere effettuate. Quasi ogni giorno i montanari delle Alpi e Prealpi lombarde preparavano pietanze a base di castagne, come castagne e latte, castagne e cagiada, ovvero castagne e latte cagliato, e la zuppa di castagne. Altro utilizzo delle castagne era di ricavarne una farina per preparare pappe, polente e, in mistura con altri sfarinati, pane e focacce, previa seccatura del frutto raccolto in autunno.
    A partire dalla seconda metà del novecento l'abbandono delle campagne è stata la causa principale dell'inselvatichimento dei castagneti, con un ridimensionamento complessivo della qualità del prodotto. Tendenza accentuata negli ultimi anni a causa delle condizioni climatiche cambiate, con estati pazze, o troppo secche e calde o troppo umide. Per non parlare di insetti, parassiti e malattie degli alberi dovuti alla scarsa o nulla cura. Oggi la castagna trova pochi impieghi nell'economia lombarda tranne che per i marroni, i frutti di varietà più grossa, che vengono gustati da soli, lessati o arrostiti, come ingrediente per ripieni di carni o per contorni, e nell'industria dolciaria (marrons glacés).
    La castagna è comunque un caposaldo della tradizione gastronomica della regione in autunno dove spopola in sagre e feste di paese a lei dedicate, non c’è comune, quartiere, proloco, parrocchia, associazione benefica che non organizzi la sua castagnata. Per non parlare delle scampagnate nei boschi che un po’ tutti i lombardi fanno in questa stagione, escursioni dedicate proprio alla ricerca di questo gustoso frutto, magari in abbinata con la raccolta dei funghi.
    Nelle nostre città, come non ricordare il caldarrostaio, el castagnatt (o maronatt), street-food ante litteram. Li vedete ancora, sempre meno purtroppo, soprattutto in centro città, con piccole bancarelle o molto spesso con il tipico Ape attrezzato con banco vendita e fornello. Sopraffatti sempre di più da mercatini pseudoetnici, paccottiglia africana, tarocchi cinesi, ma fortunatamente ben individuabili grazie all’inconfondibile profumo di castagne arrostite.
    La castagna, la regina dei sapori autunnali di Lombardia



    Tornare al cavallo da lavoro
    Marco Tessaro
    Non è una scena folkloristica: l’utilizzo di un esemplare di Cavallo Norico Italiano per i lavori forestali è semplicemente un recupero dei saperi contadini e di nozioni proprie dell’agronomia classica. Si vuole dimostrare come una valutazione economica basata sul buon senso porti a privilegiare, in questo caso, la scelta dell’animale come unica possibile rispetto a qualunque altra offerta dalla tecnica.

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    Tornare al cavallo da lavoro - Etnie

  3. #103
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    Predefinito Re: Terra padana

    Marmolada, il museo più alto d'Europa
    Francesco Dal Mas
    La Marmolada, regina delle Dolomiti (col suo ghiacciaio tocca quasi i 3300 metri) «custodisce, nelle caverne e nelle gallerie, l’eco dei lamenti e delle imprecazioni, delle preghiere e delle speranze degli uomini che, sottratti alle loro famiglie e ai loro affetti più cari furono mandati lassù a fare la guerra...». Così Mario Bartoli, il fondatore del museo più alto d’Europa, spiegava la sua opera dedicata alla memoria dei vissuti della prima guerra mondiale.
    A 25 anni di distanza, quel museo è stato completamente rinnovato, dalla società «Funivie Marmolada»: per significare che la guerra, se è comunque una carneficina, lo è di più a quote così alte, lungo le trincee scavate nel ghiaccio. Una doppia guerra, dunque. La nuova sede sarà aperta sabato prossimo, a punta Serauta: ristrutturata in modo radicale, sarà interattiva, con meno testimonianze della struttura precedente, ma con 'reliquie' quasi parlanti di quei tragici anni sul fronte, tali da permettere al visitatore di rivivere, anche sulla propria pelle la trincea di ghiaccio.
    Il ghiacciaio si è quasi dimezzato da allora e di anno in anno, là dove si ritira, restituisce gavette, pezzi di divisa, ferri chirurgici, fili di reticolato, tavole in quantità. Da quella parte della montagna c’era l’esercito del Regno d’Italia, da quest’altra le armate dell’Impero Austro-Ungarico. Più di 15 mila i morti sul fronte dolomitico. Morti di gelo, più che di arma da fuoco.
    Il primo museo, di Bartoli, appunto, e quello nuovo (allestito dall’architetto Claudine Holstein di G22 Projects Srl) sono stati concepiti come una testimonianza della follia della guerra. La follia, appunto: basta dare un’occhiata dall’ampio finestrone di punta Serauta, tappa intermedia della lunga funivia, alla 'città di ghiaccio' che sta là in fondo. L’ultima neve non permette di vedere i resti delle baracche del villaggio che gli austro-ungarici costruirono nelle viscere del ghiacciaio. Ma le sale del museo ne danno realistica rappresentazione.
    Ben 10 chilometri di fortificazioni, su e giù lungo i crinali di roccia, tra Forcella Vu e Punta Rocca, saltando fra un crepaccio e l’altro, il tutto coperto da metri di ghiaccio. Un progetto del tenente Leo Handll, che era ingegnere. C’era di tutto dentro quelle viscere; davvero scorreva la vita: dalle trincee ai dormitori, dalle cucine ai forni, persino una cappella dove celebrava il cappellano, padre Matschik. «…ci venne l’idea di lavorare il ghiacciaio come se si trattasse di una varietà di roccia tenera, cercando di collegare tutte le postazioni per mezzo di tunnel scavati a grande profondità rispetto alla superficie. Per noi era una questione di vita o di morte »: così Leo Handl (tratto da La Città di Ghiaccio, A. De Bernardin, M. Wachtler).
    L’area espositiva del nuovo museo, di circa 300 metri quadri, è costituita da 12 ambienti diversi con 800 reperti, fotografie originali, armi, divise, munizioni, oggetti d’uso quotidiano. Il visitatore viene condotto fra stralci di diario, vetrine tematiche, e contenuti multimediali nell’interiorità dei soldati e nella loro vita in questa 'città'. Fino quasi a riviverla, senz’altro a commuoversi.
    La guerra porta morte e ferite, lo si sa. Ma sulle vette non sono soltanto i cannoni e mitragliatrici a mietere vittime, anche il gelo fino a 30 gradi sotto zero, le slavine, i fulmini. Gli incidenti a ripetizione. E 100 anni fa non c’era l’elisoccorso per i feriti, come lo è oggi per i tanti, troppi alpinisti che s’infortunano salendo le pareti strapiombanti della Marmolada Sud.
    «La cruda dimostrazione della vita del combattente in alta montagna, mostrata in questo museo, vuol essere una esortazione alla pace e all’amicizia tra i popoli» è il messaggio che la società funiviaria vuol lasciare con queste testimonianza. Lassù a punta Serauta si arriva appunto in funivia, oppure a piedi, arrampicando. Più sopra, ai 3265 metri di Punta Rocca, salì nel 1979 anche papa Giovanni Paolo II, per pregare per le vittime di entrambi i fronti. «Si combatteva e si moriva lassù, non con odio, ma con profonda pena nel cuore, ha raccontato un testimone, Fedele Bernard. Da una parte c’erano i valligiani della val di Fassa, dall’altra parte i rudi montanari della val Cordevole, gente con cui, in tempo di pace, si era arrampicato insieme». Le contraddizioni di quell’inutile strage, raccontate, appunto, dal museo più alto d’Europa.
    Marmolada, il museo più alto d'Europa | Cultura | www.avvenire.it



    Bobbio, riemerge il Medioevo sepolto
    Barbara Sartori
    Il “Medioevo sepolto” di Bobbio torna alla luce grazie a san Colombano. A 1400 anni dalla morte del monaco irlandese che predicò il Vangelo sulle strade di un’Europa in crisi d’identità, l’abbazia che ne custodisce le spoglie sta ospitando uno scavo archeologico per indagare le origini della presenza monastica nella città della Val Trebbia.
    A dispetto dell’eccezionalità del sito, si hanno infatti pochissime informazioni sul primo periodo di vita della comunità fondata da Colombano nel 614, ultima tappa della peregrinatio pro Christo che da Bangor, sulla costa nord-est dell’Irlanda, lo condusse in Francia, Svizzera e infine in Italia.
    “Making Europe: Columbanus and his legacy”, ovvero “Fare l’Europa: Colombano e la sua eredità” è non a caso il nome del progetto di respiro internazionale entro cui si colloca l’iniziativa archeologica. Avviato nel 2010, punta a valorizzare il patrimonio di cultura che il fiorire dei monasteri colombaniani ci ha consegnato.
    L’arrivo di Colombano e dei suoi dodici compagni nelle Gallie del VII secolo – con i monasteri di Annegray, Luxueil e Fontaines – ha prodotto isole di civiltà in un’Europa allo sbando dopo il crollo dell’Impero romano. Per contrasti con i regnanti del tempo, ai quali il monaco non risparmiava aspri rimproveri per la loro condotta poco consona all’altezza del ruolo, attraversò i confini francesi, spingendosi sul Lago di Costanza e poi al di là delle Alpi, nella Lombardia dei sovrani longobardi Agilulfo e Teodolinda.
    La rete di cenobi che seguivano la Regola di Colombano ne erano la dimostrazione vivente. A partire da Bobbio, che nel 628, con la bolla di Onorio I, divenne il primo monastero ad essere esentato dalla giurisdizione del vescovo e posto sotto la protezione diretta del Papato. Un fatto che attesta il prestigio che Colombano, morto nel 615, aveva saputo guadagnarsi nella Chiesa. Ribattezzato la “Montecassino del Nord”, nel X secolo Bobbio poteva vantare la biblioteca più preziosa della penisola: il suo catalogo comprendeva settecento codici.
    La storia della presenza monastica in Val Trebbia è terminata con la cacciata, al pari degli altri ordini religiosi, ad opera di Napoleone Bonaparte. Nei locali un tempo adibiti alle arti liberali e allo scriptorium ha ora sede il museo dell’abbazia di San Colombano: vi si possono ammirare oggetti sia legati al culto del santo che alla storia della città, strettamente connessa a quella del monastero. Gli scavi in corso ne chiariranno ancora meglio i contorni.
    «È la prima volta di un intervento scientifico di tale importanza a Bobbio: ci aspettiamo di trovare attestazioni delle fasi più antiche della storia della città», spiega Roberta Conversi della soprintendenza per i Beni archeologici di Parma e Piacenza, che si occupa della direzione scientifica dei lavori insieme a Eleonora Destefanis dell’Università del Piemonte Orientale.
    L’Ateneo, grazie ad un contributo dell’Università di Galway, partner del progetto di ricerca, ha organizzato un vero e proprio “cantiere scuola” in Archeologia medievale al quale stanno partecipando studenti irlandesi, italiani e francesi. Già nel 2013 un team di studiosi aveva effettuato indagini georadar nel centro della Val Trebbia e nell’area del complesso abbaziale.
    Un’alta concentrazione di strutture sepolte era stata individuata dentro la basilica. Il sondaggio stratigrafico consentirà ora di indagare la consistenza del giacimento archeologico ancora conservato e, si spera, di mettere in luce elementi delle fasi edilizie più antiche del complesso monastico. Ogni pomeriggio, la squadra di studenti-archeologi presenta ai bobbiesi le scoperte della giornata. Momento culminante del progetto – condiviso dalla parrocchia di San Colombano e dalla diocesi di Piacenza-Bobbio – sarà il convegno di studi che presenterà i riscontri di questi anni di ricerca e che si terrà a Bobbio il 21 e 22 novembre prossimi, alla vigilia del 14° centenario della morte del santo.
    Bobbio riemerge il Medioevo sepolto | Cultura | www.avvenire.it

    http://www.archeobo.arti.benicultura...io_ridotto.pdf


  4. #104
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    Predefinito Re: Terra padana

    IL PICCOLO BUCINTORO DEI SAVOIA
    Storia della peota lusoria dei Savoia, l’unico piccolo Bucintoro veneziano sopravvissuto al mondo, costruito nella città lagunare nel 1731 e oggi esposto al pubblico presso la Reggia di Venaria, a Torino.
    Di Luigi Griva
    Se non mi fosse capitato di persona avrei avuto difficoltà a crederlo, eppure l’unica imbarcazione veneziana del Settecento ancora esistente, e in relativamente buono stato di conservazione, l’ho riscoperta io e dal 1985 ne ho cercato e pubblicato i documenti d’Archivio che ne ricostruiscono la storia. Era davvero impensabile che la meno marinara città d’Italia, la mia Torino, avesse conservato per quasi tre secoli, dal 1731, l’unico piccolo Bucintoro veneziano sopravvissuto nel mondo.
    L’abbiamo chiamata in vari modi: la peota dei Savoia, la nave dei Re, la barca sublime. Così si intitola la Mostra che presenta l’imbarcazione dopo i restauri a cui è stata sottoposta presso il Centro Conservazione e Restauro della Venaria e che ha riaperto nelle scuderie juvarriane della Reggia di Venaria, presso Torino, dove sarà esposta per il futuro. E’ una nave lusoria, ossia di divertimento e rappresentanza. Misura 16 metri di lunghezza per un massimo di 2,70 metri di larghezza e pesa circa 60 quintali.
    Lo scafo robusto, in legno di quercia, è stato impostato forse già nel 1730 nell’isola lagunare di Burano da mastro Antonio, esperto carpentiere, comepeota, un tipo navale molto diffuso tra il 1600 e il 1800 in Adriatico ed usato per la pesca e il piccolo cabotaggio. Il timone è a filo della ruota di poppa e alzava una vela, forse a tarchia: dell’attrezzatura si sono conservati l’albero, il boma e l’antenna. Disponeva anche di otto remi e di altrettanti scalmi per le manovre di attracco, mentre un grosso anello a prua indica la posizione del cavo di alaggio per il traino fluviale controcorrente. Lo scafo grezzo è costato 240 Lire di Venezia, più 250 di ferramenta: la fornitura comprende anche “il fero da buttar a fondo“, cioè l’ancora.
    Questo Bucintoro del 1728 è lo stesso che ritroviamo nelle numerose tele del Canaletto sparse per il mondo ed ebbe un tale successo che molti dei reggenti degli Stati rivieraschi del Po, come il duca di Modena, il vicerè di Milano e i cardinali delle Legazioni Pontificie ne vollero anch’essi dei più piccoli, per le loro navigazioni fluviali. La commessa dei Savoia è riferibile a Carlo Emanuele III, dal 1730 re di Savoia e Sardegna dopo l’abdicazione del padre Vittorio Amedeo II.
    La barca è ricca di sculture dorate: a prua fa da polena un Narciso che si specchia nelle acque, affiancato da due vegliardi che versano acqua da due otri, personificazione del Po e dell’Adige (i due maggiori fiumi del Piemonte e del Veneto).
    Il convoglio delle tre imbarcazioni, con sette uomini per il governo delle stesse, è pronto a fine luglio 1731, dopo le operazioni di carico e doganali. Le statue dorate sono state protette con stoppa e tele cerate, gli arredi della peota smontati. A bordo viaggia pure un giovane frate agostiniano, Brunello, incaricato della tenuta di un libro di bordo e della gestione delle spese di viaggio. Sono documenti che hanno permesso la ricostruzione particolareggiata del viaggio di risalita. Il 2 agosto inizia il trasferimento. Il primo tratto è di navigazione in laguna, a vela, toccando Ghioggia e Brondolo. Quindi, attraverso il traino con cavalli e risalendo i canali endolagunari, il convoglio raggiunge Pontelagoscuro, il porto di Ferrara nello Stato delle Legazioni pontificie, e si immette nel Po.
    Le istruzioni che il frate Brunello ha ricevuto sono di viaggiare esclusivamente di giorno, fermandosi alle ripe per le soste notturne e dormendo a bordo delle navi. Sono frequenti gli incontri con imbarcazioni di doganieri degli Stati rivieraschi ai quali vengono esibiti i permessi, precedentemente procurati dall’Ammiraglio del Po sabaudo, ma vengono anche pagati i dazi. Così è a Brescello, il paese che oggi conosciamo come parrocchia di don Camillo, dove le tre imbarcazioni sono controllate dal bergantino, la barca che i doganieri del duca di Modena utilizzano per la riscossione dei diritti di transito.
    Alla confluenza del Ticino nel Po la burchiella si ferma ed il carico viene trasbordato su due imbarcazioni di minor pescaggio, mandate incontro dall’Ammiraglio del Po di Torino. Il frate Brunello raggiunge invece con il Bucintoro sabaudo il ponte visconteo di Pavia, che in quegli anni (non esiste ancora il naviglio pavese) funge da porto di Milano. L’agostiniano ci tiene infatti a visitare la basilica di San Pietro in Ciel d’oro, dove è custodita la sepoltura di Sant’Agostino, protettore dell’Ordine, e il 15 agosto, giorno dell’Assunta, si ferma presso i confratelli.
    Il viaggio riprende, risalendo il fiume con traino di buoi, mandati da Casale: le sponde dei fiumi erano per legge tenute sgombre, per poter effettuare i rimorchi, lungo i marciapiedi di alaggio. Il 26 agosto sono a Frassinetto, il porto di Casale, ormai in territorio sabaudo. Qui gli uomini possono finalmente dormire in un letto, ospiti del Direttore delle Gabelle. Il tratto da Casale a Torino è il più difficile della risalita, per la presenza di rocche in alveo, oltre alle difficoltà incontrate lungo tutto il percorso, come il superamento degli impianti dei traghetti e dei molini natanti, allora molto frequenti.
    Il 2 settembre il convoglio sfila davanti al porto fluviale della città, situato presso il Ponte di Po, quindi raggiunge la destinazione, alla tettoia appositamente allestita per il Bucintoro, presso il Castello del Valentino, oggi sede storica della Facoltà di Ingegneria. La navigazione è durata 31 giorni. Il frate rimarrà ospite ancora qualche mese a Torino, presso l’Ammiraglio del Po, il tempo necessario al Primo Architetto di corte, il messinese Filippo Juvarra, per preparare la sua relazione, in cui indica come congrua la richiesta presentata in fattura dai rappresentanti dei costruttori veneziani di 19.597 Lire di Piemonte, comprensiva delle spese di trasporto.
    Da allora il Bucintoro sabaudo sarà protagonista di viaggi per acqua, feste fluviali, matrimoni regali e visite di Stato fino al 1873, quando sarà donato ai Musei Civici Torinesi. Una speciale Convenzione di comodato con la Regione Piemonte ne ha permesso per il futuro la fruizione alla Reggia Sabauda della Venaria Reale, riportata all’antico splendore e diventata una tra le maggiori attrazioni turistiche del nord Italia.
    IL*PICCOLO*BUCINTORO DEI SAVOIA










  5. #105
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    Predefinito Re: Terra padana

    Vita da trifolao, il «cercatore d'oro» delle colline piemontesi
    «Il mestiere non s’impara, di certo si può perfezionare, ma bisogna averlo nel sangue»
    Alessandro Felis
    Vita da trifolao! Vi sono luoghi dove il tempo sembra essersi fermato o dove, più esattamente, le lancette degli orologi hanno continuato la loro inesorabile corsa ma sono rimaste inalterate le antiche tradizioni, la cortesia della gente e l’autentico sapore delle cose genuine.
    Fatti d’altri tempi, di quando l’uomo non ancora schiavo della tecnologia viveva lavorando i campi, alzandosi all’alba, coricandosi quando calavano le tenebre e la sua esistenza era scandita dai rintocchi del campanile del villaggio. Vita dura, fatta di fatiche e privazioni, scrutando il cielo che può portare la tanto attesa pioggia o la grandinata devastatrice, ma vita ricca di soddisfazioni quando tanta fatica viene premiata di frutti che nascono dalla terra e che, in passato, allontanava l’ombra della carestia.
    Ogni periodo aveva e ha le sue incombenze. Di questi giorni, alla vendemmia appena terminata, ultima quella delle preziose uve Nebbiolo per i Barbaresco e Barolo, seguono le operazioni di cantina: pigiatura, fermentazione, travasi, rabbocchi, filtrazioni,… Le aziende sono in fermento, il vino nuovo sta nascendo e nelle campagne circostanti, nei boschi del nostro Piemonte che le leggende vogliono infestati di masche, nascono i gioielli dell’autunno.
    Questa stagione, preludio al freddo, alla neve, con i suoi colori ammalianti, le sue sfumature che ognuno di noi immagazzina in quadri virtuali della memoria, offre castagne - oggi non più considerate alimento povero -, funghi – porcini su tutti – e l’ineffabile tartufo, la bianca trifola, Tuber magnatum pico per i micologi.
    Un incontro semi-clandestino con Cesco, trifolao da una vita ci insegna che per trovarla, la dea bendata non è sufficiente, “bisogna essere nati qui, sul posto, il mestiere non s’impara, di certo si può perfezionare, ma bisogna averlo nel sangue”.
    Chi sono questi cercatori d’oro dei tempi moderni, questi gioiellieri agresti? Avvicinarli non è sempre facile, tanto sono restii a parlare di loro e svelare le loro tecniche, timorosi che si possano carpire i loro segreti.
    Partono di notte per ritornare quando albeggia. Armati di scarponi, zappetta e pila, intabarrati per ripararsi dal freddo e accompagnati dall’ inseparabile cane. Il fedele amico dell’uomo è quanto mai importate per questi uomini di campagna, dall’aspetto rude, scolpiti dal sole, la pioggia, il vento e il gelo. Fin da cucciolo, l’animale viene addestrato e coccolato a scovare i preziosi tuberi che da buoni piemontesi si nascondono, recalcitranti a mostrarsi per poi esplodere in una miriade di profumi che emanano dalle prodigiose lamelle che impreziosiscono i piatti della tradizione.
    Fondamentali per non offrire rilevanti indizi ai colleghi concorrenti, ricoprire per bene il luogo del ritrovamento, occultando la minima traccia del passaggio del trifolao. La chiacchierata termina, Cesco, davanti a una bottiglia di Barbera, di quello buono, delle sue vigne è ormai diventato un amico e si è lasciato scappare qualche confidenza. Non ne arriveranno altre, è buio, fra un po’ andrà a godersi poche ore di meritato riposo prima di una nuova avventura notturna, con la sola compagnia del fido quadrupede e della luna che non deve essere troppo presente per non svelare la passeggiata tra tigli, noccioli e querce alla ricerca di uno dei tanti tesori di queste terre benedette dagli dei dell’enogastronomia.
    Il Bicerin - Vita da trifolao, il «cercatore d'oro» delle colline piemontesi



    Milano, una città costruita sull’acqua. A Palazzo Morando
    Lorenzo Viganò
    Quando si pensa all’acqua a Milano la mente corre subito al Naviglio. In genere con nostalgia e una punta di rammarico. Non soltanto in coloro che lo ricordano scorrere in città (quanti ormai? visto che i lavori di copertura, decisi per questioni igieniche e di viabilità, vennero realizzati tra il 1929 e il 1930), ma soprattutto in coloro che non c’erano e se lo possono immaginare solo grazie alle parti sopravvissute, ai racconti di Stendhal e alle foto d’epoca. Un sistema di canali irrigui e navigabili che abbracciava l’intera città, la circondava; che le dava fisionomia urbana e carattere, e garantiva il funzionamento dei trasporti e dei commerci.
    Quello tra Milano e l’acqua è da sempre un rapporto complesso e articolato, un legame stretto che nei secoli si è via via modificato, ma senza mai spezzarsi. Acqua come elemento inscindibile dall’identità cittadina. Perché a Milano è ovunque, basta saperla vedere, al di là dello storico vicolo dei lavandai o della passeggiata sulla Darsena. Anzi: si può addirittura ripercorrere la storia del capoluogo lombardo proprio dal punto di vista dell’acqua stessa, facendola scorrere attraverso i secoli, come una sorta di macchina del tempo. Perché è intorno a essa che si è costruita la struttura della città, la sua prosperità, la sua fortuna storica.
    È questa l’idea intorno a cui si articola «Milano città d’acqua», la mostra che dal 12 novembre racconterà a Palazzo Morando la «storia d’acqua» della città in 150 immagini d’epoca, con documenti inediti e materiale cartografico. «Oggi è difficile immaginarlo, ma Milano nasce sull’acqua. In una mappa del 1888 il centro cittadino appariva innervato da 124 tra rogge, canali, fontanili, torrenti, fiumi: un’altra Venezia», spiega Stefano Galli, curatore della mostra.
    «Non solo: Milano è anche l’unica grande città d’Europa che non è attraversata da un fiume, che non è adagiata sulle sponde di un lago, che non è lambita dal mare il che, per garantire l’esistenza stessa della città, ha reso indispensabili genio e perizia idraulica».
    Si scopre così che nei secoli l’acqua è servita come strumento difensivo, come mezzo di trasporto delle materie prime - senza di essa il Duomo non avrebbe potuto essere rivestito di marmi di Candoglia - per l’irrigazione dei terreni a marcita, per i traffici di materie prime, per lo sviluppo delle attività artigianali. Finché, come scrive Galli nell’introduzione, dopo essere stata «temuta, canalizzata, sfruttata, venerata» è stata infine «sotterrata, ricacciata negli inferi». Dimenticata.
    «Eppure da quel momento, quasi che la sua natura incomprimibile la costringesse a rispuntare fuori, è riemersa sotto altre forme». Dalle fontane - la prima, che dà il nome alla piazza che la ospita, fu inaugurata nel ferragosto del 1782 -, ai primi bagni privati (tra cui quelli di Diana) e pubblici (il primo a Porta Nuova), dai lavatoi agli alberghi diurni. E poi le piscine, l’Idroscalo, gli impianti di depurazione. E ovviamente l’acqua da bere. «Milano è l’unico caso di una metropoli che attinge il cento per cento del suo fabbisogno idrico dalla falda sotterranea», conclude Galli. Forse per questo Bonvesin de la Riva diceva che «si può bere a volontà, senza che faccia alcun male».
    “MILANO, CITTÀ D’ACQUA”
    Dal 12 Novembre 2015 al 14 Febbraio 2016
    Milano: Palazzo Morando | Costume Moda Immagine
    Via Sant'Andrea, 6
    Per info costi ed orari:Milano città d'acqua » Info
    Telefono per informazioni: +39 02 49 79 83 88
    E-Mail info: [email protected]
    Sito ufficiale: Milano città d'acqua


  6. #106
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    Predefinito Re: Terra padana

    Pegli, cinghiale nuota in mare tra gli scogli
    Un esemplare "anfibio" di cinghiale ha nuotato a lungo nelle acque del porticciolo di Pegli, sul lato di ponente del quartiere.


    "Sentire l'aria", l'ecofilm di Manuele Cecconello sul ragazzo che ha scelto di fare il pastore
    "Sentire l'aria" è un film documentario di Manuele Cecconello prodotto da Prospettiva Nevskij e dalla Camera di Commercio di Biella. E' un film strano e affascinante, anche se non esattamente "facile". Narra la storia di Andrea, un ragazzo che a sedici anni decide di lasciare la scuola per fare il pastore tra la pianura, le valli e la montagna biellese.
    Per raccontare questa storia l'autore del film ha vissuto per un anno insieme ad Andrea e al suo gregge, seguendone la transumanza. "Sentire l'aria" è quasi un film muto, il primo dialogo è a metà film e in biellese stretto. Tuttavia non è la parola, ma il suono della natura, ad essere protagonista del film: la pioggia, il vento, le "bestie" riempiono tutto il film, che riesce persino a far sentire il suono di una giornata di sole.
    Andrea, il protagonista, non ha dubbi sulla scelta di vita che ha fatto ma, allo stesso tempo, è conscio di avere una mentalità diversa rispetto a Niculìn, il pastore che lo ha preso con sé per insegnargli il mestiere. E' questo, guardando il film dal punto di vista dell'ambiente, la cosa più interessante: riuscirà Andrea, che ha un cellulare e conosce pregi e difetti della "vita moderna", a trovare una sintesi tra la vecchia vita del pastore e la modernità?
    Riuscirà a reinventarsi il mestiere per farlo rendere anche economicamente, come afferma di voler fare, nonostante la sempre maggiore scarsezza di pascoli, ormai divorati da centri commerciali e autostrade? Ma, soprattutto, riuscirà a non cedere alle tentazioni della vita facile, di poca fatica, che tutti i suoi coetanei vivono?
    "Sentire l'aria" è un film documentario esteticamente bellissimo, con un'ottima fotografia e regia che riescono a rendere molto bene allo spettatore i cambi di stagione e il clima. E' un film dai tempi lunghi, che si apprezza decisamente di più in una piccola sala proiezione rispetto a vederlo in televisione. Se riuscite a trovare una proiezione dalle vostre parti, ne vale la pena.
    "Sentire l'aria", l'ecofilm di Manuele Cecconello sul ragazzo che ha scelto di fare il pastore


















  7. #107
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    Predefinito Re: Terra padana

    Bresaola
    Tra i prodotti di carne salati, la bresaola rientra nella categoria di salumi crudi a pezzo intero non affumicati. In varie zone dell'Italia Settentrionale vengono prodotti vari tipi di bresaola, che si distinguono per le carni utilizzate, che possono essere di manzo, di cavallo o di cervo o di maiale, dal budello o materiale utilizzato per l'insaccatura, nonché per la procedura impiegata per la produzione. La bresaola appare di norma come cilindro o parallelepipedo, più o meno regolare, avvolto dal budello di colore grigiastro, con o senza legatura. Al taglio la bresaola appare di colore rossastro, più o meno scuro o acceso a seconda delle carni impiegate, compatta, con scarse venature dovute ai depositi di grasso e al connettivo naturali. Si consuma affettata, come antipasto o come secondo.
    Bresaola della Valtellina
    La bresaola della Valtellina, prodotta a partire dalla carne di manzo (essenzialmente punta d'anca, ma vengono utilizzati anche i tagli anatomici della sottofesa e del magatello), è tutelata dall'Indicazione geografica protetta. Dagli scarti di produzione della bresaola di manzo, ovvero le carni più vicine all'osso, viene prodotta la Slinzega. Esiste un consorzio di tutte le azienda che si fregiano del bollino igp e che è attivo nel proteggere l'indicazione di tipicitá e diffondere il consumo della bresaola.
    Bresaola di cavallo
    In provincia di Asti ed in Veneto (in particolare in provincia di Padova) è tipicamente prodotta una bresaola di cavallo. Viene utilizzata la carne della coscia del cavallo, priva di nervi e grasso. La procedura di produzione prevede la salmistrazione, la speziatura e l'asciugatura in locali riscaldati, infine la stagionatura.
    Bresaola di cervo
    In provincia di Novara viene prodotta una bresaola utilizzando i tagli più pregiati della coscia e della spalla del cervo. La carne viene lasciata macerare in una salamoia a base di vino rosso. Una volta insaccata, l'asciugatura e la stagionatura concludono la produzione della bresaola di cervo.
    Bresaola della val d'Ossola
    Nella val d'Ossola in Piemonte è prodotta una bresaola di manzo, conosciuta anche come "carne salata". Per la sua produzione viene utilizzata la punta dell'anca e il magatello del bovino. La carne salata è conciata con spezie ed aromi naturali: cannella, chiodi di garofano, aglio, rosmarino, alloro, facoltativamente ginepro. La pezzatura è variabile in dipendenza dei tagli di carne che sono lavorati. Si presenta compatta, consistente e di colore rosso intenso, con scarsissima infiltrazione di grasso.
    Bresaola affumicata
    È una variante della bresaola di manzo prodotta in Valchiavenna, provincia di Sondrio. Dopo l'insaccatura in budello naturale e la stagionatura, avviene l'affumicatura con legno di pino.
    https://it.wikipedia.org/wiki/Bresaola



    VILLA PISANI come Versailles
    CRISTINA COLOMBERA
    Le sue 114 stanze hanno ospitato dogi, re, imperatori. Per lei, l’11 gennaio 1807, Napoleone sborsò 1.901.000 di lire venete. Nei suoi giardini passeggiarono, tra gli altri, Richard Wagner e lo Zar di Russia Alessandro I. Gabriele D’Annunzio vi ambientò una delle scene più importanti del suo romanzo “Il Fuoco”. Hitler e Mussolini la scelsero per il loro primo incontro ufficiale, nel 1934.
    Affacciata sulla Riviera del Brenta, il fiume come estensione utopistica del Canal Grande di Venezia, Villa Pisani è una delle perle del patrimonio veneto. Chiamarla Museo, perché a conti fatti è un museo nazionale, è assai riduttivo. La vita in villa si ritrova nelle decorazioni delle sale settecentesche, dalla sala del trionfo di Bacco a quelle della villeggiatura e delle arti.
    Dalla finestra delle stanze lo sguardo si perde nel verde per fermarsi inevitabilmente alla facciata delle scuderie, palcoscenico di sfondo dove Carlo Goldoni inscenava le sue commedie.
    Senza nulla togliere alle opere d’arte e agli arredi del ‘700 e dell’ ‘800, tra cui il soffitto della sala da ballo affrescato da Giovanbattista Tiepolo, a stupire il visitatore è il parco: adagiato lungo un’intera ansa del Naviglio del Brenta, il parco di Villa Pisani si estende per 11 ettari. La sua realizzazione è antecedente alla villa stessa per mano dell’Architetto Girolamo Frigimelica de’ Roberti, autore anche del famoso labirinto.
    Per chi abbia visitato Parigi l’associazione ideale con Versailles, pur con tutte le limitazioni del caso, è quasi automatica. E’ illusione ottica, ma non troppo. Facile immaginare dame e cavalieri passeggiare tra i viali, in un’affascinante sospensione temporale.
    Il labirinto d’amore di Villa Pisani è uno dei tre labirinti in siepe sopravvissuti fino a oggi. Al suo interno, attraverso il lungo e complicato percorso in cui ci si continua a perdere anche ai giorni nostri, aveva luogo il gioco tra dama e cavaliere: la dama saliva sulla torretta centrale con il volto mascherato e il cavaliere aveva il compito di raggiungerla per svelarne l’identità segreta.
    E poi l’orangerie, cui si accede attraverso un cancello ottocentesco, sorvegliato da due cani in pietra d’Istria. Secondo la mitologia, la forza di Ercole derivava dagli agrumi: cibarsi di arance e limoni divenne quindi fondamentale nella dieta di ogni Doge o del Re.
    Per giungere all’orangerie si deve attraversare l’esedra, un padiglione settecentesco al centro di sei viali prospettici convergenti, che passano per i grandi archi aperti nei suoi sei lati concavi. Salendo una scala a chiocciola, nascosta da una torretta, si arriva alla terrazza, la cui balaustra è coronata da 12 statue raffiguranti le arti liberali e personaggi agresti.
    Infine il boschetto, a ovest delle scuderie, completato dagli Austriaci nel 1820: i sentieri serpeggianti nella folta vegetazione riconducono il visitatore alla piscina, luogo di partenza di un itinerario che, pur percorso mille e mille volte, riserva sempre nuove incredibili sorprese.
    http://www.ilgiornaledellebuonenotizie.it/?p=2508










  8. #108
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    Predefinito Re: Terra padana

    Quel treno per il Nord Europa di cui nessuno parla
    di Robi Ronza
    A conferma di quel divorzio dalla realtà delle nostre classi dirigenti, cui anche di recente abbiamo in diverse occasioni accennato, sulla stampa italiana a diffusione nazionale non sta trovando eco alcuna un evento destinato ad avere un impatto determinante sull’economia lombarda: la caduta lo scorso 21 gennaio dell’ultimo diaframma del tunnel del Ceneri. Lunga 15,4 chilometri, questa galleria, scavata in territorio svizzero ticinese sotto il monte omonimo, va a completare la linea ad alta velocità Zurigo-Lugano.
    Se pure il pure il tunnel del Ceneri sarà percorribile soltanto fra quattro anni circa, la galleria principale, chiamata AlpTransit, verrà inaugurata tra quattro mesi, il primo giugno prossimo. AlpTransit, già scavata e attrezzata sotto il massiccio del San Gottardo per una lunghezza di 57 chilometri, entro la fine di quest’anno comincerà a venire regolarmente percorsa da treni a grande velocità. Alta velocità significa anche grande capacità in quanto a trasporto sia di passeggeri che di merci.
    Milano dista da Zurigo meno di quanto dista da Firenze. Aggiungendosi la nuova linea alle già esistenti autostrada, ferrovia e strade ordinarie, ciò significa che per Milano e la Lombardia il collegamento con Zurigo, e quindi con Basilea e il bacino del Reno, diventa da quest’anno più rapido e capiente di quanto sia quello verso l’Italia peninsulare.
    A chi sia capace di alzare lo sguardo al di là dell’orizzonte fissato dal nostro ordine costituito l’importanza cruciale della notizia non può sfuggire. In primo luogo per la Lombardia e il Nord Italia, ma di conseguenza anche per tutto il Paese, il transito da e per il bacino del Reno è di assoluta importanza. Come mai allora la realizzazione di AlpTransit - galleria di base che, non superando i 550 metri sul livello del mare, consente il passaggio di convogli ferroviari ad alta velocità sotto le Alpi - venne e viene ignorata dai grandi media italiani in tutta la misura del possibile? Perché da Berlusconi a Renzi tutti i governi succedutisi negli ultimi vent’anni si sono impantanati nel pasticcio della linea ad alta velocità Torino-Lione attraverso la val di Susa, che una pessima gestione dei rapporti con le popolazioni locali ha trasformato in un focolaio di tensioni neo-anarchiche. In armonia con questa miope politica, Roma fa di tutto per rallentare l’adeguamento delle linee ferroviarie sulle tratte che in territorio italiano collegano AlpTransit a Milano. E i grandi media, disciplinati megafoni di chiunque sia al potere, si adeguano.
    Per sbloccare la situazione, la Svizzera non ha perciò esitato a stanziare 120 milioni di euro a fondo perso per l’adeguamento della linea Luino-Gallarate al passaggio di moderni vagoni merci porta-container. Ciò anche in cambio della promessa italiana di analoghi lavori sulla linea Chiasso-Milano per un valore di 40 milioni di euro. Neanche questo è bastato a smuovere le acque. Il relativo accordo venne siglato nel gennaio 2014, ma da allora non si è mosso nulla. Nello scorso settembre 2015, durante una sua visita a Varese, l’attuale ministro delle Infrastrutture, Graziano Del Rio, ha promesso che i lavori inizieranno nel 2016. Si accettano scommesse.
    A questo punto la Svizzera, dando prova del suo consueto senso pratico, ha deciso di investire nei prossimi cinque anni 140 milioni di franchi nel cofinanziamento di tre nuovi inter-porti rispettivamente a Segrate (Milano), Brescia e Piacenza.
    Non sempre le capitali fanno davvero gli interessi del Paese del cui governo sono la sede. E il caso della sordina posta sul San Gottardo lo conferma.
    Quel treno per il Nord Europa di cui nessuno parla

    L’idrovia Locarno-Milano sarà pronta nel 2017
    Ezio Rocchi Balbi
    Segnatelo sull’agenda: l’appuntamento per la tratta in battello da Locarno alla Darsena di Milano è fissato per il 2017. Ma aggiungete un "forse", perché il rendez vous con la strada d’acqua è stato annunciato più volte negli anni, e più volte - è il caso di dirlo - naufragato. L’ultimo appuntamento andato a buca proprio nel 2015 quando, in occasione di Expo, il consorzio EtVilloresi, ha impiegato milioni di franchi per realizzare le strutture e gli interventi necessari per rendere navigabili i canali in gestione. Lo sforzo ha permesso sì di raggiungere l’area meneghina, ma quanto bastava per collegare l’Esposizione universale e fornirla d’acqua...
    "E il bello è che quei contributi europei li hanno ottenuti anche grazie a noi, ai nostri progetti transfrontalieri - ricorda la vicepresidente dell’Associazione Locarno-Milano-Venezia Carla Speziali -. Spero veramente, dopo essermi battuta per anni, che finalmente si realizzi la via d’acqua che dal Lago Maggiore arriva ai Navigli".
    Eppure il recupero dell’idrovia che collega l’alto Verbano alla laguna della Serenissima, è un progetto che varrebbe oro e non solo dal profilo turistico. Per il Ticino rappresenterebbe un’opportunità economica con prospettive di sviluppo non indifferenti. Già dieci anni fa, infatti, l’indotto annuale generato dal ripristinato collegamento fluviale era stato stimato in quasi quattro miliardi di franchi da uno studio ufficiale dell’Istituto di Management turistico di Bellinzona. La sola navigazione, stimando almeno 7.000 passeggeri a stagione, darebbe un ricavo di un milione di franchi. "E noi saremmo i primi a valorizzarlo, a trasformarlo in un valore aggiunto - sottolinea Elia Frapolli direttore di Ticino Turismo -. Ovviamente, come ente che si occupa di promozione e marketing turistico, per poterlo fare abbiamo bisogno di un ‘prodotto’ finito, concreto; finché restiamo nell’ambito dei progetti non abbiamo voce in capitolo".
    Eppure sempre di progetti si continua a parlare, anche se sulla carta rimarrebbero pochi ostacoli da abbattere. E, almeno tecnicamente tutti in Italia, sia per la diga di Porta della Torre - che la regione Piemonte dà in via di superamento -, sia per le conche del Panperduto che permetterebbero di raggiungere senza ulteriori problemi lungo il Naviglio la nuova Darsena di Milano. Nell’antico porto della Darsena, l’acqua è tornata a scorrere lo scorso anno dopo 18 mesi di lavori di riqualificazione da 20 milioni di euro, che rientravano nei finanziamenti Expo per il progetto "Vie d’Acqua". L’impresa finale, insomma, non si comprende perché sia così ardua, visto che già secoli fa la "strada d’acqua" collegava le cave di Baveno della Val d’Ossola ai cantieri della fabbrica del Duomo per fornire il prezioso marmo rosa. Con un piccolo sforzo in più (anche se il progetto suscita polemiche infinite tra gli ambientalisti italiani) dal Ticino al Po il passo è breve. E si unirebbero, non solo idealmente, due capitali del cinema, Locarno e Venezia, con un percorso all’insegna del turismo sostenibile.
    L?idrovia Locarno-Milano sarà pronta nel 2017


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    Predefinito Re: Terra padana

    Dal Piemonte alla Lombardia sul traghetto di Leonardo: così il Ticino cambia volto
    MARCELLO GIORDANI
    L’idea di Leonardo diventa realtà: si attraverserà il Ticino, dalla sponda piemontese a quella lombarda, con piattaforme galleggianti a doppio scafo, che utilizzano la corrente e scorrono lungo una fune fissa ancorata alle due rive.
    Due collegamenti
    Il progetto fa parte del Parco tematico del paesaggio fluviale. Due i collegamenti via fiume previsti tra le due sponde: da Castelletto Ticino a Sesto Calende la piattaforma verrà dotata di cabina passeggeri; una seconda piattaforma verrà costruita a Marano Ticino: inizialmente servirà ad attraversare il fiume, poi verrà trasformata nel primo modulo di un ponte di barche.
    «L’attraversamento del fiume - precisa l’architetto Luigi Ferrario, che guida il gruppo di lavoro che ha ideato l’intervento - tra Marano Ticino e Castelnovate, già nell’Ottocento era effettuato da un battello costituito da due navi che veniva trainato da una fune con argano».
    Per le biciclette
    Accanto ai due approdi di Castelletto e Marano Ticino sorgeranno due padiglioni per le informazioni, l’accoglienza e il bike sharing. Oltre al collegamento fluviale quello via bicicletta: il progetto prevede anche il completamento della grande ciclabile che attraverserà l’intera sponda piemontese del Parco del Ticino, da Castelletto a Cerano.
    Dal Piemonte alla Lombardia sul traghetto di Leonardo: così il Ticino cambia volto - La Stampa



    Cervino, la leggenda dell'ultimo scoglio
    Paolo Ferrario
    «Come ipnotizzato stendo le braccia alla Croce finché sento stretto al mio petto il suo corpo metallico. Allora mi si piegano le ginocchia e piango». Sono le 15,15 del 22 febbraio 1965, quando Walter Bonatti mette piede sulla vetta del Cervino (4.478 metri) dopo quattro giorni di scalata solitaria a 30 gradi sotto zero nel cuore della parete nord.
    A soli 35 anni ha deciso di abbandonare l’alpinismo estremo e, per la sua uscita di scena, ha scelto lo «scoglio più nobile d’Europa», come aveva ribattezzato la Gran Becca il pittore inglese John Ruskin (1819-1900), affascinato dalla sua perfetta forma piramidale. Anche l’ultimo atto di una carriera breve (appena 16 anni) ma intensissima, doveva comunque lasciare il segno e così, in un colpo solo, Bonatti decide di realizzare un triplo record: prima solitaria sulla parete nord, nella stagione più dura (l’inverno) e per una via nuova. Una tripla, leggendaria impresa ancora oggi, a distanza di mezzo secolo, nella top ten delle più difficili e affascinanti ascensioni sulle Alpi, con pochissime ripetizioni.
    Un’impresa che l’alpinista bergamasco (scomparso nel 2011, a 81 anni), mai avrebbe immaginato di compiere da solo. «L’idea non mi sfiorava nemmeno», scriverà in un reportage pubblicato da Epoca il 7 marzo 1965, consapevole delle difficoltà cui andava incontro. Come compagni di cordata, Bonatti aveva scelto gli amici Gigi Panei e Alberto Tassotti.
    I tre attaccano il 10 febbraio e, dopo tre giorni «di lotta», sono investiti dalla bufera che li inchioda per ventiquattr’ore in parete obbligandoli alla ritirata. Si calano per 400 metri nel vuoto e, una volta ritornati a valle, i due compagni decidono di desistere lasciando Walter «disperato e solo» a Zermatt. Intanto, lo raggiunge la voce che un’altra cordata si starebbe preparando per affrontare la parete nord lungo lo stesso itinerario. «Potevo accettare un simile furto? No, a costo di partire solo». Detto fatto. La mattina del 18 febbraio è di nuovo in marcia per la montagna e, per non perdere altro tempo, decide di bivaccare alla base dell’enorme parete nord, una lavagna di roccia e ghiaccio alta più di un chilometro.
    «All’alba il freddo si fece insopportabile – racconta l’alpinista nell’articolo per Epoca –. Sfilandomi dal sacco mi sentii intorpidito. Quando provai a muovere i primi passi restai per alcuni istanti indeciso se andare verso l’alto o scendere verso Zermatt. Presi la via della parete, ma ci volle coraggio. Raramente mi era capitata una cosa simile».
    Adesso il dado è tratto e la ritirata non è più un’opzione. La lotta con l’alpe è cominciata e terminerà soltanto in vetta. Trascinandosi dietro il sacco da 30 chili con il materiale e i viveri, Bonatti avanza con determinazione seguito dalla valle dall’amico De Biasi con cui, ogni sera alle 19,30, si scambia segnali luminosi. Il gigante però non si arrende tanto facilmente e vuole mettere a dura prova la tenacia del piccolo uomo. Per tutta la terza notte pietre e valanghe sibilano a pochi metri dal precario bivacco sospeso nel vuoto. «Invoco Dio di farmi uscire di qui», è la preghiera dell’alpinista che, per alleggerire l’enorme zaino e procedere più rapidamente, si libera di una parte dei viveri e continua a salire. «Quando mi trovo soltanto a cinquanta metri dalla vetta, improvvisa, splendente mi appare la Croce. Pare incandescente per il sole che la illumina da sud. La luce che sembra emanare mi abbaglia. Penso alle aureole dei santi». Adesso la fatica è davvero finita, la parete è stata domata. Ora Bonatti può dare libero sfogo alle emozioni.
    A distanza di cinquant’anni da quei “giorni grandi”, gli ideali e la passione che spinsero Bonatti a compiere l’impresa sulla nord sono diventati riferimento per una nuova generazione di alpinisti esploratori che ancora cercano l’avventura sulle montagne. E spesso riescono a trovarla, come è successo a Herve Barmasse, esponente di una storica famiglia di guide del Cervino da quattro generazioni, caso unico dell’intero arco alpino. Sulla Gran Becca, Barmasse detiene il record di prime assolute, tra cui 3 vie nuove, oltre a invernali e prime solitarie.
    «Per me il Cervino è un po’ come un parente – racconta l’alpinista valdostano – essendo cresciuto ai suoi piedi e avendone sempre sentito parlare in casa. È veramente una montagna speciale, che ti parla e ti entra nel cuore. Per fortuna non è stata conquistata dall’alpinismo di massa e riesce quindi a regalare ancora spazi incontaminati ed emozioni uniche». Le stesse provate cinquant’anni fa da Bonatti, che qui decise di chiudere una sfolgorante carriera. «Così facendo – sottolinea Barmasse – Bonatti impresse alla sua impresa un valore quasi pari a quello della prima conquista, avvenuta cent’anni prima. Con Bonatti, il Cervino è diventato “la” montagna per definizione. E lo è tuttora».
    Cervino, la leggenda dell'ultimo scoglio* | Cultura*| www.avvenire.it






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    Predefinito Re: Terra padana

    Il castagno più vecchio d'Europa è in Piemonte: ecco la Castagna Granda
    A Monteu Roero si trova quello che è probabilmente il più antico castagno del continente: ha 400 anni
    Redazione
    Si pensa che sia il più antico castagno d’Europa; di certo, se non è il più vecchio, è certamente tra i più longevi. Eccolo, il patriarca: si erge in località Avaj, a Monteu Roero, in una piccola radura che ospita anche altri castagni secolari. Raggiungerlo non è difficile: un comodo sentiero conduce fino a lui, maestoso vegliardo di oltre 400 anni di età. Non a caso la “Castagna Granda”, come è abitualmente chiamata, è inserita nel novero degli alberi monumentali del Piemonte.
    Davanti a questo vero colosso naturale non si può che restare ammirati; il luogo stesso ispira quel sentimento di reverenza che si deve davanti a qualcosa di atavico: i castagni secolari che crescono tutto attorno fanno fantasticare la mente, immaginando raduni di masche e di semplici contadini ammirati davanti a tanta antica bellezza; contadini che ancora adesso lavorano i campi vicino alla Castagna Granda, e che ogni giorno sostano all’ombra di questo gigante buono. Un gigante alto 12 metri, ma con una circonferenza alla base di ben 15 metri.
    Chissà quante persone si sono sedute sotto la maestosa chioma della Castagna Granda: di certo, tra i tanti, da queste parti passò un’altra leggenda del Roero: il bandito Francesco Delpero, che è ricordato da un cartello posto sul sentiero, non lontano dai castagni secolari. Oggi, il Roero non è più rifugio di briganti, ma di appassionati della buona cucina e della natura: in questo senso, chiunque venga in questa regione non può non fermarsi a salutare, con reverenza, il nonno di tutti i castagni.
    Il sentiero che conduce all'antico castagno è d'altronde molto semplice. Si parte dal centro di Monteu Roero, si segue la via Umberto I e, seguendo i cartelli, si arriva con facilità fino alla borgata Avaj. Da lì, il sentiero si immette nel maestoso bosco di castagni: la radura con la Castagna Granda è a poche centinaia di metri dall'inizio del bosco. Proseguendo, si compie una sorta di anello, passando in uno spettacolare bosco di pini silvestri. La vista, sulla cresta delle rocche, è splendida, e spazia su gran parte del Roero. Una visita che merita, che ritempra gli occhi e, perché no, anche lo spirito.
    Il Bicerin - Il castagno più vecchio d'Europa è in Piemonte: ecco la Castagna Granda



    L’Austria a Milano. Il monumento a San Giovanni Nepomuceno
    Claudio Bollentini
    Le vestigia austriache a Milano sono veramente tante, ma molte di queste sono praticamente sconosciute alla maggior parte dei milanesi. Chissà quante volte saremo entrati al Castello Sforzesco e chissà quante volte saremo passati davanti alla statua di San Giovanni Nepomuceno, un monumento di importanti dimensioni che data circa trecento anni, senza dargli troppa importanza. Ma chi era questo santo? Cosa c’entra con la storia di Milano? E perché una sua raffigurazione è collocata proprio in un luogo così importante per il passato militare della città? e da così tanti anni per giunta?
    “Durante il governo della Casa d’Austria numerose statue dedicate al patrono dell’esercito austriaco, San Giovanni Nepomuceno (da Nepomuk in Boemia, dove nacque), furono innalzate nel Lombardo-Veneto a partire da 1724, anno in cui Innocenzo XIII ne riconobbe il culto.
    A Milano ne sopravvive soltanto un esemplare: collocato appunto nel cortile della piazza d’Armi, al Castello Sforzesco. “Fu fatto erigere – rivela l’iscrizione – nel 1729 dal marchese Annibale Visconti”, generale di Carlo VI e comandante del Castello, “ma gli annali della fabbriceria del Duomo documentano che già due anni prima (17 luglio 1727) lo scultore Giovanni Dugnani ne aveva richiesto il marmo per l’esecuzione”.
    E il Santo che si staglia nell’aria con la solennità del martire, appare in perfetto accordo con la luce grigio azzurrina di un qualsiasi mattino milanese. Un mattino in cui, quotidianamente da anni or sono, si ritaglia la sua porzione di spazio vitale: una sagoma il cui contorno è definito dalla massa turbinosa della veste talare, e degli attributi che ne perpetuano la santità.
    Che altro dire, dunque?
    L’epigrafe del basamento parla da sé:
    D.O.M. / D. IOHANNI NEPOMVCENO / QVI
    ANIMAM PROPTER CHRISTVM QVAM PERDIDIT / NE PRODERIT SACRAMENTVM / INVENIT IN
    COELIS / ANNIBAL VICECOMES / OMNIBVS EMERITIS STIPENDIIS /
    EXERCITVVM DVCTOR / CAROLI VI. CAES. AVG. AB INTIMIS CONSILIIS / EIVSQVE POSTREMO
    BENEFICIO / ARCIS PRAEFECTUS / ANNO DNI MDCCXXIX
    (Dedicato a Dio, intitolato a Giovanni Nepomuceno che per non tradire il sacramento della confessione perse la vita per Cristo e la ritrovò nel cielo. Annibale, Gran Visconte, condottiero in congedo di tutti gli eserciti e consigliere personale dell’Imperatore Carlo VI e castellano per suo ultimo beneficio. Anno del Signore 1729).
    A monito e insegnamento.
    L?Austria a Milano. Il monumento a San Giovanni Nepomuceno




 

 
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