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Discussione: Terra padana

  1. #131
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    Predefinito Re: Terra padana

    La castagna, la regina dei sapori autunnali
    Claudio Bollentini
    E’ arrivato l’autunno e con lui le castagne, una icona della nostra identità gastronomica. Le castagne fino alla metà del secolo scorso erano considerate nelle zone montane, soprattutto in quelle più isolate, il vero e proprio pane dei poveri, dove altre colture come la patata e il mais non potevano essere effettuate. Quasi ogni giorno i montanari delle Alpi e Prealpi preparavano pietanze a base di castagne, come castagne e latte, castagne e cagiada, ovvero castagne e latte cagliato, e la zuppa di castagne. Altro utilizzo delle castagne era di ricavarne una farina per preparare pappe, polente e, in mistura con altri sfarinati, pane e focacce, previa seccatura del frutto raccolto in autunno.
    A partire dalla seconda metà del novecento l'abbandono delle campagne è stata la causa principale dell'inselvatichimento dei castagneti, con un ridimensionamento complessivo della qualità del prodotto. Tendenza accentuata negli ultimi anni a causa delle condizioni climatiche cambiate, con estati pazze, o troppo secche e calde o troppo umide. Per non parlare di insetti, parassiti e malattie degli alberi dovuti alla scarsa o nulla cura. Oggi la castagna trova pochi impieghi nell'economia lombarda tranne che per i marroni, i frutti di varietà più grossa, che vengono gustati da soli, lessati o arrostiti, come ingrediente per ripieni di carni o per contorni, e nell'industria dolciaria (marrons glacés).
    La castagna è comunque un caposaldo della tradizione gastronomica in autunno dove spopola in sagre e feste di paese a lei dedicate, non c’è comune, quartiere, proloco, parrocchia, associazione benefica che non organizzi la sua castagnata. Per non parlare delle scampagnate nei boschi che un po’ tutti i lombardi fanno in questa stagione, escursioni dedicate proprio alla ricerca di questo gustoso frutto, magari in abbinata con la raccolta dei funghi.
    Nelle nostre città, come non ricordare il caldarrostaio, el castagnatt (o maronatt), street-food ante litteram. Li vedete ancora, sempre meno purtroppo, soprattutto in centro città, con piccole bancarelle o molto spesso con il tipico Ape attrezzato con banco vendita e fornello. Sopraffatti sempre di più da mercatini pseudoetnici, paccottiglia africana, tarocchi cinesi, ma fortunatamente ben individuabili grazie all’inconfondibile profumo di castagne arrostite. Gli ultimi sopravvissuti di una categoria ben più numerosa. Ricordo perfettamente un simpatico signore della Garfagnana che vendeva castagnaccio fuori dall’ingresso della scuola media che frequentavo in via della Commenda a Milano. Altri tempi, altre merende.
    La castagna, la regina dei sapori autunnali di Lombardia



    Tolleranza zero verso le entità allogene!

    Verbano, la scossa contro i siluri
    La Commissione italo-svizzera per la pesca prende di petto la questione del pesce invasivo. Le prime contromisure non danno buoni frutti. Si pensa all'elettrostorditore.
    Nel Verbano non c'è pace in presenza del siluro: oggigiorno costituisce un grave pericolo per l'equilibrio biologico, data la sua grande avidità di cibo. Il lago Maggiore, specie sul versante italiano, ne è infestato, tanto da suscitare preoccupazione e timori per il patrimonio ittico locale.
    La Commissione italo-svizzera della pesca, in una sua riunione recente, ha affrontato di petto la questione, come ci conferma Ivan Pedrazzi, presidente della Sant'Andrea di Muralto. «È un pesce invasivo, anche se taluni professionisti lo commerciano essendovi una certa richiesta sul mercato. L'autorità competente – al cospetto di una crescita numerica e ponderale significativa – ha cercato di promuovere misure per contenere almeno l'espansione, ma senza grande successo. In effetti, sono stati rilasciati, in Italia, alcuni permessi di pesca impiegando reti volanti con una grossa maglia, mentre nei mesi di luglio e settembre scorsi si è fatto ricorso a reti da fondo (che sembrano più appropriate) con una maglia di 80 mm. Tuttavia il bilancio appare piuttosto deludente (sì e no, una dozzina di esemplari per circa 90 chili di peso), mentre nell'anno precedente un sol pescatore aveva catturato siluri per un quantitativo di quasi 180 chilogrammi».
    La citata Commissione è dell'avviso che occorra da subito intensificare e perfezionare la tipologia di pesca, ricorrendo non soltanto a reti con maglie ancora maggiori, ma magari anche all'elettrostorditore, che potrebbe rivelarsi più consono in base ad alcune recenti esperienze. L'importante è agire su vasta scala e con determinazione, poiché il siluro va prendendo piede su tutto il Verbano.
    Ticino - Verbano, la scossa contro i siluri


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    Predefinito Re: Terra padana

    CHAMOUSIRA: L’ULTIMA MINIERA D’ORO DELLE ALPI
    Una lampada ad acetilene e tanti ricordi. Quello che rimane a Franco Filippa del suo lavoro alla miniera d’oro di Chamousira, in Valle d’Aosta. Il signor Franco il figlio dell’ultimo concessionario della miniera, che si trova su un costone a 1.700 metri d’altezza nel Comune di Brusson, in val d’Ayas. Negli anni migliori del giacimento, tra il 1903 e il 1907, da Chamousira vennero estratti 400 chili di oro puro. Quando mio padre prese la concessione alla fine degli anni Cinquanta, di oro ne era rimasto poco. La famiglia aveva un negozio di alimentari nella valle di Gressoney e qui a Chomousira si veniva piu' che altro per “arrotondare”. Non siamo mai diventati ricchi con l’oro: una volta pagati i pochi lavoratori, il carburante, l’attrezzatura per l’estrazione, in tasca restava ben poco. Mi ricordo solo una grande fatica: allora non c’era la strada e arrivare fin quassu' dal paese portando tutto a spalla era forse pi duro che il lavoro vero e proprio in galleria.
    L’oro non mancava
    Non sempre stato cosi'. Di fatica ce n’e' sempre stata tanta, ma l’oro non mancava anche se i filoni auriferi avevano un contenuto discontinuo in metallo per cui era difficile prevedere la bonta' di un nuovo scavo. Lo sapevano bene gli inglesi, che a fine Ottocento chiesero al Regno d’Italia la concessione per lo sfruttamento ed estrassero oro per una decina d’anni arrivando a occupare una novantina di operai. Poi il tenore di metallo prezioso nei filoni – mai realmente esauriti – diminui', tanto da non rendere piu' conveniente l’estrazione industriale.
    La storia recente
    La miniera venne ceduta ad altri proprietari finche' l’attivita' estrattiva vera e propria termino' nel 1935. Poi si tento' una riapertura durante la guerra, ma dopo la fine del conflitto Chamousira fu in grado solo di arrotondare le magre entrate dell’economia di montagna, prima che iniziasse la stagione – questa si' d’oro – del turismo. Fino alla chiusura definitiva a meta' degli anni Ottanta. Chamousira venne abbandonata e resto' meta solo dei collezionisti di minerali. Che furono in grado pero' di estrarre campioni di grande valore dal punto di vista scientifico e collezionistico. Uno di questi, forse tra i piu' belli mai estratti in Europa, ora esposto nell’allestimento al Forte di Bard sulla storia mineraria valdostana e sulle miniere d’oro della val d’Ayas.
    L’oro del Monte Rosa
    Perche' di oro intorno al Monte Rosa ce n’e' parecchio, purtroppo quasi mai concentrato in filoni utili per lo sfruttamento. Intorno alla seconda montagna piu' alta d’Europa c’erano miniere a grandi altezze in diverse valli, come in quelle di Alagna e di Macugnaga, attive fino al dopo guerra. Ancora oggi nei fine settimana si possono vedere appassionati lungo le sponde del Ticino e del Sesia, del Gorzente e dell’Orco, armati dei classici grandi piatti (chiamate batee) per la separazione dei minerali pi pesanti, raccoglitori che passano le giornate alla caccia delle pagliuzze d’oro nascoste nella sabbia. Una passione, non certo una raccolta redditizia. Pero', la soddisfazione di fare vedere agli amici una fialetta con il proprio oro…
    Il recupero
    Oggi Chamousira stata recuperata grazie all’azione di alcuni appassionati e della Regione Valle d’Aosta e da poco stata attrezzata per le visite. Abbiamo gia' avuto diverse migliaia di visitatori, conferma la direttrice della miniera Ilaria Rossetti. Si puo' visitare una galleria lunga 120 metri su uno dei dieci livelli orizzontali che compongono la miniera per un totale di 2,5 chilometri di scavi lineari.
    La Settimana del pianeta Terra
    La miniera d’oro di Chamousira inserita nel programma di visite di 313 geoeventi che compongono la Settimana del pianeta Terra. Quest’anno siamo giunti alla quarta edizione che si terra' dal 16 al 23 ottobre con manifestazioni in tutta Italia, spiega Silvio Seno, docente di geologia strutturale all’Universita' degli Studi di Pavia e tra gli organizzatori della manifestazione. Lo scorso anno abbiamo avuto 80 mila partecipanti, a conferma dell’interesse delle scienze della Terra. Ci sar la possibilita' di essere “geologo per un giorno” e conoscere le bellezze scientifico-naturalistiche del nostro Paese. Magari iniziando con la miniera d’oro di Chamousira.
    Chamousira: l?ultima miniera d?oro delle Alpi Il video - bcrmagazine





    Abel, il figlio del vento spicca il volo dalle Dolomiti
    Il film esce oggi nelle sale cinematografiche: alcune delle scene più belle girate sulle vette di Cortina. Operatore di macchina il bellunese Stefano Ben
    di Martina Reolon
    CORTINA. Ancora una volta la bellezza e il fascino suggestivo delle Dolomiti bellunesi attirano l’attenzione di professionisti di livello internazionale. Il film “Abel - Il figlio del vento” (titolo internazionale “Brothers of the wind” e tedesco “Wie Brüder im wind”) esce oggi nelle sale cinematografiche italiane. E per i bellunesi c’è una “sorpresa”: l'austriaco Otmar Penker, specializzato in riprese e fotografie in ambienti naturali e alpini, e il regista spagnolo Gerardo Olivares hanno scelto tra i luoghi delle riprese anche alcuni ambienti montani della provincia di Belluno. O meglio, il film è stato girato proprio tra il territorio bellunese e il Trentino Alto Adige.
    E, in particolar modo, una delle scene madri è ambientata sul Passo Falzarego, sopra il Lagazuoi che, nella pellicola, si vede chiaramente insieme ad altre montagne: Pelmo, Sass de Stria, Tofana di Rozes, Civetta, solo per citarne alcune. Il film, prodotto in Austria dalla casa Terra Mater Factual Studios, vede come protagonisti attori del calibro del francese Jean Reno (“Léon”, “I fiumi di porpora”, “Wasabi”), nel ruolo del guardaboschi-narratore, e dell’austriaco Tobias Moretti (“Il commissario Rex”) che interpreta il padre del giovane che nel film è Lukas, il protagonista insieme ad Abel, il piccolo di aquila.
    Ma “Abel - Il figlio del vento” parla bellunese non solo per l’ambientazione. L'operatore di macchina e di steadicam del film è infatti Stefano Ben, di Taibon Agordino. «Sono nato e cresciuto in mezzo alle vallate dove è stata girata la pellicola e ne sono semplicemente orgoglioso», sottolinea Ben.
    Già uscito in Austria, Germania, Spagna e Francia, con un ottimo riscontro di critica e pubblico, “Abel” è una produzione a metà tra fiaba, documentario naturalistico e storia di formazione. Al centro il magico incontro e l’amicizia tra Lukas, un bambino orfano di madre e sofferente a causa della freddezza che il padre gli mostra a seguito della dolorosa perdita, e Abel, piccolo di aquila gettato fuori dal nido dal fratello più forte, Caino (si chiama “cainismo”, infatti, il fenomeno per cui il più forte della nidiata sopraffà il più debole condannandolo a morte). Lukas trova l’aquilotto, lo salva e se ne prende cura, donandogli tutto l’amore e le attenzioni che il bambino stesso non trova a casa.
    Il film è stato possibile grazie al lavoro svolto nel 2011 dal regista Penker con la collaborazione di Gerard Salmina, che hanno iniziato a girare nel Parco nazionale austriaco degli Alti Tauri le scene riguardanti la storia dell'aquila, con l’utilizzo di telecamere fisse ed elicotteri ultraleggeri. È poi entrato nel progetto il regista Olivares, che
    aveva già realizzato nel 2009 (sempre con protagonista Camacho, che per “Abel” ha imparato a gestire i rapaci sotto la guida di esperti falconieri) un film su un ragazzo selvaggio, “Among Wolves”, che mostrava l’interazione di un bambino con i lupi.
    Abel, il figlio del vento spicca il volo dalle Dolomiti - Tempo Libero - Corriere delle Alpi



    Tolleranza zero verso le entità allogene!

    Millefoglio, incubo finito? Ecco quando tornerà pulito il fiume Po
    Nella giornata di ieri i tecnici hanno realizzato un terzo intervento considerato "decisivo" nella lotta contro la pianta tropicale che ha infestato le acque del nostro fiume
    ANDREA PARISOTTO
    TORINO - Forse è troppo presto per cantare definitivamente vittoria, ma il fiume Po potrebbe presto tornare agli antichi splendori. Ieri mattina infatti i tecnici di Arpa, Ipla, Comune e gli agenti del Nucleo Fluviale hanno realizzato un terzo intervento sulle acque del fiume, un'operazione considerata "decisiva" nella battaglia contro la pianta acquatica che ha infestato il Po. La pianta tropicale, infatti, com’è ormai noto ai lettori che hanno seguito la vicenda della sua rimozione, potrebbe essere arrivata perché gettata da qualche proprietario di pesci, che ha svuotato la vaschetta nello scarico o direttamente nel Po[Cherchez el terùn.....]. Il Myriophyllum è un ossigenatore comune degli acquari di casa, venduto a pochi euro nei negozi di animali.
    L'intervento di ieri: i dettagli
    Dopo l'intervento dello scorso 11 agosto e quello dei primi di ottobre, i tecnici hanno agito diversamente: prima hanno abbassato il livello dell'acqua grazie alla diga Michelotti poi, dopo aver steso una rete che bloccasse eventuali residui del millefoglio, hanno asportato la pianta tropicale che si trovava in profondità.
    L’abbassamento del livello della diga a valle della Gran Madre e la stesura all’altezza del ponte Vittorio Emanuele I di una rete a maglie da sponda a sponda ha consentito di far emergere altri esemplari della pianta tropicale che sono stati rimossi.
    Problema risolto definitivamente? Non ancora, ma si inizia a intravedere la luce in fondo al tunnel.
    Millefoglio, incubo finito? Ecco quando tornerà pulito il fiume Po | Diario di Torino






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    Predefinito Re: Terra padana

    Le olimpiadi dei cercatori di funghi: così un genovese è diventato campione del mondo
    Maratoneti pronti a tutto pur di scovare il tesoro si sono sfidati in 523 provenienti da sette nazioni. Il vincitore ha raccolto due chili di porcini, con un segreto: "Basta studiare i boschi e rispettare l'ambiente"
    JENNER MELETTI
    CERRETO LAGHI (Reggio Emilia) - Questi sono maratoneti, non cercatori di funghi. Scattano, sgomitano, fingono di entrare nel bosco a destra per ingannare chi segue poi con tre salti si infilano in quello a sinistra. Nulla a che vedere con i cercatori "normali" che alle 5 del mattino si fanno il caffè corretto al bar, comprano il panino per la merenda poi camminano per ore nel bosco sollevando le foglie con il bastone e scrutando sotto ogni cespuglio. Se parli di "hobby" ai 523 partecipanti al "IV Campionato mondiale del fungo" - con 7 nazioni - rischi di essere preso a male parole. "Questa è una gara vera, come un'Olimpiade. E per vincere devi dare tutto. Sudi, rischi di romperti una gamba, ti infili nei canaloni... Ma pensi soltanto alla medaglia d'oro, o almeno al podio".
    "Incredibile. Ho appena saputo di avere vinto". Giuseppe De Moro, 50 anni, fa il commesso in un negozio di articoli di pesca a Genova. Ha raccolto 23 porcini per un peso complessivo di 1,950 grammi. Primo premio, medaglia d'oro.
    "Come si diventa campioni? Studiando il bosco. L'anno scorso ero qui al campionato e non ho trovato nulla. E allora in primavera e in estate sono venuto a studiare questi boschi. Devi capire come reagiscono quando c'è poca pioggia, devi trovare le zone umide, gli spazi aperti dove le foglie non fanno da impermeabile al terreno... Ho cominciato ad andare nei boschi - mai al mare, abitiamo sulle alture a Fontanabuona - con mio papà Rino, che ha 86 anni e ancora, a volte, mi accompagna. Anche mio nonno Giovanni è stato un maestro. Mi diceva: raccogli ciò che vedi, non ciò che è nascosto. Odiava chi usava i rastrelli e anche chi distruggeva i funghi velenosi. Nessuno deve accorgersi che sei passato nel bosco, si raccomandava".
    Ore 7, buio, nebbia e freddo cane. Bastone, cestino, pettorina. Tutti nel Palaghiaccio, per l'ultimo appello. "Allora, sapete le regole. Quattro ore di ricerca poi tornate qui, per la pesata. Ricordate: non più di tre chili ". Lo speaker è Nicolò Oppicelli, micologo. "La mimetica va bene ma mettetevi addosso anche qualcosa di colorato. L'anno scorso in Liguria - anche là c'era la nebbia - uno ha avuto un malore e non siamo riusciti a trovarlo, anche se era a dieci metri da noi. Non è finita bene". "Rispettate le regole. Ricordate che nei campionati passati alcuni sono stati squalificati e non hanno fatto una bella figura".
    Con i funghi, come in amore, (quasi) tutto è permesso. C'è chi si infila nel bosco il giorno prima e nasconde i porcini sotto le foglie. Chi si fa rifornire da un amico che arriva in jeep su una carraia. C'è chi passa i funghi al collega, per farlo arrivare a una medaglia. L'anno scorso il campionato si è svolto in un bosco di dieci ettari, tutto recintato. Quest'anno ognuno è libero di andare dove vuole e i controlli sono davvero difficili. "Io credo - dice il campione del mondo, Giuseppe De Moro - che certi trucchi siano stati usati in passato. I colpevoli sono stati squalificati e ora c'è un clima diverso. Nel bosco si sta fra amici, anche se in gara l'uno contro l'altro. Campione, quasi non ci credo. La soddisfazione più grande? Adesso telefono a mio papà, per dirgli che le sue lezioni hanno dato buoni frutti. E poi chiamo mio figlio che studia ingegneria e è in Norvegia. 'Lo sai che il tuo papà...".
    Ore 8, la partenza. Cinquecento persone scompaiono nella nebbia e diventano fantasmi. Il primo a scattare è Franco Chiarabini, magazziniere di Villaminozzo. Ha vinto il campionato due anni fa. "Corro per qualche chilometro, lascio indietro tutti. Poi prendo solo i funghi più grossi. Lascio i piccoli così gli altri perdono tempo a cercarli". Quest'anno non vincerà nulla. Tanti applausi per Daisuke Miyagawa, artista della tv giapponese Ntv (venti milioni di spettatori) che sogna di "trovare un porcino grosso grosso" ma ne trova solo uno piccolo, "e mi hanno detto che non è nemmeno un porcino". Riceve però un premio, per l'impegno e le tante ore di volo.
    "Il campionato del mondo - raccontano Fausto Giovannelli e Giuseppe Vignali, presidente e direttore del Parco nazionale Appennino emiliano, che ha gestito la gara - crea un'alleanza fra i cercatori e il parco, in difesa dell'ambiente. Insegniamo a usare il bosco in modo rispettoso. L'anno scorso abbiamo ricevuto il riconoscimento Unesco come riserva di biosfera".
    Premi e medaglie, poi i racconti. Vytenis Daugudis, lituano, dice che nel suo paese "si possono raccogliere anche 1.000 porcini in un giorno". Gli italiani allora sognano i boschi dell'Est. Chissà quanti cesti si possono riempire, dall'alba al tramonto. E senza essere maratoneti.
    Le olimpiadi dei cercatori di funghi: così un genovese è diventato campione del mondo - Repubblica.it

    Tolleranza zero verso i soggeti allogeni!

    Invasione delle cimici. Intere città prese d'assalto
    Incredibile concentrazione di cimici asiatiche. Le case prese d'assalto
    Claudio Cartaldo
    Si tratta una sorta di invasione di cimici provenienti dall'Asia. Una "piaga" che ha colpito in questi giorni soprattutto le città nel trevigiano e che ha preoccupato in qualche modo cittadini e agricoltori.
    Il suo nome scientifico è Nezara viridula e solitamente si trova nei prati e negli orti. Per allontanarle, oltre la disinfestazione, può essere usato l'aglio, da posizionare nell'orto lì dove le cimici sono in maggior concentrazione.
    "Sono tantissime", hanno detto i cittadini di uno dei paesi invasi al Mattino di Padova. "Non si può tenere aperto nulla che tentano subito di infilarsi all’interno".
    "Stiamo subendo una invasione di cimici - ha spiegato una signora di Mansuè - è impossibile stare in terrazzo. Mio marito con lo spray in pochi minuti ne avrà uccise una sessantina, se non di più, ma ce ne sono ancora tantissime. Ogni anno in questa stagione ci sono le cimici, ma una tale invasione non l’avevamo mai vista".
    Invasione delle cimici. Intere città prese d'assalto - IlGiornale.it



    "Fauna del Triveneto: Gli animali dal Po alle Alpi" a Bassano del Grappa
    DOVE
    Palazzo Bonaguro
    Via Angarano
    Bassano del Grappa
    QUANDO
    Dal 01/10/2016 al 13/11/2016
    Sabato 10-13 e 15-19; domenica 10.30-13 e 15-18; da martedi' a venerdi' per scuole e gruppi su prenotazione in orario da concordare; Aperture straordinarie lunedi' 31 ottobre e martedi' 1 novembre con orario domenicale
    PREZZO
    GRATIS
    Dal 1 ottobre al 13 novembre si potrà visitare la mostra fotografica "Fauna del Triveneto: Gli animali dal Po alle Alpi" a Bassano del Grappa presso Palazzo Bonaguro in via Angarano. L'esposizione, organizzata dalla Sezione Naturalistica del Museo Civico di Bassano del Grappa propone gli scatti di quattro fotografi locali, che, animati dalla passione per la fotografia e la natura, hanno saputo cogliere bellezza e varietà della fauna del nostro territorio. Fotografie di Antonio Mantovani, Flavio Vanzo, Maurizio Corradin e Bruno Vendramin.
    Durante la mostra sarà possibile usufruire per le scolaresche di pacchetti didattici con attività di laboratorio, dedicate in particolare agli uccelli, oltre alla visita guidata alla mostra zoologica Mondo Animale e alla mostra fotografica.
    Orari di apertura: sabato 10-13 e 15-19; domenica 10.30-13 e 15-18; da martedi' a venerdi' per scuole e gruppi su prenotazione in orario da concordare. Aperture straordinarie lunedi' 31 ottobre e martedi' 1 novembre con orario domenicale. Ingresso gratuito (compresa la mostra zoologica permanente Mondo Animale). Per informazioni: 0424.519901 - 0424.519904.
    "Fauna del Triveneto: Gli Animali dal Po alle Alpi" a Bassano del Grappa Eventi a Vicenza






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    Predefinito Re: Terra padana

    Il ponte alla Specola, l’angelo e Wile Coyote
    Ponticello della Specola, una delle delizie di Padova. Capita che un tardo pomeriggio ti ci fermi, ti sporga appena dalla balaustra in ferro battuto e guardi giù....
    di Alberta Pierobon
    PADOVA. Ponticello della Specola sul tronco Naviglio del Bacchiglione, una delle delizie di Padova. Capita che un tardo pomeriggio ti ci fermi, ti sporga appena dalla balaustra in ferro battuto e guardi giù. Il cigno si ingozza, due gallinelle d’acqua meditano immobili accanto alla briccola, i pesci fanno i pesci. L’occhio cerca qualche nutria, almeno una di quelle bestiole vabbè infestanti, vabbé invise ai più, vabbé impallinate con licenza sparando, ma cosi' simpatiche da osservare. I minuti passano, i pensieri galleggiano sull’acqua.
    Capita, dopo un tot, di percepire una presenza: non un passante, un’intenzione fatta persona. E di sentire, non troppo da vicino, una voce garbata e quasi sussurrante: «Scusi, mi scusi sa. Volevo chiederle come si sente, se va tutto bene». I pensieri ci mettono un po’ a scrollarsi l’acqua di dosso e a capire l’intenzione. «Mi scusi ancora ma l’ho vista china sulla balaustra e con un’espressione cosi' triste. Sa, la vita. A volte è un momento... Mi scusi ancora, non volevo essere indiscreto...».
    L’angelo che fa meravigliosa la vita di Frank Capra assieme ai due colleghi sopra Berlino di Wenders erano dei neofiti in confronto a quel signore, avanti con gli anni, gentile. Cosi' gentile e cosi' abituato alla vita e ai suoi saliscendi, da andare dritto al punto. Perché puo' capitare e capita, ogni giorno capita, che un momento di angoscia si inghiotta un’esistenza. E lui si è preoccupato e semplicemente lo ha chiesto: «Va tutto bene?». Un po’ surreale, un po’ di cuore messo a nudo, un momento di tenerezza da scaldare il cuore per tutto l’inverno. Capita che tu pensi per un momento all’eventualità dell’insano gesto in quel preciso luogo: il fiume è basso, testa conficcata nella melma, gambe dritte fuori, roba che manco Willie Coyote. Poi la breve conversazione termina con un saluto accompagnato da angelico imbarazzo per aver esternato la preoccupazione, e ricambiato da un grazie. Personale e a nome del resto del mondo, dolente o allegro che sia. Coyote compreso.
    LA MICROSTORIA Il ponte alla Specola, l?angelo e Wile Coyote - Cronaca - Il Mattino di Padova



    «L’acqua del Po è balneabile»: un laboratorio lo certifica
    L’analisi di un campione commissionata da un gruppo di dieci cittadini che si sono autotassati
    di Riccardo Negri
    VIADANA. L’acqua del fiume Po è balneabile: lo certifica l’analisi di un campione commissionata da un gruppo di cittadini. In dieci si sono autotassati, per sostenere il costo dell’operazione. «E' la terza volta in dieci anni – assicura tra l’altro Roberto Rocchi, motore dell’iniziativa – che faccio analizzare l’acqua del Grande Fiume; ed è sempre risultata balneabile».
    Secondo quanto certificato da un laboratorio specializzato del Modenese – cui il campione, prelevato dalla spiaggetta vicina al campo canoa, è stato inviato tramite una farmacia del centro – tutti i parametri presi in considerazione risultano all’interno dei limiti prescritti dalle normative per la dichiarazione di potabilità dell’acqua. Le prove effettuate riguardano: pH a 20 gradi, conduttività, cloruro, solfato, sodio, durezza totale, ammoniaca, nitriti, nitrati, ossidabilità, arsenico, ferro, cromo, escherichia coli, enterococchi, carica batterica a 22 e 37 gradi, batteri coliformi.
    «I valori più significativi, quelli di escherichia coli ed enterococchi – dice Rocchi – sono addirittura pari a zero. Il parere di conformità rilasciato dal laboratorio è “Non conforme”, ma solo perché il laboratorio è privato, e non puo' dunque rilasciare dichiarazioni di competenza del Ministero». Lo studio non è stato commissionato per capriccio, ma nella convinzione che le rive del Po meriterebbero di essere maggiormente vissute dalla popolazione: pur con le dovute precauzioni ed evitando eccessi e rischi ingiustificati.
    Molti ricordano con nostalgia i decenni ‘60-’70, quando il Po era “il mare” dei viadanesi. Rocchi da ormai quindici anni fa il bagno senza problemi: «La nostra speranza è che tutti tornino a godersi il fiume: a prendere il sole nel silenzio della natura, a scambiare due chiacchiere in un posto tranquillo e ventilato, ad organizzare un aperitivo coi piedi sulla sabbia al tramonto, a ritrovarsi di sera davanti al fuoco».
    «L?acqua del Po è balneabile»: un laboratorio lo certifica - Cronaca - Gazzetta di Mantova



    Sono convinto che l'invasione da parte di specie animali allogene sia una metafora fisica, ma anche metafisica, della corrispettiva immigrazione allogena che stanno subendo le nostre terre. E' un messaggio, e un ammonimento, da parte dei nostri Dèi atavici...

    Allarme cimici in Lombardia: città invase dagli insetti.
    Gli insetti stanno invadendo le case dei lombardi, con particolari concentrazioni in alcune zone: fuori dall'ordinario l'episodio a Castano Primo, emergenza anche nel Lecchese
    Sciami di cimici cinesi stanno proliferando la Lombardia, creando disagi nei centri abitati e funestando le campagne, con la distruzione di pere, mele, kiwi, uva, oltre che coltivazioni di soia e mais. È l'allarme lanciato dalla Coldiretti per l'arrivo in Italia della "cimice marmorata asiatica" che è particolarmente pericolosa per l'agricoltura perché prolifica depositando uova almeno due volte all'anno con 300-400 esemplari a volta. Gli insetti stanno invadendo le case dei lombardi, con particolari concentrazioni in alcune zone: fuori dall'ordinario l'episodio nel Legnanese, a Castano Primo, con la presenza di migliaia di esemplari su balconi e pareti. Emergenza anche nel Lecchese, con la presenza dei fastidiosi insetti su tutto il territorio.
    "A favorirne la diffusione delle cimici - sottolinea Coldiretti - è stato un autunno particolarmente caldo, con la moltiplicazione degli esemplari che non hanno in Italia antagonisti naturali. Un problema che rende molto difficile la lotta all'insetto che da adulto è in grado di volare per lunghe distanze alla ricerca del cibo e sverna come adulto in edifici o in cassette e anfratti riparati per poi raggiungere in primavera le piante per alimentarsi, accoppiarsi e deporre le uova. La lotta per ora - osserva Coldiretti - può dunque avvenire attraverso protezioni fisiche come le reti anti insetti a protezione delle colture perché non è possibile importare insetti antagonisti dalla Cina per motivi sanitari".
    "La cimice asiatica - conclude Coldiretti - è solo l'ultimo dei parassiti inediti per l'Italia dove nel tempo sono arrivati, per fare qualche esempio, dalla Popillia Japonica alla Drosophila suzukii, dal Dryocosmus kuriphilus alla Xylella, con un conto dei danni all'agricoltura nazionale stimato in oltre il miliardo di euro".
    Allarme cimici in Lombardia: città invase dagli insetti. Ecco perché - Cronaca - ilgiorno.it




  5. #135
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    Predefinito Re: Terra padana

    Rimesse in libertà 5 volpi salvate dalle Guardie Wwf Lombardia
    L’intervento delle Guardie WWF aveva permesso il salvataggio dei quattro cuccioli dato che l’escavatore aveva compromesso irrimediabilmente gli ingressi alla tana
    CESANO BOSCONE - Finalmente libere le quattro volpi salvate in aprile nel Comune di Cesano Boscone, più una quinta rinvenuta sempre nel milanese. Gli operatori dell'ERSAF (Ente regionale servizi agricoltura e foreste) nel corso di un lavoro di bonifica ambientale a Cesano Maderno avevano interrotto i lavori accortisi della presenza, in una cisterna per la raccolta delle acque piovane, di quattro cuccioli di volpe.
    L’intervento delle Guardie WWF aveva permesso il salvataggio dei quattro cuccioli dato che l’escavatore aveva compromesso irrimediabilmente gli ingressi alla tana. Le cinque volpi svezzate presso il CRAS (Centro Recupero Animali Selvatici) Bosco Wwf di Vanzago sono state poste in libertà in Località Bosco Lungo del Comune di Gambolo', all'intero di una Riserva Integrale del Parco del Ticino in collaborazione con l'Amministrazione del Parco, le Guardie dipendenti e le GEV del Parco Ticino.
    Rimesse in libertà 5 volpi salvate dalle Guardie Wwf Lombardia - Cronaca - La Provincia Pavese



    Il bosco che aiuta a sentirsi in forma
    Nel Biellese un percorso tra abeti e betulle “coccola” i sistemi immunitario e nervoso
    PAOLA GUABELLO
    TRIVERO (BIELLA)
    In Giappone, il Giardino Zen regala pace e insegna a meditare; nell’alto Biellese, il Bosco del Sorriso cura l’anima e aiuta il corpo. Tra un albero e l’altro, nell’Oasi Zegna, l’escursionista che sosta accanto a un abete bianco sa che potrà rinforzare occhi e capelli, il suo sistema immunitario e cardiocircolatorio. Vicino alla betulla, una in particolare, coccolerà il sistema linfatico e quello nervoso. Il faggio, invece, lo aiuterà ad allontanare i reumatismi.
    E allora ben venga una passeggiata nella natura incontaminata per immagazzinare l’energia delle piante, sostando per almeno 10 minuti - come consiglia l’esperto - qui e là dove ci sono panche di pietra e tronchi per sedersi. Nel Bosco del Sorriso chi segue il sentiero, immerso tra profumi di resina e muschio, canti d’uccelli e aria fina, può riacquistare benessere fisico in 16 tappe. Un anello che misura meno di 5 chilometri, quindi accessibile anche ai più sedentari, che è soprattutto una «vacanza dell’anima» per chi in città respira cemento.
    Tra design e scienza
    Quello allestito nell’alto Biellese è un vero laboratorio della salute, un progetto monitorato con un nuovo metodo, il Bioenergetic Landscape, che ha individuato 16 alberi in posizioni strategiche, capaci di «agire» attraverso la loro energia nello spazio circostante. Dietro al percorso esperienziale, sostenuto da studi scientifici, c’è l’ecodesigner Marco Nieri.
    «Aree particolari del bosco offrono un efficace recupero dallo stress e un intenso apporto di energia vitale a tutto il corpo - spiega Nieri -. L’uomo e le piante, infatti, emettono campi elettromagnetici e quelli degli alberi, in particolari condizioni, possono influire sull’organismo. Lo abbiamo verificato con test prima e dopo la sosta, usando specifiche apparecchiature. Questa tecnica nasce infatti dalla convinzione che ogni specie vegetale ha caratteristiche che agiscono in maniera diversa sull’uomo modificando la biosfera».
    Del resto alberi e piante hanno sempre svolto, fin dall’antichità, un ruolo simbolico e centrale. L’obiettivo del Bosco del Sorriso è proprio quello di riaprire questo dialogo secolare ormai dimenticato, risvegliando nelle persone la consapevolezza di una possibile interazione. Il Bioenergetic Landscape, tramite un perfezionato strumento che si chiama «antenna Lecher», studia e utilizza i campi elettromagnetici emessi dalle piante e i flussi naturali che ridanno armonia interiore.
    Meditazioni nell’eremo
    Il cammino fra boschi di faggi, gruppi di pini e macchie di betulle, dove la vista spazia fino alle montagne della Valsesia, è studiato anche per i bambini. A loro sono dedicate tre suggestive aree di sosta con grandi libri in legno di cedro profumato, sui quali si possono leggere le Favole del Bosco inspirate ai tre alberi più diffusi nell’area verde.
    Sui ruderi di uno dei più antichi siti alpestri dell’Alta Valsessera è stato inoltre costruito l’Eremo di Maria su progetto dell’architetto Giovanni Vachino, in un luogo che grazie alla sua collocazione invita a contemplare le bellezze della natura. Al suo interno, le particolari decorazioni del designer Piero Crida sono frutto di una ricerca ricca di spunti simbolici che favoriscono meditazione, raccoglimento e ringraziamento.
    Il bosco che aiuta a sentirsi in forma - La Stampa





    Tolleranza zero verso i soggetti allogeni!

    In Veneto via libera alla caccia alle nutrie
    Ok definitivo al piano di eradicazione.
    Con l’ok definitivo da parte della Giunta e lo stanziamento di 250 mila euro di contributo per le Province, Città metropolitana e Parchi per il controllo delle nutrie, diventa operativo il piano triennale veneto per l’eradicazione della specie nutria, responsabile di danni ingenti a colture, arginature e alla rete idraulica del territorio di pianura.
    Il piano, in vigore sino al 2019, stabilisce che ad occuparsi del controllo/eradicazione del roditore (importato dal Sud America e moltiplicatosi in modo incontrollato per assenza di antagonisti) sia una rete di soggetti, pubblici e privati, coordinata dalla Regione. Ne fanno parte, in qualità di soggetti pubblici, le Province, la Città metropolitana di Venezia, Comuni, Consorzi di bonifica, Enti Parco e delle Riserve regionali e gli Entri gestori dei siti di Rete Natura 2000. Ma anche i proprietari dei fondi, i cacciatori, le guardie venatorie, le guardie giurate, gli operatori della vigilanza idraulica, possono intervenire, opportunamente formati e coordinati – come volontari autorizzati – nel controllo alle nutrie.
    Gli operatori abilitati al controllo, durante tali operazioni, dovranno indossare un apposito gilet di riconoscimento ad alta visibilità. E' importate sottolineare come il piano vieti in modo assoluto l’uso di veleni e di metodi non selettivi, che potrebbero colpire altre specie, ma non pone alcun limite al ‘prelievo’ dei capi, visto l’obiettivo ultimo dell’eradicazione della specie in questione, come ribadito dall’ISPRA, che ha incluso la nutria tre le specie esotiche invasive.
    In Veneto via libera alla caccia alle nutrie - Regione - Corriere delle Alpi


  6. #136
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    Predefinito Re: Terra padana

    Fungo porcino, questo sconosciuto
    Genova - “Quasi assente” in Val Trebbia, nell’Aveto e in Val Graveglia, “molto scarsa” sul Beigua. Più che un giudizio per i funghi porcini è una condanna: non ce ne sono cosi' come conferma la rete di appassionati fungaioli su “crescita funghi on real time”, sito ben noto a tutti gli appassionati. E cosi' come confermano anche senza essere in rete i grossisti e i negozi specializzati.
    Se poi si chiede ai ristoratori il risultato non cambia: quel poco che si riesce ad avere in menù è di importazione. Il 2016, salvo miracoli, rischia di essere un “annus horribilis” per i fungaioli, per i gourmet, i ristoratori ma in generale per i boschi del Levante. Perché cosi' pochi funghi in un periodo che dovrebbe essere invece già di piena crescita: «Un disastro simile non si vedeva dal ‘99» - racconta Giovanni Battista Martelli, fungaiolo ed esperto dopo una battuta tra Montebruno e Loco.
    Si chiede ai grossisti e il risultato non cambia: «Per quelli nostrani è un disastro, non ce ne sono» - spiegano da Gailli e Santi di via Adamoli; a fare eco De Bernardi & Tioli, altro specialista del mercato ortofrutticolo di via Sardorella: «Diciamo la verità, qui non si vede un fungo nostrano a pagarlo oro. Ci si accontenta di trattare quel poco che si trova sul mercato estero». Globalmente la media stagionale si è conclusa con un’anomalia di temperatura di 1 grado in eccesso e con un deficit di precipitazioni pari al 19%. E la stagione autunnale appena iniziata ha fatto il suo ingresso con altrettante temperature record.
    «Il clima fino a ieri troppo secco ha ritardato la raccolta, anticipando invece di quasi un mese quella di castagne e nocciole. Ottima annata invece per olio e vino. Ma solo qualitativamente» - ha spiega Michele Brunetti, ricercatore dell’Isac-Cnr nell’ambito di una ricerca sulla siccità nei boschi. Per ristoranti e trattorie oggi si rimedia con l’acquisto di porcini d’importazione. Si fa di necessità virtù.
    A soffrire anche l’economia di vallata: senza funghi nessuno va a cercarli e quindi anche i Consorzi di Tutela non stanno incassando un euro dalla vendita di tesserini giornalieri, settimanali o stagionali.
    Molti di importazione - Fungo porcino, questo sconosciuto | Liguria | Genova | Il Secolo XIX



    Naturalismo lombardo e vedute senza tempo
    Claudio Bollentini
    In quella vasta produzione artistica lombarda e piemontese tra ottocento e novecento che ha nelle vedute, nei paesaggi il proprio fulcro, non si può dimenticare il contributo di Francesco Gnecchi. Come non ricordare le sue vedute del Lago Maggiore, dell’Engadina, per rimanere tra Insubria e le Alpi, eseguiti sempre con gusto aneddotico e grande attenzione per i dettagli che animano e vivacizzano scene in cui sono la natura e i panorami quelli che principalmente catturano l’attenzione di chi osserva.
    Il suo dipinto riproduce una veduta del Lago Maggiore tra Baveno e Pallanza, eseguito nel 1884 nei pressi di Fondotoce, oggi riserva naturale. All’Esposizione Nazionale di Torino del 1884, Francesco Gnecchi presentò due vedute del Lago Maggiore, rispettivamente dedicate a Riviera e a Fondo Toce. L’opera in questione è forse identificabile con quest’ultima.
    Il punto focale della composizione coincide con la foce del fiume, cui è conferito il massimo risalto attraverso l’adozione di un punto di vista leggermente rialzato. L’ampio paesaggio con il Sempione sullo sfondo si articola attraverso la successione di piani paralleli che degradano lentamente e acquistano profondità grazie al cielo che sfuma in lontananza in una foschia indistinta, in contrasto con la vista limpida e tersa del primo piano.
    L’artista propone un panorama molto apprezzato dagli esponenti del naturalismo lombardo e piemontese, più volte rappresentato da Eugenio Gignous, Filippo Carcano e Uberto Dell’Orto. A quest’ultimo Gnecchi fu legato da amicizia, e verosimilmente i due pittori si recavano insieme a dipingere dal vero sul lago, dove entrambi disponevano di una residenza estiva, condividendo l’interesse per i valori luministici e atmosferici del paesaggio. Il dipinto trasmette sicuramente ammirazione e nostalgia per una veduta di una arcana bellezza in gran parte apprezzabile ancora oggi.
    Naturalismo lombardo e vedute senza tempo



    Due veneziani a Laggio per produrre sidro doc
    Andrea Concina e Andrea Bonalberti scommettono su un progetto innovativo che attraverso la produzione ortofrutticola rilancia anche i territori di montagna
    di Gianluca De Rosa
    LAGGIO. Il rilancio del territorio di montagna passa anche dalla produzione ortofrutticola. E' quanto intendono dimostrare Andrea Concina ed Andrea Bonalberti, veneziani divenuti cadorini d'adozione dopo essersi stabilitisi a Laggio per coltivare mele e pere, non per fini alimentari ma con l'obiettivo di produrre un sidro di qualità in grado di diventare un'eccellenza del posto. Andrea Concina è il promotore dell'iniziativa che ha già un nome, Sidro Vittoria, dal vago sapore anglosassone non per caso: «Ho vissuto dieci anni a Londra», racconta, «dove il sidro è un prodotto già molto sviluppato». Nasce dunque Oltremanica l'idea «di coltivare mele in Cadore», aggiunge Concina, sgomberando il campo anche stavolta dalla pura casualità.
    «Da quando avevo due anni venivo in vacanza con la mia famiglia in questi splendidi luoghi, una volta a Vigo, una volta a Lorenzago ed un'altra ad Auronzo. Rientrato da Londra ho capito che la vita veneziana non faceva più per me ed allora ho scelto una soluzione maggiormente a misura d'uomo. Oggi mi divido tra Asolo e Laggio».
    Nella vita quotidiana Concina si occupa di altro ma sin da bambino ha sviluppato una passione per la natura: «Lavoro nel mondo della pubblicità, ma la scelta di coltivare mele e pere è una vocazione personale che rientra a pieno titolo tra le esperienze di vita. Sono partito da qui per sviluppare un progetto avveniristico che ha un cuore imprenditoriale perché non ho alcuna intenzione di vivere di sussidi. Il progetto Sidro Vittoria intende fare business in maniera sostenibile, attraverso il rilancio di vecchi frutteti abbandonati che in Cadore sono tantissimi».
    Progetto oggi in fase iniziale con un ettaro di terreno in fase di lavorazione a Laggio dove la coppia ha colto al balzo l'opportunità di rinvigorire terreni fino a poco tempo fa abbandonati: «Il campo oggi coltivato rappresenta il progetto pilota», spiega Concina, «ma l'obiettivo è allargarci ai territori limitrofi candidandoci per ottenere in concessione dai comuni altri terreni dove ripristinare vecchie produzioni oppure riqualificare fondi oggi abbandonati». Con l'obiettivo di produrre sidro, bevanda alcolica a base di mela ancora poco sviluppato in Italia: «La nostra produzione è finalizzata ad una sidrificazione di qualità. Puntiamo a realizzare un'eccellenza per il territorio cadorino e siamo convinti di riuscire nel nostro intento perché le proprietà organolettiche del prodotto sono uniche, non solo a livello nazionale ma internazionale».
    Progetto Sidro Vittoria che ha anche già una scadenza: «Entro due anni contiamo di immettere il prodotto sul mercato», conclude Concina, «abbiamo già allacciato rapporti con alcuni imprenditori della Franciacorta a cui affideremo la rifermentazione del prodotto, esclusivamente con metodo classico. Puntiamo a realizzare uno champagne di mele che miriamo a posizionare sia sul mercato italiano ma soprattutto anglosassone dove il sidro è in grado di ripercorrere la stessa fortunata trafila della birra».
    Due veneziani a Laggio per produrre sidro doc - Cronaca - Corriere delle Alpi



    Tolleranza zero verso le entità allogene!

    Robecco sul Naviglio, marijuana nel Parco del Ticino: sgominata la banda della piantagione
    I malviventi utilizzavano i proventi di un giro di prostituzione per finanziare la coltivazione di 4mila piante nascoste tra Robecco, Corio (Torino) e Mortara
    di FRANCESCO PELLEGATTA
    I carabinieri del comando di Torino hanno sgominato la banda di albanesi che avrebbe piantato nei boschi di Robecco le 1400 piante di marijuana distrutte dai militari alla fine di luglio. Secondo quanto emerso dalle indagini queste facevano parte di una più vasta piantagione disseminata tra l’Abbiatense, Corio (Torino) e Mortara. In tutto 4mila piante per un valore di svariati milioni di euro.
    La banda utilizzava i proventi di un giro di prostituzione nella zona nord di Torino per finanziare la coltivazione della droga. In tutto sarebbero sette le ragazze di nazionalità greca e albanese minacciate, sfruttate e controllate nei loro spostamenti utilizzando un’applicazione “spia” nel cellulare. Le donne venivano fatte arrivare dai loro paesi di origine con la promessa di un lavoro onesto per poi costringerle a prostituirsi. Con questi soldi (circa 300 euro al giorno per ragazza) gli albanesi finanziavano la coltivazione della marijuana.
    Alla fine di luglio le indagini avevano portato i carabinieri di Torino a individuare la porzione di piantagione situata nei boschi del Parco del Ticino a Robecco sul Naviglio. Coadiuvati dai guardiaparco e dal nucleo dei carabinieri di Abbiategrasso i militari avevano dato alle fiamme le piante.
    Robecco sul Naviglio, marijuana nel Parco del Ticino: sgominata la banda della piantagione - Cronaca

  7. #137
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    Predefinito Re: Terra padana

    Torna il 'Bagna cauda day', 13mila posti a tavola

    Dal 25 a 27/11 gran festa per piatto tipico da Piemonte a Tonga
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  8. #138
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    Predefinito Re: Terra padana

    Una filiera del legno per rilanciare il territorio dell’Antola
    Edoardo Meoli
    Si chiama filiera del legno. Funziona da oltre dieci anni in Carnia (Friuli) e da qualche anno in altri comprensori montani del Piemonte e del Veneto.
    Adesso l’iniziativa approda anche in Val Trebbia. A spiegarla è Elena Tallone, responsabile di uno studio di ingegneria che punta tutto sull’economia green e che ha iniziato un’attività di partnership con il Parco dell’Antola: «Costruirsi una casa in legno, con mobili di legno utilizzando il legname del proprio bosco è il sogno realizzato in Carnia da un ingegnere che ha ricreato, tramite la formula delle rete di imprese, una filiera foresta-legno» - premette. Un obiettivo che si può realizzare anche da noi: «Fino a ieri il nostro legname veniva prevalentemente venduto per realizzare bancali o come cippato per realizzare energia».
    Ecco allora l’idea della Carnia, ripresa in Liguria, una delle regioni italiane con più alta densità boschiva: riappropriarsi dell’uso del proprio legno rivalorizzandolo. Metti insieme un boscaiolo, un’azienda agricola forestale, un magazzino edile della vallata, un impiantista legato alle energie rinnovabili, un ingegnere specializzato in ingegneria naturalistica e costruzioni in legno ed un progettista architetto consulente energetico esperto in CasaClima che li coordina tutti, e otterrai la Filiera Foresta-Legno “12-to Many”. Più naturale di così…
    Una filiera del legno per rilanciare il territorio dell?Antola | Liguria | Genova | Il Secolo XIX



    Il Delta del Po dopo un secolo restituisce reperti della Grande Guerra
    A cura di Peppe Caridi
    “Il Delta del Po restituisce reperti della Prima Guerra Mondiale. Dalle onde del mare emersi come fossero cetacei, i resti di fortificazioni militari, denominati “batterie” che la sabbia per molti anni ha custodito, quasi per far dimenticare quel triste evento. Oggi invece è possibile vederli perché il moto ondoso li ha fatti riemergere sullo scanno di Bonelli, a Porto Tolle, comune di 9000 abitanti in provincia di Rovigo in Veneto”. Lo ha annunciato Isabella Finotti, Guida Ambientale Escursionistica e Consigliere Nazionale dell’Associazione Italiana Guide Escursionistiche Ambientali, riconosciuta dal MISE.
    Non solo “batterie” ma veri fortini ritrovati su antiche spiagge. “Dalle dune vive, alle dune fossili, entrambi testimonianze di un territorio in continua evoluzione – ha proseguito Finotti – ed ecco che sotto le chiome dei pini, come dei fantasmi abbiamo ritrovato i fortini, liberati da radici che li imbrigliavano, ora sono li' a ricordarci dell’ultimo conflitto mondiale. In questo caso su antiche spiagge oggi arretrate, a poca distanza dall’antica tenuta degli Estensi a Mesola. Il tutto nelle verdi risaie. Con le Guide Ambientali Escursionistiche, figure professionali in grado di raccontare il territorio in tutte le sue caratteristiche, dalla geologia alla storia, è possibile recarsi in questi luoghi, vederli, conoscerli e capire la nostra storia. Lo scorrere lento del fiume, il fruscio del canneto ed il vento che accarezza le sue fronde, lo sciacquio dell’onda che si infrange sulla sabbia e lo stridio dei gabbiani. Là dove l’acqua non è acqua e la terra non è terra, senza confini. Il blu del martin pescatore, l’arcobaleno dei gruccioni, 1000 battiti d’ali. Una barca, il pescatore, un’isola, bellissima, dove il mare ha restituito antiche testimonianze dunque della Grande Guerra, nel cuore del Parco Regionale del Veneto Delta del Po. Potremo percorrere un itinerario che ci condurrà alla scoperta di un delta decisamente alternativo, particolare. Si perché il viaggio è sempre scoperta. Passato e presente. Il delta è anche questo”.
    Il Delta del Po dopo un secolo restituisce reperti della Grande Guerra - Meteo Web



    Milano – Cane in passeggiata, fiuta qualcosa: era una Iguana. L’ENPA: nuovo episodio di abbandono
    Trovata venerdì scorso nelle campagne di Pieve Emanuele, in provincia di Milano. A fiutare la grossa Iguana era stato un cane nel corso della passeggiata. Il padrone, recuperato il rettile, ha provveduto a consegnarlo all’ENPA di Milano.
    Visitata in un ambulatorio veterinario specializzato si è sperato che si facesse vivo il proprietario.
    Secondo l’ENPA, però, potrebbe trattarsi di un abbandono di rettili, come altri ve ne sono stati. La Protezione Animale approfitta dell’occasione per ricordare di non acquistare animali; il loro abbandono è un reato punito dal nostro Codice Penale.
    Milano ? Cane in passeggiata, fiuta qualcosa: era una Iguana. L?ENPA: nuovo episodio di abbandono | GeaPress



    Bracconaggio sulle alture, impallinato un rapace protetto
    Edoardo Meoli
    Genova - Un esemplare di astore, un rapace per il quale è totalmente proibita ogni forma di caccia, è stato ferito da un bracconiere. Il fatto, già denunciato alla magistratura, si è verificato sulle alture del levante di Genova, nella zona sopra Bavari e San Desiderio.
    “E’ un episodio gravissimo, sfortunatamente troppo frequente in Liguria come in tutta Italia. L’astore è stato impallinato domenica – spiegano all’Enpa di Genova - il rapace si trova ora presso il Centro di recupero degli animali selvatici, recentemente aperto a Campomorone, le sue condizioni sono gravi: due pallini lo hanno raggiunto alla testa. Con il sottodimensionamento della Polizia Metropolitana, con la fase delicata che sta attraversando la Forestale, episodi gravi come questo rischiano di passare impuniti”.
    Bracconaggio sulle alture, impallinato un rapace protetto | Liguria | Genova | Il Secolo XIX




  9. #139
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    Predefinito Re: Terra padana

    Un maiale a passeggio sulle strade del Righi
    Genova - Dopo le ripetute segnalazioni di cinghiali nelle vie cittadine, ora anche l’avvistamento nelle strade sulle alture della città di un maiale. L’animale è stato visto camminare tra auto e scooter.
    E' accaduto nel pomeriggio in via Bartolomeo Bianco, al Righi. Lo ha segnalato alla polizia municipale un automobilista. Il centralinista gli ha detto «Forse un cinghiale?». La reazione dell’automobilista è stata veemente: «No, quello che ha attraversato la strada era un maiale. Vuole che non sappia distinguere un maiale da un cinghiale?».
    Il caso - Un maiale a passeggio sulle strade del Righi | Liguria | Genova | Il Secolo XIX



    Il Bosco dell’Alevé: pino cembro in purezza ai piedi del Monviso
    PAOLA BONAVIA
    E' un bosco antico quello dell’Alevé, che si fa risalire alle grandi glaciazioni del Quaternario, citato già nell’Eneide di Virgilio e nella Naturalis historia di Plinio il Vecchio. Un bosco particolare, trattandosi della più vasta estensione di pino cembro (Pinus cembra) in purezza d’Italia e una delle più grandi dell’intero arco alpino. Il nome è di origine occitana, visto che èlvo, in occitano, significa proprio pino cembro. E non poteva essere diversamente, poiché questa grande foresta si trova in alta Valle Varaita, una delle principali valli occitane piemontesi, alle pendici meridionali del Monviso, sopra Casteldelfino e a breve distanza dal Queyras francese. Compreso tra i 1500 e i 2500 metri di quota, il Bosco dell’Alevé occupa la ragguardevole area di circa 820 ettari, con esemplari molto longevi (se ne contano numerosi di più di 500 anni) che si spingono fin quasi ai 3000 metri, con un’altezza che puo'raggiungere i 20 metri.
    Salvati dalla resina
    In passato il bosco scendeva a quote inferiori, ma l’intervento umano ha ridotto la diffusione del pino cembro per ricavare spazi per la pastorizia e l’agricoltura, soppiantando questa splendida essenza con il più versatile larice. Inoltre, intorno alla metà del XVIII secolo, in seguito alle campagne militari, in questa area ci furono massicci tagli di alberi centenari per l’inutile (e inutilizzata) realizzazione di palizzate e fortificazioni dalle pendici del Monviso al Monte Pelvo. L’estensione attuale, per fortuna, è rimasta pressoché inalterata anche grazie all’inaccessibilità dei luoghi, con ripidi versanti spesso rocciosi.
    Un’altra “fortuna” è da ricercare nelle caratteristiche del pino cembro, quasi inutilizzabile per il riscaldamento, visto il suo alto contenuto di resina che intasa le canne fumarie (mentre si presta bene per la realizzazione di mobili e oggetti intagliati).
    Il Bosco dell?Alevé: pino cembro in purezza ai piedi del Monviso - La Stampa



    Entità allogene alimentari specchio delle entità allogene migranti....

    Dalle nocciole turche alle arachidi cinesi, la lista nera dei cibi pericolosi per la salute
    Le nocciole e l’altra frutta secca dalla Turchia contaminate da aflatossine cancerogene hanno fatto scattare l’allerta nei Paesi comunitari. Poi ci sono le arachidi dalla Cina, il peperoncino e le altre spezie dall’India, per la presenza di contaminazioni microbiologiche e di residui chimici. Coldiretti ha messo a punto una «lista nera» di dieci prodotti importati che possono causare danni alla salute di chi li consuma, soprattutto di quei «9,7 milioni di italiani che regolarmente abbinano ingredienti nostrani con prodotti provenienti da altri paesi, come ad esempio la curcuma originaria dell’India o le bacche di goji, i fagioli azuchi e lo zenzero che sono in gran parte di provenienza cinese».
    Coldiretti ha elaborato il rapporto del ministero della Salute sul sistema di allerta europeo per rischi alimentari. Al quarto posto di questa black list per contenuti fuori norma di metalli pesanti per tonno e pesce spada provenienti dalla Spagna mentre preoccupante è la situazione della frutta e verdura proveniente dalla Turchia con fichi secchi fuori norma per la presenza di aflatossine e i peperoni per i pesticidi.
    Al sesto posto la frutta secca proveniente dall’India con l’allarme salmonella scattato nei semi di sesamo, mentre irregolarità per le aflatossine sono state trovate nei pistacchi dall’Iran. Nella frutta e verdura proveniente dall’Egitto – continua la Coldiretti -, che gode di un regime agevolato per l’esportazione in Italia, è stata segnalata la presenza irregolare di pesticidi in prodotti come le olive e le fragole, ma hanno creato problemi anche i pistacchi provenienti dagli Usa per le aflatossine cancerogene e il pesce dal Vietnam con un eccessivo contenuto di metalli pesanti, che chiude la lista dei dieci cibi più pericolosi.
    Secondo il presidente di Coldiretti, Roberto Moncalvo, «occorre rendere finalmente pubblici i flussi commerciali delle materie prime provenienti dall’estero per far conoscere anche ai consumatori i nomi delle aziende che usano ingredienti stranieri». Il motivo? «Bisogna liberare le imprese italiane dalla concorrenza sleale». Anche perché, sempre secondo Coldiretti si registrano altri allarmi: erbe e spezie come paprika e peperoncino cinesi con pesticidi, i formaggi francesi con contaminazioni microbiologiche, i prodotti alimentari con vendita non autorizzati da parte degli Stati Uniti e il pollame con contaminazioni microbiologiche proveniente dalla Polonia. Mentre irregolarità sui contenuti di pesticidi hanno generato allarmi per la frutta e verdura dalla Cina, come broccoli e funghi.
    Rapporto coldiretti - Dalle nocciole turche alle arachidi cinesi, la lista nera dei cibi pericolosi per la salute | italia | Il Secolo XIX

    Storia sociale e culturale della capra. Una mostra a Bergamo
    Michele Corti (a cura)
    E’ stata inaugurata sabato 5 novembre a Bergamo la mostra La vacca del povero. La capra nella storia della società e della cultura. La mostra approfondisce lo “strano caso” della capra, animale oggetto di cicliche ondate di spregio e di considerazione in relazione alle vicende delle società e culture umane. La mostra, aperta da dal 5 al 27 novembre, cerca di trovare una spiegazione legata al ruolo della capra nei diversi contesti rurali e agronomici, ai simbolismi di cui è stata caricata, ai conflitti sociali e agli orientamenti ideologici che ne hanno sancito lo status. Vengono esplorati aspetti poco conosciuti della storia sociale dell’allevamento caprino utili a comprendere il revival di questo intrigante animale a partire dal ’68.
    Una storia sociale e culturale
    Il revival della capra e dei suoi prodotti, fattosi più appariscente negli ultimi anni è spiegabile solo in forza dei nessi profondi tra produzione agricola, consumi e pratiche alimentari e cultura. Nel caso della capra, più che di altri animali l’influsso di fattori sociali, ideologici politici si è sovrapposto ad elementi di natura simbolica determinando un alternarsi nelle culture e nelle società umane di periodo di grande discredito della capra a periodi di grande apprezzamento.
    Anche se tutta la storia umana è stata caratterizzata da continui cambiamenti (a differenza dell’immagine di un passato preindustriale quasi immobile) oggi il ritmo del cambiamento è rapidissimo. Di conseguenza nella vita di una persona è possibile assistere a sconcertanti rivolgimenti. Oggi i più anziani ricordano con riconoscenza la capra per essere stati svezzati con il suo latte. I meno anziani “pensano” la capra in termini negativi, quale emblema di una miseria da esorcizzare. I giovani, immemori di tutto cio', pensano che la capra sia una “nuova moda”.
    La mostra rappresenta un’occasione per giovani e anziani per riconnettere passato recente, passato remoto ad un presente che appare spesso ambivalente, incerto. Dal punto di vista apparentemente molto particolare della “storia sociale della capra” la mostra cerca di gettare luce su temi di interesse più ampio. Con l’obiettivo di aiutarci a comprendere il ruolo negativo del pregiudizio sociale e culturale e di guardare all’oggi e al domani senza essere abbagliati dall’esaltazione acritica della modernità e dei suoi miti.
    Fonte: https://festivalpastoralismo.org/
    Info: festivalpastoralismo@gmail.com
    La vacca del povero. La capra nella storia della società e della cultura
    Sala ex Ateneo, Piazza Duomo, Città alta, Bergamo dal 5 al 27 novembre 2016
    orari: sabato e domenica h 10:00-12 00 e 14:00-18:00
    Storia sociale e culturale della capra. Una mostra a Bergamo




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    Predefinito Re: Terra padana

    Arenzano, i giovani alla scoperta della pesca: «Il vero relax è in riva al mare»
    Valentina Bocchino
    Genova
    Verso il tramonto la spiaggia pian piano si popola di pescatori: sono cronache di un autunno anomalo, in cui le temperature sono più alte del solito e tra Arenzano e Cogoleto tanti genovesi cercano un po’ di relax sulla battigia, di giorno con la famiglia, e di sera sempre più spesso con gli amici a pescare.
    Il mondo dei pescatori che approfittano della tranquillità della sera è estremamente eterogeneo: ci sono persone di età e professione diversa, accomunate dalla voglia di godersi un po’ di relax. Ma sono soprattutto i giovani ad essere attirati dal ritmo calmo del mare: «A furia di incontrarci ci conosciamo tutti – spiega Federico Vinciguerra, 26 anni – arriviamo al tramonto, ci teniamo il posto, e rimaniamo fino a tardi, a volte ci capita di vedere l’alba. Non serve neppure darsi appuntamento, ognuno ha il suo orario e il suo scoglio. E' un pretesto per staccare dal “tran tran” della vita quotidiana e godersi qualche ora di tranquillità. Quando studiavo all’università trascorrevo le sere prima degli esami sugli scogli a pescare, mi rilassava».
    Tanti ragazzi nei locali, e Daniele Rossi, 29 anni, è sulla spiaggia a pescare, con tanto di sgabello da campeggio e thermos: «Vengo quando gli amici non ci sono – si giustifica con un sorriso – in ogni caso mi piace andare alla ricerca di un po’ di tranquillità, ho ricominciato a pescare da poco ed è un ottimo modo per distendere i nervi senza rinunciare a fare due chiacchiere».
    «E' un bell’ambiente, fatto forse di poche parole ma tanta solidarietà – spiega Marco Giusti, 27 anni – ci si scambia consigli, e se qualcuno ha qualche problema con l’attrezzatura ci si aiuta a vicenda. Si ha l’impressione di tornare in un mondo un po’ “antico”. Qui si sente solo il rumore del mare, non c’è niente di più rilassante».
    C’è anche chi, come Davide Caviglia, 28 anni, ha mollato tutto per trasformare la sua passione in professione. «Sono sempre stato un appassionato di pesca – racconta – a cui ho iniziato a dedicarmi seriamente dieci anni fa, aiutato dai pescatori del paese. Due anni fa ho fatto una scommessa e ho aperto l’ittiturismo “Ochin de ma”, coronando un sogno: il pescato del giorno, che proviene dal mare di Arenzano, finisce direttamente sul tavolo dei clienti la sera».
    Arenzano, i giovani alla scoperta della pesca: «Il vero relax è in riva al mare» | Liguria | Genova | Il Secolo XIX

    Il nuovo libro di Matteo Melchiorre, La via di Schenèr – Un'esplorazione storica nelle Alpi, Marsilio Edizioni.
    Si tratta della storia non soltanto di un'antica e perduta strada, per secoli unica e fondamentale per traffici, religione, domini, ma anche della storia della sua ricerca. Anzi, si legge con piacere dello storico che “entra” nella vicenda, che descrive non solo il risultato delle sue ricerche, ma anche le difficoltà, gli entusiasmi, il metodo, le delusioni e le illuminazioni. Tutto ciò rende questo libro davvero intrigante, e alla fine il lettore si trova ad aver conosciuto le vicende perdute di una magnifica via di collegamento tra due vallate e le fatiche e le gioie del metodo di lavoro dell'autore.
    Si aggiunga il fatto che i luoghi sono proprio vicini al territorio di Belluno, e ancora oggi percorsi, ai piedi di questa antica via: si tratta di Feltre (la “piccolissima città”, come la chiama Melchiorre) e il Primiero, per secoli collegati solo da questo ardito e pericoloso percorso che da Pedavena saliva verso il Monte Avena, valicato il passo scendeva a Aune e Zorzoi, poi – correndo alta su precipizi e burroni – raggiungeva Pontét e la Valle del Primiero.
    Non si deve pensare a una strada per carri, quanto piuttosto a un viottolo per asini, muli o uomini, e tutti con sulla schiena il carico da trasportare. Eccola qui, forse, l'origine del nome. Lungo questo viottolo viaggiavano verso valle chiodi e minerali ferrosi delle miniere di quell'angolo del Tirolo e verso Nord viveri e vino per alimentare le popolazioni e i tanti boscaioli feltrini che garantivano il trasporto del legname verso Fonzaso e Venezia. Ma anche funzionari dei Dogi e dell'Imperatore, mercanti, spie e innamorati, preti e – periodicamente – il vescovo di Feltre, in visita pastorale alle sue anime del Primiero.
    Un testo dalla lettura molto piacevole, e arricchente, questo di Matteo Melchiorre, giovane ricercatore presso lo IUAV di Venezia, dove si occupa di storia economica e sociale del tardo Medioevo.
    MyPortal - Oltre le vette presenta il libro ?La via di Schenèr? di Matteo Melchiorre - Comune di Belluno




    Tutelare gli autoctoni, eliminare gli allogeni: un esempio da applicare anche in altri ambiti.....

    Il siluro fa litigare sul Verbano
    Il pesce siluro, un cui esemplare è di recente giunto nel Lago di Lugano, agita le acque pure del Lago Maggiore. In questo caso la battaglia si svolge tra i pescatori professionisti e i dilettanti, accusati dai primi di essere la causa della presenza del "mostro" nelle acque del Verbano.
    "Se siamo in questa situazione, lo dobbiamo anche ai pescatori dilettanti, che per anni hanno usato, quale esca, non soltanto gardon e mameli, ma anche piccoli siluri, che hanno poi trovato un'ambiente ideale per riprodursi, grazie soprattutto alla sventurata decisione di creare delle riserve di pesca nel golfo di Locarno e alle Isole di Brissago" affermava il pescatore professionista Ivano Conti qualche settimana fa sul Corriere del Ticino.
    Una tesi contestata da due pescatori dilettanti, Piergiorgio Nessi e Luciano Petrozzi, i quali, come si legge oggi sul Corriere del Ticino, hanno di recente inviato una lettera al Dipartimento del territorio per "smentire categoricamente" le affermazioni del professionista.
    "L'uso di pesciolini da esca, con esemplari non autoctoni, è vietato dalla legge" spiegano i due dilettanti. "E nel caso del siluro risulta assai difficile se non addirittura impossibile reperire pesciolini in Ticino."
    Nessi e Petrozzi scrivono che "è risaputo che i siluri presenti da anni nel fiume Po sono risaliti fino al Verbano grazie alle scale di monta realizzate ultimamente sulle chiuse" e ricordano che gli stessi dilettanti "si adoperano nell'allevamento e nell'immissione di pesci autoctoni quali la trota e il coregone".
    "Gli sforzi di questa categoria sono pure orientati verso il miglioramento dell'ambiente acquatico, per esempio con la creazione di letti di frega per il pesce persico realizzati mettendo in acqua degli alberelli, e richiedendo a gran voce nuove zone di protezione e l'estensione di quelle esistenti" aggiungono i due pescatori dilettanti.
    "Solo con una maggiore salvaguardia delle nostre acque si potrà migliorare la situazione nei nostri laghi" concludono Nessi e Petrozzi. "Non va quindi fatta confusione tra la lotta al pesce esotico e l'istituzione e la regolamentazione delle zone di protezione per la riproduzione dei pesci autoctoni. Il contenimento del siluro può essere di sicuro effettuato anche nella zone di divieto di pesca, utilizzando reti apposite a maglia larga."
    Il siluro fa litigare sul Verbano - Ticinonews



    Riti magici delle Alpi in 92 fotografie di Stefano Torrione
    Novantadue fotografie di grande formato che conducono nel mondo “magico” della cultura popolare alpina. Immagini di riti scanditi dall’antico calendario contadino che portano il visitatore, attraverso sei sale tematiche, in un viaggio immaginario che percorre un intero anno solare sulle montagne.
    E’ questo il materiale della mostra del fotografo aostano Stefano Torrione che inaugurato il 28 ottobre al Museo Archeologico Regionale MAR.
    Dalle scampananti feste propiziatorie per scacciare l’inverno, alle gesta carnevalesche di uomini selvatici con sembianze di orsi, lupi e diavoli, dai roghi di mezza quaresima a quelli del solstizio d’estate, dalle notti di Halloween alle scorribande notturne dell’Avvento, fino ai riti natalizi e a quelli di fine anno, il visitatore è condotto alla scoperta di luoghi e località dai nomi poco conosciuti, tra gli abitanti delle Alpi, occitani, valdostani, ladini, sud tirolesi, friulani, cimbri e mocheni, dove “arde ancora il fuoco della tradizione”.
    Il progetto espositivo è il risultato di un lavoro di ampio respiro sulla cultura immateriale delle popolazioni alpine, realizzato dal fotografo valdostano nel corso di diversi anni. Dalla Valle d’Aosta al Piemonte, dalla Lombardia al Friuli, dal Trentino all’Alto Adige/Südtirol, dal Friuli al Veneto, fino alla Liguria, Stefano Torrione ha percorso valli e paesi alla ricerca dei riti e le feste delle comunità di montagna, componendo un grande affresco sulla cultura popolare alpina.Per realizzare Alpimagia Stefano Torrione ha impiegato più di 5 anni e ha percorso più di 100.000 chilometri, spostandosi dalla Liguria fino al Friuli Venezia Giulia. E’ tornato negli stessi posti più e più volte per fotografare quei riti, da un anno all’altro, senza fretta.
    Le fotografie di grandi dimensioni, esposte nelle ampie sale del museo Archeologico, raccontano di quegli uomini che danno “fuoco all’inverno”, e che perpetrano antiche usanze: come nel caso della danza degli spadonari di Giaglione o del frastuono degli scampanatori di S. Martino di Predazzo, o ancora come i “bussatori” notturni della Val Sarentino o il risveglio dell’orso della Coumba Freide in Valle d’Aosta, solo per citare alcuni dei riti documentati.
    Stefano Torrione negli ultimi anni ha concentrato la sua attenzione sul mondo delle Alpi, prima con il progetto Guerra Bianca, esposto a Trento nel maggio 2016, in collaborazione con National Geographic Italia, frutto di tre estati di lavoro sui ghiacciai del nord est, che costituivano il fronte del conflitto, alla ricerca dei segni lasciati dalla Prima Guerra Mondiale.
    Riti magici delle Alpi in 92 fotografie di Stefano Torrione - Quotidiano online della Regione Autonoma Valle d?Aosta




 

 
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