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Discussione: Terra padana

  1. #221
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    Predefinito Re: Terra padana

    EVENTO ECCEZIONALE A PARMA
    Fenicotteri nella Pianura Padana, quarto avvistamento in 30 anni
    Un avvistamento del tutto eccezionale, avvenuto solo 4 volte in tre decenni.
    Stiamo parlando della presenza di tre fenicotteri (Phoenicopterus roseus) all’interno della Riserva naturale gestita dalla LIPU di Torrile e Trecasali, in provincia di Parma. I volatili, che sono stati immortalati dall’obiettivo della fotografa Raffaella Scaccaglia, presentano un piumaggio banco e marrone, segno che si tratta di individui di giovane età.
    Gli altri avvistamenti
    Specie che predilige le zone umide costiere, il fenicottero è stato avvistato a Torrile soltanto nel 1998, nel 2000, nel 2006 e, appunto, quest’anno.
    «Molti dei nostri visitatori sono rimasti piacevolmente stupiti e meravigliati -. ha spiegato Gigliola Magliocco, responsabile LIPU della Riserva -. La presenza nella bassa parmense di questa specie così lontana dai luoghi di norma frequentati non è solo emozionante ma ribadisce con forza l’importanza di avere, anche nella Pianura Padana, luoghi adatti per la sosta, che sono indispensabili per la sopravvivenza degli uccelli migratori».
    https://rivistanatura.com/fenicotter...to-in-30-anni/



    DUE ESEMPLARI PESCATI SUL MINCIO
    Due giovani veronesi catturano mega siluri
    Due pesci siluri enormi sono stati catturati nelle acque del Mincio (si tratta di due esemplari di oltre 2 metri che pesano più di 90 chili). Autori dell'impresa due ventenni veronesi, Gianmarco Begnoni di Valeggio e Stefano Troiani di Nogarole Rocca (hanno postato la foto su Facebook) che ci hanno messo più di mezz'ora a recuperare gli esemplari.
    Il primato attuale è detenuto da un pescatore francese, che nel fiume Tarn ha catturato un pesce lungo 2,74 metri (il precedente record era stato stato stabilito con la cattura di un esemplare catturato sul fiume Po).
    TGVerona.it - Due giovani veronesi catturano mega siluri



    SPETTACOLO INVERNALE
    Galaverna: nella morsa del ghiaccio
    Capita che in inverno, su Alpi e Appennini, le temperature diurne restino sotto lo zero ad altitudini superiori ai mille metri. In questi luoghi, gli alberi di latifoglie ormai spogli possono dare vita al fenomeno della galaverna e a suggestive sagome di ghiaccio. Perché si verifichi tutto ciò occorre che vi siano condizioni di aria ferma, temperature bassissime e presenza di nebbia diffusa, con goccioline fini. Infatti, appena una particella d’acqua entra in contatto con il legno questa si congela, passando dallo stato liquido a quello solido. Allora gran parte degli alberi si riveste di un velo di ghiaccio grigio-bianco, regalando un paesaggio fiabesco.
    Dove e quando
    La galaverna si può osservare su tutti i nostri rilievi quando le temperature scendono ampiamente sotto lo zero. Il momento ideale è durante una giornata di sole successiva a un periodo di nebbie fitte.
    https://rivistanatura.com/galaverna-...-del-ghiaccio/



    DA BIAŁOWIEŻA A FAGERHOLMSLOKEN
    La lotta per salvare le ultime foreste europee
    Marta Frigerio
    La foresta di Białowieża è l’ultimo frammento della foresta planiziale che un tempo ricopriva tutta l’Europa. Dichiarata patrimonio UNESCO, questo scrigno di biodiversità davvero unico al mondo ospita dalle 11 mila alle 25 mila specie nonché gli alberi più antichi d’Europa. Questa è anche la casa del bisonte europeo.
    Tuttavia, nonostante il suo immenso valore, solo il 35% di questa foresta è protetto.
    Ad inizio anno, il ministro dell’Ambiente polacco, Jan Szyszko, aveva modificato la legge nazionale eliminando ogni forma di controllo sul taglio di alberi presenti su quei terreni. La Corte di Giustizia Europea, con un pronunciamento di novembre ha, però, ordinato alla Polonia di fermare il disboscamento della foresta, prevedendo anche una sanzione pecuniaria di 100 mila Euro al giorno nel caso non venga rispettata la sentenza.
    «Questa misura è un grande passo avanti per la tutela della foresta – ha spiegato Greenpeace –. Tuttavia non smetteremo di resistere fino a quando l’intera foresta non sarà riconosciuta come parco nazionale, come accade nella vicina Bielorussia».
    L’antica foresta distrutta per produrre fazzoletti
    Se la foresta di Białowieża può ancora venire salvata, un’altra è andata irrimediabilmente perduta: si tratta della foresta di Fagerholmsloken, nella Svezia settentrionale, che era una tra le più antiche appartenenti alla Grande foresta del Nord, vale a dire l’ecosistema boreale che si estende dalla Scandinavia fino al Canada, toccando anche la Russia e l’Alaska. Nonostante fosse riconosciuta dalla autorità svedese per il suo valore ambientale, la foresta era di proprietà di SCA, la società svedese che produce legname e polpa di cellulosa che vengono venduti a grandi aziende come Essity, il principale produttore europeo di tissue (proprietario in Italia del marchio Tempo).
    «La foresta di Fagerholmsloken non esiste più – ha spiegato Greenpeace –. È stata distrutta in nome del profitto, per produrre fazzoletti, carta igienica e tovaglioli che potrebbero invece essere prodotti utilizzando fibra di cellulosa riciclata. È triste pensare che alberi che hanno svettato per secoli siano stati rasi al suolo per produrre oggetti destinati a durare solo pochi secondi».
    https://rivistanatura.com/la-lotta-s...reste-europee/




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  2. #222
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    Predefinito Re: Terra padana

    Incredible journey: one wolf's march across Europe
    Slavc is a wolf. In 2011, he began an epic 2,000 kilometre migration across Europe from Slovenia to Italy via the Austrian Alps. Several months earlier, he had been fitted with a collar that allowed his movements to be tracked in incredible detail. I talked to Hubert Potočnik, the biologist whose work made this possible
    Henry Nicholls
    Every year, Hubert Potočnik and his colleagues at the University of Ljubljana in Slovenia capture and collar a number of wolves in order to get a handle on the movements of these much-misunderstood creatures. In July 2011, he collared a young male that became known as Slavc. In June, I spoke to Potočnik for a feature that appears in New Scientist this week and he told me about Slavc’s extraordinary journey across Europe. What follows is an edited transcript of the interview …
    HN: After you captured and collared Slavc in July 2011, he stayed with his pack for several months. Then, on 19 December 2011, he began to move. How did you know?
    HP: We knew something was different because the GPS points showed that he had crossed two large motorways far outside of his natal territory.
    Tell me about these collars. How do they work?
    The collar is equipped with three types of different technology. It has a GPS receiver, a GSM modem to send SMS and also with a VHF radio transmitter as a back-up. We programme all our wolves to send a GPS signal every three hours, so we get about seven locations a day to give us continuous location sampling data.
    What if the wolf can’t get a signal? Do you lose a datapoint?
    No, because the collar has a special memory storage. All locations are stored and when the animal gets a signal again, it sends packages of seven locations per SMS. Sometimes we didn’t get any data for 3, 4, 5 days. Then after that we got six or seven SMSs with about 40 locations from the previous days.
    The first motorway Slavc crossed was the A1 between Trieste and Ljubljana. How much of an obstacle would this have been?
    It’s a fenced motorway. Wolves can only cross these highways on underpasses or overpasses or along the rivers. He crossed the A1 motorway on an overpass.
    What happened next?
    The last location that we got on that first day was from the backyard of a house in the middle of a small town called Vipava. Our first thought was that he had been poached. While we were discussing what to do with a wildlife manager from this region, discussing whether to call the police and so on, we got another location which showed the wolf was moving further and further.
    He crossed another motorway, the H4?
    It was quite easy. There is a 150 metre-long viaduct.
    What time of day was he moving?
    Typically he moved through these open areas during the night-time. But not always. For example, he spent three days in the forest near Ljubljana international airport and on the morning of the last day, he passed through an open area and headed towards the Alps.
    What else did you discover about his stay near the airport?
    At every place he stayed for more than three hours, we went to investigate and we found that he’d caught two foxes there. Our colleagues from Austria and Italy really got involved in this communication and sampling and anlaysing what he was doing on the route, collecting spray and so on.
    Apart from the motorways, can you identify two other significant obstacles that Slavc faced over the course of his migration?
    The Drava River was certainly a major obstacle. He actually crossed it at a spot where the Drava is 280 metres wide. He swam. There is no bridge and we got riverside locations on one side of the bank and on the other. The only explanation is that he swam and crossed the Drava at that very wide part.
    He also made his way across some really high mountains, entering a closed valley in the middle of winter where the lowest pass was 2,600 metres and the snow would have been about six metres deep. There were really extreme conditions at the time.
    Then he made his way into Italy?
    When the wolf entered Italy I got an email from an Italian colleague about video footage of possible wolves in the Lessinia Natural Regional Park. We started joking that Slavc was going there and would meet a female, because from the footage it looked like a female because of the way it urinated.
    But he carried on past Lessinia?
    Yes. He arrived in the Valpolicella region just north of Verona – greenhouses and vineyards – in March 2012. That was the first time this wolf killed a domestic animal on his route. He killed there, I think, two sheep and a goat. He stayed there for 12 days, probably because there was a private animal park and the owner had three captive wolves, one female and two males. But then he moved back to the north, and entered the Lessinia Natural Regional Park. It was April and we had exact GPS locations and we asked a park manager to go and check the tracks in the snow. When she got to the spot, she found the tracks of two canids, the first indication that Slavc had actually met the female.
    You had programmed Slavc’s collar to drop off in August 2012. Why?
    We expected that the collar batteries would run out at around this time. Besides getting some additional data stored in the collar, it is ethical to release a collar from such an animal.
    But Slavc is still in Lessinia with the female (who became known as Juliet)?
    As far as we can tell. Slavc and Juliet had at least two cubs last year because they were captured on camera traps set around their territory and on this video it was possible to see two pups. The information from this year is that they probably have another litter.
    How would you sum up this experience?
    There are lots of data about long-distance dispersal of wolves but there are very few cases where we have had the opportunity to follow an animal in such detail. Following Slavc across Europe offered a rare insight into the secret life of the wolf. It was one of the most amazing events in my life.
    https://www.theguardian.com/science/...P=share_btn_tw



    I battelli elettrici sul Po sono ancora argomento d'attualità?
    Se lo domanda l'associazione Pro Natura Torino
    Quasi ciclicamente si ripropone il tema della navigazione fluviale del tratto torinese del fiume Po, con sortite talvolta estemporanee.
    Negli ultimi vent’anni si sono succedute diverse proposte, e l’ultima, che prevede la circolazione di imbarcazioni elettriche a libera fruizione, è apparsa ai primi di dicembre, per iniziativa di due Assessori della Regione Piemonte, non è condivisa dalle principali associazioni e circoli remieri, che praticano quotidianamente le loro attività sportive sul fiume, né dalla Città di Torino. Per il momento non si conosce un progetto vero e proprio che possa essere valutato, salvo generiche indicazioni di natanti a motore elettrico, proposti da un gruppo di imprenditori, per trasportare un numero limitato di persone nel tratto urbano del Po fino a Moncalieri.
    Pro Natura Torino ritiene necessario anticipare alcune considerazioni generali. E’ tramontata l’ipotesi di rendere praticabile la navigazione a motore di grossi natanti sul Po tra Torino e San Mauro, da cui derivava la scelta di collocare una centrale idroelettrica in corrispondenza della Diga Michelotti, e di costruire una serie di conche per la navigazione come se il Po fosse un qualsiasi canale navigabile, e l’illusione di trovare finanziamenti dell’Unione Europea per 15 milioni di euro al fine di rendere navigabile il Po da Moncalieri a San Mauro.
    L’alluvione del novembre 2016 ha rivelato anche le inadeguatezza dei battelli Valentino e Valentina, miseramente “naufragati”, che hanno trasportato un numero limitato di turisti, senza che siano conosciuti i costi reali sostenuti da GTT per tale servizio turistico, che è venuto a gravare sui suoi critici bilanci. Al tempo stesso gli attracchi fluviali sul Po, dai Murazzi a Moncalieri, realizzati all’inizio degli anni Duemila, sono abbandonati, mentre interventi sistematici di pulizia dell’alveo non trovano copertura finanziaria. Il perdurare per mesi del regime di magra, dimostra che la risorsa idrica del Po è sottoposta ad uno sfruttamento eccessivo, e che il fiume non è atto a sostenere progetti di navigazione a motore che hanno comportato ingente spreco di risorse pubbliche.
    Il progetto attuale è “più leggero”, con battelli elettrici di carico limitato e pescaggio ridotto. Tuttavia in assenza di regole e di precise norme di sicurezza sta suscitando critiche tra le società remiere: ricordiamo il conflitto tra i due battelli fluviali e la pratica sportiva, anche per l’onda che questi provocavano navigando nel centro del fiume; il noleggio libero di battelli elettrici rischia di creare un altro tipo di conflittualità. Il Po durante la settimana è utilizzato da centinaia di canottieri, e da molti giovani che si avviano alla pratica sportiva, che comunque sono seguiti da esperti istruttori che conoscono le regole, le correnti, la situazione dell’alveo (spesso ostruito dai detriti delle piene). Battelli elettrici da diporto, senza conduttori, abbandonati magari all’improvvisazione degli utenti, rischierebbero di creare il caos, con rischio di collisioni e incidenti.
    E’ vero che in precedenza, tra gli anni ’50 e gli anni ’70 esistevano svariate attività di noleggio barche a remi, ma la pratica sportiva era limitata e i titolari degli imbarchi dovevano munirsi del brevetto di salvataggio. Oggi il Po è un grande “bacino di canottaggio” che si prolunga per 7 km dalla Gran Madre fino a Moncalieri, ed è ormai noto a livello internazionale nelle competizioni sportive. Ciò non vuol dire che il fiume debba essere inibito ad altri utenti, ma bisogna rifuggire dall’improvvisazione. Qualsiasi proposta va concertata tra gli Enti che hanno competenza sul Po, a partire dalla Città di Torino, insieme con i circoli remieri, e non può essere vista soltanto nell’ottica della fruizione turistica o commerciale. Purtroppo il fiume resta abbandonato a sé stesso, e nessuno interviene in modo sistematico per la manutenzione ordinaria dell’alveo e delle sponde.
    Così, a distanza di più di un anno dall’alluvione del novembre 2016, il percorso pedonale della sponda destra, da Moncalieri al Ponte Balbis, in gran parte compromesso dagli smottamenti e dichiarato inagibile, resta interdetto. L’unico intervento ad oggi finanziato dalla Regione (e solo in parte) è il ripristino del tratto franato in sponda sinistra sotto il Museo dell’Auto, e per il resto non vi è alcuna risorsa a bilancio.
    I battelli elettrici sul Po sono ancora argomento d'attualità? - Torino Oggi



    Ecco l’inquinamento visto dallo spazio: la Pianura Padana soffoca sotto lo smog
    Visto dallo spazio, il nostro Pianeta sta soffocando sotto a una spessa coltre di smog.
    Le eccezionali immagini arrivano da Sentinel P5, sentinella del programma Copernicus che ha mappato l’inquinamento della Terra; l’Europa – e in particolare la Pianura Padana – sono tra le aree più inquinate.
    «Una delle immagini raccolte mostra chiaramente una spessa nube di diossido di azoto, presente su tutta l’area della Pianura Padana – ha spiegato Josef Aschbacher, direttore del programma –. Alti tassi di inquinamento sono stati registrati anche nella valle del Ruhr, in Germania».
    «Queste immagini mostrano quello che respiriamo tutti i giorni – ha aggiunto il ricercatore –, ovvero un pericoloso mix di gas inquinanti, dato dal traffico delle auto ma, come nel caso dell’India, causato anche dalle centrali a carbone».
    https://rivistanatura.com/inquinamen...ffoca-lo-smog/


  3. #223
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    Predefinito Re: Terra padana

    È l'anguilla il pesce del 2018
    La scelta della Federazione svizzera di pesca è caduta su uno dei principali animali che un tempo popolavano i corsi d'acqua svizzeri, mentre oggi è una specie rara.
    L'anguilla è il pesce dell'anno 2018. A designarlo è stata la Federazione svizzera di pesca (FSP). Un tempo uno dei principali animali che popolavano i corsi d'acqua svizzeri, l'anguilla si è fatta rara a causa delle installazioni per la produzione dell'energia idroelettrica nei fiumi Ticino, Reno e Rodano. In una nota, la FSP rivendica quindi la costruzione di passaggi per pesci in prossimità degli sbarramenti fluviali.
    L'anguilla, che non si riproduce in cattività, è registrata come "In pericolo critico" dalla Lista rossa dell'Unione internazionale per la conservazione della natura, che è il gradino immediatamente precedente l'estinzione.
    Si tratta di una specie autoctona e In Ticino è presente nel Verbano e nel Ceresio e nel fiume Tresa e in alcuni corsi d'acqua di pianura.
    È l'anguilla il pesce del 2018 | Giornale del Popolo



    LE INFINITE VISIONI DI GIUSTO GERVASUTTI, IL FORTISSIMO
    Si apre oggi una nuova rubrica per Alpinismi. “In Libreria” si propone di offrire nuovi spunti per conoscere la montagna attraverso lo strumento che da più tempo la racconta: il libro. Daremo spazio quindi alle nuove proposte degli editori, a recensioni, interviste e analisi, anticipazioni di lavori in via di pubblicazione o di opere del passato, che hanno segnato la storia della letteratura di montagna. Non sarà cosa facile, del resto là fuori c’è un mondo che merita di essere conosciuto e valorizzato. Senza dubbio presteremo attenzione a storia e tradizione, ma guarderemo con curiosità a quanto di nuovo l’editoria propone sui temi che ci stanno a cuore. Dalla carta agli ebook, per finire con gli audiolibri, in italiano e in lingua straniera. Il fuoco rimarrà lo stesso, la montagna. L’invito è rivolto a voi tutti, cari lettori, a seguire “In Libreria” cui potete contribuire con commenti, suggerimenti o segnalando opere da far conoscere. Quindi buone letture a tutti.
    Apriamo oggi la rubrica con “Il desiderio di infinito, vita di Giusto Gervasutti” di Enrico Camanni. (Editori Laterza, 2017; Collana i Robinson/Letture; ISBN 9788858127537; 278 pagine; 19 euro)
    Quando un alpinista viene soprannominato “Fortissimo”, il motivo deve per forza esserci. Giusto Gervasutti è stato veramente uno dei più forti scalatori della sue epoca, al pari di Riccardo Cassin e di Emilio Comici, con il quale condivideva le origini friulane. Il Fortissimo è stato anche un uomo colto, a suo agio nei salotti dell’alta borghesia torinese (sua città di adozione), e uomo modello (o forse uomo nuovo) di un regime, quello fascista, che vedeva nella lotta con l’alpe il confronto titanico capace di avvicinare l’uomo a Dio.
    Camanni descrive questo concetto in modo chiaro: “In nessun altro momento della storia Italiana, nemmeno quando Quintino Sella scalò il Monviso e o fondò a Torino il Club Alpino Italiano, c’è stata una così sfacciata identificazione tra la politica e l’alpinismo. I dirigenti fascisti lo considerano un supersport e ne esaltano i campioni…”.
    Gervasutti tuttavia è stato un elegante interprete dell’alpinismo del suo tempo. Tra tutte le nuove vie, la più celebre resterà quella aperta con Giuseppe Gagliardone sulla parete Est delle Grandes Jorasses, realizzata tra il 16 e il 17 agosto 1942 lasciandosi alle spalle una linea tecnica, difficile e ancora oggi temuta e rispettata.
    “Il desiderio di infinito” accompagna il lettore alla scoperta di un uomo, di un grande alpinista e di un periodo, quello tra le due guerre, tra i più critici della storia italiana. Di seguito alcuni passaggi dalla scheda editoriale.
    «Sopra il Gran Paradiso due nuvolette riflettono ancora l’ultimo sole. Sotto di me la città sta accendendo le prime luci… Provo una grande commiserazione per i piccoli uomini che penano rinchiusi nel recinto sociale… Ieri ero come loro, tra qualche giorno ritornerò come loro, ma oggi sono un prigioniero che ha ritrovato la sua libertà.»
    A oltre settant’anni dalla morte, la biografia di Giusto Gervasutti, ‘il Fortissimo’ dell’alpinismo classico.
    «Dietro il sogno si sale, senza sogni si cade»: questo il principio guida di Giusto Gervasutti. Seguendo questa stella polare, la vita di Giusto è un continuo viaggio verso ovest: dall’Austria all’Italia, dal Friuli al Piemonte, dalle Dolomiti al Monte Bianco.
    Nato a Cervignano del Friuli nel 1909, scopre le Alpi occidentali durante il servizio militare e se ne innamora perdutamente. A ventidue anni si trasferisce a Torino, portando con sé la tecnica e la mentalità del sesto grado. In poco tempo diventa il campione indiscusso dell’alpinismo italiano, insieme a Emilio Comici e Riccardo Cassin.
    Lo chiamano ‘il Fortissimo’. Partecipa alle competizioni internazionali per la conquista delle pareti nord dell’Eiger e delle Grandes Jorasses, perdendole entrambe, ma si riscatta con imprese più estreme e visionarie. È l’alpinista più moderno della sua epoca, ma è anche un uomo colto ed elegante. Il signore di Cervignano frequenta i salotti torinesi, i teatri e gli ippodromi, legge London, Conrad e Melville. È un cavaliere all’antica che anticipa il futuro. Muore sognando il Fitz Roy della Patagonia.
    Le infinite visioni di Giusto Gervasutti, il Fortissimo - Alpinismi





    In montagna si vive meglio: Belluno regina d’Italia per qualità della vita
    In montagna si vive meglio. Belluno è la regina d’Italia per qualità della vita. A decretarlo è la 28esima indagine del Sole 24 Ore che misura il benessere economico e sociale delle 110 province italiane.
    BELLUNO REGINA D’ITALIA PER QUALITÀ DELLA VITA
    La classifica del Sole 24 Ore analizza 42 indicatori in sei macro settori: affari, lavoro e innovazione; reddito, risparmi e consumi; ambiente, servizi e welfare; demografia, famiglia e integrazione; giustizia, sicurezza e reati; cultura, tempo libero e partecipazione). Tra gli indicatori presi in esame da quest’anno anche gli acquisti online, il gap retributivo di genere, la spesa per i farmaci, il consumo del suolo, gli anni di studio degli over 25 e l’indice di litigiosità dei tribunali.
    È un’Italia a due velocità quella che emerge dall’indagine del Sole 24 Ore. Nei primi sette posti della classifica si trovano solo province dell’arco alpino (e, la maggior parte, sono in miglioramento rispetto al ranking 2016). La palma d’oro va a Belluno, che recupera ben tre posizioni rispetto alla classifica dello scorso anno. Sul secondo gradino del podio scivola Aosta (la vincitrice del 2016), che conferma il suo primato nella categoria demografia e ambiente. Medaglia di bronzo per Sondrio (quinta nel 2016), grazie alla vittoria nell’area Ambiente e servizi. Seguono, poi, Bolzano, Trento, Trieste e Verbano-Cusio-Ossola.
    UN’ITALIA A DUE VELOCITÀ
    In coda alla classifica finiscono le province del sud Italia. Reggio Calabria si piazza al posto 108, seguita da Taranto (che perde quattro posizioni) e Caserta, fanalino di coda (perde due posti rispetto al 2016). In generale, la graduatoria conferma la tendenza che nelle piccole città si sta meglio rispetto ai grandi centri: Milano si posiziona all’ottavo posto, Firenze al gradino numero 12, Roma al 24, Torino al 40esimo posto, Venezia al 43esimo. Napoli conferma la posizione numero 107.
    http://bimag.it/imprese/montagna-si-...a-vita_446315/


  4. #224
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    Predefinito Re: Terra padana

    Branchi di lupi lungo il Po, l'esperto: "Di notte cacce e agguati"
    Cremona, torna il predatore. Le nutrie cibo “low-cost”
    di DANIELE RESCAGLIO
    Nelle golene del Po il lupo è già arrivato. Non è solo una idea, ma una certezza tra i molti esperti ed ambientalisti. «Secondo me ci sono già. Se si nascondono in provincia di Cremona 150 cinghiali, volete che non riesca a nascondersi il lupo?», spiega Giovanni Todaro, giornalista e scrittore esperto autore di diversi saggi di divulgazione scientifica.
    Gli ultimi avvistamenti, qualche settimana fa di lupi a Podenzano, nel piacentino, una trentina di chilometri dal Po o forse meno dalla provincia di Cremona. «Un lupo percorre una quindicina di chilometri in un’ora, nulla impedisce che scendendo lungo le golene sia arrivato fino al Po: il Grande fiume negli anni è stato attraversato da caprioli e cinghiali. Il lupo è un ottimo nuotatore...», afferma Todaro. Come dire, seguendo le prede il lupo è arrivato nelle zone boschive lungo il Po, che ben si prestano anche a nascondere l’animale, che solitamente esce all’imbrunire.
    «Due anni fa, nel 2015, a Soncino venne rinvenuta lungo l’Oglio un’impronta di lupo. Magari erano solo di passaggio, ora potrebbero anche essere stanziali» continua Todaro. La bassa Pianura padana, e la provincia di Cremona, potrebbe anche essere immaginata, per un lupo, come una immensa dispensa di cibo "low cost": basti pensare che la popolazione di nutrie è di circa cinque volte superiore a quella umana nell’intero territorio, superando il milione di esemplari. «I cinghiali, molto aggressivi, sono prede difficili da catturare per i lupi. Devono essere in branco per riuscirci. Mentre una nutria è un animale facilmente cacciabile, e come il lupo esce solitamente all’imbrunire. Quello che succede di notte nelle nostre campagne non lo sappiamo....», sottolinea l’esperto.
    Ma dobbiamo avere paura a girare per i campi? «Il lupo può sempre reagire a un approccio umano, certo, essendo un animale selvatico, tuttavia è molto più facile che all’incontro con l’uomo scappi. Certo esistono però degli esemplari che sono cosiddetti confidenti, ovvero che non hanno paura dell’uomo, anche se lo evitano», spiega Todaro.
    «Eppure gli attacchi diretti all’uomo sono molto improbabili - e in Italia non si verificano da oltre un secolo - a patto che si mantengano certi comportamenti: non bisogna cercare di avvicinarli, o mettersi a correre. Altro discorso è quello del cane: anche in campagna, lungo le golene, è bene tenere i cani al guinzaglio», afferma Todaro. Infatti il cane potrebbe andare a infastidire il lupo e una volta che questo lo insegue andare a cercare rifugio dal padrone.
    Branchi di lupi lungo il Po, l'esperto: "Di notte cacce e agguati" - Cronaca - ilgiorno.it



    Allargamento dei confini del Porto di Venezia
    Il Porto guarda al Po per allargare i propri traffici: della partita anche Mantova?
    L'autorità portuale potrebbe allargare i propri confini. Intanto si punta a rendere navigabile al 100% il fiume per puntare sui traffici fluviali. Musolino: "Venezia non è morta, ha futuro"
    Se non ci saranno intoppi l'Autorità di sistema portuale dell'Adriatico settentrionale potrebbe presto allargare i propri confini. Lo scrive il Gazzettino, che ha riportato le parole del presidente Pino Musolino. Oltre a Chioggia, dove le acque sono comunque turbolente per via del contenzioso con Aspo e Camera di commercio, della partita potrebbero esserci presto anche gli scali di Porto Levante e di Mantova. Lo sguardo oltre che in direzione del mare si sposta anche verso l'entroterra, puntando a un Po in prospettiva navigabile al 100 per cento.
    Traffici fluviali
    In questo modo lo scalo di Venezia diventerebbe non solo struttura di riferimento per il Veneto, ma anche per il resto della pianura Padana, garantendo trasferimenti cargo di tipo fluviale. Ora tutto ciò è impossibile perché la siccità mina la navigabilità del fiume e alcune infrastrutture sono da rimodulare, come il ponte di Rosolina. Musolino parla di una Venezia che, secondo il suo parere, "non è morta", concentrando l'attenzione sul fatto che ci sia "uno dei porti italiani più importanti", che ha come caratteristica peculiare la presenza di più tipologie di traffico, tra container e crociere.
    Allargamento dei confini del Porto di Venezia



    Nei prati di Zocca i sette guardiani della razza “Bianca”
    di Beppe Manni
    Nei prati di Zocca pascolano, grandi e pacifiche mucche. Sono le 'Bianche modenesi' un'antica razza nostrana. Proprio a Modena questa “bestia” fu selezionata dai nostri antenati. Alessandro Marchi veterinario, assieme ad altri allevatori di Zocca, ha scommesso sulla Bianca, fa parte di un progetto provinciale per la salvaguardia delle razze autoctone.
    Oggi le mucche bianche sono un migliaio, metà delle quali a Zocca. Vengono allevate da sette contadini riuniti in cooperativa. Sono Gardilli e Benini i due soci storici più anziani e poi Mesini, Ricci, Righetti e Leonelli, presidente del “Consorzio valorizzazione prodotti di Bianca Modenese” e naturalmente Marchi il presidente del Caseificio Rosola dove il latte delle Bianche diventa pregiato Parmigiano. In provincia di Modena altre sei aziende fanno parte del Consorzio. «Noi siamo i guardiani della Bianca Modenese, ne evitiamo l'estinzione - racconta Alessandro - io sono veterinario e ho un ambulatorio a Zocca, quando mio padre è venuto meno nel 1998 sono automaticamente entrato nell'azienda familiare».
    «La Bianca si è adattata benissimo in montagna, è forte, corre, si può sbizzarrire nei pascoli durante i mesi estivi dove si nutre solo di erbe spontanee. E' una mucca longeva, può campare anche 20 anni, mentre la frisona essendo iperspecializzata per la produzione del latte è più sensibile alle malattie e la sua vita media non raggiunge i sette anni».
    La famiglia Marchi ha uno stallone con un centinaio di Bianche, collabora alla gestione della Cooperativa Caseificio Rosola. Qui portano il latte i sette membri della cooperativa. Il latte di circa 150 vacche Bianche viene tenuto diviso da quello delle altre mucche e nasce un Parmigiano Reggiano con certificazione. Le mucche sono al pascolo brado da aprile ad ottobre e durante l’inverno vengono alimentate con i foraggi delle aziende agricole dei soci allevatori. «Il formaggio della Bianca Modenese – ci informa il casaro – costa qualcosa di più ma ha delle proprietà nutrizionali e organolettiche eccezionali, molta caseina e modico contenuto di grassi, va bene per le diete dei bambini, per gli sportivi, ma anche per gli anziani, essendo alimento molto digeribile».
    Il Parmigiano Reggiano stagionato, il formaggio fuso, la ricotta, la panna cotta, il mascarpone, sono venduti nello spaccio aziendale. Nella cooperativa collaborano come dipendenti Daniela, la moglie di Alessandro, e Patrizia, moglie di un altro allevatore; il casaro Paolo che, venuto da Rolo in cerca di lavoro nel 2007, aveva trovato il lavoro e la moglie, la bella Giovanna che da pochi mesi era stata assunta dal Caseificio come impiegata.
    Sono tutti giovani entusiasti della bella avventura che stanno vivendo. Anche Cristofer e Maicol ragazzi poco più che ventenni lavorano nelle aziende di famiglia. Hanno studiato agraria all'istituto Spallanzani di Zocca: completano e arricchiscono con lo studio teorico la lunga e preziosa esperienza dei genitori.
    Negli scaffali dello spaccio vengono venduti altri prodotti locali: miele; spezie raccolte e trattate da Antonio Barbieri; l'aceto Balsamico dell'Acetaia dei Sassi di Rocca Malatina di Piero Volpelli; prosciutti dell’allevamento del caseificio di Rosola.
    Il borgo sovrastante il caseificio viene chiamato Ca’ di Marmocc. Questo nome antico sembra porti bene: nel cortile ci sono i giovani marmocchi della famiglia Marchi sono Aurora, Francesco e Giulia e i cugini Pietro e Marco.
    Nei prati di Zocca i sette guardiani della razza ?Bianca? - Cronaca - Gazzetta di Modena


  5. #225
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    Predefinito Re: Terra padana

    La montagna fa bene al clima
    I suoli alpini sono la chiave dell’equilibrio ecosistemico: trattengono più carbonio e in modo più stabile di quelli collinari e di pianura.
    di FABIO PETRELLA
    I suoli alpini sono di importanza strategica nella lotta ai cambiamenti climatici, e quindi al raggiungimento degli obiettivi del protocollo di Kyoto e degli accordi di Parigi. Sono proprio i suoli alpini a contenere la maggiore quantità di carbonio e a trattenerla in modo più stabile, in quanto pianura e collina risentono delle attività antropiche (agricoltura intensiva, cementificazione e distruzione del suolo) ormai instaurate da secoli ma oggi innescate in modo esponenziale. L’importanza per l’equilibrio sistemico di queste aree è confermata dalla “Carta del contenuto di carbonio dei suoli del Piemonte a scala 1:250.000” realizzata attraverso monitoraggi, stime e misure sull’arco alpino piemontese dall’Istituto per le piante da legno e ambiente (Ipla), che dal 1998 pone attenzione sugli aspetti applicativi del protocollo di Kyoto. I dati forniti da tale cartografia dicono che il 60% dello stock di carbonio si trova nei suoli montani (circa 105 milioni di tonnelate, Mt), il 30% nei suoli di pianura (51 Mt) e il resto nei suoli collinari (19 Mt). La media per ettaro di superficie di montagna è quasi doppia rispetto alla pianura (91 t/ha contro 48), rispecchiando così il rapporto fra valori percentuali: infatti il carbonio nei suoli montani è in media il 3,1% contro l’1,58% della pianura.
    Numeri che portano alle seguenti considerazioni. In assoluto le riserve dei suoli in Piemonte sono più elevate di quelle delle foreste: dall’inventario forestale risulta uno stock attuale di 80 Mt su una superficie di 993.355 ettari, contro uno stock dei suoli di 175 Mt su una superficie di poco più di due milioni di ettari, riferito al solo topsoil (da 0 a 30 centimetri). Se consideriamo lo stock globale, cioè riferito anche al subsoil, il conteggio supera le 250 Mt. Il dato medio di carbonio per la montagna è decisamente elevato, se si ripartisse per l’uso avremmo valori ancora più alti per i pascoli. In pianura i dati di carbonio espressi in sostanza organica riferiti alle comuni tabelle di fertilità sono da considerare valori di media dotazione. In collina si registrano i valori più bassi di sostanza organica, anche se compresi sempre nella classe di media dotazione. Ciò è dovuto alle zone viticole, dove il carbonio scarseggia, compensate dai maggiori valori di carbonio nelle aree collinari boscate.
    I suoli alpini sono dunque la chiave dell’equilibrio ecosistemico, non solo alpino ma terrestre, in quanto la loro protezione consente di conservare preziose riserve di carbonio ed evitare l’innesco dell’erosione con perdite di fertilità. Dobbiamo però tenere conto che hanno sì un elevato contenuto organico ma anche un’elevata fragilità ambientale, in quanto più di tutti gli altri suoli sono esposti al rischio di erosione sia per cause naturali (clima severo che induce alterazione spinta delle componenti fisico-chimiche del suolo) sia per cause antropiche (invasione sconsiderata degli spazi alpini a scopo ricreativo, commerciale, alpinistico e gestioni forestali e pastorali non idonee). Servono quindi strategie integrate di protezione come quelle che progettano gli esperti delle piattaforme europee (Alpine Space, Interreg, WP H2020), che utilizzando i dati a disposizione producono sistemi di gestione di questi spazi che coinvolgono tutti gli utilizzatori della risorsa, dai pastori ai forestali, agli escursionisti, con la presenza attiva di politici e amministratori. Gli specialisti che concorrono all’individuazione delle soluzioni integrate di protezione dei suoli alpini considerano l’ampia variabilità di ambienti presenti nell’arco alpino: ogni ecosistema ha la sua peculiarità naturalistica oltre che le sue problematiche gestionali legate alla storia e alle potenzialità del territorio.
    Un fattore chiave, monitorato da Ipla con i suoi inventari, è il limite superiore del bosco, variabile per molteplici ragioni. La sua oscillazione a quota più alta o più bassa determina l’aumento della superficie a bosco e la diminuzione della superficie potenzialmente pascolabile o viceversa, con relativa variazione delle caratteristiche del suolo e della sua composizione. Per quanto riguarda la superficie pascolabile, altri fattori sicuramente fondamentali e collegati agli aspetti naturali, ma in alcuni casi preponderanti, sono l’abbandono e l’invasione da parte di arbusteti e vegetazione pioniera. Dunque, lo sfruttamento equilibrato della risorsa boschiva o pascoliva che sia, passa sempre da attente programmazioni, perché i passaggi dall’una all’altra non sono immediati e possono presentare dei rischi. Per questo è utile consultare i dati disponibili, individuando così gli areali più idonei all’espansione del bosco e alle relative economie, piuttosto che quelli più idonei alle gestione pastorale, senza trascurare le potenzialità degli assorbimenti di carbonio e la protezione dalle invasioni di strutture turisticoricreative poco sostenibili, le più deleterie di tutte in quanto sono di solito permanenti o quasi permanenti.
    La protezione dei suoli alpini, e la risoluzione integrata delle problematiche connesse, passa pertanto attraverso la nuova frontiera della scienza ambientale applicata, e cioè lo studio e l’approfondimento del ruolo dei servizi ecosistemici, che lentamente stanno trovando anche un loro percorso normativo. Pesare correttamente il valore economico e insostituibile dei suoli alpini, e dei paesaggi ad essi collegati, è il passo fondamentale per trovare le risorse finanziarie per proteggerli.
    La montagna fa bene al clima ? La Nuova Ecologia



    Scoiattolo e capriolo: nuove presenze in pianura
    Paolo Roccaforte
    Il Capriolo (Capreolus capreolus) è il cervide più diffuso nell’area regionale veneta. Ha taglia relativamente piccola con un peso che supera solo raramente i 30-40 kg. Tale fattore, assieme al fatto di possedere palchi di modeste dimensioni, gli permette di frequentare ambienti aperti o moderatamente arbustati dove riesce a nascondersi per fuggire alla vista dei predatori. Si insedia però anche all’interno delle aree forestali dominate sia da conifere che da latifoglie.
    Singolare è la progressiva espansione nell’area orientale della provincia di Venezia denotata da ampie distese agrarie, zone umide salmastre e da pinete costiere; d’altra parte negli ultimi anni il Capriolo ha cominciato ad adattarsi agli ambienti caratterizzati da agricoltura intensiva inframezzata a piccoli nuclei isolati di aree boscate; anzi, proprio il mosaico su piccola scala di pascoli, bosco e coltivi rappresenta la situazione ottimale per la specie.
    In questo territorio il Capriolo sembra essere giunto due decine di anni fa grazie a una favorevole fase di espansione che lo ha visto progressivamente occupare le zone costiere del Friuli-Venezia Giulia per poi portarsi verso occidente. Tale spostamento è stato favorito anche dal fatto che il Capriolo è un buon nuotatore e attraversa facilmente i corsi d’acqua.
    I fiumi hanno certamente un ruolo importante nel tentativo di espansione e colonizzazione della pianura lungo i corridoi biologici costituiti dalle fasce fluviali del Tagliamento ma anche di Adige, Brenta, Piave e Livenza che con le loro rive boscate costituite da specie igrofile favoriscono il suo ricovero nelle ore diurne.
    Lo Scoiattolo comune (Sciurus vulgaris) ha una distribuzione continua in tutta la fascia alpina e prealpina del Veneto. In collina e pianura la sua presenza è un fenomeno recente che risale all’ultimo ventennio (la prima segnalazione della comparsa dello Scoiattolo nella Pianura Veneta risale al 1998). Infatti, risultava assente da tutta la pianura veneta e da parte delle formazioni collinari. Il fenomeno di espansione è stato ben documentato nel settore nord-orientale della pianura veneta con una direttrice nord-est sud-ovest che ha velocemente interessato tutto il litorale da Bibione fino a Cavallino e parte della pianura trevigiana.
    È una specie tipicamente forestale che in Veneto frequenta soprattutto boschi di conifere e boschi misti. In pianura trova il suo optimum nelle pinete litoranee. In aree urbane e periurbane, ambienti di recentissima colonizzazione, privilegia i parchi pubblici e i giardini di ville storiche dotati di alberi monumentali, ma si rinviene anche nei filari lungo strade, in piccoli giardini privati, in boschetti arginali e in agro-ecosistemi ricchi di alberature.
    L’espansione, che non trova riscontri storici in riferimento alla Pianura Veneta, è un fenomeno che non si è esaurito ma è tuttora in corso, interessando d’altronde gli ambienti adatti planiziali in Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna.
    La specie è protetta dalla Legge 137/92 e gode di un buono status nella nostra regione. Il problema di maggior preoccupazione riguarda l’interazione con lo Scoiattolo grigio americano (Sciurus carolinensis) che nell’ultimo decennio è apparso in alcune stazioni del Veneto, disegnando una linea di confine tra le due specie molto sottile e potenzialmente pericolosa.
    https://rivistanatura.com/scoiattolo...ze-in-pianura/





    Un Parco delle favole sulle rive del Ticino
    Progetto di percorsi nei boschi attraverso le fiabe
    In Italia sono 15, nessuno in Piemonte, i parchi letterari riconosciuti. In comune hanno il legame tra celebri intellettuali e il loro territorio: Eugenio Montale per le Cinque Terre, Francesco Petrarca per i Colli Euganei e cosi' via. Sono pero' una cinquantina, più in generale, le vaste aree verdi dove la natura e la valorizzazione di una zona si intrecciano con la sua cultura. Nella nostra regione la più famosa comprende Langhe, Monferrato e Roero: Beppe Fenoglio, Cesare Pavese e Vittorio Alfieri sono alcuni degli autori cari a quella terra.
    Verde e letteratura
    Anche il parco del Ticino vuole fare parte della cerchia ristretta: non puo' permettersi di candidare uno scrittore simbolo della sua unicità, ma pensa di organizzare un progetto in cui le fiabe classiche o firmate da scrittori locali possano trasmettere suggestioni che rimandano a boschi e paesaggi della valle.
    Due, in particolare, sono i punti individuati dai vertici del parco: l’area protetta che comprende Villa Picchetta, sede dell’ente a Cameri (Novara), e la riserva naturale del parco della Burcina a Pollone (Biella).
    «La natura è una delle ambientazioni più frequenti nei racconti - premette il presidente del parco del Ticino e del lago Maggiore Adriano Fontaneto -. Organizzare incontri di lettura in meravigliosi luoghi all’aria aperta come i nostri permetterebbe di valorizzarli e programmare iniziative utili. Il connubio tra verde e letteratura assume un valore educativo e terapeutico per i bambini che soffrono di disagio psichico. Le riflessioni sarebbero aperte non solo ai bambini ma anche agli adulti: in fondo fiabe come Alice nel paese delle meraviglie in origine erano pensate anche per loro».
    «Locus amoenus»
    Anziché basarsi su uno scrittore e il suo vissuto, il parco pensa di ragionare sulla sinergia che si crea intersecando il potere evocativo della parola a quello della natura in un «locus amoenus». Il bosco ospiterebbe quindi un percorso curativo attraverso le fiabe in cui il contesto della narrazione si possa riscontrare in tutto cio' che circonda i lettori grandi e piccoli.
    Un Parco delle favole sulle rive del Ticino - La Stampa


  6. #226
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    Predefinito Re: Terra padana

    Acqua potabile dalla nebbia
    Acqua potabile, sempre più preziosa, sempre più sprecata ma se ci si ingegna la si può ricavare nei modi più impensati che rimangono tali fino a che arriva qualcuno che… ci pensa! Come hanno fatto all’Alta Scuola Politecnica dei Politecnici di Milano e Torino dando vita ad un progetto per renderà possibile catturare l’acqua potabile con delle reti, dall’aria. Non immaginiamoci retini per farfalle, il progetto denominato WaLi (WAter for Life) è qualcosa di molto più complesso e che merita l’attenzione di tutti. Perché l’acqua potabile serve a tutti, soprattutto ora che la crisi idrica è ormai una evidenza da primi titoli di TG e strilli di giornale.
    Acqua potabile dalla nebbia: come funziona
    Grazie a delle reti tessili da oggi è possibile catturare acqua potabile. Il progetto WaLi si è concentrato nella realizzazione di dispositivi in grado di intrappolare gli ammassi nebbiosi così comuni tra Milano e Torino, ma non solo, perché si creano quando ci sono degli sbalzi di temperatura e umidità raso terra, non solo nella Pianura Padana. Una volta catturata la nebbia, le gocce di rugiada vengono trasformate in acqua attraverso le maglie di tessuti e si tratta di acqua potabile, adatta all’irrigazione anche.
    Le reti di WaLi, frutto del lavoro di una sorta di task force per l’acqua potabile multidisciplinare formata da 5 studenti, sono state anche applicate e testate come paratie verticali lungi i campi coltivati, sono una soluzione semplice ed economica che se ben piazzata, studiando i venti dell’area in oggetto, può dare ottimi risultati.
    Acqua potabile dalla nebbia contro la crisi idrica
    Per meglio comprendere l’entità dell’impatto che WaLi può avere sul pianeta Terra e su chi ci vive, va contestualizzato attraverso qualche numero che descrive la crisi idrica attuale. Restiamo in Italia in modo da non pensare che siano sempre problemi che toccano altri, lontano.
    La Coldiretti nel rapporto 2017 ha raccontato che due terzi dell’Italia e delle coltivazioni sono a secco a causa della mancanza di precipitazioni e della scarsità di rifornimento idrico. Il consuma idrico medio di chi vive in Italia è di circa 245 litri al giorno, senza contare che il 3% de volume d’acqua potabile immesso in rete viene sottratto senza autorizzazione. A far parlare di “allarme” è anche il calo delle precipitazioni: – 47,4% rispetto alla media.
    Città e campagne ne soffrono, soprattutto nell’Italia del Nord. Sempre secondo Coldiretti, quella a cui stiamo assistendo è la peggiore crisi idrica del decennio: 2/3 dei campi coltivati lungo la penisola sono a secco, i danni a coltivazioni e allevamenti sono stimati di oltre 2 miliardi di euro.
    L’idea di utilizzare la nebbia per ricavare acqua potabile non è nuova e made in Italy, ci sono dei dispositivi “intrappola-nebbia” già in uso in Perù e Cile e altri sono in via di sviluppo presso vari centri universitari, compresa l’Alta Scuola Politecnica.
    I suoi studenti hanno preso i dispositivi tessili ad oggi realizzati ma in modo ancora rudimentale, con l’idea di farli diventare non solo in qualcosa di più innovativo ma anche di più applicabile a contesti cittadini o metropolitani.
    WaLi trasforma le reti tessili per acqua potabile in elementi architettonici che possono essere utilizzati in ambito europeo, adatti alle condizioni climatico-ambientali del nostro continente e allo stesso tempo declinabili ad altri tipi di necessità e problemi, anche peculiari di altre zone.
    Le reti tessili di WaLi sono in fase di progettazione e prototipazione sperimentale, lo studio si sta concentrando soprattutto sullo sviluppo di elementi che risultino funzionali alla scala territoriale. Prendiamo la nebbiosa Pianura Padana: gli studenti dell’Alta Scuola Politecnica vogliono valutare l’impatto di WaLi sui paesaggi agricoli di questa zona di altre aree pianeggianti dell’entroterra, provando poi a saggiare l’applicazione anche dove i terreni sono coltivati a terrazzamenti, vicino al mare.
    WaLi vuole entrare anche nelle città e cambiarle inserendo ad esempio sistemi di sedute urbane integrate con reti ombreggianti per acqua potabile, pareti verdi o addirittura intere facciate tessili tridimensionali che catturino nebbia, complete anche di un sistema per la microfiltrazione dell’aria inquinata. Non scordiamoci che oltre all’allarme siccità, c’è anche l’allarme smog.
    https://www.ideegreen.it/acqua-potabile-100925.html

    Milano, coppia di falchi pellegrini torna sul grattacielo del Pirellone per fare il nido
    Giulia e Giò sono tornati. I due falchi hanno esplorato il luogo dove lo scorso inverno hanno deposto e poi covato le uova al riparo tra i cavi e le unità esterne dei condizionatori d’aria
    di Paola D’Amico
    Giulia e Giò sono tornati. La coppia di falchi pellegrini che ha eletto a propria dimora per nidificare il sottotetto del grattacielo Pirelli, davanti alla Stazione Centrale, è riapparsa venerdì pomeriggio. I due falchi hanno esplorato il luogo dove lo scorso inverno hanno deposto e poi covato le uova. A breve i naturalisti Guido Pinoli e Patrizia Cimberio che da tempo seguono la famiglia di falchi posizioneranno una seconda web cam sul nido, a 12,5 metri di altezza, al riparo tra i cavi e le unità esterne dei condizionatori d’aria.
    Giulia e Giò, come sono stati ribattezzati, sono tornati per il quarto anno al Pirellone. La storia è iniziata infatti con il ritrovamento di due strani pulcini bianchi nel sottotetto del Grattacielo disegnato da Giò Ponti. E quella fu la prova che il racconto di un rapace in città che si lanciava in picchiata per ghermire in volo cornacchie o piccioni non era una leggenda metropolitana. Nella primavera del 2014, i tecnici della manutenzione trovarono i pulli tra un condizionatore d’aria e un cavidotto, un luogo spartana ma «protetta dalle intemperie», come ha spiegato Guido Pinoli che ne ha segue da allora le vicissitudini.
    I ricercatori
    Nei due anni successivi della famigliola si sono perse le tracce. Ma i ricercatori hanno comunque deciso di costruire un nido accogliente e collocarlo, d’accordo con i gestori del Palazzo, sotto il tetto, per poterlo monitorare a distanza con una telecamera messa a disposizione da un partner tecnologico (Sinapto.com).
    La pazienza è stata premiata. Nel novembre del 2016 ecco il ritrovamento di numerose spiumate di uccelli predati, segno inequivocabile del ritorno dei falchi. Il 10 marzo di un anno fa è stato deposto il primo uovo. Ha preso così corpo un progetto di «scienza partecipata» con i lettori che hanno potuto collegarsi al sito, osservare il nido e poi comunicare ciò che hanno visto, indicando in modo preciso giorno e orario dell’osservazione, contribuendo così alla raccolta di dati utili a conoscere il comportamento e la biologia di questo rapace e a proteggere l’importante nidificazione a Milano.
    «Stiamo allestendo la seconda telecamera, ci saranno così due punti di osservazione, con l’aiuto di Federico Lauria e quest’anno organizzeremo incontri e conferenze e momenti formativi. Entro una settimana saranno on line le due telecamere», spiega Patrizia Cimberio. «In questi mesi siamo saliti più volte e abbiamo sempre trovato resti di prede, a riprova che frequentano il sito e quasi certamente torneranno a nidificare».
    Uno degli uccelli più veloci al mondo
    Il falco pellegrino, uno degli uccelli più veloci al mondo, capace in picchiata di raggiungere i 360 chilometri orari, ha una grande capacità di adattamento, dai cieli aperti ai palazzi di città dove trova di che alimentarsi. La natura lo ha dotato di un corpo a goccia, coda corta e grandi ali che sembrano essere state studiate per sfruttare al massimo i princìpi dell’aerodinamica. All’interno delle sue narici, poi, si trovano degli opercoli che gli consentono di respirare anche in volo. A quelle velocità e altitudini, infatti, la forza e la pressione dell’aria rischierebbe di far esplodere i suoi polmoni. Negli anni Cinquanta si stava estinguendo a causa dell’uso massiccio del Ddt. Oggi in Lombardia si stima una presenza di una cinquantina di coppie.
    Milano, coppia di falchi pellegrini torna sul grattacielo del Pirellone per fare il nido - Corriere.it




  7. #227
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    Predefinito Re: Terra padana

    Liguria: nei boschi è tornato il gatto selvatico
    GENOVA – Il gatto selvatico col suo mantello striato era a rischio estinzione, ma dopo oltre 40 anni per la prima volta due esemplari sono stati ritrovati nei boschi della Liguria. Questo animale è solitario e vive di notte, estremamente riservato e abile cacciatore, riesce a mimetizzarsi nell’erba e copre lunghe distanze.
    Gli avvistamenti al momento sono due: uno nell’estremo Ponente ligure e l’altro nella provincia di Genova. Il gatto selvatico, nome scientifico Felis Silvestris Silvestris, sta lentamente ripopolando le Alpi Marittime, ma l’ultimo avvistamento risale al 1977, quando la legge italiana ne proibì la caccia, scrive Lorenza Rapini:
    “La sua ricomparsa in Liguria, oggi, è quasi un miracolo. Anche se i due esemplari rinvenuti, uno alle pendici del Monte Toraggio sopra Pigna, nel Parco delle Alpi Liguri, l’altro al Turchino, erano senza vita. «Da molto tempo non si sapeva nulla del gatto selvatico in Liguria – spiega la biologa Patrizia Gavagnin – che si trova in Appennino e nelle Alpi Orientali in Friuli. È un felino poco conosciuto ma importante, messo in pericolo dall’uomo, dalla scomparsa del suo habitat, perfino dai gatti domestici liberi, con cui rischia di incrociarsi. Va conosciuto e protetto».
    Il gatto selvatico, nome scientifico Felis Silvestris Silvestris, parente lontano del comune gatto domestico, è uno dei due felini selvatici italiani insieme alla lince. L’esemplare trovato nel Ponente è stato rinvenuto da un forestale di Borgo San Dalmazzo che operava con un cane anti-veleno, nell’ambito di un’indagine su alcuni bocconi avvelenati anti-lupo trovati nei boschi sopra Pigna in Alta Val Nervia, coordinata dai carabinieri forestali di Imperia.
    Le analisi dell’istituto zooprofilattico sperimentale di Piemonte, Liguria e Val d’Aosta hanno confermato che si tratta di un maschio tra i 3 e i 4 anni, lievemente ibridato (un antenato della madre era domestico). Il gatto selvatico trovato vicino al Turchino si trovava, senza vita, vicino a una piazzola dell’autostrada: dagli esami è risultata una femmina gravida (con due feti) e anche lei ibridata (ma con un «parente» domestico più vicino nell’albero genealogico). Due vittime dell’uomo, in ogni caso. Che testimoniano però che la natura sa ancora riprendersi una parte di territorio, se la si lascia fare”.
    http://www.blitzquotidiano.it/econom...ivoci-2755518/



    Bioglio, l’amarezza del guardiano dei boschi: “Muoiono perchè nessuno li pulisce”
    FRANCESCA FOSSATI
    BIOGLIO
    Nei boschi ha trascorso tutta la sua vita a riforestare, tagliare, pulire e spegnere incendi. Ermanno Savio è di Bioglio, frazione Mornengo, ha una grande passione per gli alberi, fin da quando era bambino. Nella sua vita ne ha piantati più di 2 mila: larici, abeti di Douglas (douglasia), querce, aceri, tigli e qualche faggio. Ora il «custode dei boschi» ha 88 anni ed è sempre lì, tra i suoi alberi, nella pineta vicino a casa o più su, dove c’è ancora la baita della sua famiglia. Ricorda quando le colline erano ricoperte da castagneti da frutto «sotto i quali cresceva un’erba speciale di cui gli animali erano ghiotti». Gli piange il cuore, oggi, vedendo il degrado dei boschi, così «pericoloso in caso di calamità naturali, ma anche in caso di incendi perché se i boschi non sono puliti le sterpaglie favoriscono il diffondersi degli incendi». I suoi boschi e i suoi prati li tiene ancora puliti, ha il suo fedele trattore e ogni tanto si fa aiutare da qualcuno, ma gli altri stanno andando a ramengo: non pulendo è cresciuta una boscaglia tale da far sparire i sentieri che collegavano le frazioni e le strade vicinali. Savio sa dove erano, così come sa i nomi di tutti i rii e le rogge che scorrono nelle frazioni: «Quand’ero ragazzo il rio Fossati era pieno di gamberi, in altri c’erano le trote che prendevamo con le mani. Ma ora l’acqua non è più pulita, ne è la prova il fatto che non ci siano nemmeno più le vipere». Nonostante abbia sempre lavorato in aziende tessili, Savio ha dedicato la vita ai boschi.
    UN CONSORZIO
    Dopo l’alluvione del ’68, che causò molte frane anche a Bioglio, Savio fondò con altri proprietari di terreni un consorzio per accedere a contributi per sistemare i boschi, rimboschire e rifare le strade. «E nel 1972 creai una squadra antincendi boschivi che aveva la sua sede nella vecchia casa comunale», prosegue Savio, conosciuto in paese anche perché fu tra i fondatori, e poi capogruppo, del gruppo degli alpini nel 1952. Al di là dell’amarcord, oggi Ermanno Savio continua a prendersi cura degli alberi. Alcuni li ha messi lui stesso a dimora, altri sono secolari: «C’è un vecchio ciliegio selvatico il cui tronco ha un diametro enorme: mi piacerebbe farlo esaminare da qualche esperto per sapere quanti anni ha». Oltre a centinaia di alberi, Savio colleziona oggetti del passato e del mondo contadino appartenuti ai suoi famigliari e parenti. Ha allestito in una stanza della cantina una piccola esposizione che comprende asce per tagliare la legna, rastrelli («quelli famosi di Camandona che solo là sapevano fare così bene»), pentole di rame e di bronzo, lumini petrolio, attrezzi per il bosco e per la vigna («qui in località Rive fino al 1952 c’era la vigna più alta del Biellese, a 600 metri»). Qualche anno fa la sua idea era di donare tutto al Comune per allestire una sorta di museo del contadino, come quello che le scolaresche vanno a visitare al Ricetto di Candelo, ma il Comune non aveva un locale adatto, così è tutto ancora lì, a disposizione di chi fosse interessato.
    Bioglio, l?amarezza del guardiano dei boschi: ?Muoiono perchè nessuno li pulisce? - La Stampa

  8. #228
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    Predefinito Re: Terra padana

    Un manifesto per salvare il Po ferito da clima e burocrazia
    TORINO
    Ci ricordiamo del Po solo quando esonda o va in secca con l’acqua salata che risale dal mare per dodici chilometri. Affetto da malattie naturali e burocratiche, il grande fiume che taglia e accarezza il Nord è negletto. «Clinicamente morto, uscito sia dall’agenda politica che dall’immaginario collettivo», dice Paolo Pileri, urbanista del Politecnico di Milano. Il Po è trattato come un gigantesco serpente burocratico, non come una risorsa preziosa da proteggere, curare, valorizzare. Non come una questione politica nazionale. Per questo una ventina di associazioni ha promosso un «Manifesto per il Po», un grido di denuncia e di proposta senza precedenti.
    «L’idea è nata durante un convegno - racconta Luca Imberti, presidente lombardo dell’Istituto nazionale di urbanistica -. Ci siamo detti: al Po non serve un altro ente, ma una cosa nuova, una visione strategica e una rete leggera ma forte che tenga insieme le realtà già esistenti». Il lavoro che ha coinvolto esperti e associazioni ha prodotto un dossier («lo stato di salute del Po presenta aspetti critici, destinati ad acutizzarsi in conseguenza dei cambiamenti climatici») e la richiesta di «una presa di coscienza che non può essere demandata alla sommatoria di interventi frammentari».
    Il dossier analizza le principali emergenze ambientali e spiega come l’intervento umano le aggravi, anziché risolverle. Nell’area padana ci sono 115 aree di interesse naturalistico riconosciute dall’Ue. Eppure gli ecosistemi sono sotto attacco. Per un verso i cambiamenti climatici alterano il Dna del fiume. I pesci, per esempio: gran parte delle specie native è minacciata, mentre almeno 22 di quelle attualmente censite sono esotiche (e in questo conteggio non sono considerati gli avvistamenti occasionali di piranha!).
    Per altro verso, è in crisi il rapporto dell’uomo con il fiume. Le attività produttive succhiano acqua e scaricano scorie nel fiume, «che deve avere uno stomaco di ferro» anche se «il suo metabolismo soffre di non pochi acciacchi». I ponti sono fragili: quest’estate è stato chiuso quello di Casalmaggiore, quello della Becca alla confluenza del Ticino è sotto osservazione.
    Anche dal punto di vista istituzionale, il Po è un sistema complesso. Attraversa un bacino di 70 mila chilometri quadrati (pari alla superficie di uno Stato come l’Irlanda) in cui abitano 16 milioni di persone (come nei Paesi Bassi) e si forma il 40% della ricchezza italiana e il 46% dell’occupazione. Ma due terzi dei Comuni patiscono lo spopolamento. Nonostante ciò, il governo del Po è completamente estraneo al dibattito pubblico.
    Non che manchino gli enti, i funzionari, gli uffici. Lungo 652 chilometri sono attivi otto parchi regionali e cinquanta aree protette di vario tipo. L’intera asta fluviale è gestita da due istituzioni dedicate: l’Autorità di bacino distrettuale e l’Agenzia interregionale. Poi ci sono l’Intesa interregionale per la navigazione interna, la Protezione civile, le quattro Regioni con i loro distinti piani paesaggistici e urbanistici, le immortali Province, i Consorzi di bonifica, i Contratti di fiume, i 187 Comuni. Molti enti, sostengono i promotori, non vuol dire molta tutela ma «una ragnatela di numerose e complicate competenze sui territori». Non si riesce ad avere una legge uguale su pesca e cave, a coordinare i prelievi idrici nei momenti di crisi, a unificare la segnaletica, a rendere omogenee le regole di navigazione.
    Di qui l’idea della «rete» per coordinare non solo gli enti pubblici, ma anche le iniziative dal basso che potrebbero rendere il Po una formidabile attrazione turistica, grazie al paesaggio, alla gastronomia e a centinaia di beni culturali.
    Ci stanno già provando i promotori di VenTo, progetto a basso costo e zero impatto di via ciclopedonale da Torino a Venezia sugli argini del fiume. La bici è un mezzo, il fine è rianimare il Po.
    Un manifesto per salvare il Po ferito da clima e burocrazia - La Stampa



    Il ritorno del lupo in Liguria nelle foto di Paolo Rossi
    Andrea Barsanti
    Genova - «Il ricordo più bello che ho è anche il più recente: quest’estate ero in appostamento, e sono stato circondato da tre cuccioli che mi hanno giocato intorno per almeno mezz’ora. Vederli nel loro ambiente, ancora non “contaminati” dalla paura dell’uomo, è stato incredibile». Paolo Rossi ha 33 anni, e da quando ne aveva 18 va a caccia di lupi. Non con doppietta e trappole, però, ma con una macchina fotografica, per immortalarli nel loro habitat naturale e ritrarli per quello che sono: non spauracchi da libro delle favole, ma animali magnetici, affascinanti e schivi, da avvicinare «con rispetto, senza disturbarli».
    Per sfatare miti e superstizioni negative sui lupi, Paolo ha partecipato a un incontro organizzato alla biblioteca Berio dal Circolo Culturale di Genova, in cui ha mostrato le fotografie del suo ultimo libro, “Lupi estremi”, insieme con alcuni video che ritraggono i lupi sui monti della Liguria, diventato ormai uno dei loro habitat: «Da quasi trent’anni il lupo è tornato in modo naturale nella nostra regione salendo dal centro Italia - spiega Rossi - e in Liguria sta colonizzando anche zone costiere grazie al fatto che molte sue prede come cinghiali e caprioli si sono spostati lungo la costa».
    Le zone maggiormente battute da Rossi per la “caccia fotografica” ai lupi sono, ormai da una decina di anni, quelle «più selvagge e meno frequentate dall’uomo, o quelle che proprio l’uomo ha modificato in maniera sostanziale tagliando legna o facendo strade. Quindi i luoghi più selvaggi del Beigua, della val d’Aveto e della val Trebbbia». Zone in cui Rossi ha trascorso ore, giorni in appostamento alla ricerca dello scatto perfetto: «La gavetta, per chi vuole fare il fotografo naturalista, è lunghissima, soprattutto se ci si concentra sui lupi. Bisogna imparare più cose di un ricercatore, non devi solo studiarne tracce e genetica, ma anche utilizzare metodi più simili a un cacciatore che a un biologo, come per esempio restare sottovento, cercare le tracce più fresche, restare perfettamente in caso di necessità. E ovviamente ci vuole un pizzico di fortuna».
    Rossi è riuscito, nel corso degli anni, a scattare diverse foto di lupi e a trascorrere molto tempo in loro presenza. Ma proprio la presenza del lupo in zone abitate anche da allevatori ha causato non pochi problemi dal punto di vista del bestiame, alimentando ulteriormente la polemica sulla loro presenza in Liguria. Polemiche che Rossi, che abita sulle alture di Nervi e in estate va a Rovegno, proprio in val Trebbia, stronca sul nascere, sottolineando che «nel corso degli anni sono diventato amico di diversi allevatori che da quando utilizzano i recinti elettrici, uniti ai cani che proteggono le pecore dai lupi hanno praticamente azzerato i problemi. Spero quindi che chi sino a oggi ancora non ha preso queste precauzioni lo faccia: prima succederà, prima la convivenza sarà più semplice».
    La mostra - Il ritorno del lupo in Liguria nelle foto di Paolo Rossi | Liguria | eventi | Il Secolo XIX


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    Predefinito Re: Terra padana

    Luce verde per il Parco nazionale tra Locarnese e Piemonte
    Il Consiglio federale ha approvato l'accordo con l'Italia: l'ultima parola spetta ora alla popolazione dei Comuni interessati
    BERNA - Il Consiglio federale ha approvato oggi un accordo con l'Italia che permetterà di creare un Parco nazionale transfrontaliero a cavallo tra Locarnese e Piemonte. L'ultima parola spetterà alla popolazione dei Comuni interessati: la votazione dovrebbe tenersi ancora quest'anno. Ascona, Brissago, Bosco Gurin, Centovalli, Losone, Onsernone, Ronco s/Ascona e Terre di Pedemonte vogliono creare in parte del loro territorio un secondo Parco nazionale di una superficie totale di 218 km2, con una zona centrale di 61 km2.
    In una nota odierna, il Consiglio federale ricorda che il territorio del progetto comprende dal punto di vista dello spazio naturale e culturale la Valle dei Bagni, sita in territorio italiano. Una parte del progetto si troverebbe quindi in Italia, da qui la necessità di disporre di un accordo internazionale che disciplini la futura collaborazione transfrontaliera.
    Più formalmente, oggi l'Esecutivo ha anche adottato una revisione dell'Ordinanza sui parchi (OPar) che getta le basi giuridiche per la creazione di parchi nazionali transfrontalieri. I requisiti per il conferimento del marchio "Parco" restano immutati.
    https://www.cdt.ch/svizzera/politica...ese-e-piemonte



    Pensare come i lupi
    Falk Van Gaver
    C’è una familiarità del vivente con il vivente, ma non possiamo anche immaginare una familiarità più particolare con il vivente che si è evoluto assieme a noi? Ragioni per ritrovare la via della natura ferale
    Per molto tempo, anche dopo la neolitizzazione e la civilizzazione avanzata del mondo umano, l’umanità ha vissuto in un equilibrio tra neolitico e paleolitico – tra immersione adattativa nella vita selvaggia, coltivazione e trasformazione del mondo –, le isole di cultura e di civiltà erano circondate, accerchiate, inglobate dall’immensità largamente sconosciuta o ignorata della vita selvaggia, della natura selvaggia, della selvatichezza umana e bestiale – di cui ci testimoniano le carte e i portolani pieni di bestie strane, di mostri fantastici e di mari insondabili – terra incognita, hic sunt leones.
    La civilizzazione apriva strade e oasi coltivate nel palpitante deserto del mondo – deserto di uomini ma non di vita, deserto di cultura ma non di natura, deserto di civilizzati ma non di selvaggi – interstizi e corridoi che intrecciano con leggerezza una vita selvaggia fortemente indipendente e indifferente. Ma in questi ultimi secoli questo equilibrio relativo e instabile si è trasformato in uno squilibrio crescente attraverso l’accelerazione esponenziale del processo di civilizzazione – le maglie della rete si sono inesorabilmente ristrette fino a coprire il mondo intero con la loro tela – a tal punto che oramai sono le isole di natura, di vita selvaggia, che sono circondate, accerchiate, inglobate dalla gigantesca civilizzazione industriale e urbana che continua a rimpicciolirle e a guadagnare ogni giorno terreno. Oramai, la cultura prevale sulla natura; ogni forma di vita selvaggia è soltanto in libertà condizionale, un regime di libertà condizionale, di libertà vigilata – di tolleranza.
    Questo fenomeno di civilizzazione delle terre e dei costumi (costumi selvaggi, vegetali, animali ma anche umani – i selvaggi, cannibali, barbari e altri primitivi non civilizzati – destinati non solo a essere domati, ma anche coltivati, addomesticati, messi al lavoro e ridotti in schiavitù – o respinti, ripudiati, sradicati, sterminati) all’esterno della società civile/civilizzata, trovava e trova ancora il suo equivalente all’interno della società civile/civilizzata attraverso un processo interno di civilizzazione dei costumi – educazione e inquadramento di tutto cio'che vi è di selvaggio – ma anche di fiero e indipendente – nell’uomo e fra gli uomini.
    Basta pensare alla lunga guerra condotta da tutti gli imperi e tutti gli Stati del mondo e della storia contro la natura selvaggia e la natura umana, contro la natura dell’uomo e la natura attorno all’uomo, guerra mondiale contro la natura, contro tutto cio'che vi era di selvaggio – a cominciare dalle piante e le bestie selvagge, ma anche gli umani indocili, selvaggi e altri barbari – all’interno come all’esterno di essi, contro tutto cio'che vi era di indipendente, di autonomo, di indomabile, di libero, ma anche di indisciplinato, di resistente, di refrattario o semplicemente recalcitrante al controllo, alla domesticazione e allo sfruttamento – esistenti meramente per sé stessi e autonomamente, insopportabile stato per l’Impero e lo Stato, all’interno come all’esterno di essi. Un processo di civilizzazione il cui nome reale, la traduzione reale, la pratica reale è sempre stata la colonizzazione – che è sempre riduzione, distruzione, sradicamento e alla fine sterminio delle autoctonie autonome.
    Allo stesso tempo, c’è una sorta di irresistibile nostalgia della selvatichezza che percorre la storia dell’Europa, dell’Occidente e del mondo moderni e di cui non racconteremo certo qui la storia culturale – in particolare filosofica, letteraria, cinematografica, ma anche politica e pratica – e che non si riduce né al “rousseauismo” né al “buon selvaggio”. La bibliografia e la filmografia sarebbero immense! Nostalgia dell’avventura e della libertà, benché la libera avventura sia cio'che, nell’esplorazione e nella colonizzazione, distrugge cio'che ricerca. L’immenso successo pubblico dell’etnologia e dei suoi prodotti derivati da quasi due secoli a questa parte attesta questa nostalgia del selvaggio. O ancora, quello della recente moda “paleo”, che testimonia, molto più che una volontà irenica o onirica di regressione verso il primitivo, una vera e propria coscienza, benché ancora confusa, dei limiti della “pastorale neolitica”, la civilizzazione del controllo diretto del vivente che mostra davanti ai nostri occhi le sue conseguenze estreme, finali (in tutti sensi del termine).
    Vediamo farsi strada in ordine sparso una spinta verso una nuova visione del mondo e un nuovo stile di vita che il giovane filosofo Baptiste Morizot propone di chiamare, invece di “paleolitico”, “aneolitico”; e “ferale” anziché primitivo o selvaggio – termine troppo carico di fantasie di verginità edenica. E' ferale cio'che vive fra noi, e anche dentro di noi, autonomamente, è ferale cio'che è puramente naturale, cio'che è cosi' spontaneamente, e spontaneamente è cio'che è – i gatti randagi, le pulsioni nascoste dentro di noi, e anche oggi, e ancora: i lupi. Vivere e pensare come i lupi per ritrovare la via della natura ferale – quell’altro e nuovo nome della natura selvaggia dentro di noi attorno a noi –, ecco l’invito di Baptiste Morizot.
    Non riassumeremo qui, in qualche pagina, un libro cosi' geniale, un libro tanto denso e intenso come Les diplomates di Baptiste Morizot, e invece di offrirvi un reader’s digest, per quanto fedele possa essere, indirizzeremo il lettore alla sua lettura diretta e completa, che costituirà – lo spero – un’esperienza di rivoluzione intellettuale e morale, di liberazione spirituale e mentale, di rivelazione reale, intramondana, umana molto umana e animale persino – di disvelamento del reale costitutivo dell’essere delle cose, un reale ontologicamente relazionale. «Cio'che vi è di migliore e di più sano nella scienza e nella montagna è l’aria viva che vi soffia» (Friedrich Nietzsche, Umano, troppo umano).
    Chi sono i diplomatici evocati e tanto desiderati? Sono i lupi mannari, i Werwolfe, ma anche gli uomini e le donne capaci di passare dalle prospettive umane alle prospettive animali, capaci di un prospettivismo interspecifico – ieri sciamani e cacciatori, oggi etologi, zoologi, biologi, tutti specialisti ed esperti delle forme di vita animali. Tutti familiari di animali – e anche entomologi, come un Jean-Henri Fabre nel passato e uno Hugh Raffles oggi che, come Ernst Jünger nelle sue Cacce sottili, ama gli insetti, ha un percorso insieme smarcato e rappresentativo della sua epoca, e per il quale l’entomologia è intimamente legata all’antropologia e si realizza in una vera e propria filosofia della vita – una biosofia in forma di insettopedia distillata nelle sue classi più sottili.
    Baptiste Morizot è un ricercatore, certo, ma anche un segugio. Ha imparato a seguire le tracce del lupo, e lo ha seguito per ore e per giorni. E il lettore segue le sue tracce, in una lettura gaudente, gioiosa, che accresce la forza di esistere, la forza di capire – la grande gioia della traccia. Camminare sulle tracce del lupo, avanzare, vedere, sentire, pensare come un lupo…
    Perché c’è una familiarità del vivente con il vivente, ma non possiamo anche immaginare una familiarità più particolare con il vivente che si è evoluto assieme a noi? Come specie, ma anche come popolazione? Non bisognerebbe forse ritrovare, al di là delle troppo rare esperienze di questo tipo nelle nostre vite, la familiarità delle volpi e delle poiane, dei caprioli e dei cinghiali – ma anche degli orsi e dei lupi? Quando l’orso e il lupo spariscono dal nostro paesaggio, si forma una specie di buco nel nostro paesaggio mentale, che tutti i nostri racconti, leggende e documentari non riempiranno mai. E solo il loro ritorno reale, in carne, pelle e ossa, puo'arrivare a riempire questo vuoto, questa reminiscenza a salve, senza corrispondenza nella natura – come un pezzo del puzzle sempre più incompleto e frammentato del nostro ambiente naturale.
    Anche l’uomo in quanto specie e in quanto popolazione ha un Umwelt, un mondo-ambiente, un biotopo nel quale è evoluto e co-evoluto con altre specie – in particolare uccelli e mammiferi con i quali ha sempre sviluppato, anche se oggi lo ha dimenticato, delle comunicazioni interspecifiche – e tutto un linguaggio diplomatico, un linguaggio di territori, di frontiere – e talvolta anche di alleanze. Reminiscenze di cui dovremmo fare l’anamnesi, primordia animali, ancestralità animali e umane sedimentate, «l’antica umana animalità», come diceva Nietzsche. Dobbiamo ritrovare gli spiriti animali che ci abitano, e, per questo, «immergere di nuovo l’uomo nella natura» e immergersi nella natura dell’uomo: «Ho scoperto per quanto mi riguarda che l’antica umanità, l’antica animalità, si' anche tutti i tempi primitivi e il passato di ogni esistenza sensibile, continuano a vivere dentro di me, a scrivere, ad amare, a odiare, a concludere…» (Friedrich Nietzsche, La gaia scienza).
    Ritrovare in noi e in ogni essere vivente non solo l’intelligenza animale, ma anche il genio animale, perfezione singolare – singolarità perfetta – di ogni forma di vita nel suo stile inimitabile, nel suo ritmo esistenziale unico – il lupo aristocratico e la scimmia politica, il lupo animale politico (e non semplicemente sociale), dinastico, feudale – all’opposto della grande scimmia manipolatrice, bugiarda, ingannatrice.
    Ritrovare dunque non solo la specificità, ma anche la singolarità di ogni individuo – avendo ogni animale una vera e propria vita alla quale spesso manca solo la sua biografia –, seguendo l’esempio di un Ernest Thompson Seton, un Omero americano che scrisse le gesta troiane di Lobo, questo capobranco lupino che per anni eluse le trappole e i sicari dei ranchers del Nuovo Messico.
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