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Discussione: Cultura padana

  1. #461
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    Predefinito Re: Cultura padana

    Impariamo la lingua lombarda
    La lombarda de la settimana l'è la Lara Gut, ticinesa de mader bressana.
    In di ultim di l'ha vengiuu on fracch de medaj, ma la soa vos de Wikipedia la parla minga di sò success. Te voeuret jutà a scrivela?
    Lara Gut
    Lumbard ucidental
    Quest articol chì l'è scrivuu in lombard, grafia milanesa.
    La Lara Gut (Sorengh, 27 avril 1991) l'è ona sciadora alpina svizzera. L'è vuna di atletta pussee important de la squadra svizzera, e l'ha vengiuu ona medaja olimpega, quater mondiai e ona Coppa del Mond de supergigant.
    Biografia[Mudifega | mudìfica 'l sorgènt]
    Nassuda a Sorengh e chersuda a Coman, l'è de pader svizzer e mader de Zòne, in provincia de Bressa, l'ha scominciaa a scià ad Airoeu e i sò primm gar hinn staa in del 2006.
    Carera sportiva[Mudifega | mudìfica 'l sorgènt]
    Questa seziuna l'è ancamò vöda. Jüta a scrivela
    https://lmo.wikipedia.org/wiki/Lara_Gut



    Come sul Lussari gli autoctoni sono scambiati per immigrati
    16.03.21 Monte Lussari -
    Il santuario mariano che sorge su questa altura al margine delle Alpi Giulie è da secoli meta di pellegrinaggio di fedeli che giungono non solo dal Friuli e dall’Italia, ma anche dalla Slovenia e dall’Austria. Per questo è detto anche santuario “dei tre popoli”, ognuno dei quali chiama il monte nella propria lingua.
    Il “sentiero del pellegrino” sale da Camporosso (Tarvisio) e in questi giorni è molto frequentato, tuttavia non da fedeli, ma da escursionisti, con ciaspole o sci ai piedi. Sono soprattutto austriaci e sloveni quelli che amano molto raggiungere la cima del Lussari con le proprie gambe, mentre gli italiani preferiscono la più comoda salita in telecabina.
    Le condizioni meteorologiche e di innevamento in questi giorni erano eccellenti, per cui anche noi abbiamo affrontato la fatica di salire sul Lussari a piedi. Lo spettacolo che si gode dalla cima ripaga dello sforzo fatto. Le cime imbiancate del Cacciatore, del Jof Fuart, del Jof di Montasio sono balsamo per gli occhi. Ma la “Locanda al Convento”, gestita da Jure Prešern, offre balsami di altro genere anche per lo stomaco.
    La terrazza della piccola trattoria che si affaccia sulle Giulie in questi giorni è affollata di turisti. Con qualche difficoltà abbiamo trovato posto a un tavolo già occupato da altre due clienti del locale, due signore di oltre ottant’anni. Tra un piatto di minestrone e un bicchiere di vino, è stato facile avviare una conversazione. Apprendiamo così che le nostre due interlocutrici sono di Tarvisio e vengono qui spesso a prendere il sole, anche se, data l’età, ormai non sciano più.
    Sarà colpa dell’alta quota o del sole, le nostre interlocutrici sono in vena di confidenze e ci parlano volentieri dei loro figli, delle nuore, del marito defunto. Scopriamo così anche chi sono e che cosa fanno i loro generi. Non ne facciamo i cognomi, per rispetto della privacy, ma uno dei due è chiaramente di origine slovena, l’altro tedesca.
    Le signore si sentono in dovere di giustificare quei cognomi poco italiani e ipotizzano che siano di persone immigrate dai Paesi vicini. Nemmeno per un momento viene loro in mente che fino a cento anni Tarvisio e la Valcanale erano austriache e che larga parte della popolazione residente era di etnia slovena. Non le sfiora il sospetto che i loro generi non siano “immigrati”, bensì autoctoni, e che i veri “immigrati” siamo gli italiani, giunti a Tarvisio nel corso del secolo scorso come militari, guardie di finanza e carabinieri, ferrovieri, impiegati della dogana.
    Insomma, si assiste al curioso fenomeno di inversione dei ruoli: gli abitanti “storici” della Valcanale, o i loro discendenti, vengono scambiati per “intrusi”, mentre gli italiani, giunti qui prevalentemente dopo la prima guerra mondiale, vengono scambiati per autoctoni.
    Vi sono tanti modi per ricordare cento anni dopo la prima guerra mondiale tra Italia e Austria. C’è chi ha voluto rileggerne le cause che la provocarono, chi ha pazientemente ricercato le canzoni dei soldati, da una parte e dall’altra del fronte, chi ha raccontato la storia degli “spostati”, cioè dei civili costretti a lasciare le loro case, per essere chiusi in campi di internamento.
    Un altro modo per ricordare utilmente quella guerra potrebbe essere quello di far luce sullo sconvolgimento etnico che il dopoguerra provocò nelle terre “redente”, soprattutto in quelle abitate da popolazione prevalentemente non italiana, come la Valcanale. Sarebbe un modo per rendere tardiva giustizia a minoranze che subirono la vessazione dell’italianizzazione imposta e per far sapere alle nostre due interlocutrici del Lussari che i loro generi non sono venuti “a casa nostra”, ma che non siamo andati “a casa loro”. Anche se ottant’anni possono sembrare tanti, come diceva quel tale, non è mai troppo tardi per imparare.
    Come sul Lussari gli autoctoni sono scambiati per immigrati - Austria vicina - Blog - Finegil

    Vota Franz Josef
    Finchè si ammazzavano tra di loro...








    Vota Franz Josef
    "Miiiinchia" quanto sono "fessi" quei 49 popoli più felici degli italiani. Non hanno il "paese più bello del mondo", non hanno la "cucina migliore del mondo", non hanno il "patrimonio artistico più ampio del mondo", non hanno il Risorgimento, non hanno gli Alpini, non hanno Garibaldi, non hanno "portato la civiltà al mondo intero" e sopratutto, non sono "discendenti degli antichi romani". E nonostante quelle gravi lacune sono più felici degli italiani? Sono tutti pazzi.




    Vota Franz Josef ha condiviso la foto di welschtirol.eu.
    Ahi ahi ahi...questo Witz sarebbe nostro...



    “MESSAGE IN THE BOTTLE” … un messaggio d’Amore per i Veneti
    di Guidotin
    Un breve racconto per spiegare come il…”caso” può contribuire a dissipare l’ignoranza perché “Nulla è più terribile dell’ignoranza attiva” (J.W. Von Goethe)
    Anello “Ti con nu, nu con ti”…



    “E' sicuramente una frase d’amore”, pensavo mentre ne scrutavo l’incisione all’interno dell’anello appena rinvenuto fra le rocce. L’ho visto luccicare, poco prima di calpestarlo durante una camminata sul Monte Grappa. Esternamente decorato elegantemente con, in mezzo, una croce a braccia tonde all’interno di un cerchio.
    Ho subito pensato a come sarebbe stato possibile rintracciarne il proprietario che, a giudicare dalla frase, probabilmente doveva esserne affezionato. Non tanto quindi per il valore materiale (sicuramente non è d’oro) quanto per il valore simbolico. Chissà da quanto tempo giaceva seminascosto fra i sassi…
    L’ho indossato e mi stava a pennello. Il taglio sul metallo mi ha fatto immaginare che il possessore non riuscendo più a toglierselo fosse stato costretto a segarlo per estrarlo dal dito, ma perché privarsene se il messaggio d’amore riguardava lui e, forse, la sua amata? Ho, come avrete capito, la attitudine ad…immaginare, a sognare, a fare congetture. Forse, conclusi, l’avranno voluto recuperare i suoi cari…forse è morto…
    A casa, la sera, non riuscivo a smettere di esaminarlo. Son fatto così: finché non soddisfo la mia curiosità non sto bene! Così non ho voluto rimandare ed ho cominciato ad armeggiare con il pc. Internet per chi è portato all’approfondimento e alla scoperta è un pozzo senza fine…
    E’ bastato digitare “Ti con nu, nu con ti” perché si aprisse, davanti ai miei occhi, un mondo…nuovo…in realtà antico ma nuovo per chi come me deve ammettere la sua abissale ignoranza sui fatti storici, quelli documentati, non inventati o strumentalizzati da chi ne ricava dei benefici! A scuola ho dovuto lottare aspramente contro il mio rifiuto per la storia! Cercavo in tutti i modi di giustificare il mio disinteresse e, una volta, sono addirittura stato premiato con un bel voto per avere spiegato con una qualche…coerenza il perché non volevo saperne!
    Dopo avere scoperto il significato di quella frase…chi l’aveva pronunciata con la voce rotta dal pianto e in che occasione, mi sono sentito schiacciare il cuore dalla vergogna ed ho visto passare davanti ai miei occhi una vita, lunga per le mie spalle, vissuta in una…”nube di non conoscenza”, pilotato, nelle mie scelte, dalla verità altrui.
    Una verità manipolata per evitare accuratamente di dissipare quella nube! Il rischio, quando ciò accade, è che si manifesti una reazione di ribellione e la volontà di recuperare la dignità perduta, le proprie radici, il proprio ruolo e soprattutto il rischio che si intravveda una via di uscita e di fuga dalla prigione in cui ci siamo dibattuti, responsabili di avere partecipato inconsapevolmente alla nostra condanna, il rischio che si recuperi la speranza in una libertà data per perduta.
    Un rischio simile non se lo può permettere chi detiene il potere e qualsiasi nefanda azione, mascherata da giustizia, deve mirare a far sì che l’ignoranza venga mantenuta per disporre non solo del corpo (strumento da sfruttare perché serve a produrre) ma anche dell’anima la cui forza deve essere talmente fiaccata dallo sfruttamento da perdere ogni capacità di reagire.
    Ogni ricordo, ogni evento storico va trasformato, dimenticato, spogliato della sua forza di risvegliare il bisogno di tornare ad essere chi veramente siamo…
    Poi…capita un imprevisto, un apparentemente banale ritrovamento che stimola la voglia di sapere ed è la inaspettata chiave con cui aprire la porta dietro la quale si scopre che esiste ancora un orizzonte e che è ancora luminoso e che verso di esso possiamo dirigerci e indicare ai nostri figli la via…
    In quei giorni mi chiedevo quale via intraprendere per riuscire a sopravvivere al momento buio che stiamo attraversando. Non riuscivo a darmi una risposta. Un senso di impotenza mi attanagliava, mi indeboliva. “Ti con nu, nu con ti” è diventata la parola magica per aprire uno scrigno, ben nascosto e bene protetto, che conteneva tutta la storia, quella vera, del mio popolo.
    La mia voglia di sapere di più è diventata insaziabile. Devo recuperare il tempo perduto (tanto!), devo sentire nel mio cuore una forza nuova, una voglia di riscatto che guidi le mie azioni, senza fanatismo ma con un desiderio di giustizia che ricollochi le “cose” al loro posto. Da lì partirà il nuovo viaggio verso la libertà.
    ?MESSAGE IN THE BOTTLE? ? un messaggio d?Amore per i Veneti | Vivere Veneto




    “In sto amaro momento, in sto ultimo sfogo de amor, de fede al Veneto Serenissimo Dominio, el gonfalon de la Serenisima Republica ne sia de conforto, o citadini, che la nostra condota pasada da quela de sti ultimi tenpi la rende piu xusto sto ato fatal, ma virtuoxo, ma doveroxo par nu.
    Savará da nu i vostri fioi e ła storia del xorno ła fará saver a tuta Europa, che Perasto ła ga degnamente sostegnudo fin a ł'ultimo ł'onor del Veneto Gonfałon, onorandoło co sto ato sołene e deponendoło bagná da el nostro universal, amaro pianto. Sfoghemose, citadini, sfoghemose pur; ma in sti nostri ultimi sentimenti, che i sigiła ła nostra gloriosa corsa soto el Serenisimo Veneto Governo, rivolgemose verso sta Insegna che ło rapresenta, e su de eła sfoghemo el nostro dołor.
    Par trexentosetantasete ani ła nostra fede, el nostro vałor, ła ga senpre custodia par tera e par mar, par tuto indove che i ne ga ciamá i to nemisi, che łi xe stai pur quełi de ła Rełigion.
    Par trexentosetantasete ani łe nostre sostanse, el nostro sangue, łe nostre vite łe xe senpre stae par Ti, San Marco; e fełicisimi senpre se gavemo reputá, Ti co nu, nu co ti; e senpre co Ti sul mar nu semo stai iłustri e virtuoxi. Nisuni co Ti ne gá visto scanpar, nisuni co Ti ne gá visto vinti e spauroxi!
    E se sti tenpi prexenti, infełici par inprevidensa, par disension, par arbitrii iłegałi, par visi ofendenti ła natura e el gius de łe xenti, no Te gavese cavá via, par Ti in perpetuo sarave stae łe nostre sostanse, el nostro sangue, ła vita nostra, e pitosto che vedarTe vinto e dixonorá dai toi, el corajo nostro, ła nostra fede, se gaverave sepełio soto de ti. Ma xa che altro no ne resta da far par Ti, el nostro cuor sia ł'onoratisima to tonba, e el piú puro e el piú grando to elogio łe nostre łagrime.”

    •   Alt 

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  2. #462
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    Predefinito Re: Cultura padana

    Un viaggiatore scorticato tra l'amara Italia e il Ticino
    È in libreria "Per le strade della Vergine", l'ultimo libro di Guido Ceronetti
    Per le strade della Vergine, l'ultimo libro di Guido Ceronetti in libreria da pochi giorni: un testo in cui lampeggiano – nerissimi – bagliori di lucidità metafisica e di sconsolato, fulminante umanesimo (innervato di sana misantropia, a sua volta sostenuta da una stranissima mondanità, intesa come passione per il cammino e per le affinità elettive).
    Tecnicamente (ma che senso ha tale avverbio, in letteratura?) è uno zibaldone che copre la vita dell'autore tra il gennaio 1988 e l'aprile del 1998: vi troviamo pensieri sparsi, incontri, treni, stazioni, camere d'albergo, trattorie, graffiti, agonie e morti di amici (Cioran) e amiche, le varie e nascostamente smisurate catastrofi dell'industrializzazione, e poi ancora delitti, solitudini, attese di pioggia, citazioni e commenti a sceltissimi stralci da poeti e filosofi, Heidegger, ad esempio.
    Ceronetti ha macinato chilometri quanto un inviato speciale ma con una differenza: s'è fatto capace di cogliere, per dirla con Kafka, i «mostri invisibili nell'aria intorno a noi», i reali rapporti di forza, di crudeltà, di potere, mentre parecchi altri suoi colleghi si sono limitati, negli stessi anni, ai fatterelli di giornata, con un occhio al mainstream e l'altro alla pensione. Il Ceronetti «politico» - che non ha paura di tradire il veto giornalistico sull'uso del pronome «io», diventando così qualcuno che ha finalmente qualcosa da dire - è tutto da rivalutare. Tra l'altro, è tra i pochi europei che possano criticare le porte aperte all'immigrazione «di ogni colore» senza passare per un pavido e piagnucoloso conservatore.
    Si trovano a proposito, nel libro, passaggi che potrebbero bene esser riscritti sull'oggi: «Il Mediterraneo (con poli di spavento nel Sud d'Italia e in Israele-Palestina) come triste, torva, ribollente, minacciosa prigione d'anime. Si nasce sulle sue sponde per espiare e soffrire di più e per sfregiare di più la figura umana. Città marittime, tutte più dentro nella cancrena. Napoli, puro inferno, Bari, Palermo...». Temi difficili, inaggirabili.
    Ma intanto godiamoci Per le strade della Vergine, dove c'è pure molta Svizzera. Gustose le note ticinesi e grigionesi, che solleticheranno la curiosità dei nostri lettori per nomi e luoghi. Eccone un paio.
    «Dice il cardiologo illustre Giorgio Noseda di Mendrisio che si può dire mehr Licht[le ultime parole pronunciate da Goethe] anche morendo sul cesso, purché ci sia un finestrino».
    «Roveredo, nei Grigioni di lingua italiana. Questo torrente è il Moesa che va a gettarsi nel Ticino. Vedo un appartamento misero affittabile da proprietari veramente deliziosi. Ma con i miei modesti mezzi è assurdo cercare casa in Svizzera, e Michèle certo qui non ci verrebbe. Puntuale nel grembo piovoso arriva la diligenza che mi riporta a Bellinzona.....peccato.....non c'è che la Svizzera per vivere decentemente...».
    Cultura e spettacoli - Un viaggiatore scorticato tra l'amara Italia e il Ticino

    LA PRIMAVERA CHE NON C'È PIÙ
    Maurizio Murelli
    Ricordo quando ero bambino e andavo dal "prestiné" (panettiere) a prendere il pane per i miei nonni. Camminavo per 300 - 400 metri e incrociavo persone indaffarate, anziani fuori dall'osteria, muratori, ambulanti, bambini miei coetanei che giocavano alla lippa o con uno sgangherato pallone. Per tutto il percorso raramente mi capitava di incrociare qualcuno che parlasse italiano: parlavano tutti milanese e io li sentivo tutti carne della mia carne.
    Ieri ho camminato a lungo sui marciapiedi della mia città; ho incrociato gente e bambini (tutti con l'Iphone o l'ipad... nessuno giocava) e c'era chi parlava cinese, arabo, pakistano, albanese, fuori dalla banca tre tizi con la 24ore parlavano inglese. Dopo un'ora, passando vicino al cimitero due vecchiette parlavano tra loro il milanese, sottovoce, quai si vergognassero del loro idioma (o almeno così io ho voluto pensare). Ho provato una forte emozione e la vergogna di sentirmi straniero in patria. Cose che capitano a chi ha iniziato l'autunno della propria vita e ha avuto la fortuna di vivere una fiorita e profumata primavera...

    Michele Ergativo Ghilardelli
    Pensate quando, tra non molti anni, in Padania inglesizzeremo i nomi dei paesi per non offendere gli stranieri con l'italiano, che è una lingua brutta e cattiva quasi come i dialetti.
    New Common (Comun Nuovo)
    Cream (Crema)
    Clear Mounts (Montichiari)
    Have Fat (Abbiategrasso)
    Coloured Valley (Valnegra)
    Ace (Asso)
    Borough of Tird (Borgo di Terzo)
    Have Dinner Over (Cenate Sotto)
    Raised (Levate)
    House Bed Up (Casaletto di Sopra)
    Seagull Castle (Castel Gabbiano)
    Pomeranian Coast (Costa Volpino)
    Grass (Erba)
    I Lick (Lecco)
    Praises (Lodi)
    St. Peter's Bridge (Ponte San Pietro),
    He salts (Salò)
    St. Good-Man Spa (Sant'Omobono Terme)
    They Expire (Spirano)
    I Return (Torno)
    Near-Ball Tower (Torre Pallavicina)
    Look Manor (Villa Guarda)
    Big Mint (Zeccone)
    Apple Orchards (Meleti)
    Shipìs boy (Mozzo)
    They Raise Up Lombard (Alzano Lombardo)
    Saint Given (San Donato Milanese)
    They Pull (Tirano)
    Niceone (Belluno)
    Threeface (Treviso)
    Veins aunt (Venezia)
    Piston Rod (Biella)
    With-the-Wood (Collegno)
    There-He-Goes (Ceva)
    Countryhouse on the Iron Hill (Casale Monferrato)

    Il cuore di Johann Matthias von der Schulenburg, il grande militare che formò l’esercito veneziano del ‘700
    MILLO BOZZOLAN
    E’ una storia che, a leggerla, commuove, ma prima una introduzione atta a presentare il grande personaggio, che amò così tanto Venezia e la terra veneta da lasciare le sue spoglie, divise tra la nostra capitale e Verona. Sibyl Von der Shulenburg, sua discendente diretta, ci racconta quanto avvenne alla sua morte. La ringraziamo per l’onore che ci ha concesso.
    Lo Schulenburg è ricordato per essere stato comandante generale dell’Armata Sassone e soprattutto per essere stato il grande riformatore militare dell’esercito di Venezia. Con la sua riforma l’organizzazione dell’esercito nazionale veneto passò dalla divisione in compagnie che Venezia si era data nel XVII secolo alla più moderna divisione in reggimenti, tipica degli altri stati europei dell’epoca.
    Tra il 1687 e il 1688 combatté con le truppe imperiali contro i Turchi in Ungheria. Nel 1699 divenne un colonnello nel reggimento tedesco di Vittorio Amedeo II di Savoia e nel 1701 fu ferito gravemente.
    Fu al comando della difesa della città di Corfù, nell’omonima isola, all’inizio del diciottesimo secolo, durante il governo veneziano. Nel 1716, i Turchi attaccarono sia per terra che per mare e misero sotto assedio la città che, dopo un mese di resistenza, fu liberata grazie alla brillante tattica di Schulenburg.
    In ricordo di questa impresa, nella piazza principale della città fu eretta una statua del comandante ed egli ricevette una pensione di 5000 ducati l’anno dalla Serenissima. A Venezia in Arsenale, vicino alla porta dei Leoni, venne posto un busto e una lapide in suo onore. Per celebrare la vittoria, fu commissionato a Vivaldi l’oratorio Juditha triumphans devicta Holofernis barbarie.
    Il mio rapporto col Veneto inizia presto, quando – fin da giovinetta – ero condotta in visita a Verona, la città nella quale mio padre avrebbe voluto che fosse sepolto il suo cuore. Forse un giorno racconterò qualcosa su questa storia, oggi invece voglio raccontarvi di come, a Verona, fu sepolto il cuore del più illustre dei membri della mia famiglia: il feldmaresciallo Johann Matthias von der Schulenburg.
    Molti conoscono la storia dell’unico feldmaresciallo della Serenissima, ma pochi sanno i dettgli sulla sua morte. Io ne sono venuta a conoscenza attraverso un articolo di Paolo Rigoli del 1998, pubblicatone “Verona Illustrata”.
    ”Schulenburg morì all’una di notte del 14 marzo 1747 nella ‘camera gialla’ di Palazzo Orti Manara. Il giorno seguente alle 15 circa si procedette all’imbalsamazione del corpo alla presenza del notaio. In una cassetta d’abete – subito sotterrata in un angolo della Corticella esistente sotto il balcone della camera suddetta, verso il Brolo, dalla parte di P. P. Scalzi – furono riposte viscere e intestino; entro una cassettina di piombo, ripiena di lana rossa imbevuta di liquori balsamici. Fu depositata un’altra scatola di larice incatramata con il cuore, i polmoni e due medaglie; il corpo, infine in una cassa di abete anch’essa incatramata assieme ad una piccola urna contenente le stesse medaglie”
    Il corpo fu tumulato nelle mura dell’arsenale, dietro il cenotafio di Morleiter, ma il cuore del feldmaresciallo… dov’è?
    Il cuore di Johann Matthias von der Schulenburg, il grande militare che formò l?esercito veneziano del ?700 | Storia e Arte veneta



    Vota Franz Josef
    L'uomo non riscuote una grande simpatia in redazione, principalmente per il linguaggio che usa. Tuttavia, quello che mostra è sacrosanto. In questo video straborda di retorica chiedendo "come mai?"
    Noi che conosciamo un po' l'Austria, la Germania e gli altri Paesi civili europei, la risposta la conosciamo: "Perchè l'Italia è un Paese di delinquenti e teppisti". E noi vogliamo che se ne vada dalle nostre terre, vogliamo vivere onestamente, in pace, in una società onesta e spendendo molto di meno, senza dover mantenere le schiere di parassiti italiani.



    Vota Franz Josef
    1900, quattro secoli di Austria per la nostra cara Gorizia, chiamata la "Nizza austriaca". Alla faccia degli immigrati italiani che l'hanno colonizzata dopo le pulizie etniche italiane iniziate ai primi di novembre del 1918. Esattamente come a Trieste, la maggioranza dei cittadini non è più autoctona. Ma anche se una casa cambia abitanti, i muri e le testimonianze storiche come queste foto, continuano a parlare le lingue mitteleuropee. Verrà il giorno che le pulizie etniche e l'etnocidio compiuto dagli italiani nel Litorale sarà conosciuto nel mondo e deprecato come tutti gli altri. I superstiti autoctoni non devono cedere, hanno sulle spalle il peso dei loro avi, ma anche la loro forza morale.

    Vota Franz Josef
    Se lo dice la RAI, potete star certi che la notizia è sicura. Ma questi argomenti sono "intrattabili" perchè chi apre bocca viene tacciato di razzismo. Fatto sta che il mantenimento di quella gente ci costa € 500 all'anno procapite. Se in famiglia siete in tre, pagate € 1.500 ogni anno per il loro mantenimento. Se conoscete qualcuno che dice ancora "se tutti pagassero le tasse si pagherebbe di meno", compatitelo. Se conoscete qualcuno che dice "il problema non sono gli italiani ma il loro governo"... decidete voi cosa pensare. A noi affibbiarono il "paccheto": Italia + suoi governi + suoi abitanti, nei primi giorni del novembre 1918. A qualcuno, il "pacchetto" fu ri-affibbiato nel 1954. E nessuno è ancora riuscito a liberarsene, salvo gli emigranti.

    Pubblica Amministrazione, Sud disastroso: costa 30 miliardi di Pil e l'Italia arranca al 17/o posto - Rai News








  3. #463
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    Predefinito Re: Cultura padana

    IL BUCINTORO IL VANDALISMO FRANCESE E GLI STRAFALCIONI
    MILLO BOZZOLAN
    Mi è capitato di leggere nei tempi passati in fbook, l’ennesima corbelleria, che suona offesa alla memoria più cara dei Veneti, i quali hanno ben chiaro a chi imputare la distruzione della più bella imbarcazione del mondo dell’epoca. Secondo l’autore della nota, non furono i francesi, per mano del vandalo Napoleone, a volerne la distruzione, ma bensì la municipalità giacobina veneziana.
    Che quest’ultima fosse un’accozzaglia di tanto pericolosi quanto inconcludenti personaggi, lo sappiamo, tanto è vero che il Foscolo, membro della congrega, propose l’incendio di Venezia per non lasciarla nelle mani austriache, ma che potessero metter naso sulla decisione della distruzione del Bucintoro, è una favola che non ha nessun senso.
    Il Bucintoro faceva parte dei beni dello stato veneto, di cui disponeva a piene mani l’esercito francese e Napoleone stesso. Il quale si impegnò a distruggere ogni simbolo dell’odiata Repubblica aristocratica, di sua spontanea volontà ed iniziativa. Tanto ne godette, che si fece inviare le ceneri delle strutture incendiate. Ecco quanto scrive Gigio Zanon in proposito.
    Napoleone ha dato ordine ai suoi generali di trasportare in francia TUTTO quello che c’era in Arsenale. TUTTO! Navi in costruzione o costruite, armeria completa di cannoni e munizioni, ecc. ecc. Le navi che potevano galleggiare e prendere il mare trainavano quelle non finite e le altre distrutte a terra, sugli scali, nelle darsene, nelle tese: insomma fare tavola rasa.
    Il Bucintoro era nella sua tesa “Casa del Bucintoro” e doveva essere trasportato in Francia anche quello. Però trovare 150 vogatori e una cinquantina di marinai in quei momentio era impossibile. Lo hanno fatto mettere in acqua e trainare dietro a S. Giorgio – dove i francesi già stavano colando tutti gli ori del tesoro di S. Marco, e tutto quello che avevano potuto rapinare – per iniziare a smantellare le statue per ricavarne l’oro zecchino che le ricopriva. Ci impiegarono circa venti giorni, e quindi vennero bruciate.
    Rimase solo lo scafo, che utilizzarono come prigione per quelli che gridavano ancora “Viva S.Marco”!
    A dicembre gli austriaci presero possesso di Venezia, e i francesi tentarono anche di bruciare lo scafo, ma non ci riuscirono. Così gli austriaci lo riadattarono come pontone galleggiante alla bocca del porto fornendolo di cannoni. Al ritorno dei francesi, venne bruciato del tutto e finì così una prestigiosa nave che avrebbe potuto essere un museo galleggiante di intarsi, statue, intagli, ecc. ecc.
    La municipalità non centrò nulla, se non con qualche caporione come il Zanchi e lo Spada che parteciparono…..agli utili! Napoleone provvide perfino a far restringere la porta acquea della tesa del Bucintoro, così come la vediamo ancor oggi, con lo scopo che non potesse essere riutilizzato lo scalo. Nella parete d’ingresso alla tesa dalla parte di terra, ancor oggi si possono vedere i mascheroni dove si passavano le funi per l’alaggio, oltre che alla porta monumentale.
    IL BUCINTORO IL VANDALISMO FRANCESE E GLI STRAFALCIONI in FBOOK. GIGIO ZANON FACEVA CHIAREZZA | Storia e Arte veneta







    “Apri gli occhi”: un romanzo di montagna e redenzione
    Elisabetta Longo
    «La bellezza del creato è l’espressione divina più alta». Intervista sul suo nuovo libro a Matteo Righetto, professore, scrittore e alpinista.
    Il Latemar è un gruppo dolomitico molto impegnativo da scalare. Ripido, friabile sotto le scarpe, sa far venire le vertigini all’alpinista più esperto. Sulla cima orientale del gruppo, chiamata Schenon del Latemar, c’è una croce, trofeo per il cuore dell’escursionista che riesce ad arrivare ai suoi piedi. Matteo Righetto ha compiuto questa scalata quattro volte. Da bambino, da adolescente, da adulto, infine da scrittore.
    Nel suo ultimo romanzo Apri gli occhi (Tea, 158 pagine, 13 euro) compie l’impervia scarpinata con Luigi e Francesca, i personaggi del libro, una coppia che coppia non è più. I protagonisti del libro decidono di avventurarsi sul Latemar per cercare la risoluzione di un dramma, per trovarne un senso nel momento più buio della loro vita familiare. Matteo Righetto sa accompagnare il lettore in questa lunga gita in montagna con descrizioni precise, che quasi sembra di sentire l’odore del muschio di primo mattino, che passo dopo passo diventa sempre più viaggio interiore.
    LA CRISI DELLA FAMIGLIA. Raggiunto da tempi.it Righetto si descrive come una persona «legata a valori tradizionali, quasi conservatore a mio modo, sposato e padre di due figlie femmine». Il tema della genitorialità è quello che più gli interessa approfondire, già trattato in La pelle dell’orso (Guanda), suo primo romanzo conosciuto al grande pubblico.
    LA SOLITUDINE DI UN FIGLIO. Anche La pelle dell’orso era ambientato ai piedi delle Dolomiti, e ben presto sarà un film, interpretato dall’attore Marco Paolini. Un gran bel passo per un professore di liceo artistico: «I miei ragazzi sono orgogliosi di avere un professore scrittore, ma io ne parlo di rado, se non quando devo rispondere alla curiosità giovanile. Sono davvero tanti i licei che mi hanno invitato a presentare La pelle dell’orso e poi l’hanno scelto come lettura di classe. Sono tanti i ragazzi che ho incontrato in questi anni. Guardando le loro paure, ho incontrato in un certo senso anche Giulio, il figlio di Luigi e Francesca, protagonista di Apri gli occhi». Giulio è un adolescente, un figlio unico come tanti, che vede il legame tra i suoi genitori disgregarsi: «Non viene mai ascoltato, anzi, quasi a farlo tacere viene continuamente inondato di regali. Come fanno tanti padri e madri di oggi, che troppo presi dalla quotidianità non sanno accorgersi dell’affetto che i figli chiedono loro. Laddove la famiglia è forte non ci sarà mai un adolescente problematico o solo».
    LA CROCE SULLA CIMA. Apri gli occhi procede per forti contrasti: da una parte i grandi spazi del Latemar, dall’altra la stanza angusta di un ospedale. Da una parte i profumi e il silenzio delle Dolomiti, dall’altro il caos e gli odori urbani di Milano. Il tutto è scandito da una voce in prima persona, che vede con occhi esterni la vicenda che coinvolge Luigi, Francesca e Giulio: «Volevo che il lettore desse una sua interpretazione di quella voce. Qualcuno ci ha visto la coscienza di Luigi, ma io credo che possa essere il sentimento del futuro, che vede con occhio più consapevole il dramma di questa famiglia. In parte è anche la voce di Dio, che li richiama ad analizzare i propri errori di genitori, che li incoraggia a compiere quella salita del Latemar come il loro personale Calvario. Lì ai piedi della Croce dello Schenon non troveranno le risposte ma altre domande, perché la vita è così. È un cammino di redenzione quello che Luigi porta a termine. Non ci sarà attimo in cui non chiederà scusa, con la propria sofferenza, per aver compiuto, senza esitazione, il gesto più estremo, fatto in nome dell’amore di un figlio».
    LA NATURA. Senza lo sfondo delle Dolomiti il racconto di Apri gli occhi non sarebbe lo stesso. Righetto ha scelto di ambientare lì la sua storia perché la montagna è l’espressione più alta della sacralità: «Quelle vette sfidano l’uomo, è lassù che si possono avere dei reali momenti di riflessione. In città si è troppo presi dal “dover fare”, dal continuo movimento. Ma succede anche a me, che pure abito a Padova, non proprio una metropoli, e quando succede indosso le scarpe da trekking. “Troverai più nei boschi che nei libri”, dice san Bernardo di Chiaravalle, una frase a cui sono affezionato e che apre il libro. Sono un po’ cistercense, per certi versi: per me davvero la bellezza del creato è l’espressione divina più alta».
    Apri gli occhi, intervista a Matteo Righetto | Tempi.it



    Fiume, l’aquila bicipite tornerà a svettare sulla Torre civica
    Decapitata dagli arditi di D’Annunzio nel 1919, la statua fu distrutta dai titini nel ’49. Via all’iter per la ricollocazione
    di Andrea Marsanich
    FIUME. Decapitata dagli arditi di Gabriele D’Annunzio nel 1919 e abbattuta dal regime jugocomunista nel 1949, l’aquila bicipite si appresta a svettare superba dal suo luogo di insediamento storico: la cupola della Torre civica a Fiume.
    La ricollocazione del rapace, simbolo della città e dei fiumani autoctoni, dovrebbe avvenire nella primavera del 2017, stando a quanto precisato dall’amministrazione comunale. A dieci anni dall’avvio del procedimento atto a sistemare nuovamente la statua dell’aquila bicipite sulla sommità della Torre civica, la questione ha avuto finalmente un’accelerata. Del ritorno della statua si era parlato anche nella recente seduta del consiglio municipale e in questi giorni responsabili dell’amministrazione Obersnel hanno confermato che prossimamente sarà bandita la gara pubblica per l’approntamento della scultura e il suo posizionamento sulla cupola, in collaborazione con esperti di statica.
    L’iniziativa, tesa a riparare un torto storico, si deve a Lista per Fiume, partito che fin dalla sua nascita si adopera per tutelare, recuperare e valorizzare il patrimonio storico–culturale della città in riva al Quarnero. «Oltraggiata nel 1919 e uccisa 30 anni dopo – così il presidente di Lista per Fiume, Danko Švorini – la nostra aquila non è mai stata dimenticata dai fiumani, è rimasta ben viva nella loro memoria. Finalmente ripareremo questa ingiustizia storica, nella certezza che l’aquila bicipite tornerà il simbolo di Fiume, di una città dal passato irripetibile e, speriamo, con un futuro denso di soddisfazioni».
    Fiume, l?aquila bicipite tornerà a svettare sulla Torre civica - Cronaca - Il Piccolo




    Vota Franz Josef
    "Oh Italia oh Italia del mio cuore... ma chi... te ga ciamà, orco Tron!"

    L'ITALIA NON È UN PAESE SICURO. ISLANDA, DANIMARCA, AUSTRIA E SVIZZERA PRIMEGGIANO - MiglioVerde

    Vota Franz Josef
    Il super massone sembra pentito. Se prosegue con l'autocritica, non passerà molto tempo prima che dia ragione a Metternich e dica Viva Franz.

    ?Quest?Italia senza futuro che si affida alla magia? - Linkiesta.it

    Vota Franz Josef ha condiviso la foto di Karl W. Schubsky.
    "La baronessa Morpurgo disse che anche i più poveri tra i poveri, le chiesero aiuto per poter appendere dei drappi neri alle finestre" (cit. Koudelka). Invece secondo i Pinocchi che ci dominano, i triestini odiavano gli Asburgo ed aspettavano impazienti che i vari Ciro, Gennaro e Salvatore, andassero a "liberarli" e "portargli la civiltà".
    Triest. - Leichenzug Erzherzog Franz Ferdinands und seiner Gattin Sophia von Hohenberg, 1914.



    Vota Franz Josef
    Istanti di commozione che possono valere anni di vita sotto l'Italia e le sue tarantelle.

    https://www.facebook.com/schutzenkom...28932/?fref=nf




    Vota Franz Josef
    Non criticheremo mai gli usi e costumi dei vari popoli e non diamo giudizi, se non quando si pretende di esportarli ed imporli a terzi. Possiamo solo notare la distanza siderale che c'è tra la nostra cultura mitteleuropea e la loro.
    Che siano orgogliosi della loro cultura e la condividano con i Paesi loro simili dove ci sono riti simili di flagellazioni e crocefissioni...
    Noi apparteniamo a un'altra fascia culturale, non possiamo vivere in uno stesso Stato con la stessa amministrazione e le stesse leggi. Gli "usi e consuetudini" sono tra le fonti del Diritto, le leggi sono diverse tra i Paesi proprio per questo motivo.
    I popoli convivono con difficoltà direttamente proporzionale alle differenze tra i loro usi e costumi. Entro qualche centinaio di chilometri si può ancora fare. Oltre ai mille chilometri, quando si passa dalla fascia sovra tropicale e ci si avvicina a quella artica incontrando le Alpi, la differenza culturale è troppo grande per convivere in uno stesso Stato centralizzato.
    I valori sono diversi, diverse sono le società, le economie, gli stili e gli orari di lavoro. E sono diverse le lingue, che riflettono la diversità del modo di pensare. Quando anche la Storia è diversa, si sta parlando di "Nazioni" diverse. Ed in ogni caso se dovessimo confederarci, potremmo farlo solo con i Paesi e le Regioni della Mitteleuropa.



    In Afghanistan i musulmani festeggiano l'Ashura

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    Predefinito Re: Cultura padana

    Professor Giovanni Gobber, preside della facoltà di Scienze linguistiche dell'università Cattolica, si può parlare di lingua lombarda?
    "No, in Lombardia ci sono molti dialetti tutti diversi fra loro. Parlare di lingua lombarda presuppone l'esistenza di una norma codificata, accettata e valida in un unico territorio. Ma non è così. In quest'area molto ampia si parlano tanti dialetti".




    Milano è la regina d’Italia, è la città che attira più turisti
    Redazione
    Non solo la capitale economica e finanziaria. Non soltanto il vero grande centro del business italiano. Non più, esclusivamente, lavoro e industrie. Ma anche, ristorazione, moda, design, attrazioni: in una parola turismo.
    Si riscopre sempre più bella e sempre più amata Milano, che - secondo i dati diffusi dalla Camera di commercio - è la città che in Italia in questo avvio di 2016 è riuscita ad attirare più stranieri. Ad inizio d’anno, infatti, spiega l’ente di Palazzo Turino “Milano supera Roma, Firenze e Venezia, ma anche mete internazionali come Mosca e Pechino, con camere negli alberghi occupate fra il 60% e il 70%”.
    La rinascita di Milano come perla attrattiva passa attraverso nuove zone - “cresce lo spazio da Garibaldi a Centrale e Buenos Aires” - e da un nuovo tipo di turismo, “sempre più di weekend”. “È un momento particolare per osservare il turismo - ha spiegato Remo Eder, consigliere della camera di commercio -. I dati che si confermano positivi nelle ultime rilevazioni mostrano come Milano è cambiata. Il turismo business sfocia sempre di più nella componente leisure. Giocano un ruolo importante le attività congressuali, con attenzione al tempo libero, alle attività culturali e sportive. Cresce la presenza dei visitatori nei week end”.
    “L’immagine della qualità della vita della città si è fatta strada nella percezione dei diversi Paesi, aiutata anche dai nuovi strumenti mediatici più immediati - ha evidenziato il consigliere Alfredo Zini -. Il vantaggio internazionale in settori come la ristorazione, la moda e il design rappresenta un importante fattore di attrazione. Una dinamica dunque positiva che rende Milano scelta anche per gli eventi e che allo stesso tempo rafforza la forza dell’offerta di ospitalità”.
    E se in Italia la Madonnina spadroneggia, all’estero si fa rispettare. Per occupazione degli alberghi - secondo i dati della camera di commercio - Milano tocca il 67,6% e supera il 55,6% di Roma, il 56,5% di Firenze e il 53,4 di Venezia. In Europa si posiziona sesta dopo Amsterdam, Amburgo, Berlino, Francoforte e Londra, ma supera città come Parigi, Vienna e Monaco e fa anche meglio di Mosca e Pechino.
    Milano batte tutti: è la città con più turisti in Italia

    Un po’ di Storia … a colazione. Con un “Cappuccino” davvero speciale.
    Luigina Pizzolato
    Tra i gesti più consueti della quotidianità, c’è quello di fare colazione, sia a casa che al bar, con una tazza di fumante cappuccino, un caffè allungato con del latte. Ben pochi immaginano gli eventi storici che si celano dietro alla più tipica e tradizionale delle nostre colazioni.
    Il caffè era arrivato in Europa dell’Oriente, grazie ai commerci Veneziani, già nel XVI secolo, anche il medico e botanico marosticense Prospero Alpino aveva descritto la pianta. Nel secolo successivo si era diffuso l’uso della bevanda, molto diversa dall’espresso che consumiamo oggi, ma dalle grandi e apprezzate particolarità. Anche a Vienna, l’importantissima capitale del Sacro Romano Impero, aprirono botteghe per il consumo e la vendita del pregiato prodotto. Il cornetto che spesso ordiniamo con il cappuccino altro non è che un dolce che i fornai viennesi inventarono per festeggiare una grande vittoria sui turchi, un impasto con la forma della mezzaluna.
    Pare che al frate cappuccino Marco d’Aviano abbiano servito il caffè, nero e amarissimo, e che lui abbia chiesto del latte per addolcirlo. Il liquido assunse il colore marrone del saio dei Cappuccini, da qui il nome, universalmente diffuso. Il nome di Marco d’Aviano da noi è invece sconosciuto ai più, e pensare che scorrendo gli alberi genealogici delle dinastie europee numerosissimi sono i nobili che portano come secondo nome il nome e cognome di questo frate.
    Carlo Domenico Cristofori, nato nel 1631 vicino ad Aviano, all’epoca della Guerra di Candia si era imbarcato per andare a combattere, poi aveva compreso che avrebbe potuto dare in altro modo il suo contributo alla causa, si fece frate cappuccino assunse il nome di Marco. Iniziò un’intensa attività di predicazione nelle Terre della Serenissima, con un larghissimo seguito.
    La fama di predicatore e delle guarigioni operate aveva raggiunto l’imperatore Leopoldo I d’Asburgo, che lo volle come confessore e consigliere. Nel 1683 anche Papa Innocenzo aveva affidato a Marco una missione diplomatica quasi impossibile, riuscire a coalizzare gli stati europei contro l’incombente minaccia dei Turchi, giunti nei sobborghi di Vienna. Solo l’abilità di Marco e la venerazione di cui godeva riuscirono a mettere insieme le numerose teste coronate europee facendo loro superare rivalità e pretese di comando e precedenza. Grande assente la Francia, il Re Sole si augurava una sconfitta di Leopoldo ad opera dei Turchi.
    La sera prima della battaglia decisiva, padre Marco fu accanto ai soldati, celebrando la Messa sul Kahlenberg, la collina che domina Vienna, incitandoli a credere nell’aiuto divino. L’imperatore Leopoldo in persona serviva la Messa. La battaglia del 12 settembre si risolse con la vittoria della Lega Santa e la ritirata dell’esercito turco, nonostante questo fosse preponderante e ben armato.
    Papa Innocenzo XI proclamò quella data “Festa del Santissimo Nome di Maria”, inviò una benedizione a frate Marco, che non ebbe altre ricompense. A Vienna invece fu il personaggio più osannato, intorno alla sua figura nacquero racconti di miracoli e prodigi. Frate Marco si adoperò con autorevolezza anche negli anni successivi al fine di liberare le terre occupate dagli Ottomani, nonostante le divisioni delle varie Corti europee.
    Il 13 agosto 1699 assistito personalmente dall’imperatore e dalla moglie Eleonora, Frate Marco morì. La gente lo pianse e giunsero folle da ogni dove per rendere omaggio al frate defunto, l’imperatore diede ordine che venisse seppellito in una cappella separata dagli altri confratelli. Quattro anni dopo le spoglie di Marco d’Aviano, anche in previsione di una causa di beatificazione, furono spostate all’interno della chiesa dei Cappuccini di Vienna, dove si trovano ancor oggi, nello stesso edificio che ospita le Tombe imperiali. La beatificazione è avvenuta nel 2003, ad opera di Papa Giovanni Paolo II, ma con gli attuali indirizzi che ha preso la Chiesa, qualche fondato dubbio sorge. Che Frate Marco non possa mai diventare santo per non offendere altri credi, visto che Papa Bergoglio in presenza di certi personaggi preferisce coprire la croce pettorale.
    Un po? di Storia ? a colazione. Con un ?Cappuccino? davvero speciale. | Storia e Arte veneta







    Vota Franz Josef
    Da quando il saggio comune di Opatija-Abbazia ridiede lo storico nome di Franz Joseph Promenade alla "passeggiata Tito", essa è tornata ad essere "die Perle von Adria", la destinazione normale e privilegiata del turismo mitteleuropeo ed asburgico.
    Si può giungere ad Abbazia addirittura con il "Treno Imperiale", opzione costosetta ma che può valere una vita. Ve lo immaginate di viaggiare nella stessa carrozza ristorante, sedere sugli stessi velluti, mangiare le stesse cose e sentire gli stessi odori che sentivano Franz ed Elisabetta, magari udendo le stesse musiche suonate sugli stessi violini?
    Ad Abbazia, alberghi e pensioni si stanno ristrutturando per recuperare parte del loro antico fascino, quando si disputavano la clientela mitteleuropea a colpi di inserzioni pubblicitarie sui quotidiani di Vienna e Berlino. Vantavano le terme interne agli hotel, le sale di cura ed in alcuni casi anche le piscine e le saune. Le pensioni meno dotate, vantavano semplicemente un'ottima cucina ed il proprio Gemütlichkeit, parola intraducibile per gli italiani.
    Gorizia "giardino della Mitteleuropa" e Trieste "ancora oggi austriaca più a lungo di Graz e Salisburgo", lasciano a Slovenia e Croazia il turismo mitteloeuropeo ed asburgico. Il treno storico percorre solo la tratta Jesenice-Nova Gorica. Poi c'è il Katzelmacherland che blocca ed interrompe tutto.
    Il Castello di Miramar viene fatto marcire e crollare da quegli schifosi. I tricoloruti locali parlano molto di "rilancio turistico" di Trieste, ma resta inteso che non deve essere turismo mitteleuropeo ed asburgico. Perchè altrimenti, gli italiani e gli esuli, si incazzano.
    E pensare che i turisti mitteleuropei potrebbero arrivare fino alla Stazione Transalpina di Trieste con i treni a vapore e tuffarsi in mare dopo pochi istanti o imbarcarsi per l'Istria e le fantastiche Laurana, Abbazia, Cherso... o potrebbero scendere ad Opcine o Sežana per andare in carrozza a Lipica, fare il giro delle osmice, scendere con il tram che gli italiani non riescono a far funzionare... fare tante cose bellissime ed interessanti, com'era prima che arrivassero i suonatori di tamburello che "re Mida" al contrario, fanno diventare sterco tutto ciò che toccano.

    Vota Franz
    Per comprendere questo Witz bisogna sapere che a Trieste come in tutta l'Austria, vigeva la tradizione dell'omo de fero. Trattavasi di una statua lignea di un soldato (a Trieste un marinaio) che veniva ricoperta di chiodi fino a sembrare di metallo. Per piantare ogni chiodo si pagava un tot che veniva devoluto in beneficenza, alle famiglie dei caduti, feriti e dispersi. C'erano due o tre tipi di chiodi con vari prezzi, i soldi si mettevano nel classico cestino mitteleuropeo e gli "uomini di ferro" venivano presidiati dagli Scauti o da altri volontari... speriamo che a fine giornata portassero al sicuro il ricavato ma questo non è sicuro.
    L'idea di fare lo stesso con la statua di un italiano da trafiggere con le baionette non era male e chissà che qualcuno non l'abbia veramente fatto in qualche angolo dell'Impero.










    Vota Franz Josef
    Questo viscido essere di Buttiglione, racconta la solita balla sull'autonomia... non dice che le province autonome, con il "differenziale fiscale", provvedono da sole in sostituzione dello Stato. E che fanno meglio, spendono e rubano meno, fanno meno fesserie dello Stato. E' da tanti anni in politica che non può non sapere come stanno in realtà le cose.
    E' nato a Gallipoli come D'Alema, stessa regione che diede i natali a Salandra, del quale disse Giolitti: "E' stato tutto un inganno da pugliese". Vi nacque anche Aldo Moro e tutta una serie di personaggi dei quali avremmo potuto fare tranquillamente a meno, se non fosse giunta la Maledetta Barca. Da noi la Polizia si chiama Puglia, in memoria dei Conquistadores del 1918.
    Indovinate da dove viene l'altro essere strisciante che vorrebbe togliere l'autonomia del Tirolo? Suo padre era pugliese... un "puglioto" cancelliere del Tribunale dei Conquistadores di Bozen. Non mangia cibo Südtirolese, preferisce quello italiano e vive a Roma che le piace tanto ed è il luogo natale della madre. Il luogo d'origine non è indifferente, lo spirito dei Conquistadores è talmente forte che sarebbe pronto a rovinare il posto dove è nato e cresciuto... e dove ha avuto una formazione culturale, che a San Giovanni Rotondo, dubitiamo che avrebbe avuto.
    Tuttavia questi esseri striscianti bluffano... l'Italia non può annullare il patto De Gasperi-Gruber perchè la situazione tornerebbe immediatamente in mano all'ONU. Che potrebbe anche decidere di togliere il Tirolo all'Italia, dopo le tristi esperienze del passato, del presente e se le cose vanno come vorrebbero queti pazzoidi, anche del prossimo futuro.
    Forse sarebbe un bene se facessero veramente sul serio... la questione arriverebbe al Consiglio di Sicurezza dell'ONU entro un paio d'anni quando l'Italia sarà ancora più avvinghiata al Terzo Mondo... nel quale ci sono diversi Paesi che hanno ancora dei conti in sospeso con essa.
    Perchè attaccano l'autonomia del Tirolo se sanno di non poterlo fare? Per demagogia, per aizzare gli italiani che non aspettano altro. E per dispetto... perchè gli italiani saranno sempre invidiosi degli ordinati e civili paesi nordici.
    Da Lecce al Brennero ci sono 1.200 km. Dal Brennero alla sua capitale Innsbruck ce ne sono 52. Fino a Vienna sono 520, molti meno dei 715 che ci sono fino a Roma. Quei chilometri sono un abisso tra due mondi talmente diversi da essere incompatibili.
    Quei 1.200 km sono inferiori a quelli che ci sono tra Praga e Parigi. Che dei pugliesi vogliano togliere l'autonomia al Tirolo, è come se gli abitanti della Moldavia volessero togliere l'autonomia al Land austriaco del Burgenland. Anzi, la Moldavia è parecchio più vicina di quanto lo sia il Brennero, rispetto a Lecce. Anche Vilnius in Lituania, è più vicina.
    Eppure nessun moldavo, nessun lituano, si sognerebbero di togliere l'autonomia di un Land austriaco. Ma dei pugliesi si... anche se ci sono nati e vissuti.


  5. #465
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    Predefinito Re: Cultura padana

    Al via le celebrazioni del 219° anniversario delle Pasque Veronesi, la più importante insorgenza veneta e dell’Italia centro-settentrionale contro Bonaparte e i rivoluzionari francesi(17-25 aprile 1797)
    Domenica 17 aprile 2016, ore 10-12,30, Piazza delle Erbe, a Verona: Alzabandiera del glorioso vessillo della Serenissima sulle note dell’oratorio militare sacro Juditha triumphans di Antonio Vivaldi; presentazione dei reparti militari di 219 anni fa; rievocazione del giuramento di Perasto, nell’Albania veneta. Dispiegamento sul toloneo di Piazza delle Erbe di un grande drappo marciano.
    Spari a salve dei militi storici.
    Domenica 17 aprile 2016, ore 16, Piazza delle Erbe, a Verona: Deposizione di una corona d’alloro sotto la colonna col leone marciano, abbattuto dai giacobini nel 1797 e poi ricostruito; onori militari in Via Mazzanti presso la targa che ricorda l’inizio dell’insurrezione di Verona e i primi combattimenti fra truppe dalmatine (Schiavoni) e i rivoluzionari francesi. Spari a salve dei reparti storici.
    Domenica 17 aprile 2016, ore 17-18,30, Piazza delle Erbe, a Verona: Alle ore 17 in punto la storica campana del Rengo della Torre dei Lamberti, in Piazza delle Erbe, suonerà a martello, per ricordare l’inizio delle Pasque Veronesi. Dalla torre verrà svolto un drappo di trenta metri coi colori civici azzurro e oro. Spari a salve dei reparti storici dalla piazza e dalla torre. Giuramento delle reclute. Alle ore 18,30 ammainabandiera marciano, nuovi rintocchi della campana del Rengo e spari a salve finali dalla piazza e dalla torre. Ai partecipanti saranno distribuite coccarde con i colori cittadini, azzurro e oro.
    Lunedì 25 aprile 2016, ore 17, a Settimo di Pescantina (Vr): Chiesa di Sant’Antonio, in Via A. Bertoldi 17 (Villa Bertoldi). Santa Messa cantata in lingua latina e in rito antico in onore di San Marco, principale Protettore dei Veneti Domini, nel giorno della capitolazione di Verona alle truppe francesi e della conclusione dell’insurrezione cittadina. Con l’intervento di militi veneziani nelle divise storiche, armi d’epoca e spari a salve.
    Lunedì 16 maggio 2016, ore 18, Palazzo Ridolfi Da Lisca e Porta Nuova, a Verona: Deposizione di corone d’alloro a Palazzo Ridolfi Da Lisca (in Stradone Maffei, odierno Liceo Montanari) e a Porta Nuova, sui luoghi dove i capi dell’Insurrezione veronese, 219 anni fa, furono rispettivamente processati e poi fucilati.
    Mercoledì 8 giugno 2016, ore 17, al Cimitero monumentale di Verona: Cerimonia privata di suffragio sulla tomba del Cappuccino Servo di Dio, Padre Luigi Maria da Verona, fucilato 219 anni or sono dai rivoluzionari francesi.
    Sabato 18 giugno 2016, ore 10.30, a Settimo di Pescantina (Vr): Chiesa di Sant’Antonio in Via A. Bertoldi 17 (Villa Bertoldi). Santa Messa cantata in lingua latina e in rito antico, a suffragio dei caduti delle Pasque Veronesi e degli abitanti del paese di Pescantina, assassinati nel corso della repressione napoleonico-giacobina. Con l’intervento di militi veneziani nelle divise storiche, armi d’epoca e spari a salve.



    QUEL LION CHE GUARDA CORRUCCIATO VERSO ROMA.. E DISTURBA GLI ITALIANI DI MESTRE
    MILLO BOZZOLAN
    Carissimi,
    diffondo un po’ la notizia perché è gustosissima.
    Gli “eruditi” del Centro Studi Storici di Mestre protestano perché lo storico Leone di San Marco – posto al centro di Mestre – è stato rimontato con lo sguardo rivolto minaccioso verso sud, cioè verso Roma, anziché verso Nord, verso Vienna, come era stato voluto in origine dal Regno d’Italia.
    Sul Vangelo queste cose sono chiamate “il segno dei tempi”…
    Il carattere di invasione, più che all'impero asburgico, dovrebbe imputarsi con molta più forza nei riguardi del Regno d’Italia, che ha cancellato i diversi riconoscimenti che gli Asburgo avevano concesso ai Veneti (primo tra i quali quello di chiamare i Veneti “Nazione”) e ha cercato di cancellare l’identità dei Veneti alla radice, arrivando persino a negarne la storia.
    Ma ci pensa la storia a rendere Giustizia:
    SAN MARCO OGGI GUARDA VERSO IL VERO NEMICO: ROMA.
    WSM!
    L’Associazione WSM Venexia Capital, e’ lieta di apprendere che il Gazzettino dedichi un po’ di spazio anche alla storia veneziana, all’indignazione popolare mestrina per l’errato orientamento del leone (Risorgimentale) che non volgerebbe piu’ verso l’odiata Austria…
    A capo di questa protesta indignata c’e’ il Centro Studi Storici di Mestre, sono gli stessi signori che nell’ottobre 2015 denigrarono la presenza di molti Veneziani accorsi festanti con la loro bandiera marciana per l’inaugurazione del leone della Sortita, etichettandoli come: patetici sbandieratori.
    Sono gli stessi signori/professori che inorridirono quando sentirono l’inno di San Marco suonato dalla banda di Tessera su invito del Sindaco durante la cerimonia.
    Forse da oggi si e’ aperta una nuova epoca anche per il Gazzettino, che fino a ieri ha sempre trattato con distacco le vicende storiche della “troppo scomoda” Serenissima, basti pensare cosa e’ accaduto negli ultimi giorni: non ha dedicato nessun articoletto riguardo alle tre importanti commemorazioni storico-religiose del 25 marzo, avvenute a Venezia in occasione della ricorrenza della Nascita leggendaria di Venezia 1595 anni fa e dell’ Annunciazione, tenutesi al mattino in Piazzale Santa Lucia tra veneziani adulti e bambini, che hanno portato omaggi floreali alla Madonna Infiorita, al pomeriggio in campo San Giacometo e di sera in Campo Sant’Alvise altre commemorazioni, tutte e tre regolarmente autorizzate dal Comune, dopo anni di latitanza da parte delle Autorita’ Comunali ed Ecclesiastiche. Non ha dedicato nemmeno una riga sulla staffetta umana del 18 marzo, Da San Marco a San Marco, centinaia di veneti partiti dal Lago di Garda arrivati dopo molti giorni di marcia a Venezia per portare un gonfalone marciano al Patriarca (anche questa volta assente) in onore del nostro Santo Patrono.
    Da anni assistiamo e subiamo tristemente una lunga lista di censure e ridicolarizzazioni mediatiche da parte della stampa locale nei confronti di eventi storico-culturali veneti. Fa sorridere tristemente ora notare l’indignazione di molte persone per una questione di gradi di orientamento del leone (seppur importanti), sapendo che forse sono in gran parte coloro che non hanno nemmeno il coraggio di tenere in mano con orgoglio una bandiera marciana, di esporla sul balcone di casa almeno il 25 aprile giorno del nostro Santo Patrono, di cantare l’inno di San Marco e magari non sanno nemmeno cosa ci sia scritto nel libro in mezzo alle zampe del leone. Purtroppo queste polemiche hanno un punto comune di partenza e sono tutte figlie dell’esaltazione di un determinato periodo storico: il cosiddetto Risorgimento italiano.
    Concludendo alla ns Associazione WSM Venexia Capital sta a cuore soprattutto che ci sia il Leone sopra la colonna, che valorizza una Piazza altrimenti grigia e anonima, poi che guardi verso sud va bene lo stesso in riferimento all’orientamento verso il vero NEMICO, l’importante e’ che i cittadini possano goderselo e magari con spirito ed orgoglio marciano.
    http://venetostoria.com/2016/03/31/q...i-di-mestre-d/



    UN CLAMOROSO CASO DI PLAGIO: LA MARSIGLIESE COPIATA DA UN COMPOSITORE PIEMONTESE
    MILLO BOZZOLAN
    Il celeberrimo tema musicale della Marsigliese — ormai è certo — risaliva al 1781, dunque al periodo prerivoluzionario. Fu rubato pari pari al musicista piemontese Giovambattista Viotti, il vero autore, da Claude Joseph Rouget de Lisle (1760-1836), poeta e capitano francese di stanza a Strasburgo, che fu l’autore del plagio.
    Sulla musica di Viotti, De Lisle stese i versi rivoluzionari dell’inno e lo esibì il 25 aprile 1792, a Strasburgo, cantandolo in casa del Barone Philippe-Frédéric de Dietrich, Sindaco della cittadina alsaziana. I volontari marsigliesi, diretti a Parigi per sostenere la Rivoluzione, lo fecero proprio; e da qui nacque la denominazione di La Marseillaise, La Marsigliese. La Convenzione la proclamò inno nazionale francese con proprio decreto del 14 luglio 1795.
    Giovambattista VIOTTI (Fontanetto Po, Vercelli, 12 maggio 1755 – 3 marzo 1824) Viotti fu violinista e compositore piemontese di fama europea, amico della Regina Maria Antonietta. Ricoprì l’incarico di musicista di Corte a Versailles, ma lasciò Parigi per Londra all’inizio del 1792, quando i torbidi rivoluzionari si facevano sempre più gravi e insanguinavano le strade e le piazze della Francia. Dall’Inghilterra passò in Germania, ad Amburgo; e poi di nuovo a Londra. Di qui sarebbe tornato in Francia soltanto alla Restaurazione monarchica nel 1818, quando la sua amicizia col Conte di Provenza, salito al trono col nome di Luigi XVIII, gli fece avere la nomina a direttore dell’Opéra di Parigi. Ma nel 1821 Viotti fece ritorno a Londra, dove si spense.
    La conferma dell’incredibile plagio da parte di de L’Isle e dei rivoluzionari si deve alla Camerata Ducale di Vercelli, diretta da Guido Rimonda, violinista egli stesso. Pubblicando l’opera omnia di Viotti, nel 2013, Rimonda ha scoperto lo spartito originale e l’esatta datazione del brano musicale, quindi la sua indubitabile attribuzione al grande musicista piemontese.
    Prima della Rivoluzione francese sembra che il brano venisse utilizzato anche come accompagnamento eucaristico per il canto del Tantum ergo, Sacramentum, le cui parole si attagliano perfettamente a quelle note.
    http://venetostoria.com/2015/12/21/u...re-piemontese/

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    Non tutti ricordano che i patrioti irlandesi erano nostri alleati, o meglio alleati della Germania poichè i lunghi secoli di alleanza tra Austria e GB non si potevano cancellare da un momento all'altro. O meglio, non erano cancellabili per la nostra mentalità, non per quella dei regnanti britannici più o meno massoni da secoli.
    Quando la GB dichiarò guerra nel 1914, non poteva mandare gli irlandesi a combattere, perchè le forze armate britanniche erano composte esclusivamente da volontari. Perciò promise loro l'autonomia da avere dopo la fine della guerra.
    Gli irlandesi non ci andarono e la GB iniziò a parlare di "coscrizione obbligatoria", come in seguito decise.
    Riforniti da sommergibili tedeschi, i patrioti irlandesi insorsero il 24 aprile del 1916, lunedì di Pasqua. Erano solo 1.500 ed occupano diversi edifici di Dublino. La GB gli mandò contro delle Brigate con carri armati e dimostrò di essere disposta a distruggere la città pur di aver ragione dei patrioti. Dopo 5 giorni di combattimenti, la resa e la fucilazione di 80 patrioti.
    Ma in 1.500 avevano fatto fuori 500 invasori, un risultato militare di tutto rispetto. Tra i loro nomi de Valera, Connolly, Pearse, Daly, Dnag, Ceant. Maally, la contessa Markiewicz, Plunkett, Clark, O’Rahilly ed un giovanissimo Michael Collins.
    Quando si arresero, furono insultati dalla popolazione che non era insorta. I dublinesi tra immigrati britannici ed assimilati dopo secoli di lavaggio del cervello dagli insegnanti e dai media britannici, non avevano ancora recuperato la loro identità.
    Ma lo fecero in seguito, grazie all'insurrezione della primavera del 1916. Sentendo cantare le gesta degli eroi morti nei loro pub, confrontando i loro patrioti che avevano dato la vita con gli arroganti britannici che si arricchivano sulle loro spalle.
    Nel 1918 il Sinn Fein aveva conquistato 73 seggi al partito fantoccio rivale, in soli due anni l'identità irlandese era rinata grazie sopratutto alle varie porcate perpetrate dai britannici dal 1916 fino ad allora. Nel 1919 ci fu una grande ondata di scioperi e le prime azioni militari dell'IRA. Ci furono scioperi della fame, arresti, brutalità e scontri a fuoco crescenti, nel 1920 la sommossa prese carattere di Guerra di Indipendenza.
    Una delle leve del potere britannico in Irlanda era la polizia, composta da immigrati o comunque da non cattolici e stanziati in ben 1.500 caserme. Vi ricorda niente?
    Ne furono uccisi 363 e molti altri decisero di collaborare con i patirioti dell'IRA che non andavano per il sottile e compivano esecuzioni spettacolari, come quella di un Giudice inglese che fu seppellito sulla spiaggia con solo la testa fuori, in attesa della marea.
    Gli anglo-britannici commisero l'errore fondamentale di mandare in Irlanda delle milizie di nazionalisti britannici che irruppero in 38 mila case irlandesi, arrestarono 5 mila irlandesi e ne fecero scomparire diversi, con solo 77 omicidi accertati. Questa era la molla che serviva al pacifico popolo irlandese, nessuno più collaborò con gli occupanti, nessuno più credette ad una sola loro parola e tutti iniziarono ad aiutare, nutrire e nascondere i patrioti dell'IRA. Che erano 15 mila dall'inizio alla fine ma solo 3.000 impiegati contemporanemente.
    I paramilitari inglesi erano i "blak & tans" e gli "ausiliari"... erano pari o superiori di numero all'IRA ed erano gli sbandati ed i violenti del dopoguerra, l'equivalente degli Arditi che impestarono le nostre terre e che diedero vita al fascismo.
    Nel frattempo Michael Collins che organizzava la rivolta aveva colpito gli invasori nel loro punto più debole: la riscossione delle tasse, attaccando tutti gli uffici delle imposte britannici del Paese, incendiando gli schedari ed appropriandosi del denaro. Fu questo che fece andare in bestia i britannici e gli fece compiere l'errore di mandare i loro peggiori sgherri sull'isola, alienandosi le residue simpatie di cui godevno.
    Non abbiamo pretese di fare cronache dettagliate, comunque nel 1921 la sanguinosa guerra di liberazione terminò e portò al Trattato. La storia finì nel 1923 quando l'avversione al Trattato troppo favorevole alla GB e che poneva l'Irlanda dentro il Commonwhealt, provocò la seconda guerra, detta "civile" perchè vide i patrioti, combattere contro i collaborazionisti che avevano aderito al primo trattato ed alla Repubblica ancora succube della GB, sebbene non più sfruttata bestialmente come prima.
    Morirono molte persone tra cui Collins e molti collaborazionisti, che subirono le esecuzioni più o meno rituali dell'IRA che li considerava traditori.
    L'IRA alla fine depose le armi ed iniziò la storia della libera repubblica irlandese, con meno collaborazionisti di prima.
    Ma tutto si era giocato dal 1916 quando gli irlandesi sputavano sui loro patrioti, al 1919 quando iniziarono ad appoggiarli.
    In tre soli anni era cambiato tutto e così può succedere ovunque, dove uno Stato straniero occupa delle terre non sue e riduce i nativi in suo potere tramite il lavaggio del cervello, anche se dura da diversi secoli.


    Gaffe diplomatica del presidente del Consiglio Matteo Renzi che all’arrivo a Roma del re di Norvegia, Harald V, ha cercato di stringergli la mano, senza venire ricambiato. Le regole dell’etichetta diplomatica vogliono infatti che i reali non possano essere mai toccati in alcun modo (e il nostro premier replica l’errore mettendo la mano sulla schiena del sovrano scandinavo). I reali possono di loro iniziativa porgere la mano, ma non possono essere richiesti di essere toccati da nessuno.







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    Un giudice sportivo friulano punisce un giocatore del Napoli? Povero lui... ci permettiamo di suggerire alla famiglia, di non frequentare le pizzerie per alcuni mesi. La probabilità di trovare personale napoletano è elevatissiima, quasi una certezza. E se fossero riconosciuti, non si sa cosa gli potrebbe accadere. Anzi, per solidarietà potrebbero astenersi dalle pizzerie tutti i friulani, tornare ai loro cibi tradizionali nei loro locali tradizionali, scoprire che si sta sempre meglio nutrendosi di prodotti della propria terra e magari con i loro consumi, creare posti di lavoro friulani per friulani.

    Caso Higuain, da Napoli piovono insulti alla famiglia del giudice Tosel - Sport - Messaggero Veneto





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    Predefinito Re: Cultura padana

    Volley, Champions donne: delirio Casalmaggiore, è campione d’Europa
    La Pomì di coach Barbolini travolge il VakifBank Istanbul in finale a Montichiari con un secco 3-0
    Straordinaria impresa di Casalmaggiore che in finale di Champions batte 3-0 la formazione turca del VakifBank Istanbul e si laurea campione d’Europa per la prima volta: 25-23, 25-23, 25-22 i parziali che mandano in estasi il sestetto di coach Barbolini e riportano in Italia un trofeo che mancava da sei anni (l’ultimo successo era stato quello di Bergamo nel 2010). Leggendaria Francesca Piccinini che vince la sesta Champions in carriera.
    Finisce nel migliore dei modi la strepitosa avventura di Casalmaggiore nella Final Four di Champions League al PalaGeorge di Montichiari. Un successo netto, arrivato dopo poco più di un'ora e mezza di gioco, che catapulta Casalmaggiore nella storia della pallavolo. Per la squadra, nata nel 2008, si tratta del terzo trofeo in bacheca - di sicuro quello più prestigioso - dopo lo scudetto dello scorso anno e la Supercoppa italiana vinta lo scorso ottobre in finale contro Novara.
    L'Italia torna così sul tetto d'Europa dopo un'attesa che stava iniziando a diventare lunga: l'ultimo successo di una squadra del nostro paese risaliva all'edizione 2009-10 quando Bergamo, bissando il trionfo dell'anno precedente, piegò in finale un'altra turca, il Fenerbahce. Serata magica per Francesca Piccinini, che a 37 anni vince la sua sesta Champions League in carriera, e per coach Massimo Barbolini che diventa campione d'Europa per la terza volta.
    Nel tabellino dell'incontro spiccano i 14 punti della Piccinini (eccezionale anche oggi) e i 13 di Jovana Stevanovic, superlativa in fase difensiva (ben 5 i punti a muro). In doppia cifra va anche Valentina Tirozzi (11) mentre al VakifBank di Giovanni Guidetti non basta una grande prova di Robin De Kruijf (per lei 13 punti con 4 muri vincenti).
    Stavolta la Turchia, che lo scorso anno vinse il titolo con l'Eczacibasi Istanbul facendo piangere Busto Arsizio in finale, si deve inchinare: la vendetta è servita, Casalmaggiore (e l'Italia)[la Padania] possono godere.
    Volley, Champions donne: delirio Casalmaggiore, è campione d?Europa - Sportmediaset

    Antiche forme di democrazia Veneziana
    di Millo Bozzolan
    Ora che pian piano si cerca da più parti di ripristinare la nostra antica libertà, basandosi sulle nostre tradizioni plurimillenarie (la veneta nazione esiste, piaccia o meno da più di tremila anni) vorrei accennare all’antichità della istituzione assembleare tra i Veneti.
    Le assemblee antiche erano in genere costituite dai capi famiglia, e dibattevano liberamente dei problemi della collettività. Queste assemblee eleggevano dei tribuni, sia tra i veneti di terraferma che tra i ‘venetici’ della laguna (così nominati dai greco bizantini). Di questi ‘tribuni’ resta una raffigurazione nei mosaici della basilica di San Marco e, particolare notato da pochi, questi tribuni, raffigurati prima che il Dux Venetorum abbandonasse una specie di tiara per il corno dogale, indossavano proprio il copricapo di foggia simile, che poi il Doge adottò. Un particolare questo che li collega ai capi paleoveneti, raffigurati nelle situle, col berretto ‘frigio’ sulla testa, come probabile insegna di distinzione. Niente da stupirsi: le società antiche erano molto conservatrici e tendevano a tramandare secolo dopo secolo, i simboli del potere.
    Sappiamo che la Venetia da Tera fu prima dominio longobardo, poi il potere si frazionò in liberi comuni, dove, non diversamente che nelle lagune, le assemblee di tradizione antichissima, deliberavano e decidevano. Il ‘Salone’ di Padova fu chiamato appunto ‘Palazzo della Ragione’, ma non fu certo l’unico della Venetia, solo l’esempio più illustre e prestigioso.
    Tali assemblee, ci spiega Edoardo Rubini, nell’età del bronzo e prima età del ferro, erano comuni a tutto il bacino centro europeo, come il tiglio che ne era il simbolo, sotto le cui sacre fronde si riunivano per le delibere e per amministrare giustizia. Ed è per questo che il tiglio fu disegnato in qualche simbolo araldico delle comunità del Friuli, del Veneto, della Slovenia. Non solo, rimase anche nella toponomastica (ricordo Teglio Veneto vicino a Portogruaro) e il ricordo delle antiche assemblee sopravvisse nel nome di “Consìo”, un piccolo paesino vicino a Mogliano Veneto.
    Le signorie non soffocarono del tutto, in terraferma, queste assemblee antiche, probabilmente sopravvissero, con conflitti, credo, endemici, e quando Venezia estese il proprio dominio alla terraferma, potenziò e aumentò la loro funzione di rappresentanza.
    Un esempio per tutti: Feltre aveva un consiglio di nobili e possidenti composto di dodici membri, Venezia lo volle più ampio e i membri divennero quaranta. Nella Patria del Friuli, dove i feudatari avevano soffocato l’antica assemblea, nel piccolo parlamento di Udine furono introdotti anche i rappresentanti delle classi popolari. Questo spiega bene l’attaccamento filiale dei sudditi al Leone marciano, simbolo delle antiche libertà ripristinate. Sia nel Veneto odierno che nel Friuli, come nella Lombardia veneta.
    Venezia per poter gestire uno stato sempre più complesso, e per evitare conflitti di potere che in terraferma dettero origine alle signorie, si evolse in repubblica aristocratica, ma non fu mai un sistema oligarchico, dove pochi governavano per difendere il loro interesse, e il potere delle assemblee continuò, nella struttura delle ‘scole’ di Arti e Mestieri comuni del resto anche alla Terraferma. Queste categorie avevano amplissima autonomia, e venivano ampiamente consultate per la formazione di leggi (dette ‘parti’) che toccassero i loro interessi.
    Per concludere, a differenza di altri popoli, i Veneti non dovevano imparare nulla, in fatto di democrazia vera ed effettiva e di partecipazione nella gestione del potere. Col tramonto della millenaria repubblica marciana, la Tradizione, che aveva retto la nazione veneta per tanti secoli, fu buttata nella pattumiera, in nome della ‘modernità”, mentre molto si poteva e doveva conservare. Al posto delle antiche libertà, uno stato Moloch, che ci divora e ci soffoca dalla nascita alla morte, illudendoci di essere ‘liberi’ e cittadini tutti uguali l’uno all’altro.
    http://vivereveneto.com/2015/04/03/a...te/#more-13643



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    Agli italiani non servono interpreti e traduttori qualificati dalle loro stesse scuole; Stato e Tribunali assumono dei "conoscenti" pagandoli € 5 all'ora. E fioccano gli errori giudiziari e le figuracce internazionali.
    Ciò conferma la teoria del prof. Zorko Knoblauchsuppe von Volkswagen, riguardo l'approccio degli italiani alle lingue straniere:
    "Essendo tutti gli stranieri "barbari", gli italiani deducono che i barbari debbano per forza, comprendersi tra di loro. Pertanto per comunicare con essi, è sufficente una conoscenza rudimentale della lingua inglese."
    Il prof. von Volkswagen ha fornito ampie dimostrazioni della Sua teoria, come ad esempio il fatto che gli italiani pronunciano qualsiasi parola straniera all'inglese e quando la pronuncia inglese non è adeguta come nel caso del polacco o dell'olandese, usino la loro straordinaria fantasia con le invenzioni più creative che non ricordano dopo un secondo, riuscendo a pronunciare lo stesso nome in varie maniere nel corso della stessa telecronaca o dello stesso discorso.

    Cercasi traduttori non qualificati. Se hai studiato, peggio per te - Il Fatto Quotidiano

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    Giornalisti italiani... bisogna essere più tolleranti con i neo analfabeti funzionali... non è per niente detto che saper leggere in Italia, sia strumento di crescita culturale. Anzi...





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    Che non pensiate che gli ufficiali fossero dei bassotti. Era lui, l'Arciduca Eugenio, ad essere alto oltre due metri. Nel frattempo, in uno degli eserciti nemici, gli ufficiali si aumentavano la statura con notevoli tacchi degli stivali e con degli strani cappelli alti quasi 20 cm.



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    Naturale... sono anni che ogni tanto vengono presi alcuni marinai in scandali più piccoli... il pesce puzza sempre dalla testa e che l'Italia non possa permettersi portaerei ed F 35, lo vede anche un bambino. Sarebbero anche inutili perchè quando i militari scappano come fanno sempre gli italiani, abbandonano le armi in ogni caso, pertanto è meglio che costino il meno possibile.

    Inchiesta petrolio, spunta dossier contro De Giorgi. "Tutte le spese folli della Marina" - Repubblica.it



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    Novara 1849... gli italianisti ne presero tante, che non osarono più romperci le scatole per una decina d'anni, quando riuscirono a comprarsi l'alleanza del dittatore francese. I nostri sono naturalmente in bianco... Vi sconsigliamo di vedere gli altri filmati della "rievocazione" perchè c'è uno speaker con tipica voce da bersagliere in pensione, che dice tante di quelle corbellerie, da far venire il nervoso.



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    Sulla bacheca di un abitante del Litorale:
    "Ieri ho visto per la prima volta la lapide ai nostri caduti nel cimitero di Monfalcone. Gli italiani vogliono convincerci che i nostri nonni erano i nemici e quelli che venivano da 1000 km per conquistarci, erano gli amici. Questo è aberrante!"
    Tuttavia anche questo monumento ha i suoi falsi storici: non erano caduti solo sul fronte orientale, specie i bisiachi del decimo M/baon del 97° che "caddero" sul San Michele, a 9 km da Monfalcone ed a 3-4 km da Ronchi.



    Vota Franz Josef ha condiviso la foto di Trento è Tirolo - Trient ist Tirol.
    Da sol 98 ani
    che sti mona de taliani
    en Tirol i è arivadi
    A portar la "civiltà"
    padroni i è deventadi
    e li che sen ciavadi.
    Ma la storia chi la sa,
    se i taliani i ha canzelà
    squasi tut quel che gh'era?
    Monumenti, vie e piaze,
    i l'ha cambiada adretura
    anca el nome de sta tera.
    I ha fondà sto Trentin
    i ha creà en bel casin
    sia a Trent che a Bolzan
    Con decreti e proibizioni
    quel che sempre fu austriach
    i fa deventar talian.
    Ndela scola ai scolari
    i maestri importadi
    i ghe 'nsegna quel che i vol,
    de Garibaldi e dei taliani,
    ma no i te dis che nde sti ani
    Trento l'era Tirol.
    E se te disi "Sen tirolesi"
    i te varda cativi e ofesi,
    te par de aver fat en pecà,
    ma l'è perché sti taliani
    da 98 ani
    la storia no i sa.
    E i te parla de Battisti,
    a le volte anca de Filzi
    che per lori i è "eroi",
    Ma no i te dis
    che quei bastardi
    tuti i doi i è stà ciapadi
    No dai tedeschi ma propri dai "soi".
    Ndela matematica dei trentoni,
    3 traditori mbruioni
    i vale pu de 60.000 omeni.
    Fedeli a l'imperator,
    contro l'esercito invasor,
    gran onor ai nossi noni!
    Contro l'esercito dei taliani
    12.000 volontari, zent de le nosse vali.
    Ma la scola no la ensegna,
    per far la memoria degna
    ai soldati de sti ani,
    nossi noni e bisnoni
    (tuti coi nossi cognomi!)
    che no i voleva esser taliani.
    E fago na domanda
    ai taliani che comanda:
    Battisti, Chiesa e Filzi
    i sarà sempre en trei,
    perché non podo vantarmi
    de quel che i è stadi i MEI?
    E per finirla subit
    ve domando atenzion:
    pitost che autononia
    mi voi la Autodeterminazion!





    https://www.facebook.com/piccoloditr...00381/?fref=nf

    Vota Franz Josef
    Caro Quesc'tò,
    o' cappisci o nun o' capisci che finn' aqquaanno sc'ti vecchi bacucchi sc'uonneranno "Wien Bleibt Wien", non saranno mai bonni tagghianni e non si acquieterann'e di palluni e tivvù? Provvedi carissim'e ch'io non debba chiù sc'entire sc'te camurrie.
    O' Prefè
    PS: 'u 'mmese prossime saranno duddi mezzi ignudi a Barcole ommini e femmine. Se li ommini veggono tette & culi in natura, non corrun'a 'ccasa appicciannu 'o telvisoru. E poi vannu ad ubbriacarsi nelle Hosmizze, e si addromentano subbite subbite. Se li televisori stannu sc'penti, co' a minghia di Buddah che guardano i nosc'tri teleggiurnali e continuerannu a esse' cattivi ittaghiani. Cattivissimi e fetùsi. Provvedi cumpà!

  7. #467
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    Predefinito Re: Cultura padana

    Ogni cosa è concimata
    Caterina Giojelli
    «Ogni cosa è concimata»: finalmente un bel sentire. In questi tempi di astrazioni digitali e penne prestate alla causa della società liquida e della nuova specie social, uno Spartaco esce dal coro, e dice una cosetta così: «Credo che una buona approssimazione della felicità possa ritrovarsi racchiusa in pochi chilometri quadrati di Oceano Padano, tra i confini segnati dalle rogge e dai campi di granoturco, e dal nostro pudicamente inammissibile bisogno di consolazione».
    Il punto non è che uno scrittore si dovrebbe occupare del resto mondo, ma che scrivendo Oceano Padano (editori Laterza, 171 pagine, 13 euro) Mirko Volpi, classe 1977, ricercatore in linguistica italiana all’università di Pavia, lo ha fatto senza occuparsene: in ogni riga dedicata a quella «dimora del tessuto burroso che si dipana tra l’Adda e l’Oglio: e dal centro della Lombardia verde si irradia indefinibilmente ad est, un poco a ovest ma si arresta ritroso ai piedi del più piccolo accenno di altezza», si avverte una sorta di gestazione tranquilla di una positività, una saldezza per il mondo, di concime del mondo. Mentre fuori il resto accade, nell’Oceano Padano il sole al tramonto «cade sempre, immancabilmente, dietro a un mucchio di merda», la vera ambrosia del fittavolo, la sicurezza di un fatto, di un posto dove c’è sempre da fare, da costruire, da concimare, e lo spazio delle sensazioni è quello che resta tra le mani callose, le pieghe della pelle bruciata, il fumo che esce di bocca d’inverno.
    Tutto, in questo Oceano che riposa sotto un sole lattiginoso e galleggia in pace su «acqua, letame e burro» lambendo l’Isola madre (la «distante e aliena, Milano. La Città»), ritrova finalmente il suo posto grazie a un innato rapporto non sentimentale con gli altri esseri viventi, «l’istintiva inclinazione a collocare l’acqua nei fossi, le pannocchie nel campo, gli animali nei recinti che gli competono».
    In altre parole in questo principato «del duttile pragmatismo campagnolo che cava bellezza dal bisogno», il cane sta fuori a far la guardia, il gatto è ignorato perché non serve, le vacche e i maiali, bestie superiori, «di superbo sfarzo estetico ed enogastronomico» e animali sacri, «li onoriamo al meglio ammazzandoli e mangiandoli nel più sontuoso dei modi», regnano incontrastati; salami e cotechini sono appesi a stagionare nei garage, nelle lavanderie, nei disimpegni delle case, l’amore non si dice ma si fa, i contenziosi si risolvono non con gli avvocati, ma con quattro roncolate bene assestate dietro il campo di melga, i morti vengono onorati in casa da solide certezze estetico-filosofiche (Par ch’al dorma. Par ch’al rid. Vardé ‘me l’è bel. Par püsé bel adess che prima, è tutto un ripetere delle sciure paladine del memento mori ai lati della bara) solide generazioni vengono tirate su grazie alla ruspante pedagogia campagnola, «Prima da parlà, tas» (o «Caregna carogna, caregna carogna», piangi carogna, piangi carogna, ripetuto ai lattanti in pianto fino allo sfinimento), e all’antimoderno pilastro dell’alimentazione: la merenda delle quattro, pane burro e zucchero.
    L’archetipo della Bassa
    «Ma dov’è che vai sempre in giro a fa el stùped? Sta’ un po’ a cà tua». Appassionato dantista e tuttavia tutt’altro che homo viator, figlio e nipote e discendente di una stirpe adusa solo «ai cambi periodici di cascina e di mezzadrie, ai sanmartini stagionali», Volpi ha assorbito secoli di permanenze: «Mi da chì me sa sposti gnanca mort» è l’universale ritornello, il tributo di parole povere all’essere degli oceanici «molecolarmente agganciati ai fusti di melga, alle aie assolate». Gente a cui scorre il burro nelle vene, scabri e sintetici «per un eccesso di profondità consonante con la natura dei luoghi», la cui indipendenza è «quella dell’acqua che sgorga da sola dalla terra» e la lingua comune è quella che tace «nella certezza che qui ci piantumano radici più robuste di quelle dell’olmo. Altro non serve, noi amiamo restare».
    E si capisce: qui si collabora sempre con la realtà e i ritmi scanditi dall’avvicendarsi delle stagioni, delle burde (i nebbioni) la spüsa di letame, gli inni a Dio, che qui ha preservato l’autunno in una composizione unta, sgocciolante e perfetta come la cassoeula, la limpidezza di una natura verde, marrone e azzurra che serve sempre la verità. Il mare salato il padano non lo capisce, “cosa me ne faccio?”, “ci irrighi mica i campi, con questa”, lui «ama solo le rogge, i pesci di fosso, le polle d’acqua sorgiva, gli infidi canali ombreggiati dai filari di ontani, le increspature dei fili d’erba delle verdissime distese. E nella sua mente vede tutto ciò trasformarsi in foraggio, concime, latte formaggio». Qui in sostanza, si pratica un amore senza ritorno.
    «Sono nato a Nosadello, come nessuno», scrive Volpi, e scrivendolo dice tutto di quell’isola in cui è spremuto e condensato l’Oceano Padano. Nosadello è «un presidio culturale contro il presente», e quindi un luogo necessario, al pari di tutti gli altri luoghi che stingono nel verde oceanico, ignorati da chi li attraversa cercando la strada per la Statale Paullese: punteggiato di campanili che richiamano il popolo rurale alla sua fede solida e indiscussa; operoso nel silenzio, indisponibile a barattare attenzioni con alcunché.
    Qui le sciure d’estate fanno la prova grembiule, la strada più breve per arrivare al successo è una cavedagna, «mio padre nel pieno della canicola dice a mia madre “intanto che imparo a morire, portami un ghiacciolo”», alle 19.50 d’estate, si inalano i fumi dello zampirone sotto il portichetto. Nient’altro succede perché a Nosadello non è mai successo niente. A parte la comparsa di qualche “talebano” («l’11 settembre ci ha fornito di novità lessicali»), solo una volta ha piovuto molto, i tombini si sono intasati, «mia madre già brandiva lo scopettone come la Giovanna d’Arco del ripristino dell’ordine; guardavamo con occhi inespressivi la Gradella tracimata, stavamo lì, “ha tracimato”, “l’è vegnida foeura, che bale…”, già annoiati dalla novità».
    Da Nosadello ci si sposta solo per tre ragioni: per lavoro (sbancare il lunario a Milano), per conquista (far rissa alla festa della birra di Ombriano), per pellegrinaggio (al santuario di Santa Maria del fonte di Caravaggio). Per il resto «succede così poco che faccio fatica ad inventarmi quello che potrebbe succedere» e anche questo è un bel sentire, così politicamente scorretto da trovarci spremuto il contenuto supremo dell’esperienza dell’uomo, la caducità delle cose, il senso innato della contingenza, il sole che cade dietro le cascine, dietro i padri e i figli che hanno bevuto dalle stesse rogge e che imparano a morire mangiando un ghiacciolo. E trovi in quell’umile adesione a un destino, una umile speranza di salvezza, di conservazione e protezione: «Nosadello, il mio svogliato e distratto baluardo alle aggressioni del secolo», dove è ancora possibile essere certi nella presenza del Bene e sperare che sul campo patinato di brina tornerà a grandeggiare la melga: «L’attendere certo, la gloria del futuro raccolto».
    In cima a una delle torri che dominano il complesso dell’università di Pavia si legge, appena sotto l’orologio, “Par ingenio Virtus”. A Nosadello, patria di un ottimismo intinto nello spleen del vecchio mulino fermo da anni, su una balla di fieno della cascina Zuetta, si legge: Va’ a laurà, pirla.
    Fuori, intanto, il “resto” continua ad accadere: intorno all’Oceano Padano si avvicenda un mondo, pieno di gente che non solo non sa cos’è la cassoeula, ma non sa nemmeno come si pronuncia.
    Ogni cosa è concimata | Tempi.it



    LE CHIAVI DI CORFU’?
    VE LE SPEDIREMO CON LE PALLE DEI CANNONI.
    I VENETI AL TURCO.
    MILLO BOZZOLAN
    “4 agosto: ritenendo che gli assediati siano ormai allo stremo e manifestando d’esser pronti per l’assalto decisivo, i Turchi mandano a parlamentare un araldo con bandiera bianca che chiede la resa senza condizioni della piazzaforte, offrendo salva la vita agli occupanti. Loredan manda il dragomanno Bartolomeo Bruni e il maggiore Sardina a parlamentare con il comandante turco Mohamet Chossa ed il serachiere Kara Mustafà. Non si conoscono le proposte dei Turchi, ma soltanto la risposta del Da Mosto che manda a dire che spedirà loro le chiavi della città con le palle dei cannoni.”
    Questi gera omani no i veneti de ancuo…
    http://venetostoria.com/2016/03/28/l...neti-al-turco/



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    75 anni fa il colpo più tremendo mai ricevuto dagli sloveni: entrano le truppe del Terzo Mondo a Lubiana. Gli sforzi millenari dell'Impero e di tutti i suoi popoli, gli sforzi che fece il regno SHS nel dicembre del 1918, erano stati vani: i Cifarielli erano arrivati. Il martirio cessò nel 1945.
    Sloveni, croati, montenegrini, libici, eritrei, somali, tirolesi, abitanti del Litorale e della Val Canale... tutta gente che sa molto bene cosa significa essere amministrati dall'Italia. Gli unici che non si rendono conto sono gli italiani, che non hanno mai provato niente di diverso.



    Vota Franz Josef
    In ricordo della seconda invasione italiana della Slovenia, 75 anni fa. Il 3 maggio del 1941, il Re d'Italia emise un decreto di annessione della Slovenia e creò la Provincia italiana di Lubiana.
    Nessuno fece un cosa simile nella seconda guerra mondiale, a parte le annessioni dirette della Saar, di Danzica e dei Sudeti, territori germanofoni già trattati ingiustamente dal trattato di Versailles e dai nuovi governi.
    Hitler conquistò fior di Paesi totalmente stranieri ma non se ne annettè nemmeno uno. Francia, Olanda, Belgio, Norvegia... rimanevano degli Stati e non diventarono mai "Germania". I Paesi conquistati ad est da Hitler, fecero parte del "Governatorato".
    Qualcuno suggerì ad Hitler di annetterli o di creare degli Stati che avrebbero potuto essere dei fantocci come ad ovest... egli si rifiutò perchè non poteva immaginare di avere dei cittadini tedeschi discriminati. Infatti aveva tolto la cittadinanza tedesca agli israeliti. Dai territori del Governatorato voleva solo materie prime...meglio di tutto era lasciarli nel limbo di "territori occupati".
    L'Italia no...si doveva annettere la Slovenia ed i lubianesi dovevano essere cittadini italiani come quelli di Catanzaro.
    Nell'articolo 6 del Decreto di annessione, quel nano mostruoso del Re d'Italia scriveva che la lingua di insegnamento obbligatoria era lo sloveno. Si...ma solo per le elementri. Dalle medie in su, niente sloveno e solo italiano.
    Mise il filo spinato intorno a Lubiana, ammazzò migliaia di cittadini, imprigionò, uccise, bruciò... ed erano secondo le sue stesse Leggi, "cittadini italiani".
    Follia? No signori... era "risorgimento". Proprio così, da quando erano "Impero" il nazionalismo linguistico non valeva più e dissero agli sloveni che li avevano liberati dai serbi, come avevano detto agli asburgici di averli liberati dagli Asburgo, ai papalini di averli liberati dal Papa, ai granducali di averli liberati dai Granduchi.
    E le centinaia di criminali di guerra? L'Italia repubblicana si guardò bene dal consegnarli, nonostate avessero ammazzato e perseguitato dei "cittadini italiani".

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    Lubiana. La stragrande maggioranza degli italiani è fiera che sia stata "Italia" fino a lì, o comunque non ci trova niente di male.
    Il frutto non cade mai distante dall'albero e fino quando i virgulti italiani saranno allevati a pane & risorgimento, i frutti saranno sempre marci. Il quadro internazionale della politica estera esclude nuove campagne di conquista militari da parte degli italiani.
    Ma la politica internazionale muta rapidamente... consigliamo tutti i Paesi confinanti di non smantellare proprio tutte le difese. E consigliamo a nonni e nonne, di non sospendere i racconti per far addormentare i bambini: "Se non ti addormenti subito, arrivano gli italiani che ci portano via tutto..."





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    Solo gli italiani possono avere il coraggio di ribattezzare un luogo simile "Val Romana".
    Kanaltal ist nicht Italien!
    Fusine in Valromana (Teilansicht mit Kirche, Schule, AK gel.1931)








  8. #468
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    Predefinito Re: Cultura padana

    Gioann March Pòlli
    Libretti degli assegni e bancomat in lingua bretone, in aumento l'uso. Venti operazioni ogni ora...
    Qui invece continuiamo a dormire il sonno degli ignavi.

    https://www.francebleu.fr/infos/econ...nne-1461161186

    Messa in genovese, processione e banchetti: è la Fiera di Santa Zita
    Edoardo Meoli
    Genova - Domenica 24 santa messa solenne alle 16.15 con successiva processione con i crocefissi lignei delle confraternite, l’arca della Santa su carro trainato da cavali e banda di Rivarolo. Mercoledì 27 santa messa in genovese alle 18 in onore di Santa Zita e messa in suffragio dedicata a Gilberto Govi, con distribuzione di fiori benedetti. In serata, alle 21, rappresentazione di “Pignasecca e Pignaverde”, una delle più celebri commedie goviane presentata dalla compagnia I Villezzanti.
    Per la parte gastronomica sagra della focaccia e della farinata domenica dalle 19 alle 21, mercoledì dalle 18 alle 22. Da segnalare che da domani scatteranno anche i divieti di sosta nelle strade interessate dalla processione (validi per tutta la giornata): via Pisacane, via della Libertà (sino all’intersezione con via Barabino), via Santa Zita, via Siria, via Bianchi, piazza Paolo Da Novi.
    Messa in genovese, processione e banchetti: è la Fiera di Santa Zita | Liguria | Genova | Il Secolo XIX



    Lago di Como e Sacro Monte di Varese nell’ultimo numero di Terra Insubre
    Indice completo della rivista:
    I Romantici e il Lago di Como: tra bellezza naturale e impronta culturale
    di MARIO TACCONE
    Lungo percorsi diversi da quelli del Grand Tour, Fogazzaro, Nievo e Verga sono stati gli unici a non trasformare il Lario in una bella ‘cartolina’, capaci di coglierne l'anima, il suo genius loci
    I innocent a l’ester del Mark Twain
    VOLTAA IN LOMBARD INSUBER DAL GIAN PIETRO GALLINELLI
    Sul Lagh de Còmm
    Sulle ultime campagne di studio delle epigrafi preromane di Carona
    di FILIPPO MOTTA - Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica dell’Università di Pisa
    Le nuove numerose iscrizioni in leponzio rilevate presso il sito d’alta quota in Val Camisana lo configurano come un luogo di culto e d’incontro fra etnie diverse, non solo celtiche.
    Arte e identità dei Celti a Londra: tanto splendore e qualche abbaglio
    di MAURIZIO PASQUERO
    A fronte della quantità/qualità dei reperti esposti, il ‘celto-scetticismo’ dei curatori cozzava con la percezione di una celticità condivisa e connessa che al British Museum scorreva a fiumi
    Il revival celtico nelle Isole britanniche
    di MARIA VITTORIA SALA
    Nella mostra londinese, un’intera sezione illustrava ai visitatori il lungo percorso che, dopo mille anni di silenzio, ha riportato alla ribalta il mondo dei Celti insulari.
    FOCUS: YUKIO MISHIMA
    A cercar la bella morte
    di PAOLO MATHLOUTHI
    Sacrificio di una Maschera
    di MARIO ANDREA VATTANI
    Le ultime ore del grande scrittore giapponese e il suo incontro con il Destino narrati sotto forma di racconto da un virtuoso della penna, letterato prestato alla diplomazia.
    Seppuku: Mishima e la cultura del suicidio in Giappone
    di NICOLA SPINELLI
    Nella cultura tradizionale giapponese il suicidio rituale è suggello di una vita improntata alla ricerca della perfezione. Il sacrificio di sé come anelito all'immortalità.
    Un’idea esagerata di Giappone
    di ALESSANDRA COLLA
    Arte e Azione convergono nell'impresa disperata messa a segno da Isao e dai suoi compagni, ribelli al futuro protagonisti del romanzo più sulfureo e controverso di Mishima.
    Rituali, riti di passaggio, feste e folklore
    di MASSIMO CENTINI
    Il noto antropologo torinese ci offre una lettura trasversale per riflettere sul complesso ruolo della tradizione e dell’identità popolare nei cosiddetti “riti di passaggio”.
    La Cripta del Santuario di Santa Maria del Monte a Varese
    di CRISTIANO BRANDOLINI
    Riaperta al pubblico lo scorso novembre, la Cripta del Sacro Monte, dopo le lunghe indagini e i restauri che hanno interessato i preziosi affreschi rinvenuti durante i lavori di ripristino.
    IN CIMA AI COLLI: Antiche fortificazioni di Saronno e terre limitrofe
    di MATTEO COLAONE
    Questo territorio dell’antica pianura rurale sepriese, oggi ampiamente urbanizzato, rivela insospettate presenze castrensi: talune conservate, altre scomparse, purtroppo in tempi recenti.
    L'Abbazia di Lucedio e i Cistercensi
    DI CLAUDIO MARTINOTTI DORIA
    Esploriamo le origini della celebre abbazia fondata dai monaci cistercensi, un ordine monastico le cui attività furono alla base della fioritura economica medievale in Europa.
    Dalla Vandea a Milano, sulle ali di un drago azzurro
    di MAURIZIO PASQUERO

    DESTINA IL TUO 5 X MILLE A TERRA INSUBRE.
    per vedere come fare: Terra Insubre - In Evidenza
    *per informazioni, acquisti e abbonamenti:
    Associazione Culturale Terra Insubre
    via Oslavia, 4 - 21100 Varese (VA)
    tel/fax: 0332.286542 | segreteria@terrainsubre.org
    Terra Insubre




    MI SO MARCHESCO E MARCHESCO VOJO MORIR
    La fede fino alla morte nel nostro Leon
    Millo Bozzolan
    Torno brevemente a ricordare come si definivano i partigiani di San Marco, dall’epoca dell’invasione dell’esercito imperiale della lega di Cambrai, ai giorni terribili del 1797, in cui vaste aree della terraferma si sollevarono, con la forza dei disperati (ed anche il furore) contro la soldataglia napoleonica. Essi si definivano “marcheschi” o “marcolini” e così erano chiamati, quando i municipalisti e i francesi non li definivano “briganti” tout court.
    E’ ormai noto a tutti l’episodio riportato da uno stupito Macchiavelli, del contadino veneto, che rifiutò la grazia (condannato a morte per resistenza armata) offerta dal vescovo schieratosi con la coalizione antiveneziana, per non abiurare il gonfalone marciano.
    Quindi avevamo da una parte i marcolini e dall’altra i cosiddetti “patrioti”, che inseguivano utopie ideologiche sull’onda della Rivoluzione francese. La Patria dei marcolini era una cosa su cui non valeva la pena di far tanti discorsi: era il campanile (quindi la Religione) erano le autonomie amministrative e l’autogoverno della comunità secondo i propri statuti antichi, era la fratellanza del villaggio, e tra i vari strati sociali che, attraverso le arti e mestieri, le confraternite. e la nobiltà locale, costituivano una grande famiglia ricca, perché valorizzava le diversità.
    Contro di essa, c’erano i “patrioti” che volevano imporre una Patria astratta, basata su utopie (quali l’uguaglianza, mai esistita in natura), teoremi e ideologismi scritti sulla carta, su principi usati in maniera strumentale per portare al potere una borghesia spesso amorale e che per trionfare, doveva cancellare la storia stessa, farne tabula rasa, per costruire il “cittadino” pieno di “diritti” del tutto teorici e dei doveri (che prima costituivano i pilastri della società ed erano via via crescenti man mano che saliva il rango sociale della persona) non si doveva quasi parlare.
    Ecco, miei cari, in cosa consisteva allora il sentimento “marchesco”. Le utopie della Rivoluzione han portato poi ai disastri del ‘900, dominato da tutti gli -ismi possibili. Giacobinismo, socialismo, fascismo, comunismo. E ci aggiungo anche il liberalismo, con lo sfruttamento dell’uomo considerato come merce.
    http://venetostoria.com/2015/11/29/m...eon/#more-5825

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    Il nostro caro Imperatore smetteva le monture logore a fatica, solo quando la servitù riusciva a convincerlo che non erano più decorose per mostrarle agli ospiti stranieri. Ma non le gettava via, le faceva rivoltare e pretendeva di riutilizzarle. Non fumava, beveva una birra a pasto e non aveva altri vizi di alcun genere.
    Ma era ricchissimo: aveva fatto ben fruttare l'eredità degli Asburgo creata da Carlo Stefano di Lorena con prudenti investimenti mobiliari e con amorevole cura dei fondi agricoli ed immobiliari.
    Gli Asburgo erano gli unici monarchi della Storia che vivevano con i soldi propri e non con quelli dello Stato, almeno dai tempi di Maria Teresa se non da prima. Ed anzi, versarono somme anche ingenti per beneficenza ed anche per delle opere pubbliche meritevoli, ma non tanto indispensabili da venire giustificate dai bilanci statali.
    Gli storici di sinistra e loro simpatizzanti che li associano allo "sfruttamento monarchico", non sanno di cosa parlano.
    I nostri nonni erano tutti un po' "Franz Joseph", che letteralmente adoravano. Da lui avevano imparato la coerenza, la sobrietà, lo stoicismo, la semplicità, l'umiltà di non poter sapere tutto, la cordialità e la straordinaria onestà.



    Vota Franz Josef
    Nell'età prescolare i giovani italiani apprendono a saltare la fila, gridare senza ritegno, lasciare l'auto a pedali in seconda fila, a chiedere il pizzo sulle merendine e cercare raccomandazioni con la bidella dell'asilo nido.
    In età scolare imparano le stronzate patriottiche, che l'Austria è cattiva, che bisogna morire per l'Italia, che tutti gli stranieri sono barbari, che essi odiano gli italiani i quali, nonostante tutto, civilizzarono il mondo a quegli ingrati.










    Seamus Heaney, “Il mio legame antropologico con Pascoli”
    Un legame ‘antropologico’. Fatto di rime esistenziali e – soprattutto – paesaggistiche. Con gli stessi aratri dell’infanzia tirati in Irlanda dai cavalli e in Romagna dai buoi. Con le stesse nebbie, la stessa allodola “che dal suo nido si libra nell’aria del mattino”. E’ stata una lunga e appassionata commemorazione quella del premio Nobel Seamus Heaney per Giovanni Pascoli in occasione del centenario della morte nell’aula gremita dello Stabat Mater dell’Archiginnasio, a Bologna.
    “Mi sento un po’ un intruso nel suo territorio – ha detto riferendosi a Giovanni Pascoli, quello che è senza dubbio uno dei massimi poeti di tutti i tempi.” Heaney ha poi aggiunto che “per alcune importanti somiglianze, tra il suo territorio natio e il mio, sento nello stesso tempo certe affinità”.
    Con queste parole è partita una ricostruzione del rapporto di Heaney con l’autore romagnolo: dai primi ‘incontri’, alla sua traduzione della celebre ‘L’aquilone’ nata come regalo per la pensione di una bibliotecaria dublinese e confluita in parte nell’ultima raccolta di Heaney, ‘Human chain’; dalle recenti traduzioni, ancora inedite, di altri capolavori pascoliani come ‘La Cavalla storna’, ‘Il gelsomino notturno’ e ‘Digitale purpurea’ fino alla visita di ieri a San Mauro Pascoli “che mi ha confermato la familiarità che provavo per quei luoghi. Mia zia viveva in una casa come quella natale di Pascoli”.
    “La poesia che ho trovato più facile da tradurre – ha detto il premio Nobel per la letteratura – è stata ‘La cavalla storna’. Mi è stato detto che questa è una poesia che gli scolari italiani sono costretti ad imparare a memoria, così, ad un orecchio italiano, sembra probabilmente un lavoro scontato, anzi, sentimentale. Ma tutto lo scopo della poesia è quello di sovvertire ciò che è ragionevole, di creare un’atmosfera da fiaba, di avvolgere l’assassinio del padre in un clima di magia”.
    Assassinio che, come ha ricordato Ivano Dionigi, è un’ulteriore rima tra le vite e le opere dei due poeti: da un lato l’omicidio del padre di Pascoli; dall’altro quello del cugino di Heaney, ucciso dai protestanti in un’imboscata.
    Seamus Heaney, ?Il mio legame antropologico con Pascoli? | Poesia, di Luigia Sorrentino

    Alberto Lupo - La cavalla storna di Giovanni Pascoli
    La cavalla storna è una poesia composta da Giovanni Pascoli in memoria del padre Ruggero, assassinato a colpi di arma da fuoco, nel suo carro, sulla strada di ritorno verso casa, il 10 agosto 1867, quando il poeta aveva quasi dodici anni. Gli autori di tale reato non vennero mai individuati, vennero fatte solo alcune supposizioni. L'evento lascerà un segno indelebile nel pensiero del poeta, andando ad influenzare tutta la sua produzione.
    Pascoli ci presenta nella poesia sua madre che si reca nelle stalle a trovare la cavalla storna che aveva riportato a casa il corpo del marito senza vita. La donna parla alla cavalla, come se potesse capirla; le chiede anzi di parlare, come se fosse un essere umano. Le dà una carezza sulla criniera e la cavalla volge il capo verso di lei, attenta, come se ascoltasse.
    La donna le parla come a un membro della famiglia, le ricorda l'affiatamento che aveva col suo padrone, le ricorda i figli piccoli rimasti orfani; poi vuole da lei una conferma. La famiglia Pascoli era convinta di sapere chi fosse l'autore del delitto, anche se la giustizia umana non era riuscita, o non aveva voluto trovarlo.


    Nella Torre il silenzio era già alto.
    Sussurravano i pioppi del Rio Salto.
    I cavalli normanni alle lor poste
    frangean la biada con rumor di croste.
    Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
    nata tra i pini su la salsa spiaggia;
    che nelle froge avea del mar gli spruzzi ancora,
    e gli urli negli orecchi aguzzi.
    Con su la greppia un gomito, da essa
    era mia madre; e le dicea sommessa:
    «O cavallina, cavallina storna,
    che portavi colui che non ritorna;
    tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
    Egli ha lasciato un figlio giovinetto;
    il primo d’otto tra miei figli e figlie;
    e la sua mano non toccò mai briglie.
    Tu che ti senti ai fianchi l’uragano,
    tu dài retta alla sua piccola mano.
    Tu ch’hai nel cuore la marina brulla,
    tu dài retta alla sua voce fanciulla».
    La cavalla volgea la scarna testa
    verso mia madre, che dicea più mesta:
    «O cavallina, cavallina storna,
    che portavi colui che non ritorna;
    lo so, lo so, che tu l’amavi forte!
    Con lui c’eri tu sola e la sua morte.
    O nata in selve tra l’ondate e il vento,
    tu tenesti nel cuore il tuo spavento;
    sentendo lasso nella bocca il morso,
    nel cuor veloce tu premesti il corso:
    adagio seguitasti la tua via,
    perché facesse in pace l’agonia...»
    La scarna lunga testa era daccanto
    al dolce viso di mia madre in pianto.
    «O cavallina, cavallina storna,
    che portavi colui che non ritorna;
    oh! due parole egli dové pur dire!
    E tu capisci, ma non sai ridire.
    Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
    con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,
    con negli orecchi l’eco degli scoppi,
    seguitasti la via tra gli alti pioppi:
    lo riportavi tra il morir del sole,
    perché udissimo noi le sue parole».
    Stava attenta la lunga testa fiera.
    Mia madre l’abbracciò su la criniera.
    «O cavallina, cavallina storna,
    portavi a casa sua chi non ritorna!
    A me, chi non ritornerà più mai!
    Tu fosti buona... Ma parlar non sai!
    Tu non sai, poverina; altri non osa.
    Oh! ma tu devi dirmi una, una cosa!
    Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:
    esso t’è qui nelle pupille fise.
    Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
    E tu fa cenno. Dio t’insegni come».
    Ora, i cavalli non frangean la biada:
    dormian sognando il bianco della strada.
    La paglia non battean con l’unghie vuote:
    dormian sognando il rullo delle ruote.
    Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
    disse un nome..... Sonò alto un nitrito.

  9. #469
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    Predefinito Re: Cultura padana

    Linguistica in pillole
    Il 5 e 6 maggio a Torino si svolgerà la seconda edizione del CONVEGNO SULLE LINGUE CONTESTATE D'EUROPA/ CLOW (Contested Languages in the Old World).
    Il convegno è organizzato da Mauro Tosco (Università di Torino) e Marco Tamburelli (Università di Bangor, GB) con l’intenzione di aprire un dialogo tra linguisti, esperti legali, scrittori, attivisti e altri studiosi che lavorano sulle lingue contestate, la loro situazione corrente ed i prospetti futuri.
    Le LINGUE CONTESTATE sono varietà linguistiche che possiedono un alto grado di distanza linguistica (ABSTAND) che le separa dalla lingua ufficiale di Stato ma che nonostante ciò vengono impropriamente chiamate “dialetti” o “patois” nell’uso comune e a volte anche in testi accademici.
    La visibilità di queste lingue nella sfera pubblica è estremamente ristretta, e spesso non godono di alcun riconoscimento ufficiale né a livello regionale né a livello statale. Di conseguenza, queste lingue sono generalmente escluse dall’uso pubblico.
    Le lingue contestate d’Europa sono censite dall’Atlante Unesco delle Lingue in Pericolo d’Estinzione (http://www.unesco.org/languages-atlas/), riportate anche da Ethnologue (https://www.ethnologue.com/browse/countries ) e con un chiaro codice ISO 639 (ISO 639-1:2002 - Codes for the representation of names of languages -- Part 1: Alpha-2 code ). Tra esse molte lingue regionali d’Italia: LIGURE, LOMBARDO, PIEMONTESE, e VENETO); della Germania (per esempio BAVARESE, SASSONE e SVEVO); della Polonia (CASCIUBO e SLESIANO); della Spagna (ARAGONESE e ASTURIANO) e molte lingue di Francia.
    La pagina ufficiale, con link al programma, è accessibile dal sito dell’Università di Torino.

    https://e20.unito.it/tkn/qvpmrmqusmz...RAM_vers_1.pdf

    Roiter, o l'invenzione di Venezia
    Il profilo di Venezia, merletto di guglie e cupole nella bruma lagunare, il volto che ogni turista con fotocamera cerca di replicare e di portarsi a casa, l’ha creato lui, sessant’anni fa.
    È morto a 89 anni Fulvio Roiter, tra i nostri grandi fotografi forse quello che più ha contribuito a diffondere nel mondo una certa immagine sognante, poetica e pittorica della città sull’acqua.
    Dopo di lui Venezia è stata fotografata a morte, fino a meritarsi il nomignolo di Kodezia, fino a far scrivere a Josif Brodskij che i suoi amministratori avrebbero dovuto chiedere una percentuale dei profitti ai produttori di pellicole.
    Ma chi ha in mente solo il celebratissimo, imitatissimo Roiter a colori del suo secondo periodo si stupirà di scoprire che la sua Venezia d’esordio era tutta in bianco e nero: quel libro, Venise à fleur d’eau, pubblicato curiosamente in esilio, da un editore di Losanna, nel 1954, fu il suo primo folgorante successo, e arrivò pochi anni dopo che aveva cominciato a pasticciare con l’economica Welta ricevuta in regalo da papà.
    Fu una congiunzione di fortunati eventi che da pochi anni a Venezia fosse nato il circolo La Gondola, che fu poi culla di grandi talenti della fotografia italiana del dopoguerra, e che il giovane Fulvio ne leggesse notizia su un foglio stropicciato di giornale.
    Quando si presentò con l’album sottobraccio ai maestri di quell’Olimpo del fotoamatorismo colto, dopo un’accoglienza ironica («con quel nome si diventa famosi…», alludevano all’agenzia Reuters ovviamente) quelli rimasero a bocca aperta. E il timido giovane perito chimico di Meolo venne subito accolto sotto l’ala protettrice di Paolo Monti.
    Venezia la fotogenica, inesauribile cornucopia di immagini, Venezia fatta solo di bellezza, era il suo bagno rigeneratore: «Dicono che l'abitudine distrugga l'occhio: vivi in un luogo e finisci con il non vederlo più. Può darsi, ma non vale per me: mi salva l'emozione».
    Il suo libro più famoso, Essere Venezia, con testi del poeta Andrea Zanzotto, Mondadori glielo rifiutò perché lui lo voleva in formato orizzontale, perché così è Venezia immaginata, dal Canaletto in poi: un piatto di porcellana posato sull’acqua: «Un libro così dove lo mette in una biblioteca?».
    Pubblicato (orizzontale) da un piccolo editore di Maniago, quel libro arrivò alle settecentomila copie ed è candidato ad essere il più venduto libro fotografico di un solo autore.
    Roiter si considerava «geneticamente programmato per fare il fotografo», la sorte lo mandò a vivere in una città geneticamente programmata per essere fotografata.
    Roiter, o l'invenzione di Venezia - Fotocrazia - Blog - Repubblica.it






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    Verona... la più Kaisertreu. Nel 1848... poche città dell'Impero non ebbero fenomeni rivoluzionari. Una fu Verona, un'altra fu Trieste.

    L'Arena - Territori - Città





    Vota Franz Josef
    Ricordatevi che la categoria dei medici è sempre una componente fortissima della massoneria. Oggi come quando fecero l'Italia ed organizzarono il sistema su misura per quella, ed altre categorie della nuova borghesia creata dalle rivoluzioni giacobine. Per il loro sostentamento e per tramandarsi il potere di padre in figlio e da confratello a confratello, era indispensabile avere degli stati grandi e potenti, centralisti e governati da mostruose burocrazie.
    Le convergenze di interessi organizzarono i servizi statali con delle disfuzioni organiche che aprissero ampie "succursali" private. Non stupitevi se in certi Paesi non esistono i notai, se le medicine da banco si comprano nelle drogherie e le altre presso le guardie mediche, se i dentisti sono medici come gli altri perchè è normale curarsi i denti nella sanità pubblica.
    Non stupitevi se a Roma ci sono più avvocati che in Francia... la categoria dei legulei che ha sempre riempito le aule dei parlamenti italiani, non ha mai avuto interesse di organizzare una giustizia rapida ed efficente.
    E sono quasi tutti massoni, come i giornalisti più importanti e tutti coloro che vivono dentro ed attorno allo stato centralista. Non sperate in un'Italia federalista... le logge di periferia non hanno lo stesso potere; i prefetti, i rettori, i direttori dei quotidiani, i primari e tutti i commis di stato spediti a comandare le colònie, sono quasi sempre di grado più alto e chi ha scalato il sistema in periferia è vecchio, ricco, appagato. E cane non mangia cane.
    Chi protegge e difende lo stato centralista che cresce come un tumore maligno ed ha bisogno di sempre più tasse, con tutta probabilità è massone. Fa parte anche degli statuti di molte logge: "...giuro di non oppormi al potere costituito". Chissà come mai.

    Se il medico sbaglia lo deve dimostrare il paziente. La nuova legge sulla responsabilità - l'Espresso



    Vota Franz Josef
    Dario Fabbri, Limes, Gruppo l'Espresso tutto intero... che la maledizione asburgica possa cogliervi tutti all'istante. Quelli che voi chiamate "altoatesini" non saranno mai "normalizzati" come Voi itagliani genetici, vi augurate. I tirolesi prima o poi riavranno la libertà e la Vostra Italia colerà a picco e sparirà mentre il mondo libero gioirà e si faranno girotondi di popoli liberi in tutti i continenti ed in tutte le isole.
    Gli angeli scenderanno dal Cielo ed i sacerdoti nelle Chiese ci diranno: "L'Italia è finita, andate in pace". Quando gli insegnanti del mondo libero introdurranno nelle classi l'esistenza dei giornalisti del gruppo l'Espresso, gli studenti commenteranno con fragorose risate che seppelliranno il ricordo dell'Italia insieme alle altre grandi tragedie della storia del genere umano come le pestilenze medievali, i regimi dittatoriali, la mafia, la RAI eccetera.

    Muro del Brennero, per l'Italia mille risvolti negativi e uno positivo - Tvsvizzera.it - La televisione svizzera per l?Italia





    Federico II sognava: Come sarebbe bello governare uno Stato islamico
    Paolo Gulisano
    La leggenda di Pontida vive ancora, dopo tanti secoli. La leggenda di un pugno di uomini liberi, di ribelli per amore che giurarono di difendere la loro terra, la loro storia, la loro fede. A Pontida questi uomini trovarono la loro guida, la loro stella, in un cavaliere chiamato Alberto da Giussano, e da lì iniziò la grande avventura della libertà, del riscatto di un popolo. Immaginiamo che a leggere queste righe potrebbero sorridere ironici gli storici “ufficiali”, quelli che nei libri parlano di questo cavaliere come di una figura di non comprovata esistenza, un uomo d’arme che appartiene alla tradizione cronachistica milanese che gli attribuì l’impresa di avere organizzato e capeggiato la Compagnia della morte.
    Lasciamo che lor signori mettano in dubbio la vera esistenza di Alberto da Giussano (d’altra parte c’è chi nega persino l’esistenza di Gesù Cristo), ma è certa una cosa: da Pontida, con un uomo di nome Alberto o altro, da Giussano piuttosto che da Vimodrone, si arrivò alla battaglia di Legnano del 1176, in cui le truppe del Carroccio della Lega lombarda trionfarono sull’esercito imperiale di Federico Barbarossa.
    Questa è storia, che nessuno può negare. Una storia vera, che deve essere ricordata, anche perché dall’unificazione d’Italia in poi è stata propinata una versione “patriottica” confezionata ad usum Delphini per la quale la ribellione antimperiale dei Comuni avrebbe rappresentato l’alba della coscienza nazionale italiana.
    In realtà a Pontida non ci si riunì e non si giurò in nome di nessun ideale italiano, anzi: Pontida e Legnano rappresentarono i momenti culminanti di una lotta in difesa della propria identità e in nome dell’antico spirito di autonomia locale dei popoli liguri, celti e veneti. Le antiche libertà avevano trovato nuova linfa vitale nelle fare longobarde da cui si svilupperanno nel giro di un paio di secoli le forti autonomie dei liberi Comuni. Nel glorioso nome di Lega Lombarda e di Lombardia si riconoscevano tutti gli abitanti della valle padana, della Liguria e delle vallate alpine. Essi levarono le loro richieste di fronte al più potente signore del mondo, l’imperatore Federico detto “il Barbarossa” che pretendeva dai Comuni il pagamento di esosi contributi e imponeva la nomina di funzionari amministrativi imperiali. La sua politica fu inizialmente favorita dalle divisioni fra i Comuni che il Barbarossa fomentò con abilità, e queste lotte fratricide portarono nel 1162 alla distruzione di Milano (la più potente città lombarda, ma anche il primo centro simbolico della Padania fin dai tempi dei Celti), cui partecipano milizie di altre città padane.
    Il sacrificio di Milano fece però finalmente aprire gli occhi a tutti i Comuni sulla necessità di un’unità contro il vero nemico. Si formarono così prima la Lega Veronese (1164) e poi, anche per l’opera infaticabile di Oberto da Pirovano, arcivescovo di Milano, la prima Lega Lombarda. Il 7 aprile del 1167 nell’abbazia di Pontida giurano di formare un patto federativo i rappresentanti di Milano, Cremona, Mantova, Bergamo e Brescia. Ad esse si uniranno in seguito 20 altre città del Veneto, del Piemonte, della Lombardia, dell’Emilia e della Romagna. La ritrovata unità diede subito i suoi frutti: il 29 maggio 1176 sui campi di Legnano, l’esercito della Lega si scontra con quello imperiale e lo sbaragliò.
    Sulla scia delle rivendicazioni formulate a suo tempo dal Barbarossa, Federico II, "puer Apuliae" e re di Sicilia, sostenne sempre, col massimo vigore, l’origine esclusivamente divina della sovranità imperiale. La concezione federiciana dell’Impero tradisce un carattere quasi profetico e messianico. È evidente, in questa concezione, l’influsso dell’Oriente che tende a divinizzare la persona del sovrano. Data questa concezione radicalmente religiosa del potere e data d’altra parte la necessità di superare quella dicotomia tra autorità spirituale e potere temporale che tendeva sempre più a diventare antagonismo tra Papato e Impero, Federico II non poteva non guardare, come a un modello ideale, all’istituzione islamica del Califfato. «Come sarebbe bello – disse una volta Federico – governare uno Stato islamico, senza papi e senza frati!».
    Questa frase, come l’esclamazione “O felix Asia!”, che sulle sue labbra aveva il medesimo significato, illustra bene quella che il Morghen ha chiamato l’”invidia” per i sovrani del mondo islamico, così come conferma quella sua “inclinazione all’islamismo” che, secondo Michele Amari, gli procurò l’ammirazione dei musulmani, allorché egli, andando a Gerusalemme, “menò seco (…) il suo maestro di dialettica, e paggi e guardie, tutti musulmani di Sicilia, i quali si prosternavano alla preghiera sentendo far l’appello del muezzin dai minareti della moschea di Umar; ed anco l’Imperatore avea a grado quella cantilena, né s’adirava che si recitassero i versetti del Corano dove i Cristiani son chiamati politeisti” (Storia dei musulmani di Sicilia, Catania 1933, vol. III, pp. 659-660).
    Questo era il sogno (l’incubo!) di Federico II, che si infranse contro una banda di amici e di eroi che si radunarono, tanti secoli fa, nella seconda Lega Lombarda.
    Autonomia, antidoto all?Isis. Federico II sognava: Come sarebbe bello governare uno Stato islamico | L'Indipendenza Nuova








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    Predefinito Re: Cultura padana

    Tra esse molte lingue regionali d’Italia: LIGURE, LOMBARDO, PIEMONTESE, e VENETO)

    In pratica il Padano.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

 

 
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