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Discussione: Cultura padana

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    Predefinito Re: Cultura padana

    Iniziativa per promuovere la lingua emiliana
    https://www.facebook.com/parlummpias...hiu&__tn__=H-R

    Cesena in dialetto, il verdetto del referendum. "Si dice Ciséna"
    Su circa un migliaio di partecipanti, 'Cisèna' ha raccolto ben 423 voti
    di ANDREA ALESSANDRINI
    E' arrivato il verdetto popolare. Cesena in dialetto? ‘Chiamatela ‘Ciséna’’. E' la variante che ha raccolto il maggior numero di preferenze nel referendum promosso dall’amministrazione comunale sul nome dialettale di Cesena, distanziando di gran lunga tutte le altre forme proposte.
    Si è trattata di una disputa che ha coinvolto in maniera accesa, anche con polemiche e controversie, i cesenati, notoriamente molto attaccati alle tradizioni locali e al senso identitario del dialetto, ancora molto parlato e non solo tra i più anziani. Le operazioni di voto sono terminate ieri alle 18, con la chiusura delll’urna collocata allo Iat, dove per giorni i cesenati hanno portato i tagliandi ritagliati dalle pagine dei due giornali cittadini e il blocco della pagina web dedicata al referendum. Alto successo di partecipazione, a riprova di quanto la contesa fosse appassionante. Su circa un migliaio di partecipanti, Cisèna ha raccolto ben 423 voti, più del triplo rispetto a Ziséna, al secondo posto con 133 preferenze. Terza, con 120 voti, Ceséna.
    L’Amministrazione comunale ha immediatamente comunicato l’esito delle votazioni, molto soddisfatta per il grande coinvolgimento popolare. «L’indicazione dei cesenati è stata molto chiara – ha rimarcato infatti il sindaco Paolo Lucchi – e cosi' nel quarto lato di piazza del Popolo, accanto alla denominazione in latino e in italiano, per quanto riguarda il dialetto sarà incisa la forma Cisèna. Mi auguro che questo consentirà a tutti i cesenati, compresi quelli che si riconoscevano in un’altra forma, di avvertire con ancora più forza il loro senso di appartenenza alla città. Anche perché non cercavamo il nome più corretto, consapevoli che tutti quelli usati lo sono, ma solo quello in cui si riconosce la maggior parte dei cesenati». Dunque ci si vede a Ciséna.
    https://www.ilrestodelcarlino.it/ces...r1fMfJdb0x0KTU

    Dopo “Made in Sud” Freccero vuole un programma di comici solo del nord
    Il direttore di Rai2, nel corso dell’audizione in commissione parlamentare, ha annunciato il progetto “Contenuti Zero”, un programma di comici del nord che verrà trasmesso di lunedi', la stessa serata di “Made in Sud”.
    L'audizione di Carlo Freccero in commissione parlamentare di vigilanza Rai è stata niente di meno che uno show. L'istrionico direttore di Rai2, che sta conducendo a briglie sciolte questa breve esperienza alla guida di Rai2 ha difeso le sue scelte di programmazione, rivendicando anche quelle meno popolari. Freccero ha poi parlato di un progetto comico destinato al lunedi' di Rai2, gemello diverso di "Made in Sud" e tutto concentrato al di sopra della linea Rimini-La Spezia:
    La produzione di un varietà innovativo e originale – ha detto il direttore di Rai2 in audizione – riscrittura televisiva di una serie teatrale con batteria di comici del nord mai apparsi sul piccolo schermo. Si chiamerà "Contenuti Zero".
    La carovana di comici del sud contro quella del nord, Freccero non fa niente per nascondere l'etichetta di questo nuovo programma, che nasce in una evidente ottica di contrapposizione con "Made in Sud".
    Al netto dell'intento volutamente provocatorio di Carlo Freccero, il quale si muove legittimamente in una logica televisiva che – lo ha precisato lui stesso – deve far discutere, l'idea che sembra stare alla base di "Contenuti Zero", cosi' come quella di "Made in Sud", si fa portatrice di una concezione lontana dal ruolo ideale del servizio pubblico. Non si vuole agitare il solito spauracchio del razzismo, né morire benpensanti, ma è quanto mai palese che quest'idea di una secessione della comicità – passi la definizione presa in prestito dal lessico politico – non rischi di fare altro che rafforzare la percezione di una divisione, una spaccatura tra settentrione e meridione che, come i buoni luoghi comuni di una volta, è luogo comune perché esiste.
    https://tv.fanpage.it/dopo-made-in-s...solo-del-nord/

    I contadini di montagna che danno la caccia ai semi antichi
    Nella loro azienda agricola, ai piedi del Monte Rosa, coltivano 54 diverse varietà di patate: "E' un business, ma anche cultura"
    Angelo Allegri
    C'è la Fluckler, detta anche buccia d'acero per il manto maculato, originaria del Canton Vallese; la Precoce di Prettigovia, selezionata dalle popolazioni Walser dei Grigioni; la Verrayes, una delle più antiche varietà conosciute in Val d'Aosta; la Walser Kartoffel, coltivata da secoli nelle valli intorno al Monte Rosa.
    «Oggi ne cresciamo 54 tipi, e hanno tutte caratteristiche diverse: colore, pasta, pezzatura. Alcune sono meglio se cucinate al vapore, altre rendono di più per il purè, altre ancora per il rosti o per il fritto».
    Federico Chierico parla di patate come l'italiano medio discute di calcio: negli ultimi anni ha passato il suo tempo a riscoprire le varietà più rare e antiche. Le ha raccolte come uno storico appassionato di reperti preziosi e poi le ha seminate come un contadino, visto che sul tubero originario delle Ande ha creato un'azienda agricola. «Oggi le patate si comprano al supermercato e sono ovunque uguali, devono andare bene per tutto. E invece ognuna delle nostre ha la sua storia», racconta. «Pensi che qui a Gressoney una signora ci ha dato dei semi di una varietà particolare e ci ha detto che facevano parte del corredo di nozze della sua bisnonna. E' un modo di riscoprire il filo che lega le generazioni, di tenere vive memorie che si tramandano da secoli».
    «Paysage à manger», si chiama l'azienda di Chierico. A gestirla è lui insieme a Federico Rial, gressonaro puro sangue, un walser, come si chiamano i coloni di lingua tedesca arrivati da queste parti nel Medioevo. La loro è agricoltura di montagna, i campi che coltivano sono piccoli appezzamenti di terreno aggrappati ai pendii ripidi lungo il corso del Lys, dalla media valle di Fontainemore e Issime, fino ai 1.380 metri di altezza di Gressoney Saint Jean.
    Per Chierico «Paysage à manger» è il compimento di un percorso: «Sono di Biella e il primo lavoro è stato quello di fisioterapista. Ma non mi piaceva e mi sentivo a disagio con le persone con cui lavoravo: dipendevano da me e non davo tutto quello che avrei dovuto. In più ho sempre sentito il bisogno della montagna, ho sempre cercato di stare in alto». La prima svolta è il trasferimento nella bassa Val'Aosta, ad Arnad; la seconda l'iscrizione a un secondo corso di laurea, un programma interfacoltà dal nome affascinante: Scienza e cultura delle Alpi, un incrocio inedito tra lettere, agraria e scienze naturali.
    Finiti gli studi, il biellese diventato valdostano si avvicina al suo obiettivo di aspirante montanaro e diventa responsabile della Riserva naturale di Montmars, un parco bellissimo e poco conosciuto nella valle de Lys, nel comune di Fontainemore. Qui, in una casa isolata, si trasferisce con la moglie. «I miei sono sempre stati attaccati alla terra, anche se si sono dedicati ad altre attività. Io ho seguito la tradizione di famiglia: ho incominciato a coltivare i primi orti. L'ho fatto per me, per mangiare roba buona». Poi Chierico mette insieme un gruppo di amici che con lui condividono la passione per la montagna: Rita Gros, che in zona produce latte e formaggio e gestisce un agriturismo; Emanuele Panza, commercialista adottato dalla Valle d'Aosta, Roberto Ronco che ha imparato l'arte del casaro in Francia e dirige un azienda di specialità locali a Issime, Walser Delikatesse.
    Il primo nucleo di «Paysage à manger» nasce cosi'. E' il 2014 e l'azienda è ancora poco più che un passatempo, una seconda attività visto che ognuno continua a fare il proprio lavoro. Ma Chierico spinge sull'acceleratore e l'incontro decisivo è quello con Rial, che ha studiato a Torino ingegneria per l'ambiente e il territorio, ma vuole tornare dove è nato. Oggi sono loro a detenere la quasi totalità dell'azienda, mentre agli altri soci sono rimaste quote poco più che simboliche. Uno, Chierico, è il braccio operativo e la «voce narrante», l'altro, Rial, è lo «stratega» che si occupa, oltre che della parte agricola in senso stretto, anche di ricerca e innovazione. Grazie alla Fondazione Garrone partecipano a un campus, RestartAlp, per la creazione di nuove imprese nel mondo alpino e impostano l'azienda come fosse una startup tecnologica. «Per la ricerca delle varietà più rare ci siamo appoggiati molto a una Fondazione svizzera che si chiama Pro Specie Rara, che da 50 anni si dedica alla riscoperta e al recupero di specie vegetali o animali quasi scomparse», racconta Chierico. Oltre che delle patate si occupano anche di altri ortaggi e legumi. «Per esempio puntiamo su una specie quasi dimenticata che da queste parti chiamano rutabaga, è il cavolo navone, che è in realtà è un incrocio tra cavolo e rapa. Tra i suoi meriti, molto apprezzati negli inverni di una volta, c'era quella di conservarsi perfettamente nei fienili per tre o quattro mesi senza perdere le sue qualità». Poi ci sono i legumi da farina: «Sono specie sconosciute ai più ma da queste parti avevano una funzione importante, venivano seccati e fornivano grandi risorse proteiche anche sotto forma di polente».
    L'attenzione per altre specie consente all'azienda agricola di diversificare la produzione nelle varie stagioni, ma il «core business», come direbbero gli esperti, restano le patate. «Coltivare varietà particolari ci consente di rimanere economicamente competitivi anche su dimensioni piccole. E da questo punto di vista il fatto di essere in montagna ci dà dei vantaggi. Anche d'estate a 1.300 metri le temperature notturne scendono intorno agli 8/9 gradi. Nei tuberi questo fa crescere la parte zuccherina e rende la patata più sostanziosa e saporita. Chi lavora nel campo dell'alta cucina apprezza le sfumature: le assicuro che i purè fatti con alcune delle nostre varietà più ricercate sono inconfondibili».
    Anche per questo «Paysage à manger» ha iniziato di recente ad allargare i suoi mercati di distribuzione. Prima l'azienda riforniva negozianti e ristoranti della zona, da qualche tempo arriva fino in Alto Adige, dove alcuni chef, anche stellati, hanno iniziato ad apprezzare i tuberi valdostani. Ma di questo Chierico non parla volentieri: «E' presto, dobbiamo prima consolidare i rapporti. Le nostre patate hanno ancora molta strada da fare».
    I contadini di montagna che danno la caccia ai semi antichi

    RAFFAELLO/ Il genio della Scuola di Atene ha contagiato i suoi amici
    Sono 210 fogli, del formato di carta detto “reale”. Sono assemblati in sette fasce orizzontali di 30 fogli ciascuna. Il tutto compone una superficie di otto metri per quasi tre di altezza. Ogni capolavoro ha sempre un risvolto artigianale, e questo vale anche per il grande cartone di Raffaello che da oggi torna a nuova vita nella sala V della Pinacoteca Ambrosiana di Milano.
    Il cartone rappresenta la Scuola di Atene, forse il più celebre degli affreschi realizzati dal genio urbinate per papa Giulio II. La rappresenta in scala 1:1, perché questo era il metodo che si seguiva: il disegno preparatorio veniva riportato sulla superficie da dipingere con la tecnica dello spolvero, cioè bucherellando il cartone e facendo passare della polvere di carbone nei fori. Proprio per questo i cartoni alla fine del processo erano malconci e destinati a essere distrutti. Ma quel cartone con la Scuola di Atene era risultato di una qualità talmente eccezionale che probabilmente si ricorse alla pratica di fare un cartone del cartone, salvando quindi quello che eccezionalmente è arrivato sino a noi.
    E' un reperto eccezionale che a Milano è arrivato grazie all’intuito di Federico Borromeo che lo aveva ottenuto in prestito da Fabio II Visconti: lo voleva come “scuola” per tutti quelli che si formavano alla pittura. Nel 1626 divenne definitivamente proprietà dell’Ambrosiana. Napoleone nel 1796 se lo porto' a Parigi dove per quasi 20 anni resto' esposto al Louvre, nella Galérie d’Apollon. Per fortuna con il Congresso di Vienna venne riconsegnato all’Italia e torno' cosi' all’Ambrosiana. Durante la Guerra del ’15-18 fu portato per sicurezza Roma. Nel 1942 invece venne ricoverato nei caveau della Cassa di Risparmio delle Provincie lombarde. Insomma una vita avventurosa per questo capolavoro gigantesco e delicato.
    Anche la conservazione ha sempre dato tanti grattacapi. Perché un disegno è delicato e non puo' essere tenuto a luce troppo intensa; solo nel 1905 si riusci' a proteggerlo con una teca di vetro, composta da tre lastre di cristallo. Oggi le tre lastre sono diventate una sola, ed è il frutto di quella perizia tecnico-artigianale che già aveva permesso di realizzare una superficie cosi' grande, messa a disposizione di Raffaello. Infatti il cartone della Scuola di Atene è un emblema della genialità italiana, che sa sposare bellezza e intelligenza pratica.
    La teca in cui da oggi è custodita l’opera e che ci permette di ammirarla nei suoi stupefacenti dettagli è un piccolo capolavoro tecnologico che garantisce perfetto controllo sulle condizioni del cartone, con rilevazioni wifi delle condizioni microambientali. Oggi in particolare il cartone di Raffaello è protetto da una lastra di vetro unica, prodotta espressamente e trasportata con mezzi eccezionali: per entrare nel Museo si è dovuta praticare un’apertura sul fianco dell’edificio, al piano dove il cartone è conservato.
    La lezione del cartone di Raffaello nell’Italia del 2019 è proprio questa: genialità genera genialità. La bellezza genera una straordinarietà nelle soluzioni scovate per proteggerla. Se oggi entrando nella Sala V dell’Ambrosiana proviamo un’emozione che toglie il respiro è proprio in virtù di questa genialità al quadrato. Di fronte al cartone di Raffaello, l’architetto che ha studiato l’allestimento ha sistemato un grande tavolo di rovere, che è un altro capolavoro del nuovo design italiano: sopra sono stati posizionati libri, schermi, e altri materiali che sono un invito a fermarsi e ad esplorare il capolavoro. E' una sorta di tavolo da lavoro a cui siamo chiamati per conoscere Raffaello, ma forse per conoscere un po’ meglio anche noi stessi.
    P.S.: siccome è giusto dare i nomi, la teca è prodotta dalla Goppion, azienda di Trezzano sul Naviglio leader mondiale nel settore; il tavolo è di Riva1920, realtà produttiva di Cantù globalmente nota per gli arredi in legno massello; l’allestimento è firmato dal milanese Stefano Boeri, un’archistar che sa quanto conti valorizzare il passato per migliorare il presente. Complimenti all’Ambrosiana che ha saputo assemblare tutte queste eccellenze.
    https://www.ilsussidiario.net/news/c...amici/1863620/


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  2. #682
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    Predefinito Re: Cultura padana

    Il risveglio delle lingue alpino-padane. Riparliamone dopo vent'anni
    L'attualità delle lingue minoritarie
    Solo in Italia, per evidenti motivi politici (la paura delle "spinte centrifughe" prima, del leghismo poi) le lingue minoritarie (tranne le alloglotte e alcune più periferiche) sono classificati "dialetti". Non importa se le lingue alpino-padane siano classificate in un gruppo romanzo-occidentale e la lingua italiana in quello orientale. Dopo il riconoscimento del provenzale-occitano, sardo, friulano, le altre lingue alpine hanno potuto compiere soli piccoli passi per la loro tutela. Solo di recente, in particolare, la Regione Lombardia il patrimonio linguistico è stato inserito nelle materia oggetto di azioni di promozione e tutela (l.r. 7 ottobre 2016, n. 25, “Politiche regionali in materia culturale – Riordino normativo”) e ne è derivata qualche prima timida azione.
    Eppure la lingua lombarda è la più importante lingua del versante meridionale alpino, parlata con le sue varianti anche nei territori dell'Ossola, Verbano, Cusio e novarese, in Canton Ticino e nelle valli meridionali dei grigioni, nonché nel Trentino occidentale (diviso tra area lombardofona e veneta, con qualche isola tedesca e alcune aree di transizione tra lombardo e romancio). E' forse un caso le aree "piemontesi" (solo perché annesse dai Savoia) intendano tornare in Lombardia? Quanto pesa la comunità di cultura e di lingua? Il risveglio identitario non è casuale, è semmai intrecciato e parallelo al declino del modello centralistico sabaudo-torinese e al dinamismo di una Lombardia policentrica mai aggiogata alla capitale.
    Oggi la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale sono invocate quai unanimemente. Ma la politica del patrimonio culturale, maxime quello rurale, puo' prescindere da quella di rivitalizzazione della lingua? Non è possibile studiare, conoscere, descrivere, valorizzare il patrimonio legato alle tradizioni agroalimentari, ai saperi contestuali, se non si utilizza la lingua che quella cultura ha veicolato e di cui è parte integrante. Slegata dalla cultura immateriale, dalla lingua in particolare, ogni azione di valorizzazione della cultura materiale, del paesaggio, del patrimonio architettonico, agroalimentare, sono a rischio musealizzazione. Situazione un po' migliore troviamo in Veneto e in Piemonte anche se non va dimenticato che la lingua lombarda, parlata anche in Svizzera, ha potuto essere oggetto di azioni importanti a cura del centro di Dialettologia e di etnografia di Bellinzona che ha prodotto un monumentale vocabolario dei dialetti della Svizzera italiana. Nelle aree montane il lombardo è ancora largamente utilizzato nelle conversazioni private (e occasionalmente anche in qualche evento pubblico). Utilizzato anche dai giovani (a differenza dell città e di larga parte della pianura) non è certo a rischio di estinzione anche se la competenza linguistica dei parlanti è sempre in diminuzione. Pur con qualche fenomeno in controtenzenza se solo si pensi al successo presso un pubblico trasversale in termini di età della canzone in lombardo che, con Davide Bernasconi (Van de Sfroos), da fatto autoriale è diventato di costume rappresentando una nuova forma di musica popolare (la "nuova musica lombarda") che ispira una serie di band giovanili che si rifanno all'artista laghée (e ha un suo festival).
    Come per tutte le lingue minoritarie, nell'era della comunicazione multicanale il futuro di una lingua è legato alla possibilità di essere usata in forma scritta o semi-scritta (la forma dei "messaggini" e delle chat).
    Vent'anni fa riponevamo grandi speranze nella diffusione di Internet. Non erano mal riposte. Tanto è vero che è solo grazie alla comunicazione più libera dei blog, di facebook, delle chat che il "dialetto" (ma non lo è) viene oggi "sdoganato". Chi lo usa su facebook impara a maneggiarlo anche in altri contesti più formali e sta regredendo rapidamente lo stigma che equiparava l'uso della lingua etnica a una bassa condizione sociale.
    L'uso sempre più frequente di altre lingue ha rotto il monolinguismo che in Italia, pur di impedire che si parlassero le lingue locali, rappresentava anche un grave blocco nell'apprenbdimento delle lingue straniere. L'obbligo di parlare inglese sta anzi divenendo una nuova forma di stratificazione sociolinguistica: i nuovi alfabeti, l'élite, si distingue per l'inglese fluente frutto dell'apprendimento scolastico (in Italia presso scuole private o all'estero) quale lingua tendenzialmente prima.
    La diffusione dei corsi universitari in inglese e l'uso inflazionato di termini inglesi anche quando sono disponibili i corrispondenti tecnici e scientifici italiani, sta fracendo scivolare l'italiano a rango di dialetto che, presto, l'élite parlerà sempre meno. Italiano dialetto dell'Inglese quindi, classificando con i criteri dell'accademia italiana che, alla fine, tiene conto solo del prestigio linguistico e di fatti politici. Quando l'italiano sarà parlato solo dal "popolino" la lingua di Dante non esisterà più: sarà un itanglese da terzo mondo.
    Consapevoli che questo nuovo monolinguismo (un italiano semplificato nella struttura e nel lessico e sempre più infarcito di anglicismi), coloro che non accettano di sprofondare nel "popolo basso" si rendono conto che la competenza plurilingustica è fattore di arricchimento anche quando riguarda la lingua minoritaria, che consente di acquisire sia la padronanza di più registri linguistici (mantenuti distinti) che un'identità personale e collettiva che sono garanzia di non scivolamento nella "nuova classe" (italiani di serie B "rimasti indietro" e immigrati meno qualificati).
    Ci sono motivi per ritenere che la rivitalizzazione delle lingue locali non rappresenti una battaglia persa. Se il calo di parlanti continua è anche vero che sta diminuendo la vergogna di parlare la propria lingua etnica. L'italiano ha trionfato con la televisione ma oggi, con la comunicazione gestita a network l'avanzata dell'italiano a spese delle lingue locali ha perso vigore. Il "tradimento dlele élite", che fanno studiare i figli in inglese come lingua veicolare rappresenta un altro motivo per riequilibrare le sorti di una battaglia che sembrava segnata.
    vent'anni fa pubblicavamo l'articolo qui ripreso. Sorprendentemente ancora molto attuale. Il significato? Non autocompiacimento ma desiderio di sollevare una discussione. Il tema è di quelli stimolanti: mentre la globalizzazione arranca e i movimenti populisti rappresentano per la prima volta in Europa una seria minaccia alla dittature delle élite, scopriamo che la gente non si ribella solo per motivi economici ma anche perché pensa che la cultura e l'identità siano beni preziosi.
    Il risveglio delle lingue alpino-padane

    Si legga “Il canto dell’ippopotamo”
    Insegna a giudicare la letteratura e a giudicare Roma
    Si legga “Il canto dell’ippopotamo” di Alberto Garlini (Mondadori) perché insegna a giudicare la letteratura e a giudicare Roma.
    “Pierluigi non leggeva libri tristi o libri che parlavano di miseria o malattia”. Garlini parla di Pierluigi Cappello, co-protagonista del libro, l’amico poeta inchiodato a una carrozzella, il cui rifiuto della letteratura lamentosa dovrebbe valere per tutti: miseria e malattia non le scegliamo noi, le letture invece si', e la gioia a un certo punto è un dovere.
    “Si finisce sempre per bere troppo, si parla a vanvera e si diventa tutti grandi amici. Sembra che le occasioni per svoltare con la vita siano a portata di mano, salvo che il giorno dopo nessuno ti risponde e nessuno ti riconosce”. Qui Garlini parla delle cene romane e, da emiliano-friulano, da non romano, ne descrive bene l’amoralità: credo che da quelle parti funzioni cosi' da duemila anni, almeno dalle cene di Petronio, ma a ogni generazione bisogna ripetere la messa in guardia.
    https://www.ilfoglio.it/preghiera/20...potamo-254197/

    Riviera romagnola, nuovo scandalo discriminazione: «No pizzaioli napoletani»
    di Antonio Folle
    «Per le nostre catene di ristorazione cercasi pizzaioli per la prossima stagione estiva, paga 5,50 all'ora, no napoletani». E' l'annuncio-scandalo comparso su una nota pagina Facebook dedicata alla ricerca di personale per i ristoranti della riviera romagnola e che fa coppia con un altro annuncio comparso su un noto portale che pure aveva sollevato un vero e proprio vespaio di polemiche. Pochi giorni fa, infatti, aveva scalpore l'annuncio pubblicato - e poi prontamente rimosso - sul portale Subito.it e che riguardava la compravendita di un appartamento nella città di Rimini. Nell'annuncio, infatti, alle condizioni di vendita si specificava che l'appartamento non si vendeva ai napoletani.
    https://www.ilmattino.it/napoli/cron...i-4297644.html

    LA REGIONE ALL’ULTIMO POSTO PER LE RICHIESTE DI REDDITO DI CITTADINANZA? IL VENETO! – “CI SI VERGOGNA. SE IN PAESE SI VIENE A SAPERE…" - CAF E INPS SPIEGANO: "SOLAMENTE UN TERZO DELLE PERSONE CON ISEE SOTTO 9.360 HA FIN QUI FATTO DOMANDA DI REDDITO. C'E' ANCHE CHI SI RIFIUTA PER UNA QUESTIONE CULTURALE..."
    Reddito di cittadinanza, capitolo domande per regione: Veneto all’ultimo posto per percentuale di richieste sulla popolazione, elaborando un po’ i dati diffusi due giorni fa dal ministero del Lavoro. Sono 27.248 i veneti che, tra Centri di assistenza fiscale (Caf) e uffici postali, hanno chiesto l’inserimento nel patto per il lavoro o in quello per l’inclusione sociale, come prevede la misura di sostegno voluta dal governo legastellato.
    La Campania, per dire del primo territorio per numero di richiedenti, ha un monte di domande oltre quattro volte più alto di quello di Venezia. E' vero, la classifica domande/abitanti non stupisce: di fatto, si mette in colonna la salute economica delle varie regioni, col nord che conferma di stare molto meglio del sud. Vale, pero', anche il contrario: entrando nel dato veneto, pur con una lettura ancora parziale, qualche nota diversa dalle previsioni che hanno accompagnato il cantiere e varo dell’Rdc si trova.
    «Qui ci si vergogna a chiedere qualcosa»
    «Se il punto di partenza era l’Isee (Indicatore di situazione economica equivalente,ndr) inferiore a 9.360 euro, possiamo dire che si sta raccogliendo una base piuttosto esigua», apre Lorenzo De Vecchi. Traduzione: pesando il materiale lavorato dai propri uffici, il responsabile veneto dei Caf Cisl spiega come solamente un terzo delle persone con Isee sotto 9.360 abbia fin qui fatto domanda di Reddito. «Probabilmente - riprende De Vecchi - ci sono molti che, per indicatore economico, potrebbero beneficiare della misura, ma non la chiedono, a causa degli altri paletti. Quali? Non possiamo ancora indicare un motivo certo, potremo essere più chiari quando Inps avrà completato le prime valutazioni».
    Patrimonio immobiliare, prima casa esclusa, sotto i 30 mila euro; mobiliare non superiore a 6 mila, con tutte le distinzioni previste in base ai componenti dei nuclei familiari; reddito familiare inferiore alla stessa cifra: qualcosa frena la richiesta di Rdc dei veneti ma è presto per indicarla senza ombre. Sicuro, invece, che il grosso delle domande sia alle spalle:
    «Le pratiche di reddito si lavorano su appuntamento e abbiamo pochissimi incrementi di domande per nuovi appuntamenti». Alfio Calvagna, presidente del comitato Inps del Veneto, sta sulla linea della prudenza: «Sono dati parziali, è tutto ancora molto fluido, ma se la stima dei Caf che lei mi riporta è vera siamo molto al di sotto delle percentuali attese». Come si spiega? «Secondo me, un po’ come succedeva per il vecchio Rei (il Reddito di inclusione del governo Gentiloni, sostituito dal Reddito di cittadinanza, ndr), in regione c’è anche l’aspetto per cui ci si vergogna un po’ a chiedere questi sostegni, perché poi in paese si viene a sapere, perché non sta bene...».
    «Nei Caf Cgil del Nordest, quanto a numero di pratiche al giorno, siamo in fase discendente», dice Claudio Zaccarin, responsabile veneto dei centri di assistenza del maggiore sindacato nazionale. Fino a due settimane fa, gli uffici di Cgil hanno esaminato fino a mille posizioni al giorno: «Ora siamo a 750 e credo che non supereremo le 11 mila domande nel Nordest; come Veneto, dovremmo stare sulle 9.500». Anche Zaccarin conferma come solo poco più di un terzo dei veneti che potrebbero chiedere l’Rdc abbiano effettivamente fatto domanda:
    «Abbiamo chiamato centinaia di anziani, che avrebbero diritto alla pensione di cittadinanza. Non hanno voluto fare domanda, perché hanno si' la pensione bassa, ma anche delle proprietà. Pensi soprattutto a tanti ex commercianti: “Non siamo interessati”, ci viene detto». In chiusura, va ricordato che «parliamo di domande; gli accoglimenti saranno molti meno». Poi un aspetto caratteriale: «Secondo me - termina il manager -, dietro le mancate domande c’è anche una fetta di effetto culturale. Un certo numero di persone che si rifiuta per vergogna c’è: lo annusiamo con le interviste».
    https://www.dagospia.com/rubrica-3/p...ito-200688.htm

  3. #683
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    Predefinito Re: Cultura padana



    Oh sentite questa sì che è più che bella, ocché.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  4. #684
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    Predefinito Re: Cultura padana

    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  5. #685
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    Predefinito Re: Cultura padana

    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  6. #686
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    Predefinito Re: Cultura padana



    Va pensiero sull'ali dorate

    Cross the mountains and fly

    Over the oceans.

    Reach the land find the place

    Where all children go

    Every night after listening to this, this lullaby.



    There you'll find their heroes alive

    Protecting their innocence

    Bless them all 'cos their simple soul

    is so pure and wonderful.



    Va' pensiero sull'ali dorate

    Let this beautiful dream carry on

    For all night long.



    Lend them your golden wings

    Every fear will fly away

    Take them by the hand

    Help' them find an easy way

    Lead them back to the light, back to the light

    Where they once used to belong

    Where they can remain

    Children as long as they want.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  7. #687
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    Predefinito Re: Cultura padana

    Il Grande Fiume.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  8. #688
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    Predefinito Re: Cultura padana

    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  9. #689
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    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  10. #690
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