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Discussione: Cultura padana

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    L'Insubria al G20 in Russia
    di Max Ferrari
    E' un varesino-ticinese la “star” dell'evento culturale di spicco legato al G20 di San Pietroburgo. Si tratta di Ivan (Giovanni) Bianchi, nato nel 1811 a Varese e morto a Lugano nel 1893.
    In mezzo c'è una vita di avventure in Europa e in particolare a San Pietroburgo dove arriva all'età di 10 anni a seguito dello zio Angelo, pittore ornamentale. Dallo zio, Ivan impara presto e dopo essersi perfezionato a Mosca all'istituto di pittura e scultura, nel 1839 parte per la Francia dove sono stati appena presentati al mondo i primi lavori fotografici realizzati dai fratelli Daguerre.
    Giovanni/Ivan torna in Russia qualche anno dopo, vi ritrova il fratello Giuseppe cui l’Accademia Imperiale di San Pietroburgo ha conferito il titolo di “artista fuori classe” e il fratello Cesare che formatosi nell’arte scultorea sotto la guida del grande scultore russo Ivan/Giovanni Vitali, professore all’Imperiale Accademia, ottiene anch'egli dall’Accademia il titolo di “artista fuori classe”.
    Ivan, diviso tra la passione per la pittura e la nuova arte fotografica scatta dunque nel 1852 le prime fotografie mai realizzate della città di San Pietroburgo aventi a soggetto, tra l'altro, la Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo nella Fortezza vista dalla riva del Palazzo d’Inverno, progettata dall’architetto ticinese Domenico Trezzini ed edificata dal 1712 al 1732.
    Queste foto, cui allora nessuno dà importanza, spariscono perchè finiscono nel bagaglio dell'architetto Agostino Camuzzi lascia definitivamente San Pietroburgo per far rientro in patria, a Montagnola (Canton Ticino).
    Saranno ritrovate da A. Mario Redaelli 130 anni più tardi e si scoprirà che precedono di un anno abbondante la fotografia posseduta dall’Ermitage, fin qui considerata la più antica di San Pietroburgo, datata il 31 dicembre 1853, eseguita dal Conte Nostic che riprese la Neva d’inverno.
    Bianchi, in Russia, divenne poi una celebrità nel suo campo tanto che nel 1858 l’Imperiale Accademia rilasciò il seguente attestato: «Al suddito austriaco Ivan Bianchi il Consiglio dell’Accademia [...] in data 8 marzo 1858 ha conferito il titolo di artista fuori classe».
    Suddito austriaco? Eh sì perchè la famiglia Bianchi era originaria di Varese, città che (anche se si fa di tutto per cancellare la cosa dalla memoria storica) allora faceva parte del Regno lombardo-veneto all'interno del glorioso Impero Asburgico.
    Ormai vecchio il Bianchi rientra in Ticino e si stabilisce a Montagnola sopra Lugano, nella casa del fratello Giuseppe che aveva sposato Maddalena Camuzzi, nipote dell’architetto Agostino Camuzzi.
    Il 24 dicembre Giovanni Bianchi muore a Lugano e la storia lo dimentica finchè Mario Redaelli e l'artista-editore Jean Olaniszyn non ritrovano le foto, le catalogano e insieme ai fratelli Arminio e Paolo Sciolli, proprietari del Rivellino, fortezza leonardesca annessa al castello Visconteo di Locarno, organizzano mostre ed eventi per farlo conoscere al grande pubblico.
    La prima mostra al Rivellino è del 2009 e suscita grande interesse, soprattutto in Russia, da dove arrivano esponenti non solo della cultura, ma anche del Governo. Il centro culturale locarnese diventa dunque, anche per la vicina Lombardia, punto d'incontro con il mondo della grande cultura russa e non a caso all'ultima edizione del Film Festival di Locarno ha ospitato una delegazione dell'Archivio del Cinema Russo (Gosfilmofond) il cui direttore è stato premiato dalla giuria del Festival stesso.
    La serietà e la costanza di Olanyszin e Sciolli sono state infine ricompensate con l'invito al G20 al fine di allestire la mostra delle foto del Bianchi. Una grande soddisfazione. L'insubre Ivan/Giovanni/Giuan torna in Russia e la Russia torna in Insubria.
    L'Insubria al G20 in Russia. Di Max Ferrari



    Resoconto della decima edizione de “L’Università d’estate” di Terra Insubre
    di Maria Vittoria Sala
    “Anche quest’anno si è svolta l’Università d’Estate, decima edizione dell’evento annuale organizzato Terra Insubre, associazione culturale avente l’obbiettivo di preservare e valorizzare il retaggio ancestrale delle popolazioni padano-alpine inserite in un contesto europeo Posti in un rifugio alpino nel meraviglioso contesto delle Alpi lecchesi (Comune di Casargo) , all’insegna della vita comunitaria e dei cibi tipici della tradizione locale, per tre giorni più di settanta tra studenti e relatori hanno sviluppato lezioni e dibattiti inerenti l’Europa, con la sua storia, la sua Civiltà e la sua geopolitica nel contesto del mondo contemporaneo.
    In quest’edizione si sono analizzate in particolar modo: la figura del cavaliere nella storia europea; le cosiddette Primavere Arabe ed i rischi che comportano per l’Europa; il diritto alla secessione nel nostro Continente; i rapporti tra Europa occidentale e mondo russo ortodosso; la crisi degli Stati nazionali in collegamento con la crisi economico finanziaria che sta investendo tutto il mondo.
    Adolfo Morganti, esperto di storia militare e filosofia medievale e membro dell’associazione Identità Europea, ha descritto l’immagine del cavaliere, visto come figura eroica contrapposta al diavolo ed alla morte, nell’immaginario collettivo europeo, in quell’essenziale periodo della nostra storia che va dalla parte finale del Medio Evo alla Pace di Westfalia del 1648, pace che, ponendo fine alla Guerra dei Trent’anni e dando inizio agli Stati Europei nella forma istituzionale quale li conosciamo ancor oggi, ha dato inizio alla vera Età Moderna. Età che solo oggigiorno appare in fase di superamento dalla turbinosa evoluzione mondiale post Guerra Fredda.
    In tema politico-istituzionale ha poi preso parola l’avvocato Vittorio Bottoli, che nella sua relazione Diritto alla secessione in Europa ha elencato i mali che attanagliano le grandi burocrazie statali ed in particolar modo quella italiana. Essenza dell’intervento il concetto che la burocrazia, nutrendosi di denaro privato per fini di casta e creando un potere parallelo a quello dei cittadini, va combattuta attraverso la consapevolezza dei popoli. Tale consapevolezza si esprime al meglio nelle piccole patrie, dove il centro del potere politico-burocratico non è mai troppo lontano dai singoli cittadini. Da qui la maggiore efficienza amministrativa dei Paesi federali ed il diritto-dovere delle comunità locali alla secessione, qualora il potere centrale-burocratico si dimostri inefficiente ed opprimente.
    A questo punto sempre in tema di diritto delle genti, ed in particolare di diritto dei governati, la parola è passata al dottor Claudio Berrino che, sotto il titolo di L’Europa dalla lotta di classe alle tensioni etniche, ha lucidamente spiegato come la lotta di classe, sebbene nella sua concezione marxista sia ormai uscita dalla storia, non si possa definire completamente superata. Semplicemente ha cambiato protagonisti, dal momento che le parti di questa lotta non sono più i proletari da un lato contrapposti ai proprietari capitalisti dall’altro, ma i produttori contro i parassiti; coloro che lavorano e pagano le tasse rispetto a coloro che vivono di stato sociale e di sussidi. In questo contesto la tematica immigrazione, con tutti i suoi risvolti politico-sociali, rientra pienamente sia nella battaglia identitaria che in quella economica delle varie comunità europee.
    Il dottor Massimo Lodi Rizzini, nella sua relazione La finanza internazionale: banche, lobby e complotti contro i popoli, ha descritto come gli eccessi di un’economia globalizzata e drogata da una crescita finanziaria non supportata dall’economia reale abbia portato ad alcune delle storture internazionali che oggi sono sotto gli occhi tutti, quali un potere bancario europeo che si è sostituito a quello dei popoli sovrani (con specifiche riferimenti all’Italia); il potere di poche lobby internazionali ormai così forti da condizionare l’ascesa e la caduta di Governi democraticamente eletti; le attività che questi poteri finanziari più o meno visibili attuano contro quei pochi Stati non disposti a seguire le loro regole.
    Si è poi passati a Gilberto Oneto, storico intellettuale dell’identitarismo padano-alpino, ospite fisso dell’Università d’Estate insubrica. Oneto ha parlato dell’attuale situazione geopolitica europea dalla prospettiva del superamento degli Stati nazionali, descrivendo in particolar modo i casi italiano, francese e spagnolo, per passare poi alla descrizione dei sistemi virtuosi esistenti nei piccoli Paesi a dimensione regionale, quali Slovenia e Danimarca, ed alla funzionalità dei sistemi federali quali Svizzera e Germania. Conclusione dell’intervento è stata la spiegazione del perché lo Stato italiano, volente o nolente ed a prescindere dalle forze politiche che lo governeranno, sarà costretto ad una profonda ristrutturazione che ne cambierà radicalmente la natura istituzionale. Se invece si sceglierà l’immobilismo di Stato andremo incontro ad un collasso del Sistema Paese, con conseguenze imprevedibili.
    Sorta di contatto tra il localismo identitario di Oneto e le analisi internazionali dei precedenti relatori è stato l’intervento di Enrico Martial, il quale partendo da posizioni fortemente europeiste ha esposto una tesi dal titolo Europa dei popoli o Unione europea? Due modelli a confronto, con la quale sono stati messi a confronto i vari modelli di possibile integrazione europea, senza risparmiare critiche al modello attualmente seguito dagli euroburocrati ma rifuggendo condanne di carattere ideologico. In tale discussione Martial ha tracciato una linea ideale che divide l’Europa degli sprechi e dei poteri forti da quella dei liberi popoli che democraticamente scelgono di mettere in comune i propri destini, ovviamente auspicando che il nostro Continente vada nella seconda direzione.
    Nel puro stile di Terra Insubre, che si batte per tutelare l’identità culturale locale ma non dimentica le tematiche mondiali, si è passati poi ad un contesto internazionale: le Primavere Arabe ed il loro impatto sull’Europa, relatore Andrea Cavalleri, membro effettivo dell’associazione organizzatrice. Nell’esposizione Cavalleri ha spiegato lo sviluppo delle rivolte arabe che hanno visto il crollo dei regimi laici e l’emergere del fondamentalismo islamico come potere politico, analizzato Paese per Paese ponendo l’accento su tutte le specificità locali. Dall’esposizione è emerso quanto in Occidente giunga un’immagine distorta degli eventi che hanno sconvolto la sponda sud del Mediterraneo e che, se affrontati nel modo sbagliato, rappresenteranno un immenso pericolo per tutta la Civiltà Europea.
    Infine, e per la prima volta graditissimo ospite di Terra Insubre, Alberto Rosselli, scrittore genovese autore di svariati libri e responsabile del trimestrale Storia Verità, ha intrattenuto la platea con la sua relazione Europa e Russia, quali prospettive?. Durante la sua esposizione Rosselli ha prima tracciato uno schema delle storie russa ed europea occidentale, storie separate da uno spazio geografico e mentale, ma comunque storie legate a filo doppio in quanto entrambe appartenenti alla comune appartenenza europea. Appartenenza mai spezzata nemmeno dalle dolorose vicissitudini storiche che hanno ripetutamente colpito le terre russe, quali l’invasione mongola, la dura autocrazia, l’affermarsi per settant’anni del terribile regime sovietico, la sconfitta nella Guerra Fredda contro il modello capitalista e la difficile eredità economico-sociale lasciata dall’URSS. Sintesi dell’intervento di Rosselli il punto che, essendo, volenti o nolenti, Russia ed Europa occidentale parti di un continuum inseparabile, devono e dovranno trovare un modus vivendi che esalti le potenzialità di entrambe senza pestarsi i piedi a vicenda.
    Questa è stata in brevissima sintesi l’Università d’Estate 2013, l’insubrico evento arrivato ormai alla sua decima e, ne siamo certi, non ultima edizione.
    Maria Vittoria Sala
    Terra Insubre, Varese
    Associazione Culturale Terra Insubre
    via Frasconi, 4 – 21100 – Varese
    Terra Insubre
    Resoconto della decima edizione de ?L?Università d?estate? di Terra Insubre - La Bissa de l'Insubria


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    Predefinito Re: Cultura padana

    Il Piemonte profondo raccontato da Beppe Fenoglio
    Forse bisogna esser nati nella Padania delle viti, della polenta e delle castagne per capire davvero il senso e la forza del messaggio di amore per la propria terra
    Andrea Rognoni
    È passato mezzo secolo dalla morte di Beppe Fenoglio, l’autore piemontese che ha immortalato i passaggi più significativi della Resistenza nelle Langhe, attraverso libri come I ventitré giorni della città di Alba e Il partigiano Johnny, classici ormai per chi vuol rivivere i momenti drammatici di fine seconda guerra mondiale. Ma l’eccessiva fama “partigiana” del Nostro, nato appunto ad Alba nel ’22 e morto prematuramente per un tumore nel febbraio del ’63, ha finito in realtà per oscurare o mettere in secondo piano tante sue altre opere di narrativa che rappresentano un vero e proprio tesoro per tutti quelli che sono attenti alla letteratura più vicina all’identità profonda delle nostre regioni padane.
    Ci riferiamo soprattutto a quel vero e proprio capolavoro che è La malora, scritto durante il conflitto ma pubblicato solo nel 1954. Si tratta di una accorata minisaga rurale. Ma se l’impianto e lo stile della narrazione, incentrata sulla vita di una cascina langarola, protagonista il giovane Agostino, sembra a prima vista realistico, o meglio, come si dice anche per il cinema, neorealistico, si tratta in realtà di un documento dagli intenti più simbolici e tradizionalistici, non lontano dal coevo romanzo di Cesare Pavese La luna e i falò e da certe pagine maremmane di Carlo Cassola.
    Il mondo piemontese di appena prima della guerra appare duro(si veda ad esempio l’incipit: «Pioveva su tutte le Langhe, mio padre si pigliava la sua prima acqua sottoterra») anche se l’interpretazione data da storici e critici “di sinistra” è rimasta troppo legata alla sottolineatura dello sfruttamento dei braccianti da parte di proprietari e fittavoli. Emergono sinceri e genuini sentimenti religiosi, incarnati nella figura della madre di Agostino, che costituiscono una vera e propria ancora di salvezza per la vita dell’intera comunità collinare.
    Le pagine finali del racconto, con l’abbraccio liberatorio tra madre e figli, rappresentano un inno ai valori della casa, della piccola patria e del lavoro ostinato. Non a caso la grande studiosa lombarda Maria Corti ha sostenuto che ci troviamo davanti a «episodi ancestralmente radicati in una epopea rustico-familiare»: è infatti la conversazione tra i contadini, non priva di squisiti accenti dialettali, a far da padrona in questo e altri libri di Beppe, sul filo di una memoria che, rispetto ai mali del mondo, salva i referenti identitari come unica risorsa per sopravvivere alla barbarie.
    Ecco uno dei brani più significativi de La malora, quello in cui il protagonista si rappacifica con la natura ancestrale che lo circonda e con la gente del Piemonte: «Adesso per niente al mondo mi sarei allontanato dal Pavaglione, era il posto più bello di tutti. E la domenica era sempre proprio festa… appena avevo un’ora libera correvo all’osteria... per un anno davano cento lire, un quintale di meliga e una brenta di vino».
    Amareggia ancora oggi il giudizio che il siciliano Elio Vittorini diede dei testi fenogliani dopo averli letti per la prima volta: «Un gusto barbarico che persiste nel costume del retroterra piemontese». Forse bisogna esser nati nella Padania più profonda, quella delle viti, della polenta e delle castagne, per capire davvero il senso e la forza del messaggio di amore per la propria terra contenuto nelle opere di Fenoglio.














    POLEMICHE
    Sud Tirolo o Alto Adige? Il "caso" che dà ragione a Benedetto XV
    Giuseppe Reguzzoni
    È polemica in Tirolo meridionale per i cartelli bilingui o, meglio, per un centinaio di indicazioni turistiche monolingui (in tedesco), in località dove il toponimo italiano era ed è scarsamente usato. Cronaca locale, si direbbe, e, invece, sull’argomento è intervenuto niente meno che un sottosegretario, cosa che, tanto per fare un esempio, i lavoratori in cassa integrazione della Merloni e di qualche decina di altre fabbriche si sognano...
    La questione del bilinguismo (ma in Tirolo meridionale le lingue sarebbero tre, perché c’è anche il ladino) non è una cosa da poco. Sul piano storico, è vero che le indicazioni turistiche monolingui sono uscite in riferimento a località dove la toponomastica italiana è cosa prevalentemente da esercizio linguistico-retorico, ma, resta il fatto che, dovesse il Sud Tirolo diventare indipendente o riunirsi all’Austria, ormai il problema sarebbe ineludibile, per chiunque lo amministrasse. Proprio in questi giorni in Tirolo meridionale è in corso il referendum, autoproclamato, per sancire il diritto di autodeterminazione (ammesso dalle Nazioni Unite, ma non dalle leggi italiane). Il Tirolo meridionale, una volta libero di decidere del proprio destino, non potrebbe fare a meno di riconoscere il proprio sostanziale plurilinguismo, e trarne le conseguenze (anche per le indicazioni turistiche), come, del resto, riconoscono tutti gli esponenti politici importanti di tutti i movimenti e partiti autonomisti sudtirolesi.
    È così in tutta l’area alpina, da sempre crocevia di popoli e di lingue. È così, per esempio, nei civilissimi Grigioni svizzeri, cantone dove gli italofoni sono una minuscola percentuale, che però si vede riconosciuto l’uso della propria lingua a tutti i livelli della vita sociale. C’è un "ma", per quanto riguarda il Tirolo meridionale, che è grande come una cima dolomitica: mentre nei Grigioni, o in Istria, o nel Vallese, l’italofonia è un dato storico secolare, non altrettanto si può dire per tutte le valli di questa regione. L’italianizzazione forzata, anche della toponomastica, inizia, come è noto, dopo l’annessione del 1918, e ha il suo apogeo con il fascismo, con un antecedente importante, però, che è stato gravido di conseguenze.
    Poco prima della Grande Guerra Ettore Tolomei, fanatico irredentista italiano e, poi, senatore del Regno, aveva avviato un complesso lavoro di riscrittura della toponomastica sudtirolese, con il suo Prontuario dei nomi locali dell’Alto Adige, continuamente aggiornato negli anni successivi e applicato con rigore estremo dopo il 1918, al punto da pretendere la cancellazione totale della toponomastica originale, in lingua tedesca. Per agevolare questo progetto criminale, alla fine della prima guerra mondiale, intere valli, un tempo tirolesi, furono spostate sotto l’amministrazione di province geo-storicamente fittizie, come quella di Belluno. Il ladino, poi, fu, sic et simpliciter, considerato come un "dialetto" italiano. Molte delle soluzioni toponomastiche di Tolomei, dal punto di vista storico-linguistico, rasentano il ridicolo, come se, oggi, uno volesse germanizzare il comune di Bollate, in provincia di Milano, basandosi solo sull’assonanza e chiamandolo, pertanto, Bulledorf.
    La tragedia era quella di un nazionalismo incapace di rendere conto della pluralità e della complessità della storia, lo stesso nazionalismo che i papi del tempo, a cominciare da Benedetto XV [Papa padano-ligure] trattarono come una pericolosa eresia: una cosa è avere e amare la propria patria, altra è disprezzare e annullare quella altrui (che è, appunto, la quintessenza del nazionalismo). La bibliografia sui crimini, non solo linguistico-culturali, del nazionalismo prefascista e fascista è sterminata, ma un riferimento a quei fatti lontani è essenziale per comprendere la diatriba sulla cartellonistica sudtirolese, precisando che, nel caso di cui occupa la cronaca recente l’oggetto del contendere sono delle indicazioni escursionistiche, su sentieri di montagna e in mezzo ai boschi. Per quelle stradali, infatti, la legge prevede un rigorosissimo e, oggi, inattaccabile bilinguismo integrale. Si tratta, oltre tutto, di un riferimento prezioso per comprendere come mai dei movimenti politici fortemente identitari, come quelli che rivendicano l’autonomia del Tirolo meridionale, e, dunque, culturalmente "di destra" (sempre che questa espressione abbia ancora un senso), siano tanto ostili alle forze politiche di centrodestra italofone della loro regione.
    A pretendere (ma non ad avere) la piena rappresentanza delle ragioni dell’italianità nelle terre, che loro, da Tolomei in avanti, si ostinano a chiamare Alto Adige, sono state (e sono?), infatti, forze politiche di taglio vetero-nazionalista, se non parafascista. I sottosegretari che oggi vogliono rifare le indicazioni escursionistiche della Val Pusteria/Pustertal, dovrebbero chiedersi quanto ancora si tirano dietro dell’antica, ma mai morta, arroganza delle camice nere che tormentarono e angariarono per decenni le valli sudtirolesi.
    POLEMICHE/ Sud Tirolo o Alto Adige? Il "caso" che dà ragione a Benedetto XV


  3. #3
    tra Baltico e Adige
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    Predefinito Re: Cultura padana

    Antica casa scozzese....



    antica casa veneta...




  4. #4
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    Predefinito Re: Cultura padana

    Citazione Originariamente Scritto da Quayag Visualizza Messaggio
    Antica casa scozzese....



    antica casa veneta...

    Quando le immagini dicono più di mille parole...

  5. #5
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    Predefinito Re: Cultura padana

    I veneti sono scozzesi?

  6. #6
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    Predefinito Re: Cultura padana

    Citazione Originariamente Scritto da mirkevicius Visualizza Messaggio
    I veneti sono scozzesi?
    Nessuno ha mai detto che i veneti sono scozzesi, ma esistono fondamentali elementi di affinità tra veneti e scozzesi, ad esempio la celticità.
    Gli studi di Cavalli Sforza e di Alberto Piazza evidenziano che, dal punto di vista genetico, l’Italia settentrionale si rivela simile ai paesi dell’Europa centrale, con l’eredità dei celti in eminenza, le regioni italiane centrali sono caratterizzate dall’eredità degli etruschi (soprattutto la Toscana) e dei popoli italici pre-romani, mentre i meridionali sono simili alla Grecia e ad altri paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente.
    Il grande storico e archeologo Sabatino Moscati, riferendosi proprio agli studi genetici, afferma chiaramente: “L’Italia si distingue in tre grandi aree, con diverse connotazioni genetiche: il nord, con l’eredità dei Celti in eminenza; il centro, con i caratteri degli Etruschi che si conservano ancora oggi; il sud, dove prevale l’apporto dei Greci.”

  7. #7
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    Predefinito Re: Cultura padana

    Citazione Originariamente Scritto da Erlembaldo Visualizza Messaggio
    Nessuno ha mai detto che i veneti sono scozzesi, ma esistono fondamentali elementi di affinità tra veneti e scozzesi, ad esempio la celticità.
    Gli studi di Cavalli Sforza e di Alberto Piazza evidenziano che, dal punto di vista genetico, l’Italia settentrionale si rivela simile ai paesi dell’Europa centrale, con l’eredità dei celti in eminenza, le regioni italiane centrali sono caratterizzate dall’eredità degli etruschi (soprattutto la Toscana) e dei popoli italici pre-romani, mentre i meridionali sono simili alla Grecia e ad altri paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente.
    Il grande storico e archeologo Sabatino Moscati, riferendosi proprio agli studi genetici, afferma chiaramente: “L’Italia si distingue in tre grandi aree, con diverse connotazioni genetiche: il nord, con l’eredità dei Celti in eminenza; il centro, con i caratteri degli Etruschi che si conservano ancora oggi; il sud, dove prevale l’apporto dei Greci.”
    Certo che il Nord Italia ha tratti in comune coi popoli del nord, dopo tutte le invasioni e le dominazioni che si sono avute mi sembrerebbe strano il contrario..ma i celti mi pare molto difficile...Qui nel Salento, e questo conferma quella tesi, siamo prettamente un popolo ellenizzato ma questo xk siamo stati parte integrante dell'Impero Bizantino per centinaia d'anni inoltre alla caduta dello stesso moltissimi greci scapparono nella mia terra...

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    Predefinito Re: Cultura padana

    Citazione Originariamente Scritto da mirkevicius Visualizza Messaggio
    Certo che il Nord Italia ha tratti in comune coi popoli del nord, dopo tutte le invasioni e le dominazioni che si sono avute mi sembrerebbe strano il contrario..ma i celti mi pare molto difficile...Qui nel Salento, e questo conferma quella tesi, siamo prettamente un popolo ellenizzato ma questo xk siamo stati parte integrante dell'Impero Bizantino per centinaia d'anni inoltre alla caduta dello stesso moltissimi greci scapparono nella mia terra...
    Infatti bizantini siete e bizantini resterete.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  9. #9
    Blut und Boden
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    Predefinito Re: Cultura padana

    Citazione Originariamente Scritto da largodipalazzo Visualizza Messaggio

    Grande civiltà quella bizantina
    Questione di gusti.
    shadows likes this.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  10. #10
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    Predefinito Re: Cultura padana

    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    Questione di gusti.
    Una curiosità......Dopo quanti mesi sostituite i pali delle palafitte?

 

 
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