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Discussione: Padania celtica e germanica

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    Predefinito Re: Padania celtica e germanica

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    I VENETI DELL'ARMORICA, ASTERIX OBELIX E TANTE ALTRE COSE INTERESSANTI
    di Davide Giaretta
    La storia bretone è intrecciata a quella Veneta, infatti la popolazione dei Veneti abitava la zona del Morbihan, in Bretagna (all'epoca parte della Gallia). La loro città più famosa (probabilmente la loro capitale) era Darioritum (oggi nota come Vannes), menzionata nella Geografia di Tolomeo. Giulio Cesare li cita nel suo "De Bello Gallico":
    «I Veneti sono il popolo che, lungo tutta la costa marittima, gode di maggior prestigio in assoluto, sia perché possiedono molte navi, con le quali, di solito, fanno rotta verso la Britannia, sia in quanto nella scienza e pratica della navigazione superano tutti gli altri, sia ancora perché, in quel mare molto tempestoso e aperto, pochi sono i porti della costa e tutti sottoposti al loro controllo, per cui quasi tutti i naviganti abituali di quelle acque versano loro tributi.. »
    Si formò, nella Gallia occidentale, una federazione delle tribù Celte galle. I Celti bretoni individuarono nella penisola la "marina", detta nella loro lingua armor, e le terre boschive dell'entroterra (argoat). Fu la parte occidentale della penisola ad accogliere la più cospicua migrazione di popolazioni celtiche, fatto conservato nella toponimia locale: essi saranno chiamati Aremorici, cioè "quelli che vivono davanti al mare", e Armorica venne utilizzato, in definitiva, come nome per tutta la penisola.
    L'Armorica si estendeva dalla Loira alla Senna ed era abitata da numerosi popoli celti i cui nomi si sono conservati nei toponimi moderni della regione e delle regioni vicine: Osismi (Ouessant), Lexovii (Lisieux), Baiocassi (Bayeux), Abrincati (Avranches),Cenomani (Le Mans), Diablinti (Jublains), Riedoni (Rennes/Roazhon), Coriosoliti (Corseul), Namneti (Nantes / Naoned) e soprattutto i Veneti (Vannes/Gwened), che esercitavano un'egemonia economica e politica sulla federazione armoricana, controllando anche le relazioni marittime verso l'isola di Britannia (la Gran Bretagna di oggi).
    Durante la campagna di conquista della Gallia, Giulio Cesare trovò non poche difficoltà ad avere la meglio sulle popolazioni Venete, fu solo nel 56 a.C., con una flotta che comprendeva le navi dei Namneti, da sempre ostili ai Veneti, che riuscì nell'impresa.
    Una simpatica curiosità è che il famoso fumetto di Asterix e Obelix narra di un piccolo villaggio bretone, precisamente situato proprio in Armorica, che resiste, ultimo baluardo della Gallia, alla conquista romana attorno al 50 a.C. grazie alle prodezze dei due eroi protagonisti.
    Rileggendo la storia, non è difficile accumunare a questo villaggio un ipotetico villaggio di Veneti, che per l'appunto furono gli ultimi a resistere all'espansione romana, oltre ad essere dei gran viaggiatori, come Asterix, che nelle sue avventure incontrerà Cleopatra e sbarcherà nelle Americhe.
    https://dalvenetoalmondoblog.blogspo...-obelix-e.html







    Leggenda e storia sul “Campo dei fiori”
    Teresa Gallo
    I grandi cumuli di ciottoli che troviamo giù verso il Ticino a Varallo Pombia, in regione “Campo dei Fiori”, ha sempre destato l’interesse degli studiosi. Non puo' essere infatti un fenomeno naturale determinato dalle acque del Ticino, che sicuramente scorreva più a monte. Nella disposizione sistematica di quelle innumerevoli piramidi di pietre vediamo presente la mano dell’uomo.
    Mira Bonomi ipotizza l’esistenza in Piemonte di grandi quantità di pietre spostate e accumulate per la ricerca dell’oro. Nel comune di Varallo Pombia lungo il Ticino si rileva la presenza di un vasto pianoro denominato “il campo dei fiori” interessato da un enorme pietraia di ciottoloni fluviali ammucchiati e disposti secondo particolari direzioni. Si tratta di un enorme deposito che interessa diversi kmq.
    L’origine e la disposizione delle pietre non è naturale, questa enorme massa di materiale è stata spostata e organizzata per uno scopo ben preciso che tutt’oggi sfugge alla nostra comprensione. Potrebbe trattarsi del materiale pesante rimasto in loco nelle cave sfruttate per il setacciamento dell’oro che alimentava le zecche longobarde di Castelnovate e di Pombia.
    Inizialmente, per la strategica posizione della località che domina tutta la valle meridionale del Ticino, si supponeva che si trattasse di resti di una fortificazione celtica: le piramidi di pietra, i filari paralleli suggeriscono l’idea che fossero stati muraglioni a secco. Ma la mancanza di tracce e di reperti archeologici accredita la prima ipotesi, motivata dalla ricerca dell’oro.
    A. Doro invece propone un confronto con i Victimula nella zona della Bessa nel biellese, una regione particolarissima, ai piedi della Serra, dove per vastissima estensione non si incontrano che montagne di sassi, falde successive, pietraia sterile, residuo degli scavi condotti per la ricerca dell’oro con il lavaggio delle sabbie aurifere, esistenti nella zona ancora oggi, anche se praticamente esaurita.
    G. Pipino in “L’oro del Ticino e la sua storia“ (2002) scrive: la presenza dell’oro nei fiumi dell’alta Val Padana è nota da tempo ed è certo che la raccolta è iniziata nella più remota antichità. Una prima testimonianza certa è data dai cumuli di ciottoli residui del lavaggio dei terrazzi alluvionali auriferi, che si estendono, ben allineati nella zona del “Campo dei Fiori” a Varallo Pombia e che in misura ridotta, si intravedono sulla sponda opposta nella zona di Castelnovate.
    I fiumi auriferi padani vengono distintamente enumerati in un documento redatto intorno all’anno 1000, che contiene pero' richiami e riferimenti a norme di Re e d’Imperatori precedenti, ad iniziare dall'erulo Odoacre, e che conserva nel titolo l’esplicito riferimento ai tempi dei Longobardi, le quali contengono un intero paragrafo sulla raccolta dell’oro.
    Per quanto riguarda il tratto del Ticino a valle del Lago Maggiore è noto il fatto che proprio in epoca longobarda, nel VIII secolo, a Pombia e ad Oleggio venivano coniate le monete d’oro.
    Il primo documento dove appare citato il diritto fiscale sulle sabbie aurifere del Ticino sono le “HONORANTIE CIVITATIS PAPIE”, (1010-1020): un tratto dell’attuale riva piemontese del fiume è oggetto di concessione in favore della Cattedra del Vescovo di Novara. I primi beneficiari furono istituzioni ecclesiastiche rispetto ad enti civili ed a privati; cio' è documentato da un diploma del 1014: l’Imperatore germanico Enrico II cede al vescovo di Novara Pietro il diritto regio di pescare oro nel Ticino lungo un tratto della riva destra del fiume. (Mario Comincini 1980).
    Un’ultima considerazione sull’etimologia fatta dallo storico J. Zennari nel 1956 ritiene che il vocabolo Victumulis si componga di due voci: la prima, Vicus, sta ad indicare Villaggio, agglomerato di capanne; l’altra, Tumulis, si riferisce a mucchi di terra. Quindi i Victumulis sono villaggi (vici), collocati su rialzi di terreno (tumuli).
    Un sopralluogo fatto dallo storico Novarese Avv. Antonio Rusconi nel 1877 a Varallo Pombia in località “Campo dei fiori” segnala “catasta di ciottoli bianchi puliti, stranamente disposti”, levigati e stralucidi, costituiti da quarzo, con vene di minerali ferrosi e auriferi. Antica è quindi anche l’estrazione dei ciottoli bianchi, silicei, che contengono sottili vene d’oro e che servono per la fabbricazione di vetri trasparenti. Essi erano venduti ai Muranesi e trasportati via acqua mediante il fiume Ticino, il Po e l’Adriatico, fino a Murano.






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  2. #292
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    Predefinito Re: Padania celtica e germanica

    NECROPOLI VENETICA A PIAN DELLA GNELA (agnella, lingua veneta), PIEVE DI ALPAGO
    Si tratta, per l’Alpago e la nostra provincia, e non solo, di un importante luogo dei morti dove, tanto per fare qualche esempio, nell’agosto del 2002 è stata portata alla luce una situla bronzea istoriata risalente al VI-V sec. a.C., dopo oltre un secolo dall’ultimo rinvenimento di oggetti di questo tipo, nell’area posta tra il Po e il medio Danubio, Bologna e la Slovenia.
    Un autentico capolavoro considerato un unicum di quest’arte per le scene erotiche e quella di parto. A riguardo raccomando la lettura: http://www.discutiamolascienza.org/w...ULALPAGOA5.pdf
    Proseguendo, va aggiunto come, nelle campagne di scavo degli anni successivi, vennero in luce la tomba n.10, detta della tessitrice, figura preminente di quel tempo, che conteneva decine di reperti d’ambra e di bronzo e diverse altre sepolture che hanno evidenziato l’inspiegabile stato di benessere, per le conoscenze e studi sin qui condotti, di questa popolazione che viveva in luoghi da noi ritenuti oggi inospitali.
    https://dalvenetoalmondoblog.blogspo...lla-gnela.html



    I Longobardi al piano nobile del Complesso Monumentale di San Francesco a Cuneo
    Sabato 22 ottobre la conclusione del progetto “Prove per un nuovo museo”
    Il 22 ottobre 2016, alle ore 17.30, a Cuneo, in Via Santa Maria 10, sarà inaugurata la terza e conclusiva fase del progetto “Ritrovamenti archeologici lungo l’Asti-Cuneo”, incentrata in particolare sulla necropoli longobarda di Sant’Albano Stura.
    “L’iniziativa è frutto della sinergia fra la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le provincie di Alessandria, Asti e Cuneo (già Soprintendenza Archeologia del Piemonte), nelle persone delle archeologhe Egle Micheletto e Sofia Uggè, che hanno curato la direzione scientifica del progetto, e il Museo Civico di Cuneo, che si è occupato degli aspetti tecnico-organizzativi dell’allestimento. L’intero percorso di riallestimento è stato finanziato, oltre che da risorse comunali, anche e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, attraverso il Bando Valorizzazione 2014 – Sezione Giacimenti Culturali 2014 - afferma l’Assessore alla Cultura Alessandro Spedale - La nuova sezione di età longobarda costituirà pertanto un’attrattiva eccezionale per tutto il pubblico in visita”.
    Nel Salone al piano nobile del museo sarà infatti fruibile al pubblico la prima sezione permanente dei reperti provenienti dalla necropoli longobarda di Sant’Albano Stura (CN), indagata durante la costruzione del tracciato autostradale Asti-Cuneo: si tratta di una selezione di quindici corredi funerari del VII secolo allestita con moderne tecnologie di comunicazione, attraverso una presentazione scientifica chiara e attraente, al passo con i tempi e comprensiva di riproduzioni in 3D, in modo da avvicinare tutti i tipi di pubblico, compresi i portatori di disabilità visiva.
    L’evento costituisce il punto d’arrivo di un percorso cominciato nel mese di giugno del 2014, con l’esposizione, nella Sala “Livio Mano” del complesso monumentale, di tre preziosi corredi della necropoli longobarda messa in luce a Sant’Albano Stura, un unicum per estensione e quantità di deposizioni nel panorama storico archeologico italiano. Questa prima tappa era stata resa possibile anche grazie al prezioso contributo della Direzione Cultura Turismo e Sport, Settore Musei della Regione Piemonte.
    L’allestimento che verrà inaugurato il 22 ottobre intende presentare al grande pubblico le peculiarità della estesa necropoli (scavate fino ad ora 776 tombe) messa in luce a Sant’Albano Stura, articolata in sepolture disposte su lunghe ‘righe’ parallele con sviluppo nord/sud, ciascuna comprendente in media 40-50 fosse. Come illustrano le ricostruzioni realizzate in occasione dell’esposizione al Museo di Cuneo, erano prevalenti le tombe a fossa semplice, ma sono attestate anche sepolture entro tronco ligneo o altre che dovevano presentare una struttura sopraterra, quale segno di privilegio.
    “Ad oggi si è concluso il restauro di tutte le tombe con corredo (512) ed è in corso lo studio esaustivo di tutto il sepolcreto, che sta fornendo dati utili alla ridefinizione del quadro delle attuali conoscenze archeologiche sulle popolazioni germaniche e sulle loro tradizioni funerarie. Nelle società germaniche, infatti, il defunto era deposto vestito, per mostrare la sua condizione sociale durante la cerimonia funebre – chiariscono Egle Micheletto e Sofia Uggè della Soprintendenza -. I corredi che si è scelto di esporre rappresentano una significativa testimonianza dei costumi dei Longobardi: vi sono tombe di uomini liberi sepolti con le armi e tombe di donne deposte con i gioielli tradizionali (come le fibule a “S”)”.
    Nelle tombe si trovano poi oggetti di uso quotidiano - coltellini, acciarini, cesoie, fusaiole, spesso contenuti in borse - e strumenti da lavoro, come quelli femminili per la lavorazione tessile o le asce nelle tombe maschili.
    I Longobardi al piano nobile del Complesso Monumentale di San Francesco a Cuneo - Quotidiano online della provincia di Cuneo





    Will Vesper: Das harte Geschlecht
    "Il sangue, corrente invincibile, continua a fluire a noi dai tempi più remoti, e così accade che, anche nelle più antiche stirpi dei nostri padri, noi fossimo già vivi, e in noi, oggi, nell'epoca presente, vivano coloro dai quali discendiamo, il cui sangue scorre nelle nostre vene, anche se non è un sangue esclusivamente nostro: noi siamo il letto del fiume attraverso il quale fluisce l'eterna corrente del sangue che rampolla dai padri e si trasmette ai nostri figli e nipoti.
    E' per questo che il nostro pensiero tanto spesso e volentieri va al passato, è per questo che sogniamo il futuro. Nell'uno e nell'altro siamo di casa, non lo siamo solo nel breve ambito del presente. Quando pensiamo ai nostri padri, in realtà, non facciamo altro che prestare orecchio alle arcane voci del nostro sangue, percepiamo, commossi, i misteri della razza e della vita."

  3. #293
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    Predefinito Re: Padania celtica e germanica

    IL CAVALLO DEI VENETI, COSA SIMBOLEGGIAVA
    Di Edoardo Rubini
    I migliori cavalieri dell'antichità furono proprio i Veneti antichi.
    I Veneti antichi hanno invece origini comuni con gli Slavi Occidentali. Per loro il cavallo era una presenza sacra: come simbolo questo animale accompagnava il defunto dell'Aldilà, tirando il carro della morte. Addirittura, in certe sepolture il cavallo accompagna il suo padrone. Il cavallo è l'animale sacro (come simbolo) più riprodotto.
    Vi mostro un cavaliere venetico antico:

    Essendo stato trovato in val di Non, ora custodito al Museo Retico di Sanzeno vicino a Merano, questo reperto (con tanto di iscrizione venetica) è attribuito ai Reti, una stirpe venetica che viveva tra il Trentino e l'Austria: l'antica Retia, appunto.
    I Reti, Veneti, erano religiosi e attaccatissimi ai loro dei, tanto che uccisero un missionario cattolico che voleva evangelizzarli.
    San Vigilio divenne martire perché distrusse la statua pagana di un dio sincretizzato in Saturno, scatenando l’ira degli abitanti della val Rendena. Insomma, fu uno dei pochissimi santi (forse l'unico) martirizzati da non romani nelle Venezie.
    https://dalvenetoalmondoblog.blogspo....html?spref=fb

    Persiceto: “La Chiesa e il Museo, e il tempo lento dei Longobardi”
    GIANLUCA STANZANI
    Domenica 9 ottobre, in occasione delle iniziative “Il tempo lento dei Longobardi”, la “Giornata nazionale del Camminare” e la “Festa internazionale della Storia”, a partire dalle ore 16 si terranno a Persiceto visite guidate alla Collegiata di San Giovanni Battista (anche in dialetto) e all’attiguo Museo di Arte Sacra a cura di Roberto Serra, Piero Boccacini e Giorgio Veronesi e a seguire una biciclettata sui due rami dell’antica via Cassola, nota come “la Longobarda”, a cura dell’archeologo Pierangelo Pancaldi e Fiab Terred’acqua.
    L’iniziativa “La Chiesa e il Museo, e il tempo lento dei Longobardi”, promossa da Archivio di Stato di Modena, Comune di Persiceto e Fiab Terred’acqua in collaborazione con il Museo d’Arte Sacra, la Parrocchia di San Giovanni Battista e l’Associazione turistica Pro Loco Persiceto, si terrà domenica 9 ottobre con ritrovo alle ore 16 in piazza del Popolo a Persiceto (per partecipare all’evento da località vicine saranno organizzate delle partenze in bicicletta a cura di Fiab Terred’Acqua: alle ore 15 dalle piazze di Decima e di Crevalcore e alle 15.30 dalla piazza di Sant’Agata Bolognese).
    Dalle 16 alle 17.15 si alterneranno visite guidate (anche in dialetto) alla Collegiata di San Giovanni Battista (dove è conservato fra altri dipinti un Sant’Antonio del Guercino) a cura di Roberto Serra e all’attiguo Museo di Arte Sacra (nelle cui sale è possibile ammirare molte opere a soggetto sacro fra cui il San Giovanni Battista del Francia e cinque corali pergamenacei del XIV secolo) a cura di Piero Boccaccini e Giorgio Veronesi.
    La Collegiata è attestata dalla fine del secolo IX e nella sua dedicazione va ritrovata traccia di un insediamento germanico, testimoniato dalla struttura urbanistica ad anelli del paese e dalla recente scoperta del Dna antico degli abitanti che rimanda alla Scandinavia.
    A seguire dalle 17.15 alle 18.30 l’evento proseguirà in bicicletta sui due rami della longobarda via Cassola fra Persiceto e Sant’Agata (8 km andata e ritorno) sotto la guida dell’archeologo Pierangelo Pancaldi e Fiab Terred’acqua.
    Presa nel 751 Ravenna, la capitale bizantina in Italia, il re longobardo Astolfo poté creare le basi per consolidare il potere nella fascia di frontiera militare che per oltre un secolo aveva fermato l’avanzata del suo popolo: fondò il monastero di Nonantola (751/752) e riattivò la “Piccola Cassia”. La via fu così rilevante da essere stata ribattezzata dagli storici odierni come “la via Longobarda”. Cinque sono i rami di pianura ancora attivi. Due di essi, in zone bolognesi, hanno eloquenti odonimi: “Cassola” e “Cassoletta”.
    In caso di pioggia si terrà in alternativa un percorso cittadino a piedi lungo l’anello del “Borgo Rotondo”, costituito dalle odierne vie Croce-Pellegrini-Rambelli-D’Azeglio. Infine alle ore 18.30, nel cortile della canonica della Collegiata di San Giovanni Battista si terrà un rinfresco offerto dalla Proloco di San Giovanni in Persiceto.
    Costo a partecipante: 5 euro; la partecipazione è gratuita per ragazzi con età inferiore a 15 anni. Info dettagliate: Fiab Terre d’acqua, andreabianchi.italia@gmail.com, cell. 345106447.
    Persiceto: ?La Chiesa e il Museo, e il tempo lento dei Longobardi? - Carta Bianca News



    Will Vesper: Das harte Geschlecht
    "Il sangue, corrente invincibile, continua a fluire a noi dai tempi più remoti, e così accade che, anche nelle più antiche stirpi dei nostri padri, noi fossimo già vivi, e in noi, oggi, nell'epoca presente, vivano coloro dai quali discendiamo, il cui sangue scorre nelle nostre vene, anche se non è un sangue esclusivamente nostro: noi siamo il letto del fiume attraverso il quale fluisce l'eterna corrente del sangue che rampolla dai padri e si trasmette ai nostri figli e nipoti.
    E' per questo che il nostro pensiero tanto spesso e volentieri va al passato, è per questo che sogniamo il futuro. Nell'uno e nell'altro siamo di casa, non lo siamo solo nel breve ambito del presente. Quando pensiamo ai nostri padri, in realtà, non facciamo altro che prestare orecchio alle arcane voci del nostro sangue, percepiamo, commossi, i misteri della razza e della vita."

  4. #294
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    Predefinito Re: Padania celtica e germanica

    Curiosità modenesi
    La verità dietro le capanne celtiche di Pievepelago
    Quando si parla di capanne celtiche si intende quelle costruzioni col tetto scalinato che ripetono le antiche tecniche costruttive dei Celti, che si sono diffuse nella zona di Pievepelago presso la località Roncacci-Casoni
    Francesco Folloni
    Diversi sono gli elementi celtici che sussistono tutt'ora nella nostra cultura modenese, e non si tratta solo di parole, riti e simboli, perché nel comune di Pievepelago sono diverse le strutture che si ispirano all'epoca celtica e che possono essere oggi visitate.
    Quando si parla di capanne celtiche si intende quelle costruzioni col tetto scalinato che ripetono le antiche tecniche costruttive dei Celti, che si sono diffuse nella zona di Pievepelago presso la località Roncacci-Casoni. Ma vediamo esattamente quali sono, e cosa possiamo scoprire tramite queste costruzioni della civiltà celtica modenese.
    La capanna celtica in località Roncacci (1169 metri) presenta una tipica copertura in segale e portico di pietra, risale al 1772 ed è stata ristrutturata nel 1985 grazie all'Accademia dello Scoltenna. Lo spazio della capanna è diviso in due livelli, si crede destinati allo stivaggio di foraggio in uno dei livelli, mentre quello inferiore destinato agli animali.
    La capanna celtica in località Pianella (1126 metri) è stata recentemente consolidata e conserva il classico profilo scalinato delle due pareti di fondo, con le caratteristiche penne che proteggono la parte superiore del muro.
    La capanna celtica a Borracchione è in condizioni precarie, ma mantiene un particolare profilo ripido delle penne e una dislocazione delle porte d'accesso sulle pareti lunghe.
    Un'altra capanna celtica si incontra poi sulla via Vandelli, classico esempio di via di crinale, ossia una realizzazione a tipica concezione militare, perché in posizione dominante e facilmente difendibile, anche se cio' la rende esposta alle intemperie che ne impedivano la percorribilità in inverno.
    Curiosità Modenesi | La verità dietro le capanne celtiche di Pievepelago



    LE CAVALLE VENETE COL MARCHIO DEL LUPO.
    Così racconta Strabone dell'usanza presso i Veneti:
    Si sacrifica a Diomede un cavallo bianco e vengono indicati sul posto due boschi sacri: uno ad Era Argiva l'altro ad Artemide Etolica. Aggiungono poi, favoleggiando, che dentro quei boschi le fiere sono mansuete, e le cerve si aggregano con i lupi, e si lasciano avvicinare e toccare dagli uomini, le bestie inseguite dai cani, se si rifugiano là, non sono più inseguite.
    Si racconta che uno dei notabili del posto, conosciuto come garante per gli altri, e preso in giro per questo, si imbattè in alcuni cacciatori che avevano un lupo nella rete; dicevano quelli per scherzo che se si fosse offerto di pagare i danni che l'animale avrebbe potuto fare, lo avrebbero liberato, ed egli acconsentì.
    Il lupo, una volta liberato, spingendole, portò nel recinto del suo salvatore una mandria di cavalle non marchiate col fuoco. Questi, ricevuto il dono, fece marchiare le cavalle col segno del lupo ed esse vennero percò chiamate "lupifere" e si distinguevano per la loro velocità e bellezza.
    I suoi discendenti conservarono quella razza e disposero di non vendere ad altri la loro cavalle, affinché fosse una escusività (dei Veneti). Così l'allevamento dei cavalli divenne famoso in quei luoghi...
    https://dalvenetoalmondoblog.blogspo...e-cavalle.html




  5. #295
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    Predefinito Re: Padania celtica e germanica

    A Cuneo i corredi della più grande necropoli longobarda d'Italia
    Il 22 ottobre, alle ore 17.30, a Cuneo, in Via Santa Maria 10, sarà inaugurata la fase conclusiva del progetto “Prove per un nuovo museo”, che prevede l’allestimento di 14 corredi (7 maschili e 7 femminili) di età longobarda provenienti dagli scavi archeologici condotti presso la frazione Ceriolo di Sant’Albano Stura fra il 2009 e il 2011.
    Il Salone al primo piano del museo sarà rivoluzionato da un allestimento originale, innovativo, inclusivo verso i nuovi pubblici dei musei e al passo con le più moderne tecnologie, con filmati, una gigantografia della ricostruzione della necropoli ambientata nel VII secolo d.C., e riproduzioni tattili, anche di grandi dimensioni, dello scavo archeologico e dei tessuti utilizzati al tempo.
    Come anticipato, la necropoli longobarda messa in luce e scavata (nel 2009 e poi nel 2011) a Sant’Albano Stura, frazione Ceriolo, durante la realizzazione dell’autostrada Asti-Cuneo, è un unicum nel panorama storico archeologico italiano per estensione e quantità di deposizioni (finora sono state indagate 776 tombe). La necropoli si colloca sul terrazzo fluviale della Stura.
    Le tombe sono disposte su lunghe ‘righe’ parallele con sviluppo nord-sud, ciascuna comprendente in media 40-50 fosse. Malgrado la completa scomparsa degli scheletri a causa dell’acidità del terreno, i corredi documentano l’utilizzo del cimitero per circa un secolo (il VII, con un’estensione agli inizi dell’VIII secolo d.C.). Le indagini stratigrafiche in cantiere sono state integrate da un microscavo in laboratorio. Per ragioni di tempo e per evitare la perdita di dati importanti, terminato lo scavo di ogni tomba si è effettuato il prelievo del suo corredo attraverso il taglio di “pani” di terra includenti gli oggetti contigui a gruppi. I pani sono poi stati sistematicamente radiografati al fine di individuare numero, forma e caratteristiche dei reperti inclusi. Le immagini radiografiche hanno guidato il microscavo in laboratorio, per liberare i singoli oggetti dalla terra del prelievo e per le operazioni di restauro vere e proprie, realizzate con metodi aggiornati.
    Tra i corredi maschili esposti, molti presentano cinture per la sospensione delle armi in ferro con decoro ad agemina. Nelle decorazioni ad agemina, che impreziosivano le cinture, i motivi (molto frequenti quelli animalistici) venivano disegnati mediante fili di argento e ottone inseriti nelle incisioni sul supporto e poi martellati; spesso erano anche circondati da più estese laminette d’argento, che producevano l’effetto della placcatura. Fra gli oggetti di ornamento femminile, particolarmente significativi sono i corredi che dimostrano l’evoluzione dei costumi a seguito del contatto con la cultura tardo-romana che i Longobardi trovano in Italia.
    La donna della tomba 563, ad esempio, il cui corredo sarà esposto al museo cuneese, indossava due piccole fibule (spille), portate in coppia nella parte superiore del busto. Una è una fibula in argento dorato, decorata alle estremità con piccole teste di rapaci e nella parte centrale da un almandino (granato), in cui fattura e decoro rimandano all’ambito transalpino. La seconda fibula è riconducibile invece alla cultura cristiana, di stile più naturalistico: è raffigurato San Pietro, seduto con le gambe piegate e il viso di tre quarti (forse velato). Davanti a lui vi è un gallo su un piedistallo.
    Il sistema espositivo atto a conservare e rendere fruibili i delicati ritrovamenti, è stato fornito dalla ditta Kibox di Torino, su progetto condiviso con Soprintendenza e Comune di Cuneo, e redatto dagli architetti Fernando Delmastro e Clara Distefano.
    L’esposizione sarà visitabile negli orari di apertura del museo (dal martedì alla domenica, dalle 15.30 alle 18.30) e interamente compresa nel costo del biglietto d’ingresso (3 euro intero, 2 euro ridotto, 5 gratuito Abbonamento Musei Torino Piemonte, under 6 e disabili con accompagnatori; possibilità d’ingresso anche con la Cuneo Musei).
    A Cuneo i corredi della più grande necropoli longobarda d'Italia - Quotidiano online della provincia di Cuneo





    LA STONEHENGE VENETA
    A cavallo tra il XIX e XX secolo Achille Tellini studia un territorio archeologico nel padovano. Questo naturista e geologo e linguista friulano ha avuto il merito di salvaguardare le lingue minoritarie della sua Regione.
    Tra le sue attività ci fu anche l’archeologia: lavoro' negli scavi di Motte di Sotto vicino a San Martino di Lupari. Motte è il nome di un terrapieno quadrangolare che fa parte della zona archeologica: con una superficie di quasi 50.000 metri quadrati.
    Tellini pensava che facesse parte di un castrum romano, ma studi recenti dimostrano che l’origine di questo posto è molto più remota, infatti risale forse all’Età del Bronzo.
    I manufatti di bronzo, di ceramica e pietra oggi si conservano nel Museo Civico di Cittadella e grazie a questi si è potuto ricostruire il modo di vita di questi antichi abitanti, anche se non si è potuto sapere per quale ragione vivessero lì. L’ipotesi più affascinante è quella che si pensa che questo posto serviva a segnare i solstizi e gli equinozi e addirittura misurare il tempo per poter leggere gli astri.
    Oggi attraverso l’Archeoastronomia si potrebbe ritrovare dei resti di gnomone che confermerebbero questa possibilità. Ovvero, possiamo dire che fu una specie di Stonehenge veneto.
    E' interessante notare che il termine "Motta" indica un rialzo del terreno, e tali "motte" sono spesso costruzioni o terrapieni artificiali di epoca antichissima come questo in esame.
    https://dalvenetoalmondoblog.blogspo...tta-dondi.html




  6. #296
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    Predefinito Re: Padania celtica e germanica

    Il Ripostiglio della Malpensa
    Andrea Burzi'
    Il “Ripostiglio della Malpensa” è un complesso di oggetti in bronzo di grande pregio il cui rinvenimento è avvenuto nel 1977 nella frazione di Case Nuove, in comune di Somma Lombardo (VA). Con il termine “ripostiglio” si è soliti indicare la deposizione intenzionale di un gruppo di oggetti in metallo, in questo caso in bronzo, solitamente rotti o non più utilizzabili, che potevano servire come deposito di metallo da rifondere ad un artigiano metallurgo.
    Lo scavo si è reso necessario dopo il rinvenimento fortuito di alcuni di questi oggetti durante le arature ed è stato condotto dal prof. R.C. de Marinis, allora in forza alla Soprintendenza Archeologica della Lombardia. L'attività ha portato al recupero di numerosi ulteriori oggetti in bronzo e alla scoperta di una tomba a incinerazione. I materiali pertinenti al ripostiglio erano stati dispersi dall'aratro in due direzioni diverse e, al momento della scoperta, riportavano i danni provocati dal vomere (una cuspide di lancia, ad esempio, era stata tranciata a metà).
    Gli oggetti del ripostiglio erano contenuti probabilmente in un recipiente di materiale organico, un sacco di cuoio o una scatola in legno che si è dissolto con il passare del tempo e ha lasciato gli oggetti di metallo a contatto con il terreno, secondo una tipologia molto frequente e denominata “ripostiglio in nuda terra”.
    Tutti gli oggetti concorrono a datare il ripostiglio alla fine del Bronzo Recente – inizio del Bronzo Finale (1150 a.C. circa). Per la tomba, invece, è necessario proporre una datazione di circa due secoli più recente in una fase avanzata del Bronzo Finale (X secolo a.C.), ricavabile dalla fibula ad arco semplice contenuta nell'urna cineraria.
    dal ripostiglio sono stati recuperati 34 manufatti: tre asce, tre falci, quattro cuspidi di lancia, 14 lamine in bronzo di cui 5 pertinenti a schinieri e le altre ad un probabile elmo, sette frammenti di pani in bronzo, due frammenti di armilla, un frammento di tondino decorato a tortiglione.
    Si tratta, percio', di un ripostiglio a carattere misto, cioè contenente diverse categorie di oggetti metallici e in diverso stato di conservazione, da quelli nuovi e funzionanti a quelli in frantumi o danneggiati, fino a veri e proprio lingotti di rame; gli oggetti in lamina (schinieri ed elmo) sono stati addirittura ripiegati più volte su se stessi.
    Tra le tre asce se ne riconosce una ad alette del tipo Ortuccio, una ad alette mediane allungate e il frammento di una terza del tipo Bosisio Parini. Le tre falci, di cui una frammentaria, sono dotate di un'impugnatura a lingua di presa rettilinea che si distingue chiaramente dalla lama ricurva a curva continua; presentano inoltre presa a bordi rilevati, un foro per ribattino e base a coda di rondine, uno sperone triangolare tra impugnatura e lama. Le punte di lancia hanno forma ovale allungata con immanicatura a cannone dotata di due fori laterali per il fissaggio all'asta tramite chiodi..
    Le lamine pertinenti all'elmo (per alcuni ad una corazza) si presentavano ripiegate come quelle delle schinieri. Recentemente restaurate sembra che vadano a delineare un oggetto dalla forma conica con apertura superiore di circa 1 cm e alla base otto strisce di metallo con estremità ripiegata verso l'interno. Si tratta di un oggetto con pochissimi confronti, che si puo' comparare ad un elmo di provenienza ignota conservato al museo nazionale di Budapest.
    Ma gli oggetti più rinomati del complesso sono sicuramente i tre schinieri bronzei. Si tratta di tre pezzi spaiati e del tutto differenti tra loro, che avevano la funzione di proteggere la parte inferiore delle gambe ed erano assicurati ad esse tramite legacci in cuoio che passavano in apposite asole poste sui lati. Non erano certamente oggetti dai fini utilitaristici in quanto la lamina, estremamente sottile, non poteva proteggere dai colpi delle armi nemiche: si trattava quindi di oggetti di prestigio, simboli di potere dei membri delle classi aristocratiche locali che manifestavano la loro posizione sociale privilegiata attraverso le armi e altri oggetti in bronzo, un uso tipico del periodo e ben attestato nelle sepolture protogolasecchiane di questi secoli. Tutti e tre gli esemplari sono decorati a sbalzo mediante piccoli puntini.
    L'esemplare di maggiori dimensioni presenta quattro ruote raggiate collocate in quattro zone delimitate da tre linee perpendicolari. Si tratta di un motivo chiaramente solare al cui centro vi è una borchia realizzata a sbalzo, piatta. Il secondo, leggermente più piccolo, presenta linee ricurve che simboleggiano il motivo di due teste ornitomorfe stilizzate per lato, con il becco rivolto verso l'interno e una borchia al posto dell'occhio; anche questo è un chiaro simbolo dalla valenza solare. Il terzo schiniere, delle stesse dimensioni del secondo, manca di parte del lato sinistro, e presenta su ogni lato tre teste ornitomorfe con il becco rivolto verso l'esterno e borchia al posto dell'occhio.
    Si tratta di oggetti prodotti da officine specializzate nella fabbricazione di manufatti di prestigio e di lusso in lamina bronzea decorata che, in un modo o nell'altro, sono arrivati fino alla Malpensa per essere sfoggiati da un principe locale. La cosa non deve stupire in quanto, in questo preciso momento storico, l'artigianato e il commercio di oggetti bronzei di prestigio era fiorente in tutta Europa tanto che schinieri simili a quelli di Malpensa sono stati rinvenuti in una tomba di Atene; inoltre una forma di fusione per un'ascia tipo Ortuccio, una tipologia tipicamente italiana, è stata trovata a Micene, portata verosimilmente da un artigiano immigrato in Grecia. In Italia schinieri di questo tipo sono stati trovati nella necropoli di Desmontà di Veronella (VR) che è riferibile all'orizzonte della cultura protoveneta: si tratta di una coppia, deposta in un pozzetto a probabile destinazione votiva, molto simile allo schiniere incompleto della Malpensa. Altri esemplari di questo tipo provengono dalla regione di Parigi.
    Il Ripostiglio della Malpensa





    Lingua longobarda, prestiti germanici e lingua italiana

  7. #297
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    Predefinito Re: Padania celtica e germanica

    I VENICONES TRA INGHILTERRA E SCOZIA, EREDI DEI DEI VENETI DI BRETAGNA?
    Quando Giulio Cesare conquistò la Gallia ha anche dovuto sottomettere le tribù marittime dei Veneti.
    I romani si vantavano di averli uccisi o ridotti in schiavitù. Questo sembra essere un molto conveniente pezzo di propaganda self-serving, e io per primo non ci credo.
    Una tribù che si è specializzata in viaggi nell'oceano e nell'uso di imbarcazioni sarebbe difficile, se non impossibile, da imbottigliare. Un buon numero di loro sarebbe stato in grado di scivolare via di fronte a un tentativo di cattura da parte dei Romani.
    COME E' NATO IL LORO NOME
    Qualche secolo dopo il geografo Tolomeo rileva che I VENICONI vivevano nel nord-est la Gran Bretagna (nella regione di Fife e su entrambe le rive del Tay a nord), e una tribù chiamata Venicnii in Irlanda del Nord (Donnegal). Per il mio occhio è ovviamente lo stesso nome, Venic + '-on' o '-n'.
    Per inciso, l'uso di 'ione' è ancora usato come un plurale dal Galles, e la tribù Venet avrebbe probabilmente usato qualcosa di simile, facendo il nome Venet-on. Il suffisso '-on' ricostruito è un plurale ed è anche in caso genitivo (vedere la lista di controllo di elementi lessicali proto-celtiche). Il caso genitivo è la ciliegina sulla torta perché genitivo qui significa 'avere la sua origine in'. Così il suffisso '-on' con un nome tribale indica 'quelle GENTI (plurale) che hanno la loro origine in [toponimo]'.
    Il nome è stato pronunciato veniconi 'Wen-ichones', molto probabilmente a causa di un cambiamento nel linguaggio. Nel caso di questa tribù, è Venet (la 't' diventare un 'ch') + '-on' (il genitivo plurale) + la successiva aggiunta di '-es', che è un altro (e credo non necessaria) plurale suffisso.
    I Romani lo avrebbero probabilmente pronunciato male e a quanto pare hanno aggiunto il suffisso plurale al già presente genitivo plurale, dandoci venicones.
    I territori dei Veniconi occupano quindi la stessa regione che i Romani ebbero bisogno di invadere più volte al fine di sedare attacchi da parte dei Picti nella parte orientale delle Highlands, anche da parte 'della marina dei Picti'.
    Si deve sospettare che la marina dei Pitti è stata composta da persone che tradizionalmente odiavano i romani, come si deve notare il modo insolito di attaccare la Britannia Romana. Tutto questo sembra puntare verso una tribù di guerrieri giunti via mare ed esperti con lo stesso nome (dato cambiamenti naturali nella pronuncia) della tribù marittima in Armorica.
    Si potrebbe facilmente ipotizzare che i sopravvissuti alla conquista romana dei Veneti in Gallia salirono sulle loro barche e si stabilirono a Fife e Donnegal. E la tribù ricostruita che occupava Fife ha continuato la lotta.
    Una volta battuti a Fife dall'attacco romano rinnovata su di loro, alcuni si sono sottomessi e sono entrati nell'area romana, nel territorio Gangani in quello che oggi è situato a nord-ovest del Galles ...
    Quelli che non si sono arresi ai romani e non sono stati quindi ridotti in schiavitù, probabilmente furono assorbiti nella zona vicina invitta dei veniconi, che poi è stata conosciuta con il nome di Verturiones (Fortriu) con il quale hanno condiviso un'origine comune.
    Venet è stato probabilmente pronunciato 'WENED' da quel momento (AD 100-300), e abbastanza presto, grazie all'aggiunta di una 'g', si stabilì nella sua moderna ortografia di Gwynedd. (Dove sono ambientate le leggende di re Artù ndR)
    https://dalvenetoalmondoblog.blogspo...-e-scozia.html



    L'ORIGINE DELLE RUNE
    Lo spirito segreto della mitologia nordica e delle saghe sono intimamente connesse alla natura, alla linfa e ai fiori degli alberi; e agli alberi è collegata la nascita del sacro alfabeto delle Rune.
    Sulle origini dei caratteri runici esistono molte leggende, di cui ne riportiamo due.
    Nel Kalevala, grande raccolta di ballate epico-mitologiche finniche, si narra che il gigante Kullervo, quando era ancora bambino, dovette sopravvivere a vari tentativi di assassinio, commessi da un nemico della sua stirpe.
    Il terzo di questi tentati omicidi avvenne mediante impiccagione a una robusta quercia; dopo tre giorni e tre notti che egli pendeva dall'albero: "No, non è morto Kullervo / non è spirato sulla forca / Egli incide la quercia lavorando di punteruolo / e la quercia è tutta piena di disegni e di figure".....le rune.
    La seconda leggenda narra che le rune furono ottenute da Odino (Wotan) a premio del massimo atto sacrificale: l'immolazione del dio a sè stesso.
    Secondo quanto narra lo Havamal (Il carme dell'alto Odino), la misteriosa vicenda fu questa: Odino, desideroso di apprendere ogni forma di saggezza e conoscenza, accetto' di essere appeso all'albero del mondo (l'albero di cui nessuno sa "da quale radice si levi”) e di pendervi per nove notti, ferito dalla propria lancia.
    Poté cosi' "raccogliere le rune" e imparare a “disegnarne i suoni”, apprendere dal gigante Bolthor i nove canti magici e nutrirsi dell'idromele, la bevanda che è in grado di suscitare il dono della poesia, in genere, e della profezia, in particolare.
    Leggende Longobarde L'ORIGINE DELLE RUNE





    Will Vesper: Das harte Geschlecht
    "Il sangue, corrente invincibile, continua a fluire a noi dai tempi più remoti, e cosi' accade che, anche nelle più antiche stirpi dei nostri padri, noi fossimo già vivi, e in noi, oggi, nell'epoca presente, vivano coloro dai quali discendiamo, il cui sangue scorre nelle nostre vene, anche se non è un sangue esclusivamente nostro: noi siamo il letto del fiume attraverso il quale fluisce l'eterna corrente del sangue che rampolla dai padri e si trasmette ai nostri figli e nipoti.
    E' per questo che il nostro pensiero tanto spesso e volentieri va al passato, è per questo che sogniamo il futuro. Nell'uno e nell'altro siamo di casa, non lo siamo solo nel breve ambito del presente. Quando pensiamo ai nostri padri, in realtà, non facciamo altro che prestare orecchio alle arcane voci del nostro sangue, percepiamo, commossi, i misteri della razza e della vita."

  8. #298
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    Predefinito Re: Padania celtica e germanica

    Un reperto molto interessante: la croce dalla necropoli merovingia di Audun-le-Tiche.



    La spada di Prato Pagano (Bernate) e le deposizioni votive nelle acque durante l'età del Bronzo e la prima età del Ferro
    Andrea Burzi'
    Nell'inverno del 1847-48 nel comune di Bernate (CO), in località Prato Pagano, fu rinvenuta una spada in bronzo; l'arma venne alla luce durante lavori di bonifica condotti nella proprietà di Giuseppe Lucini, in una zona paludosa posta nei pressi delle colline di Grandate e Bernate, vicino alla confluenza del rio Rossola con il Seveso e alla strada provinciale Regina. Nella stessa area furono recuperati anche diversi materiali provenienti da tombe poste, secondo l'usanza del periodo, lungo le direttrici viarie di collegamento. E' proprio la scoperta di queste reliquie archeologiche che ha determinato la toponomastica del luogo, pensando i locali, e a ragion veduta, che questi oggetti fossero appartenuti ad antiche popolazioni non ancora cristianizzate.
    Si tratta di una spada in bronzo del tipo Rankweil, lunga circa 60 cm (48,5 cm la lama e 11,5 l'impugnatura). L'impugnatura, decorata con cerchietti concentrici, è cava, fusa in un unico pezzo e unita alla lama da due ribattini; presenta un pomo a disco con pomello centrale, un fusto con tre costolature e una guardia semicircolare con il motivo della barca solare. La lama è del tipo pistilliforme con massima larghezza verso la punta, nervatura mediana e tagliente su entrambi i lati. Essa era adatta, percio' a menare fendenti, per esempio da un carro da battaglia e sul pomo presenta un foro che permetteva di legare la spada al polso durante il combattimento.
    Il tipo è diffuso soprattutto a nord delle Alpi, dall'Austria occidentale fino alla Germania centro-meridionale, ed è collocabile cronologicamente tra il X e il IX secolo a.C. (Bronzo Finale), un periodo contraddistinto in questa zona geografica dall'insieme culturale denominato Protogolasecca tipo Ca' Morta-Malpensa; la spada testimonia, dunque, la presenza di avviati rapporti commerciali tra l'Italia settentrionale e le regioni transalpine, rapporti destinati ad accrescersi durante l'età del Ferro con l'affermarsi della cultura celtica di Golasecca e che raggiungeranno l'apice nel V secolo a.C., con la straordinaria fioritura del comprensorio protourbano di Como.
    Il fatto che il luogo di rinvenimento fosse un tempo una palude colloca il ritrovamento nella categoria delle deposizioni nelle acque (Gewàsserfunde): con questo termine si indicano le offerte rituali di oggetti di prestigio deposti in acque, in particolare armi e ornamenti. Inoltre, ad avvalorare questa ipotesi, vi è l'integrità dell'arma. In questo periodo le armi deposte nelle tombe venivano ritorte e spezzate secondo un uso che ancora non ha trovato una motivazione certa: si crede che queste azioni fossero compiute per impedire che qualcuno potesse violare la tomba per appropriarsi del suo contenuto oppure, molto più probabilmente, per liberare l'essenza dell'oggetto dalla sua fisicità in modo che potesse seguire il possessore nell'aldilà, un'ideologia questa legata all'affermarsi della pratica dell'incinerazione dei defunti.
    A riprova di quest'usanza possiamo citare la spada coeva, ma di fattura leggermente differente, deposta nella tomba 292 della Ca' Morta: la spada presenta segni di deformazione per essere stata posta sul rogo funebre insieme al cadavere ed è stata spezzata in 7 parti e cosi' deposta nella tomba. Tra le armi del periodo compreso tra il Bronzo finale e la prima età del Ferro possiamo anche annoverare la spada di Moncucco e la spada della Ca' Morta-Cava Ballerini, quest'ultima pero' deposta intera nella tomba.
    Le deposizioni votive nelle acque si collegano ai culti della fertilità tipici soprattutto dell'Europa continentale e nordica nell'età del Bronzo. Ad essere offerti alla divinità, affondandoli nelle acque, ma anche ponendoli sulle cime delle montagne o gettandoli in crepacci inaccessibili, sono oggetti spesso dalla decorazione assai elaborata: armi, in preferenza spade ma anche asce, e oggetti di prestigio.
    Dai ritrovamenti archeologici possiamo notare che il fenomeno è diffuso nell'Italia settentrionale a nord del Po, mentre più a sud diventa raro. Per quanto riguarda la scansione cronologica, questa pratica compare nella zona orientale a partire dal Bronzo Medio e si diffonde progressivamente verso occidente, dove acquista consistenza nel Bronzo Recente; tende poi a scomparire fino al passaggio Bronzo Finale – età del Ferro (IX secolo), periodo a cui risale la spada di Prato Pagano, per continuare poi fino alle prime fasi dell'età del Ferro.
    I fiumi che hanno restituito più spade sono il Sile e il Piave, rispettivamente con 24 e 9 spade; seguono il Po (9 spade), il Chiese e il Bacchiglione (5 spade ognuno), e via via tutti gli altri; sembra dunque che Sile e Piave avessero una grande importanza come luoghi di culto, forse anche per il fatto di essere zone di confine tra ambiti culturali diversi. Anche la tipologia degli oggetti offerti alla divinità tende a cambiare in base alla zona geografica: per esempio le spade a lingua di presa sono più frequenti nelle zone orientali, mentre quelle con codolo a bastone nelle zone occidentali.
    Per lo orizzonte cronologico della spada di Prato Pagano (Protogolasecca) altri ritrovamenti di oggetti in bronzo attribuibili a deposizioni rituali di oggetti in specchi d'acqua o fiumi si collocano nella torbiera di Capriano-Renate (MB) i cui materiali sono conservati al Museo archeologico di Milano. Tra essi troviamo una fibula ad arco semplice decorato a tortiglione, uno spillone a capoccia biconica, un pendaglio a cerchi concentrici e quattro raggi (tipo Kossack 7), tre armille a capi aperti, un anello in filo di bronzo avvolto a spirale: in base alla fibula e al pendaglio il ripostiglio si data al Protogolasecca II (XI secolo a.C.).
    Renato Peroni pone l'attenzione sulle deposizioni in specchi d'acqua (paludi, laghi, torbiere) e le distingue da quelle effettuate nei fiumi, connesse, a suo avviso, al culto di personificazioni del corso d'acqua. Le prime, invece, sarebbero legate alle rappresentazioni di uccelli acquatici: questi appaiono spesso in composizioni "araldiche" o a coppie con le teste rivolte in direzioni opposte e collegate dal motivo semicircolare della Barca Solare. L'offerta sarebbe dunque legata al culto di una divinità solare, secondo una simbologia diffusa in tutto l'ambito europeo: basti pensare ai cigni che trainano il carro solare della mitologia greca e alle diverse concezioni che vedono gli uccelli come tramite tra l'uomo e la sfera divina (ornitomanzia).
    A questo culto si collega quello dell'arma, a cui non è facile dare un significato univoco. In Europa è diffuso il simbolo dell'ascia, soprattutto la bipenne, in associazione alla protome taurina. Se è difficile dare un'interpretazione univoca e solidamente fondata a queste manifestazioni religiose, è pero' certo che accanto alla dimensione sacrale ve ne fosse anche una sociale. Con queste pratiche le élites sociali emergenti che accumulavano sempre maggiori ricchezze ne offrivano una parte alla divinità a favore di tutta la comunità, ottenendo per essa condizioni favorevoli, soprattutto fertilità dei campi e del bestiame. In questo modo, oltre a legittimare il loro prestigio e il loro potere, favorivano la coesione sociale.
    Per concludere è interessante notare come questa pratica sia sopravvissuta a lungo, se non nella pratica, almeno nel folklore: il ritrovamento di armi e altri oggetti preziosi nelle acque di fiumi, laghi o stagni deve aver alimentato una serie di leggende che, almeno dall'età medievale si sono tramandate fino ai giorni nostri. Possiamo, ad esempio, citare la spada di re Artù: questa è donata al padre Uther Pendragon dalla dama del Lago e ad essa tornerà dopo la sua morte. Nella saga dei Nibelunghi il tesoro della principessa Crimilde è deposto nel fiume Reno e nessuno lo recupererà più. Un antico rito della protostoria europea rivive cosi' nel folklore e nei racconti dell'età medievale e moderna.
    La spada di Prato Pagano (Bernate) e le deposizioni votive nelle acque durante l'età del Bronzo e la prima età del Ferro








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    Predefinito Re: Padania celtica e germanica

    MILANO RESPIRA, CAMMINATA ARTISTICA RITUALE | 9-15 NOVEMBRE da PIAZZA DELLA SCALA
    Da mercoledì 9 a martedì 15 novembre - ogni giorno dalle 10 alle 12 con appuntamento in Piazza della Scala sotto il monumento a Leonardo da Vinci - tutti i cittadini che lo vorranno potranno ripensare a Milano come a un organismo vivente con un cuore (Piazza della Scala) e un flusso energetico (le acque dei Navigli), riscoprendo le radici della città lungo l’ellisse tracciata dai Celti nel VI sec a.C. e formata dalle vie che girano intorno all’odierna Piazza della Scala: il tutto attraverso un cammino dalla valenza rituale accompagnati da Tommaso De Angelis che, attraverso una serie di atti “magici” lungo il percorso, alcuni dei quali compiuti con l’aiuto degli stessi partecipanti, aiuta a ridare sacralità all’ellisse celtica riattivando le profondità del cuore di Milano.
    Il punto focale della performance “Milano respira” è dunque l’ellisse attorno a Piazza della Scala che va “risacralizzato” così come lo era al tempo dei Celti, ripristinando la circolazione delle acque che scorrono sotto la città.
    Ecco perché “Milano respira” è anche connessa al sogno di molti milanesi di far rinascere Milano riaprendo parte dei navigli: in particolare il tratto via Melchiorre Gioia - Darsena chiuso tra il 1929 e gli anni ‘60, che significherebbe la riqualificazione della città partendo dal recupero di una delle più importanti opere di inegneria idraulica, con evidenti e positivi risvolti turistici, economici e culturali.
    La scelta stessa del periodo 9-15 novembre per “Milano respira” non è casuale. Infatti, ricorda Tommaso De Angelis: “L’anno celtico era diviso in due stagioni in quanto corrispondeva meglio alle necessità di una economia basata sull’agricoltura e sulla pastorizia, e il sostizio invernale coincideva anche con la fine dell’anno vecchio e l’inizio del nuovo”.
    Precisa Adriano Gaspani, scenziato e direttore dell’INAF Istituto Nazionale di Astrofisica: “Secondo lo Zodiaco di Grand la stagione invernale iniziava quando il Sole si trovava nella costellazione dello Scorpione e quella estiva quando era posizionato nella costellazione del Toro. La particolarità di questo zodiaco consiste nel fatto che esso è diviso in due parti che rappresentano il periodo estivo e quello invernale, ma soparattutto che i segni zodiacali con cui iniziano queste stagioni sono il Toro e lo Scorpione, vale a dire proprio le costellazioni a cui appartengono rispettivamente Aldebaran e Antares. E la levata eliaca di Antares segnava l’inizio della stagione invernale”
    Queste le strade che verranno attraversate ripercorrendo l’ellisse celtica: si parte da Piazza della Scala per poi proseguire per via Santa Margherita, via Protaso, via Clerici, via Bossi, via Boito, via Andegari, via Romagnosi, via Morone, via Belgioioso, via Hoepli, via Berchet, Galleria Vittorio Emanuele, via Silvio Pellico, sino a ritornare in Piazza della Scala.
    Il primo appuntamento è per mercoledì 9 novembre 2016, alle ore 10.00 in Piazza Della Scala, davanti al monumento dedicato a Leonardo da Vinci.
    Per chi volesse partecipare può contattare Tommaso De Angelis:
    Tel. 340-8987504 | tommasodeangelis53@gmail.com
    MILANO RESPIRA, CAMMINATA ARTISTICA RITUALE | 9-15 NOVEMBRE da PIAZZA DELLA SCALA

    Strade d’Europa – Il comprensorio archeologico del Monsorino – Gruppo Escursionistico A.T.P.
    Sabato 15 ottobre il Gruppo Escursionistico dell’Associazione Tradizionale Pietas – Nord Italia si è recato presso il comprensorio archeologico del Monsorino, sito all’interno del comune di Golasecca.
    L’escursione ha preso le mosse dal confine con Somma Lombardo, a pochi chilometri di distanza dalle necropoli golasecchiane, all’imbocco del Sentiero E1, che si inoltra immediatamente nel bosco fino a raggiungere la maestosa Pineta del Vigano di Vergiate, all’interno della quale, dopo aver percorso un piacevole sentiero sterrato in discesa, è possibile scorgere il caratteristico e arcano Sass di Biss (“Pietra della Serpe” nel locale dialetto).
    Questo enorme masso erratico, di origine glaciale e dal colore verdastro, eletto monumento naturale nell’ambito del Parco del Ticino, appare quasi magicamente sotto la volta arborea. A uno sguardo più attento è possibile riscontrare la presenza di numerosissime coppelle di epoca protostorica, incise sulla superficie e raggruppate secondo possibili criteri di disposizione meritevoli di approfondimento. La pioggia leggera che ci accompagna sino a questo masso, i segni incisi sullo stesso e la potente naturalità della zona circostante evocano un senso di profonda sacralità e non risulta difficile immaginare, anche solo per un attimo, la frequentazione a scopo sacrale tanto in epoca preistorica quanto in età celtica.
    Ma le necropoli celtiche di Golasecca sono ancora lontane e bisogna mettersi in cammino! Dopo aver attraversato la parte restante di bosco, raggiungiamo il piccolo abitato di Coarezza. Al termine di una ripida discesa, ecco comparire in tutta la sua bellezza il fiume Ticino, immerso nella bruma mattutina e completamente bordeggiato dalla vegetazione circostante. La strada che conduce verso la Diga della Miorina si snoda placida verso nord, in direzione del Lago Maggiore e, proprio nei pressi dell’imponente sbarramento, avvistiamo numerosissimi esemplari di folaghe e cormorani, appostati su piccoli isolotti rocciosi emergenti dalle acque, intenti a distenderele ali ad oriente nel tentativo di asciugarle, nonché un isolato ed elegante airone, con lo sguardo volto a meridione.
    Dopo aver oltrepassato il pianoro erboso della Spiaggia della Melissa ci inoltriamo nel folto castagneto del Monte Gagliasco, sulle cui alture sorgono le necropoli di origine celtica. La Cultura di Golasecca deve il suo nome al luogo dei primi ritrovamenti, avvenuti ad opera dell’abate G. B. Giani (1788-1857) proprio sulle colline del Monsorino.
    Il sentiero si inerpica per alcune centinaia di metri, fino ai primi cromlech, indagati più a fondo dall’archeologo Pompeo Castelfranco nella seconda metà dell’Ottocento. La parola “cromlech” deriva dalla lingua gallese (significa letteralmente “pietra curva”) e indica un recinto circolare di pietre non lavorate che racchiude una o più sepolture. Queste “tombe a circolo”, di dimensioni variabili (dai 3 ai 10 metri di diametro) sono caratteristiche del comprensorio del Ticino e sono riscontrabili anche nella Svizzera Italiana. In un paio di cromlech riconosciamo facilmente una sorta di corridoio di accesso rettangolare, la cosiddetta allea, probabilmente deputata alla deposizione delle offerte o allo svolgimento dei riti in onore del defunto. I cromlech tuttora visibili al Monsorino sono attribuiti al cosiddetto Periodo Golasecca I, databili tra la seconda metà dell’VIII e tutto il VII secolo a.e.v..
    Nell’area del Ticino il solo rito funebre impiegato era la cremazione, in genere nella forma indiretta. Il defunto era bruciato su un rogo preparato a parte, anche adiacente alla tomba, e le sue ceneri, raccolte dentro un’urna coperta da una ciotola o da pezzi di legno o cuoio, erano poi deposte nella tomba, scavata nella terra.
    I corredi (oggi conservati all’interno della sezione archeologica del Castello Sforzesco di Milano) ci consentono di comprendere la struttura gerarchizzata della società celtica golasecchiana, con a capo un guerriero o capo-tribù la cui importanza si esprimeva anche con la deposizione nella tomba delle armi e degli oggetti che ne avevano manifestato il prestigio in vita (morsi equini, vasellame in bronzo, carri). Non dobbiamo poi dimenticare che i Golasecchiani rivestivano il ruolo di intermediari tra gli Etruschi e i Celti Transalpini, grazie al collegamento tramite il fiume Ticino con il Novarese e il Canton Ticino, e con le zone al di là delle Alpi tramite i passi alpini del San Bernardo, Sempione e San Gottardo. Numerosi oggetti etruschi e greci ritrovati nelle tombe golasecchiane sono la riprova di questo ruolo e sono leggibili, oltre che come acquisti veri e propri, come dazi o doni fatti ai capi celti locali dai commercianti stranieri.
    L’escursione a Golasecca non poteva, infine, che concludersi con un lauto banchetto a base di tipicità locali presso la Locanda del Buon Cammino del vicino borgo agricolo di Cuirone, immerso nel verde e nella pace, ai piedi dei dolci pendii del Monte San Giacomo.
    Strade d?Europa ? Il comprensorio archeologico del Monsorino ? Gruppo Escursionistico A.T.P. | EreticaMente































    Will Vesper: Das harte Geschlecht
    "Il sangue, corrente invincibile, continua a fluire a noi dai tempi più remoti, e così accade che, anche nelle più antiche stirpi dei nostri padri, noi fossimo già vivi, e in noi, oggi, nell'epoca presente, vivano coloro dai quali discendiamo, il cui sangue scorre nelle nostre vene, anche se non è un sangue esclusivamente nostro: noi siamo il letto del fiume attraverso il quale fluisce l'eterna corrente del sangue che rampolla dai padri e si trasmette ai nostri figli e nipoti.
    E' per questo che il nostro pensiero tanto spesso e volentieri va al passato, è per questo che sogniamo il futuro. Nell'uno e nell'altro siamo di casa, non lo siamo solo nel breve ambito del presente. Quando pensiamo ai nostri padri, in realtà, non facciamo altro che prestare orecchio alle arcane voci del nostro sangue, percepiamo, commossi, i misteri della razza e della vita."

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    Predefinito Re: Padania celtica e germanica

    Saggio di 240 pagine con 200 immagini a colori, 14 Euro.

    Doni nell’acqua: spada “ad antenne” da Casier, IX-VIII sec. a.C. (Museo Civico di Treviso).

    La stessa ritualità compare nel ciclo arturiano quando la Dama del Lago consegna ad Artù la spada che riemerge dall'acqua: la spada Excalibur.
    Piero Favero autore del Libro "L'alba dei Veneti" scrive collegando il mito di re Artù alla presenza dei Venetones nell'Inghilterra pre romana.



    Il simbolismo del corvo nella tradizione norrena
    L’italiano “corvo” deriva direttamente dal latino corvus (cfr. anche l’accusativo singolare umbro curnaco), parola di remota origine indoeuropea, probabilmente onomatopeica (kr… kr). È attestata in forme affini in diverse altre aree (il che ne fa presumere una derivazione dalla fonte comune): celtica (irlandese crü, ricostruito *krowos), germanica (alto tedesco hraban, norreno hraukr) e baltica (lituano šárka, e kraûkti il verbo), oltre che greca (córax, coróne), indiana (sanscrito karavas).
    Nell’Urheimat, la nordica patria d’origine dei popoli indoeuropei, il corvo doveva solcare con la sua nera figura il cielo: assurse a epifania di diverse divinità, con tratti affini. Il suo simbolismo è duale, essendo collegato sia con la saggezza, la preveggenza e la lungimiranza, sia con la morte e la distruzione: le sue peculiarità lo fanno animale solare e notturno al tempo stesso. Forse è anche per questo che viene associato al lupo, che ha analoghe caratteristiche. Gianna Chiesa Isnardi, ricordando la Hálfs saga ok Hálfsrekka (Saga di Hálfr e dei guerrieri di Hálfr), afferma che «nelle figure dei due fratelli Hrókr inn hvíti e Hrókr inn svarti “cornacchia bianca” e “cornacchia nera” è forse conservato il ricordo della duplice simbologia dell’animale» (I miti nordici). Nello Zoroastrismo è animale benefico e puro che dissipa la corruzione; il culto di Mitra definì corvus il primo grado iniziatico dei suoi misteri solari.
    Nella mitologia greca il carattere solare si manifesta nel fatto che è messaggero di Helios-Apollo e collegato a Crono, ad Atena e a Asclepio-Esculapio; i corvi predissero la morte di Platone, come a Roma quelle di Tiberio e Cicerone.
    Particolare importanza riveste nella mitologia nordico-germanica e in quella celtica. Tra i Germani i corvi sono sacri a Wotan-Odino, e i suoi due corvi Huginn e Muninn (“pensiero” e “memoria”) volano nel mondo a raccogliere ogni informazione, per poi tornare a riferirla al dio sovrano. Lo seguono anche nella furiosa caccia selvaggia, e nella mitologia celtica sono sacri tanto a Lug dalla lunga lancia (così simile a Odino), quanto alla Morrigan, dea del furor guerriero e della morte in battaglia. In un mito gallese Owein è un eroe “sovrano di corvi” e si scontra con il seguito di Artù. La diffusione in area celtica e germanica ne ha comportato una forte presenza nell’araldica, dove pare però essere confuso con la cornacchia.
    Ultimo dato interessante è che il corvo è spesso associato agli occhi per via della sua capacità di lungimiranza; inoltre i suoi occhi hanno potere medicamentoso. Ciò va messo in relazione con la qualità del corvo di rappresentare la prima funzione sovrana indoeuropea, quella magico-religiosa (testimoniata dal suo collegamento a Odino e Lug), come gli occhi lo sono nella gerarchia simbolica del corpo umano.
    white wolf revolution: Il simbolismo del corvo nella tradizione norrena








 

 
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