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Discussione: Padania intraprendente

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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    Investire sulla tradizione in tempo di crisi, la ricetta della polleria Maragliano
    Lorenzo Mameli
    Genova - Investire in tempo di crisi è possibile, anche su un’attività tradizionale a conduzione familiare. Dopo quasi cent’anni di storia, la polleria Maragliano ha completamente rinnovato il locale di via Frugoni 15-17 rosso, per tornare a scommettere sul futuro. L’obiettivo di Stefano e Roberta Maragliano, gestori di terza generazione, è quello di affiancare alla polleria, alla gastronomia e al servizio “take away” da asporto, anche la possibilità di scegliere e mangiare la carne sul posto.
    L’arredamento e gli interni risalivano al 1935: ora, grazie a una razionalizzazione degli spazi, sono arrivati otto posti a sedere. «Con la crisi economica c’è stata una riduzione fisiologica del nostro giro d’affari – racconta Stefano Maragliano – perché le persone cucinano meno carne e i gruppi familiari sono più piccoli. Non ci si siede più tutti i giorni in dieci allo stesso tavolo, come succedeva un tempo, e se gli acquisti sono cresciuti di numero, è facile che molti clienti acquistino solo una svizzera. Per questo abbiamo deciso di creare un’altra alternativa ai bar, rivolta soprattutto a chi lavora in zona e vuole mangiare bene e rapidamente».
    Allo spiedo e alla friggitrice si è aggiunta una piastra, per cucinare le carni e gli altri cibi in tutti i modi e per trasformare la polleria in una sorta di “hamburgeria a chilometro zero” con prodotti che arrivano da Cicagna, Davagna e Serra Riccò. Il negozio, chiuso per lavori dal 29 luglio, è stato riaperto il primo di settembre e ieri alle 17 c’è stata la festa di inaugurazione con la presentazione del “nuovo” locale al pubblico.
    Solo pochi decenni fa, al piano di sotto c’erano i polli vivi. I pennuti, nel secondo dopoguerra, erano uno status symbol, appannaggio quasi esclusivo delle mense dei benestanti. «Chi fa i santi senza becco, fa Natale poveretto», recitava un adagio dell’epoca, e infatti gli acquisti erano due o tre al giorno.
    Il fondatore della polleria che molti ancora oggi continuano a chiamare “polleria Ivaldi” fu Luigi Ivaldi, originario di Piancastagna, nel Comune di Ponzone. Come quasi tutti quelli del mestiere, che venivano anche da Moretti e da Sassello, a cavallo fra la provincia di Alessandria e quella di Savona. Nel 1920 fondò un esercizio commerciale in vico dritto Ponticello dove vendeva solo uova all’ingrosso, ma nel 1934, in piena epoca fascista, ricevette lo sfratto, perché si trovava proprio nel punto in cui sarebbero stati costruiti i grattacieli in stile razionalista di piazza Dante.
    Nel 1935, allora, Ivaldi trasferì la sua attività in via Innocenzo Frugoni, dove è rimasta fino ad oggi. Dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 1967, la polleria fu gestita dalla moglie Maria Rosa Maragliano insieme ai nipoti Arnaldo e Pasquale, padre di Stefano e Roberta che l’hanno rilevata nel ’96. «Qui lavoriamo solo in due, per ora – afferma Stefano Maragliano – io e mia sorella, come sempre. Ma se con questo investimento aumenterà il lavoro, probabilmente assumeremo un altro lavoratore». E se la polleria riuscirà a cavalcare l’onda delle mutate (e difficili) condizioni di mercato, nel 2020 potrà festeggiare un secolo di attività.
    Investire sulla tradizione in tempo di crisi, la ricetta della polleria Maragliano | Liguria | Genova | Il Secolo XIX

    ‘’VORREI RICORDARE AGLI AMICI DI DAGOSPIA CHE I MOTORI VINCENTI DELLA MERCEDES SONO IL FRUTTO DEL LAVORO DELL'ING. ALDO COSTA, LICENZIATO NEL 2011 DALLA FERRARI E SUBITO ASSUNTO DALLA CASA TEDESCA DOVE SVOLGE L'ATTIVITÀ DI DIRETTORE DEL SETTORE INGEGNERIA E RESPONSABILE DI PROGETTAZIONE E SVILUPPO DELLA SQUADRA DI FORMULA 1 DELLA MERCEDES” (FEDERICA TESINI)
    Riceviamo e pubblichiamo
    Vorrei ricordare agli amici di Dagospia e ai suoi lettori che i motori vincenti della Mercedes sono il frutto del lavoro dell'Ing. Aldo Costa[parmense], licenziato nel 2011 dalla Ferrari e subito assunto dalla casa tedesca dove svolge l'attività di direttore del settore Ingegneria e responsabile di progettazione e sviluppo della squadra di formula 1 della Mercedes.
    Federica Tesini



    Innovazione, Camera di commercio, la Lombardia capofila in Europa
    Parte dalla Lombardia un terzo dei brevetti europei che viene depositato dall'Italia: nel 2012 (ultimo dato disponibile) sono stati 1.258 su 3.819. Milano che in Europa è settima per numero di brevetti depositati dopo città come Monaco, Berlino e Parigi, da sola pesa il 17,5% del totale italiano con 667 brevetti. In pratica un brevetto europeo che arriva dall'Italia su sei è milanese.
    Dopo Milano, in Lombardia vengono Brescia (138), Bergamo (93) e Varese (86). Se rispetto al 2011 il dato medio lombardo e italiano sono in flessione, Milano resta stabile mentre crescono soprattutto Cremona (+33,3%) e Mantova (+27,3%). Se si considera il trend di crescita in 10 anni, sono Lecco (+72,1%), Varese (+69,2%) e Brescia (+60,9%) le province che crescono di più. Milano registra un +16,6%.
    Innovazione, Camera di commercio, la Lombardia capofila in Europa

    IL DESIGNER
    Dentro gli ovetti Kinder la fantasia di un trevigiano
    Princivalli disegna le sorprese: «A volte impiego tre anni»
    Sono un’icona dei tempi moderni, nel loro guscio giallo a forma di uovo si schiudono per regalare emozionanti sorprese. Generazioni di bambini in tutto il mondo, hanno giocato giocano e giocheranno con le sorpresine degli ovetti Kinder, e molte di quelle sorprese parlano trevigiano, perché a realizzarle è Andrea Princivalli, 40enne artista opitergino, virtuoso dell’immagine che declina la sua arte in video d’animazione, videoclip, illustrazioni e jingle, e che da 10 anni è character design per Ferrero.
    Laureato all’accademia di Belle Arti a Venezia, Princivalli ha iniziato a lavorare già da studente perché «più che le scuole, a convincermi nel cercare di trasformare le mie passioni in professione sono stati gli stage, le esperienze in studio, e i concorsi a cui partecipavo e che, anche se perdevo, mi servivano a vedere cosa c’era in giro e a capire che dovevo impegnarmi di più e raffinare le mie qualità. Soldi pochi, ma tanta esperienza!».
    E così, un passo alla volta, ha iniziato a portare i suoi lavori fuori dai confini della provincia, avviando lo Studio Manolibera con l’amica artista Francesca Tosetto e sviluppando importanti collaborazioni: «Con i primi videoclip animati per amici musicisti, mi sono fatto conoscere da gruppi e artisti più importanti. Ho scoperto che i miei lavori piacevano, e hanno iniziato ad essere diffusi in televisione a vincere premi importanti». Fino all’incontro con quello che è stato, in qualche modo, il suo talent-scouts, Vincenzo Mollica: «Gli sono piaciuti i miei lavori, tanto che ha trasmesso alcuni miei videoclip nella sua rubrica “DoReCiak- Gulp” all’interno del Tg1, per la quale ho poi ideato anche varie sigle». Una vetrina importante che gli ha consentito di salire di livello e realizzare videoclip e spot per l’Unicef, Fabbrica e Mtv Usa e gli ha aperto le porte per la collaborazione con la Ferrero, diventando uno degli ideatori delle sorpresine degli ovetti Kinder diffuse in tutto il mondo: «Mi piace pensare che tanti bambini (e anche qualche adulto) si divertiranno con i miei giocattolini. E’ molto gratificante».
    Piccoli giocattoli da costruire, divertenti e fantasiosi per la cui realizzazione nulla è lasciato al caso: «Io stesso resto stupito da quanto tempo e studio c’è dietro allo sviluppo di un mio disegnino. La parte difficile per me è trovare l’idea, la giocabilità originale e nuova! Alle volte da un mio schizzo alla sorpresina dentro l’ovetto possono passare anche tre lunghi anni, e devo dire che quando le vedo anch’io per la prima volta sbucare dal barattolino giallo è un’emozione fortissima».
    Un lavoro che nel tempo è evoluto insieme alla tecnologia: «Dai miei schizzi si passa alla produzione per sviluppare in tridimensionale il pupazzetto. Ci sono artisti bravissimi che realizzano, supervisionati da me, il gioco da stampare in milioni di esemplari. Tutto è affascinante perché gli standard dei bimbi di oggi sono molto alti, non bastano più le sorpresine naif di 30 anni fa, vogliono cose stupefacenti, intriganti, nuove. La mia sfida è pensare a qualcosa con cui giocherei io e cercare di fissarla in un’ideagioco. L’esperienza Kinder poi interviene per equilibrare il tutto e rendere la sorpresina un prodotto sicuro. In Ferrero c’è un team di lavoro eccellente, inoltre sono interessati ancora alla creatività italiana e di questi tempi non è male».
    Ma dove nasce questa creatività? «Vincenzo Mollica mi ha dedicato questa frase: “Andrea è un essere umano dalla fantasia disumana. I suoi disegni si muovono anche quando sono fermi, sono a colori anche quando sono in bianco e nero. Fantascientifica è la sua arte, preistorico il suo cuore”. Ecco, i miei lavori nascono da questi contrasti. Cortocircuiti tra cose note e ignote, tra natura e tecnologia, tra sogno e veglia, tra caso e pensiero».
    Dentro gli ovetti Kinder la fantasia di un trevigiano - Corriere del Veneto



    Lettera di Giuseppe Caprotti al Corriere della Sera:
    Caro direttore,
    ho letto il bell’articolo sul Suo giornale dell’8 settembre. Non posso che ringraziarvi per le lusinghiere espressioni usate nei riguardi di Esselunga e del sottoscritto. Tuttavia vorrei permettermi un’osservazione. Le tre aziende scelte dall’autore non costituiscono un campione appropriato. Mettere Esselunga—e dunque me— accanto ad Armani e Luxottica è azzardato. Meglio sarebbe stato scegliere Ferrero. Esselunga è una piccola azienda, piccolissima nel suo settore, è solo una multiprovinciale, non ha un centesimo di attività fuori dai confini nazionali. Ove Luxottica, coi suoi centri di produzione in Cina, i suoi 6.000 negozi sparsi nel mondo è un gigante vicino al quale noi non possiamo stare. Del pari Armani, che è un genio a livello mondiale, con investimenti grandiosi anche fuori dal suo campo d’origine. Noi dunque siamo un’azienda di qui, una multiprovinciale che neppure riesce ad insediarsi a Genova o a Modena, per non dire di Roma ove io poco, ma i nostri urbanisti si sono recati forse 2.000 volte in dodici anni nel vano tentativo di superare ostacoli di ogni genere, per incontrare adesso il niet del nuovo sindaco del quale si può dire soltanto che è un po’ «opinionated».
    Noi, diversamente da Luxottica, Ferrero, Pirelli, Squinzi, Bombassei, Calzedonia, siamo un’impresa al 100% italiana (Pirelli, credo, italiana al 17%). E come tale un’impresa che deve difendersi dalla Pa (pubblica amministrazione) in tutte le sue forme e a tutti i suoi fantasiosi livelli ogni giorno che Dio comanda. Tassata al 60%, non più minimamente libera di scegliersi i collaboratori (la signora Fornero ha «garantito» anche i soggetti assunti in prova), Esselunga si trascina. Porta ancora avanti vecchi progetti, cose nelle quali, incredibile dictu, si era impegnata ancora al tempo delle lire. Per realizzare un punto vendita occorrono mediamente da otto a quattordici anni. Ma per Legnano ventiquattro; mentre a Firenze forse apriremo l’anno prossimo un Esselunga di là d’Arno, una iniziativa partita nel 1970! Così, ultimamente, abbiamo cancellato ogni nuovo progetto. Ecco, caro direttore, la pallida risposta di un’azienda che di problemi ne ha troppi, che si avventura ogni giorno in una giungla di norme, regole, controlli, ingiunzioni, termini, divieti che cambiano continuamente col cambiare delle leggi, dei funzionari, dei potenti.
    Uno slalom gigante con le porte che vengono spostate mentre scendi. Un’azienda affondata nelle sabbie mobili italiane. Oberata da un esiziale carico fiscale atto solo a sostenere tutto ciò che nel paese è sovvenzionato. Cioè quasi tutto.
    Diversamente da Armani e Luxottica che hanno «creato», noi abbiamo soltanto cercato di dare un po’ di eleganza, di efficienza, di carattere ad un mestiere assai umile. A livello internazionale ciò ci è riconosciuto. Ma nel paese non siamo ben accolti. E per soprammercato facciamo un mestiere che nel nostro stranissimo paese è politico. Perché? Perché sono «politici» i due più grandi operatori nazionali. Fuori non riescono neppure a capirlo.
    Ma sono tante le cose che gli stranieri non possono capire di noi, di un paese che se fosse rimasto libero e normale avrebbe potuto andare chissà dove. Imprenditori straordinari fecero nel dopoguerra aziende straordinarie. Ma gli imprenditori sarebbero poi diventati tutti incapaci, a meno che non se ne fossero andati ad operare altrove. Ma noi non possiamo. Peccato non si possa dire: «hic manebimus optime».
    Caprotti: com?è difficile fare impresa Dal ?70 aspettiamo un?autorizzazione

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  2. #102
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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    Firenze gelato Festival, sfida europea
    Maestra gelataia veronese batte tutti con «Sbrisolona dei 12 apostoli con Recioto bianco». Secondo e terzo posto a gelatai fiorentini e calabresi
    FIRENZE — Il festival, quest’anno divenuto internazionale, ha toccato dieci città italiane e tre europee (Amsterdam, Norimberga e Nizza) per promuovere storia, cultura e innovazione del gelato di alta qualità.
    La gara che ha concluso il tour europeo del Firenze gelato Festival ha visto vincitore un gelato al gusto veneto di salume e vino bianco: Giovanna Bonazzi, maestra gelataia veronese, è stata una dei 17 vincitori delle 13 tappe del Festival: già vincitrice della tappa di Verona sia per la giuria tecnica sia per quella popolare e per questo proclamata miglior gelatiere d’Europa. La gelatiera di Parona di Valpolicella si è aggiudicata il posto più alto del podio con il gusto «Sbrisolona dei 12 Apostoli con Recioto Bianco».
    Giovanna ha vinto con un gelato che sapeva di Veneto, ispirandosi ai gusti tipici del suo territorio, e ancora una volta la tradizione ha portato frutti sulle innovazioni. Al secondo posto si è classificato Giampiero Burgio, fiorentino, con «I’David», al terzo Francesco Mastroianni, calabrese, con «Cuore di Brontolo».
    Bonazzi sul podio con il gelato al gusto di Sbrisolona e Recioto - Corriere del Veneto

    Sesto, azienda protesta contro la moschea: «Ce ne andiamo»
    L’ad di Sinteco segnala che il centro islamico in costruzione in via Trento è incompatibile con la destinazione urbanistica assegnata all’area
    di Ferdinando Baron
    «Caro sindaco, si rispetti la legge: in un’area industriale non può andarci una moschea». Se si farà, l’azienda fa capire che potrebbe essere costretta a trasferirsi altrove. Una lettera aperta dai toni durissimi, quella inviata al Corriere della Sera e destinata al sindaco di Sesto San Giovanni. L’ha scritta Adriano Schiavolin, amministratore delegato di Sinteco, l'azienda di Longarone costruttrice di macchine e impianti destinati all’industria alimentare mondiale (il fatturato è di diversi milioni di euro, buona parte della produzione va all’estero). Il motivo è presto detto: i capannoni dell’impresa si troveranno di fianco il nuovo centro islamico di via Trento 103. I lavori di ristrutturazione degli edifici esistenti per riadattarli a luogo di culto sono iniziati a fine luglio, senza autorizzazione del Comune. Un unico ingresso porta sia alla ditta sia al futuro centro: tir e fedeli di Maometto, insomma, rischiano di darsi fastidio a vicenda.
    «Rispetto del Pgt»
    Per prima cosa l’amministratore delegato reclama il rispetto delle regole: «Il Pgt, ovvero il Piano di Governo del Territorio, evidenzia l’incompatibilità dell’insediamento del centro islamico con la destinazione urbanistica assegnata all’area di via Trento 106. Mi chiedo che valenza abbia una norma così importante se poi non viene applicata. Possibile che una tale evidente incongruenza con la normativa vigente venga nascosta e tollerata?». Il problema riguarda, oltre che la legge, la viabilità e la sicurezza degli stessi futuri frequentatori del centro islamico, oltre che dei fornitori e dei dipendenti della Sinteco.
    Rischio congestione
    «La zona di via Trento 106 è completamente priva di aree di sosta - specifica il manager -, nelle vicinanze non vi sono collegamenti con mezzi pubblici e il cortile interno, su cui si affacciano gli edifici industriali, è privo di vie di fuga. Il rischio di sovraffollamento e congestione è scontato». Oltre al transito dei residenti e dei loro mezzi, l’attività di Sinteco e delle altre aziende interessate prevede il passaggio di personale e di mezzi pesanti per il trasporto di merci. «Già in passato - si legge ancora nella missiva - abbiamo subito perdite rilevanti ed abbiamo denunciato gravi problemi di viabilità dovuti all’interferenza con le attività illegali della palazzina rosa (un edificio abitato da immigrati e sovraffollato che sorge nella stessa area, ndr). Riteniamo l’insediamento del centro islamico un’ulteriore causa irreversibile di aggravamento della situazione».
    Pronti ad andarsene
    «Ci auguriamo fermamente - conclude la lettera l’amministratore delegato - che l’area resti esclusivamente a destinazione d’uso produttivo-industriale nel rispetto della normativa vigente e a tutela del decoro, della sicurezza e del buon senso. Tale situazione di disagio e conflitto inducono la mia azienda a gravi riflessioni sulle reali possibilità di un futuro sviluppo produttivo di Sinteco in questo sito». In sostanza l’impresa sarebbe pronta a fare le valigie.
    Sesto, azienda protesta contro la moschea: «Ce ne andiamo» - Corriere.it




    E’ IN ARRIVA LA SUPER-BATTERIA AL GRAFENE CHE DURA IL 25% IN PIÙ E PUÒ RICARICARE RAPIDAMENTE LE MACCHINE ELETTRICHE
    Ciò che i ricercatori genovesi hanno fatto è sostituire il grafene alla normale grafite utilizzata per l’anodo di una comune batteria al litio, con il risultato che gli ioni di litio si sono “attaccati” assai più copiosamente al nuovo materiale - In più, la sua flessibilità e robustezza sono uniche…
    Stefano Agnoli per il “Corriere della Sera”
    La chiave di tutto è il grafene: un foglio a due dimensioni dello spessore di un atomo di carbonio, scoperto nel 2004 da due ricercatori russi che nel 2010 hanno vinto il premio Nobel. Ha caratteristiche uniche: è flessibile, impermeabile e, soprattutto per quanto riguarda i ricercatori dell’Istituto di tecnologia, è un conduttore elettrico. Ebbene, lavorando sulla base di queste premesse a Genova hanno messo a punto un prototipo unico al mondo: una batteria che grazie ad un anodo trattato con il grafene garantisce un’efficienza superiore del 25% rispetto a una tradizionale batteria al litio.
    Un quarto in più di corrente insomma, che può essere utilizzata per alimentare auto elettriche o i vari dispositivi elettronici che utilizzano batterie, dagli smartphone ai tablet ai personal computer. Una tecnologia tutta italiana (dovuta al team genovese di Vittorio Pellegrini e Bruno Scrosati) pronta per lo sviluppo industriale e che sta già raccogliendo l’interesse di produttori dell’automotive e di gruppi elettrici, come la Bluecar del gruppo Bollorè e l’Enel.
    La notizia «ufficiale» della batteria al grafene sarà diffusa tra pochi giorni da «Nano Letters», una delle bibbie mondiali delle nanotecnologie e dell’elettrochimica. Ciò che i ricercatori genovesi hanno fatto è sostituire con procedimenti speciali il grafene alla normale grafite utilizzata per l’anodo di una comune batteria al litio, con il risultato che gli ioni di litio si sono «attaccati» assai più copiosamente al nuovo materiale. Il grafene, detto per inciso, ha tra le sue caratteristiche quella di avere il più elevato rapporto tra superficie e peso: con un solo grammo si possono ricoprire 2.600 metri quadrati.
    All’Iit hanno trovato il modo di trattarlo in una soluzione, ottenendo una sorta di «inchiostro» che viene poi spalmato sull’elettrodo della batteria. In più, la sua flessibilità e robustezza sono uniche, tanto che colossi come Nokia e Samsung si sono già mossi. Il gruppo coreano ha da tempo messo il suo timbro su touchscreen flessibili per i telefonini.
    Ora si aprirebbe la prospettiva di estendere la flessibilità anche alle batterie dei cellulari, che potrebbero così essere ripiegati e messi in tasca dopo l’uso. E visto che il grafene non perde le sue proprietà anche con torsioni del 40%, a mettere gli occhi sul materiale è stata anche la Head, che ha chiesto a un’azienda coreana di fornirle il grafene per alleggerire il manico delle sue racchette da tennis e renderle più potenti. Quegli attrezzi sono ora nelle mani di campioni come Novak Djokovic e Maria Sharapova.
    Una delle prospettive più interessanti agli occhi europei, tuttavia, riguarda l’annoso problema di come «immagazzinare» energia in modo efficiente. La diffusione dell’auto elettrica, ad esempio, è frenata dalla scarsa autonomia garantita fino a oggi dalle batterie, e dalla lunghezza dei tempi di ricarica, che vanno dalle 6 alle 8 ore. Il prototipo da noi concepito, dice Pellegrini, «in prospettiva apre la strada allo sviluppo di batterie che si potrebbero ricaricare nell’arco di minuti, non ore». Più energia e tempi ridotti, quindi.
    Ma quanto costa il grafene, e chi lo produce? A Genova, oggi, i ricercatori dell’Iit si autoproducono un paio di litri al mese di «inchiostro», e un contenitore da un centinaio di millilitri costa tra i 3 e i 400 euro. Diverso sarebbe lavorare su scala industriale: a Como lo fa la Directa Plus, maggior produttore europeo con 30 tonnellate l’anno, che ha stretto accordi con l’Iit. Per una volta un’accoppiata ricerca-industria potrebbe rivelarsi vincente.



    Campari, l’azienda meneghina che insegna come si cresce
    di Matteo Borghi
    Per capire che Campari sia un’azienda leader nelle bevande alcoliche non c’è bisogno di un articolo. Basta andare in qualsiasi bar e ordinare Campari2 l’omonimo popolarissimo drink – ma anche un Crodino, un Aperol Spritz o un Cinzano Soda – per vedere, sul retro, il logo del marchio.
    Quello di cui, di solito, non si è a conoscenza sono le reali dimensioni del gruppo meneghino doc fondato nel lontano 1860 da Gaspare Campari: un colosso forte di oltre 50 brand da tutto il mondo (ci son fra gli altri il whisky Wild Turkey e la Skyy Vodka dagli Stati Uniti, e il Glenn Grant dalla Scozia), con 17 impianti produttivi, 4mila dipendenti e oltre 1 miliardo e mezzo di fatturato nel 2013, più che raddoppiato in dieci anni.
    Il suo attuale amministratore delegato, Bob Kunze-Concewitz, austriaco, dopo aver di recente completato l'assorbimento di un altro marchio, l’amaro siciliano Averna, si prepara ad un nuovo slancio verso la crescita. Che significa sostanzialmente due cose: adeguare i propri prodotti ai gusti della clientela (al netto della crisi le abitudini cambiano e il consumo di amari tradizionali scende) e puntare sull’export. La chiave del successo «è la forza del brand sui mercati esteri», «entrando in nuovi mercati e reclutando nuovi consumatori in quelli dove sono già radicati», costruendo impianti ex novo e rinnovandone altri. Così facendo «Aperol è cresciuto di 9 volte dal 2003, Skyy Vodka di 10 volte in 13 anni e Wild Turkey del 50% dal 2009». La famiglia Garavoglia, principale azionista del gruppo che stando a Forbes lo scorso anno ha guadagnato oltre 16 milioni di euro portando il suo patrimonio a 2,6 miliardi, ringrazia.
    Il caso Campari, come quello di Ferrari, Brembo, Luxottica e dei marchi dell’alta moda dovrebbe essere studiato attentamente da chi – oggi – pensa di poter ridare fiato all’economia attraverso massicce svalutazioni “competitive”. Il successo di un’impresa è dato dalla competitività dei suoi prodotti sul mercato, che nulla c’entra col valore della moneta, come fa notare oggi Carlo Lottieri. Ciò che bisogna fare è piuttosto togliere quei vincoli (leggi tasse e burocrazia italiana) che limitano il potenziale di un’impresa, specie se piccola. Che poi se i piccoli potrebbero sopravvivere, pensate cosa diventerebbero i grandi marchi che ho citato prima, con meno tasse.
    Campari, l?azienda meneghina che insegna come si cresce | L'intraprendente





  3. #103
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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    Da Milano a Varese Una storia lunga novant'anni
    Il 21 settembre del 1924 veniva inaugurata la A8
    Redazione
    Il casello era una sbarra che l'addetto sollevava a mano uscendo da una casupola minuscola per riscuotere le 20 lire del pedaggio. Due pali biancorossi con alla sommità due innovativi pneumatici Pirelli e un cartello sospeso che intimava l'Alt spalancavano, 90 anni fa a Milano, i 43 chilometri di asfalto nuovissimo della prima autostrada del mondo. Era il 21 settembre del 1924 e a inaugurare la Milano-Varese fu una Lancia Trikappa guidata da Piero Puricelli, ideatore e realizzatore del progetto.
    La prima via al mondo a pedaggio «per sole automobili» era passata in soli 500 giorni di lavori dall'utopia di un pioniere alla realtà di un'opera rivoluzionaria che avrebbe cambiato per sempre il modo di viaggiare in auto. Non più curve continue in mezzo ai boschi coi conducenti impegnati a dribblare carretti a cavalli e passeggeri in contemplazione di panorami e monumenti nell'attraversare decine di piazze di paese. Sull'autostrada il viaggio è veloce, tutto d'un fiato, su una strada liscia e dritta senza polvere e buche. Pochi allora intuirono la portata della novità, in tanti invece si chiesero perplessi che senso avesse quell'opera faraonica con ben 35 ponti e 71 sottopassi, considerando che nell'Italia di allora circolavano poco più di 80mila automobili. Scommessa vinta alla grande: l'A8 che festeggia oggi il novantesimo compleanno vede passare ogni giorno una media di 40mila auto.
    Da Milano a Varese Una storia d'asfalto lunga novant'anni - IlGiornale.it



    Follie burocratiche, impresa rischia di fallire per colpa di un lucernario
    Un'impresa veneta da 20 milioni di euro di fatturato rischia di chiudere per un lucernaio di 80 centimetri
    Flaminio Spinetti
    In Italia la crisi non è l'unico nemico di chi voglia fare impresa. Ben più temibile è l'ottusità di una burocrazia degna di un paese dell'ex Unione Sovietica. Il Corriere Veneto di ieri ne ha dato l'ennesima prova. Un lucernaio di 80 centimetri più alto rispetto al progetto originario potrebbe mandare a casa 70 dipendenti.
    Tutto è iniziato con la procedura di fallimento della Lorenzon Techmec System, un'azienda di Noventa di Piave specializzata in grandi interventi in alluminio e vetro. L'azienda veneta, coinvolta nella realizzazione del ponte di Calatrava a Venezia, già dissestata dalla crisi, ha ricevuto il colpo di grazia proprio per la manutenzione non prevista dell'opera, su cui ha indagato anche la Corte dei Conti.
    Già con i libri contabili in tribunale, l'impresa viene salvata dal gruppo friulano Simeon che la incorpora nella Tecnocovering. Operazione che salva il posto di lavoro dei 70 dipendenti e 45 milioni di euro di commesse già ottenute, come la torre F del ministero della difesa a Parigi, la torre Telecom Marocco a Rabat e un campus universitario a Nizza. L'azienda si salva e torna a viaggiare con 20 milioni di euro di fatturato annuo. Un lieto fine in un periodo che ne vede pochi.
    E invece no. La Tecnocovering ha spostato la sua sede nell'edificio dell'azienda fallita, regolarmente ceduto dal tribunale. Una costruzione perfettamente in regola se si eccettua un lucernaio nel vano scale che supera di 80 cm l'altezza consentita nel progetto originario. Tanto basta ai tecnici del comune per dare il via alla solita trafila conclusa con un'ordinanza di demolizione, in barba agli ingegneri della Simeon che chiedono di convertire la struttura in un vano tecnico.
    Trascorsi i 90 giorni dall'ingiunzione, arrivata ad aprile dell'anno scorso, è arrivata tempestivamente alla Procura la comunicazione per l'interruzione delle utenze di acqua, luce e gas. Prova che quando si tratta di ostacolare il lavoro delle imprese anche la burocrazia italiana scopre per incanto il valore della velocità.
    Non ha peli sulla lingua Marco Simeon, presidente dell'omonimo gruppo: "È chiaro che dovremo chiudere, rimetterò la mia gente per strada. Abbiamo salvato un'azienda, portiamo ricchezza e paghiamo le tasse su questo territorio. Invece veniamo trattati come banditi e minacciano di denunciarci, di farci chiudere. Per un lucernaio. Per una abuso che non abbiamo fatto noi, in un edificio vendutoci dal Tribunale".
    Follie burocratiche, impresa rischia di fallire per colpa di un lucernario - IlGiornale.it

    Artigianato ligure in ripresa, +0,26% in tre mesi
    Liguria. Dopo aver toccato il fondo in questi ultimi anni, le micro e piccole imprese artigiane liguri riprendono a crescere. A dirlo sono gli ultimi dati Infocamere-Movimprese, elaborati dall’Ufficio Studi di Confartigianato: la Liguria, dopo un -1% nel primo trimestre dell’anno, chiude la seconda parte del 2014 con una lieve crescita dello 0,26% e 45.234 imprese artigiane all’attivo. Il saldo tra aperture (843) e cessazioni (725) torna a essere positivo, con 118 nuove realtà.
    Un’inversione di tendenza, superiore alla media nazionale (+0,05%), che riguarda soprattutto i settori del manifatturiero e delle costruzioni, che raccolgono anche il maggior numero degli artigiani attivi in Liguria (rispettivamente 7.589 e 21.951 imprese). Entrambi i settori, dopo i segni meno registrati a fine marzo (-1,46% e -0,9%), mostrano ora i segnali di una leggera ripresa: il manifatturiero ligure, con 104 aperture e 92 cessazioni di attività, registra un +0,15% (contro il -1,1% medio del Paese), mentre le costruzioni, che vedono 494 aperture contro 371 chiusure, crescono di mezzo punto percentuale (in Italia il comparto registra invece un calo dell’1,75%).
    “Assistiamo per la prima volta, dopo alcuni anni – spiega Giancarlo Grasso, presidente di Confartigianato Liguria – a una inversione di tendenza: le imprese artigiane tornano a crescere e quello che più sorprende in modo omogeneo in tutta la Liguria e per ambedue i settori trainanti sia del manifatturiero che delle costruzioni. Speriamo di poter considerare questi dati come timidi segnali di ripresa economica, malgrado le difficoltà a “fare impresa” oggi in Italia”.
    Artigianato ligure in ripresa, +0,26% in tre mesi: in Provincia di Savona la crescita più veloce - IVG.it

    Il giocattolo educativo piace ai cinesi
    Laura Verlicchi
    Il giocattolo piemontese non solo batte la crisi, ma conquista anche la Cina. É il caso di Quercetti, azienda familiare nata oltre 60 anni fa, creatrice di best seller senza tempo come i famosi chiodini colorati e le lavagnette magnetiche. Che ancora oggi vengono ideati, prodotti, confezionati e spediti nell'unica sede di Torino. A dispetto di un mercato del giocattolo che per il terzo anno consecutivo ha chiuso in negativo, Quercetti ha chiuso il 2013 confermando il fatturato di 10 milioni di euro, il 68% di export e l'aumento del 13,3% delle vendite in Italia. Nonostante i costi maggiori: «A volte mi stupisco anch'io - commenta l'ad Stefano Quercetti - perché le condizioni in cui operiamo sono sempre più difficili, sembra che si voglia scoraggiare le aziende che, come noi, producono in Italia. Un nostro omologo in altri Paesi avrebbe più risorse per sviluppare l'azienda, mentre a noi drenano risorse per sacche di inefficienza. Dovremmo invece valorizzare la nostra eccellenza, che è la trasformazione delle materie prime, per un mercato che è il mondo».
    In effetti, i prodotti Quercetti sono venduti in 50 nazioni, compresa la Cina: un primato, riuscire a vendere giocattoli nel Paese da cui proviene l'85% della produzione mondiale. «Dirò di più: la Cina è un Paese attento, non accetta prodotti che non siano certificati e la certificazione la fa da sé, c'è un audit di ispettori cinesi che controllano anche i requisiti etici. Mi piacerebbe però che ci fosse la reciprocità, perché l'Europa ha le regole ma non verifica sempre che vengano rispettate da parte dei produttori cinesi».
    Voi siete riusciti a crescere anche sul mercato interno, che invece è in sofferenza. In che modo? «Stiamo puntando molto sul Web, cioè il settore che oggi ha il maggior tasso di crescita. Infatti nel 2013 abbiamo realizzato nell' e-commerce una crescita del 110% rispetto al 2012: è vero che partivamo da numeri bassi, ma è comunque un risultato importante. Inoltre, abbiamo l'intera catena produttiva sotto il nostro controllo, quindi tutto ottimizzato, anche per quanto riguarda la logistica». I progetti futuri? «Investiremo circa 600mila euro in ricerca e sviluppo, un pilastro della nostra attività».
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    Oltre Harvard… Questa Lombardia è tutta una startup
    di Stefania Leo
    «Qui i laureati pensano che sia meglio inventarsi un lavoro che cercarne uno». A pronunciare queste parole Larry Summer, rettore di Harvard interpretato da Douglas Urbanski nel film The Social Network. Una frase che esprime in sintesi ciò che sta succedendo nel mondo e, soprattutto, nel nord dell’Italia, dove il binomio giovani e startup rappresenta un nuovo punto di partenza per lo sviluppo e l’economia. Una vera esplosione di piccole imprese innovative è avvenuta proprio in Lombardia, dove si trova il 18,9% delle startup italiane.
    Cos’è una startup. Il termine startup è usato, tradizionalmente, per definire il lasso di tempo che va dalla nascita all’avvio di una nuova impresa. In questo periodo si svolgono operazioni di acquisizione delle risorse tecniche, si definiscono le gerarchie e i metodi di produzione, si fa ricerca del personale, senza tralasciare studi di mercato con i quali si mira a definire le attività e la direzione verso cui avviare l’azienda. Al momento la definizione più comune è quella di azienda appena nata fortemente innovativa (in termini di prodotto o di modello di business) ad alto rischio che, in caso di successo, ha alte possibilità di guadagno.
    Fondamentale in fase di avvio è avvalersi di consulenti specializzati che evitino all’impresa neonata un fallimento. Secondo i dati di InfoCamere le startup italiane sono 1.792 (costituende o già costituite da non oltre 48 mesi): il loro obiettivo sociale esclusivo o prevalente è “lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico”. Questi dati emergono dall’analisi dei dati riportati nella sezione speciale del Registro delle imprese gestito dalle Camere di commercio dedicata alle start-up innovative, istituita nel settembre 2013. La lettura di questi dati evidenzia il predominio della produzione di software e consulenza informatica nelle missioni delle startup: si contano 546 imprese pari al 31% del totale di aziende “innovative”. Al secondo posto c’è l’ambito Ricerca e sviluppo con 312 unità (17,4%).
    Il primato della Lombardia.
    Con 355 imprese, la Lombardia è la regione preferita dagli startupper che hanno eletto Milano come città più adatta a coltivare nuove realtà imprenditoriali innovative. Nel capoluogo lombardo infatti si contano 236 startup. Solo al Nord le startup nate sono 1.025. Ben 896 si concentrano soltanto in tre regioni dell’Italia settentrionale: Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto.
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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    Suicidio a San Lazzaro: imprenditore si getta dalla finestra in via Jussi
    L'uomo si sarebbe lanciato da un piano alto, togliendosi così la vita. Lascia la moglie e due figli
    Era un piccolo imprenditore di circa 50 anni l'uomo che si è suicidato in tarda mattinata a San Lazzaro di Savena.
    Dalle prime ricostruzioni fatte dai Carabinieri, intervenuti sul posto, la vittima si sarebbe gettata dalla finestra di un piano alto, nella centralissima via Jussi. Inutili i soccorsi.
    Dietro il gesto dell'uomo, da quanto si apprende, potrebbero esserci problemi economici, visto il recente fallimento della sua azienda. Lascia la moglie e due figli.
    Suicidio a San Lazzaro: imprenditore si getta dalla finestra in via Jussi

    La coppia che sta azzoppando il Piemonte produttivo
    di L'Intraprendente
    «Il Piemonte è una delle guide d’Italia per indicare il futuro». Matteo Renzi s’è confuso, evidentemente. Il Piemonte era una delle guide d’Italia, era una delle regioni trainanti, era una terra di industria e benessere. Era, non è. Perché lui, il presidente del Consiglio, nella sua visita allo stabilimento L’Oreal di Settimo Torinese s’è lasciato un po’ andare, da mestierante della politica quel è. Ha finto, in sintesi, di non sapere che l’attuale presidente della Regione Sergio Chiamparino, da sindaco di Torino ha lasciato alle generazioni future un buco enorme, in pratica una voragine. Qualcuno direbbe che tra il fare le cose bene e il farle male si impiega lo stesso sforzo e una diversa quantità di intelligenza. In questo caso di capacità amministrativa. Che poi le capacità c’entrano pure poco, perché la questione è l’ottica: il Chiampa è uno che il debito pubblico, come tutti gli statalisti, non vuol sapere neppure cosa sia. Chi se ne frega, qualcuno pagherà.
    Con lo stesso spirito ora s’è preso il palazzo regionale e la cosa inizia a sapere di tragedia. Mettici poi che a Torino c’è Piero Fassino, uno che per l’ordinaria amministrazione ritiene che debba essere finanziata con un mutuo (di 25 milioni per riparare strade e tagliare l’erba), in modo da far pagare ai cittadini anche gli interessi. La crisi, le riforme che non arrivano, la tassazione (nazionale e locale) ai massimi livelli, poche infrastrutture e nessun taglio alla spesa, il Piemonte industriale si sta velocemente e paradossalmente trasformando in (semi)parassitario.
    Il dramma è che quei due restano e il Piemonte cambia, suo malgrado. Non in meglio.
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    Non è vero che nessuno innova, ecco 9 start-up tutte italiane
    Hanno sede in Piemonte, Lombardia, Trentino, Emilia Romagna, Toscana e oggi incontrano gli investitori al Forum di Pisa.
    Nove start-up innovative selezionate dall’Associazione SAMBA (acronimo di "Sant’Anna Milky Business Angels") incontrano oggi gli investitori nell’aula magna della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.
    Si tratta di imprese che operano nell’ambito dell’agroalimentare, del design, dell’hi-tech e del turismo. Hanno sede in Piemonte, Lombardia, Trentino, Emilia Romagna e in Toscana. Le nove start-up partecipano al terzo Forum d’investimento organizzato dall’Associazione SAMBA dopo un percorso d’incubazione durato sei mesi.
    Non è vero che nessuno innova, ecco 9 start-up tutte italiane

    Artestampa: 45 anni di impresa
    In continua evoluzione
    Artestampa s.rl.: 45 anni di grande impresa in continua evoluzione. La bella realtà di via Belvedere festeggerà l’anniversario con un grande open house nei giorni del 2, 3 e 4 ottobre. Si quest’impresa ciò che affascina di più è la storia caratterizzata da una visione d’impresa sempre proiettata al futuro. E sempre fedele all’etica. Fondata nel 1969 da Angelo e Maria Rosa Ballerio, oggi affiancati ai vertici aziendali da Luca e Erika, Artestampa s.r.l. si presenta “oltre che come attività produttiva – spiegano dall’azienda – anche come laboratorio sperimentale di tecniche grafiche”. Nata come azienda di stampa tradizionale offset, è stata tra le prime imprese del settore ad avvicinarsi alle tecnologie di personalizzazione digitale sia in bobina che in fogli affiancando la stampa tradizionale a quella serigrafica e Uv per supporti difficili e materie plastiche. Innovazione. Sempre. Questo ha contraddistinto l’azienda. Un valore sul quale basare lo sviluppo che non sarà “tradito” certo in occasione della celebrazione dei 45 anni di attività.
    In seno all’open house, infatti, sarà presentata al pubblico l’ultima macchina di matrice, la terza installata ad oggi in Italia, a totale innovazione del processo di nobilitazione digitale. In sintesi Artestampa s.r.l è in grado di differenziare ogni tipo di stampato commerciale o di packaging, con una nuova dimensione tangibile e sensoriale nel rispetto dell’ambiente grazie al bassissimo impatto ambientale. Artestampa in 45 anni è diventata punto di riferimento del settore e oggi lavora anche con multinazionali sia in Italia che all’estero. Senza mai tradire, però, l’etica.
    Artestampa infatti “non gradisce lavorare” con industrie belliche, pelliccerie animali, industrie che sfruttano il lavoro sommerso o il lavoro minorile. Per contro “i partner graditi” sono aziende che promuovono sviluppo e tecnologia, industrie green, industrie sostenibili, realtà che promuovono cultura e tradizioni e realtà che promuovono l’alta qualità e l’eccellenza. Innovazione, sviluppo, etica. Intorno a una filosofia aziendale sempre coerente: la soddisfazione del cliente come principio guida, con soluzioni studiate su misura per qualunque esigenza.
    Artestampa: 45 anni di impresa In continua evoluzione - Economia Galliate lombardo La Provincia di Varese - Notizie di Varese e provincia



    Agroalimentare: il Veneto si presenta in Cina ad Agriexpo di Yancheng
    L'agroalimentare Veneto si presenta ufficialmente agli operatori economici cinesi e a quelli internazionali interessati alla Cina. Lo fa all'interno della 16ª edizione di Agriexpo, la grande fiera internazionale dedicata al settore primario, che ha aperto oggi i battenti a Jiangsu, alla quale partecipano decine di delegazioni internazionali tra le quali Stati Uniti, Regno Unito, Danimarca, Namibia, Mozambico, Svezia, Polonia.
    La delegazione veneta guidata dallo stesso assessore all'agricoltura Franco Manzato, che in questi giorni ha già avuto una serie di incontri ad alto livello a Pechino e Nanchino con autorità istituzionali, accademiche ed economiche, in occasione della giornata di apertura della Fiera ha illustrato agli operatori le opportunità di un territorio che primeggia nell'agroalimentare a livello mondiale, con una produzione che crea 5,5 miliardi di valore, è di qualità, è sicura e verificata, ha un altissimo livello di tipicità e unicità, primeggia a livello planetario nell'enologia.
    ''Siamo all'inizio di un percorso condiviso dal sistema imprenditoriale e accompagnato dalla Fondazione Italia Cina - ha sottolineato Manzato - perché questa visita e i contatti avuti sono preparatori ai rapporti d'affari che circa 200 imprese del nostro territorio vogliono allacciare con la Cina. Siamo al progetto di incoming, ci siamo preparati e sappiamo di avere prodotti e contenuti di valore; all'inizio del prossimo anno passeremo alla fase di traineeship, sempre con il supporto della Fondazione Italia Cina, con la consapevolezza che il nostro è un incontro di culture agricole foriero di affari che daranno reciproca soddisfazione''.
    L'export agroalimentare del Veneto vale complessivamente, dati 2013, oltre 5 miliardi 116 milioni di euro. Attualmente però solo una percentuale piccolissima ha come sbocco la Cina: poco più dello 0,7 per cento pari a circa 37 milioni di euro in valore. Le potenzialità sono dunque enormi, ma occorre affrontare con consapevolezza, con i giusti interlocutori e corrette strategie questo grande Paese.
    Agroalimentare: il Veneto si presenta in Cina ad Agriexpo di Yancheng | tiscali.notizie

    Start up, nell’ultimo anno erogati 91 milioni ma la Sicilia arranca
    Si sblocca il credito bancario a favore delle neonate imprese innovative italiane sulle quali le banche stanno riversando una vera e propria pioggia di euro. Il totale dei prestiti erogati nell’ultimo anno dagli istituti di credito a favore delle startup innovative e degli incubatori certificati ammonta infatti a “91 milioni di euro” e “con una media di 443.437 euro a operazione”, complice il “Fondo di Garanzia”.
    E’ Mattia Corbetta, membro della segreteria tecnica del ministero dello Sviluppo economico, a riferire così il nuovo scenario del credito nel nostro Paese, con “l’auspicio -dice- che questi dati possano creare informazione e generare dibattito nella community” dell’innovazione e dell’agenda digitale. Corbetta, in un’analisi su agendadigitale.eu, riferisce infatti che solo “negli ultimi quattro mesi c’è stato un notevole incremento pari a 35 milioni euro” del credito, stando ai dati sull’intervento del Fondo rilevati lo scorso 10 settembre.
    Così, riferisce, “nel giro di un anno, visto che il primo intervento risale infatti al 19 settembre 2013, il Fondo ha concesso la garanzia su 207 operazioni di prestito dirette a startup innovative o incubatori certificati, 28 di queste operazioni risalgono al 2013 e 179 hanno avuto luogo nel 2014, di cui 73 dall’inizio di luglio ad oggi”. Il totale dei prestiti erogati da istituti di credito a favore di startup innovative e incubatori certificati sfruttando la Garanzia del Fondo “è pari a 90.904.617 euro (media di 443.437 euro a operazione), 41 soggetti -riferisce ancora Corbetta- hanno ricevuto più di un finanziamento: il totale dei soggetti destinatari è dunque 166. Due gli incubatori certificati che hanno usufruito dell’intervento del Fondo, 164 le startup innovative (6,34% sul totale). La durata media dei finanziamenti è di 58 mesi”.
    E i risultati migliori vedono in testa il Nord. “Considerando la distribuzione territoriale delle operazioni, intese sia in termini assoluti sia rapportate al numero di startup innovative registrate nella relativa regione (media 8%)” Corbetta sottolinea che “si registrano buone performance in Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Abruzzo e Val D’Aosta”. Dati sopra la media si registrano “anche in Emilia e Piemonte”, mentre, continua l’esponente della segreteria tecnica del Mise, “poco sotto la media si collocano Liguria, Marche, Molise, Toscana e Umbria, più indietro il Lazio. Arrancano invece Calabria, Campania, Sicilia, e Puglia, mentre -avverte Corbetta- non si registrano operazioni in Basilicata e Sardegna”.
    In particolare, in Lombardia si registrano 58 operazioni a fronte di 564 startup innovative, in Veneto se ne registrano 27 su 200 startup e 25 in Emilia Romagna su 281 neonate imprese a carattere innovativo. Quarto, sempre al Nord, è il Piemonte in cui si registrano 16 operazioni su 193 startup innovative.
    Start up, nell?ultimo anno erogati 91 milioni ma la Sicilia arranca | Il Mattino di Sicilia


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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    I Falck, "una dinastia di guelfi lombardi, cattolici e imprenditori"
    Pierluigi Panza
    Tra le dinastie industriali che hanno fatto la fortuna di Milano e della Lombardia tra ottocento e novecento, sicuramente un posto di rilievo è destinato ai Falck, imprenditori nel settore delle ferriere e dell’acciaio. Per rappresentare al meglio gli aspetti salienti della storia di questa famiglia, riprendo dal mio archivio una intervista di Pierluigi Panza allo storico cattolico Giorgio Rumi pubblicata su Il Corriere della Sera del 4 novembre 2003, a pagina 9, proprio all’indomani della scomparsa improvvisa di Alberto Falck in un fatale incidente stradale in via Verdi a Milano a pochi metri da casa sua. La scomparsa di Alberto avveniva in un periodo molto delicato per le attività industriali della famiglia, da poco infatti il gruppo aveva abbandonato le acciaierie per concentrarsi sul nuovo business delle energie rinnovabili con la creazione di Sondel dedita appunto alla costruzione di centrali di cogenerazione a ciclo combinato alimentate a gas naturale. Dal 2000 a oggi la produzione di energia da fonti rinnovabili è divenuta l’attività principale del Gruppo e l’acciaio è passato alla storia. Ma passiamo all'intervista:
    «I Falck sono stati una locomotiva dell'industrializzazione e hanno incarnato quel guelfismo lombardo che coniuga l'impegno lavorativo all'adesione al cattolicesimo». Lo storico Giorgio Rumi, che proprio oggi (3 novembre 2003, n.d.r.) al Centro Ambrosianeum di Milano avrebbe dovuto tenere con Alberto Falck un convegno su questa dinastia familiare, sintetizza in questa immagine di impegno calvinista al lavoro convertito nell' etica cristiana della solidarietà dell'impresa dei Falck.
    Come ebbe inizio il loro rapporto con la Lombardia? «Era il 1830: c'era una ferriera a Dongo, che risaliva al XV secolo, e che apparteneva a famiglie come Rubini, Scalini, Rumi, Polti... La ferriera non andava bene e per risollevarne le sorti venne chiamato dall'Alsazia un tale Falck, un tecnico. Venne a Dongo e fu un incontro fortunato».
    Poi l'arrivo a Milano «A inizio Novecento i Falck erano già i padroni della ferriera, con la quale si producevano i ponti. In settant'anni la famiglia Falck era riuscita a trasformare la ferriera in una grande azienda, che nel 1906 prese il nome di Società Acciaierie e Ferriere Lombarde».
    Quali i rapporti con il fascismo? «Fu una delle famiglie meno coinvolte col fascismo perché già allora molto religiosa».
    E quali i rapporti con il mondo cattolico? «Loro vennero da fuori e divennero una famiglia d'importanza nazionale. Ciò comportò una conversione dal protestantesimo a un cattolicesimo molto intenso. La fervente fede è rimasta sino ad oggi».
    Fu stretto il legame con la Lombardia? «La loro fu una esperienza lombarda. Anzi, incarnarono il guelfismo tipico lombardo. I villaggi Falck non furono solo beneficenza, ma frutto dell'idea di una società più umana e ordinata. Volevano essere una città giardino, come poi fece Olivetti; ma nei Falck c'era anima cristiana, e non illuminista»
    Come ricorda Alberto Falck? «Era uno spirito raffinato, amava la cultura e la musica. Era un bibliofilo, sosteneva la Scala e aveva una forte sensibilità civile».
    Quale il giudizio di sintesi sui Falck? «Sono stati una locomotiva dell’industrializzazione lombarda. La loro è stata una borghesia non sfruttatrice, ben diversa da quella speculativa contemporanea che non lascia ricchezza sul territorio. Furono coautori della transizione dalla vita agricola al mondo industriale: hanno fatto il passaggio alla civiltà industriale».
    I Falck, "una dinastia di guelfi lombardi, cattolici e imprenditori" - LaBissa.com






    Fraccaro: primo Café dell'azienda veneta
    A Castelfranco Veneto sarà inaugurato il primo Café gestito dalla famiglia Fraccaro, pasticceri dal 1932, che riunisce tutti i prodotti del brand destinati al consumer ed è parte integrante di una strategia globale di sviluppo.
    E, in controtendenza rispetto al difficile contesto economico, l'azienda veneta, produttori di specialità dolciarie da forno, investe aprendo al pubblico il primo spazio gourmet multifunzionale, un ponte diretto con il cliente a cui far vivere gustose emozioni. Un raffinato ambiente di design che riflette l'identità dell'azienda nei minimi dettagli, aperto dalle 6.30 del mattino 7 giorni su 7.
    Accolti dall'inconfondibile profumo di vaniglia e caffè che aleggia invitante tra i tavoli e dal grande bancone colmo di soffici brioche appena sfornate, torte, frolle dorate e cremosi mignon: una gran parata di delizie al nuovo Fraccaro Café.
    L'innovativo spazio gourmet apre i battenti venerdì 31 ottobre in via Circonvallazione Ovest a Castelfranco Veneto (Tv). Caffetteria, gelateria, ristorante, pizzeria e punto vendita tutto in un unico locale, dove il cliente può riappropriarsi del proprio tempo e dei piccoli piaceri della vita. Al Fraccaro Café il buongiorno comincia dalla colazione, una ricca proposta di croissant appena sfornati allineati perfettamente in attesa di essere farciti al momento assecondando i gusti del cliente più esigente: una particolarità che in molti bar della zona si fa fatica a trovare.
    Un nuovo spazio dedicato al dolce in tutte le sue declinazioni da accompagnare ad un ottimo caffè, di una rinomata torrefazione veneta, tostato con maestria, dal gusto piacevole, armonioso ed elegante che sarà utilizzato per espressi e cremosi cappuccini e cioccolate in tazza, preparate solo con latte fresco di alta qualità. Tra i dolci vale la pena di provare il classico tiramisù nella versione "Fraccaro" con il pandoro, le brioches salate farcite con la soppressa vicentina Dop e una notevole varietà di formaggi veneti. Nella cantina a vista, degna di un grande ristorante, una vasta selezione di vini come prosecco e spumanti Doc e Docg da uve biologiche servite al calice.
    "Volevamo ricreare un ambiente familiare - puntualizza Luca Fraccaro - abbiamo ideato assieme agli architetti un concept store studiato per riunire diverse esigenze e rispondere con la varietà dell'offerta alle necessità di un vasto pubblico, dal business man alle famiglie. È il punto di partenza di un progetto che ha la velleità di aprire nel futuro altri spazi come questo" - e sottolinea - "Siamo convinti di offrire una formula originale, incentrata sulla pasticceria di qualità e con una forte identità veneta". La sala ristorante con oltre 80 posti e un ampio dehor open air accolgono i buongustai che si fermano per una pausa golosa, con un menu tutto all'insegna dell'eccellenza e che utilizza prodotti preferibilmente del territorio.
    IMPRESE-Fraccaro: primo Café dell'azienda veneta



    La startup friulana che ti aiuta a non dimenticare le bollette e a non perdere la garanzia della Tv (ed è fresca di premio)
    Quokky Srl, startup udinese nata per consentire di archiviare e gestire automaticamente ogni tipo di documento (come bollette, scontrini, garanzie, multe) aiutando a tenere sotto controllo le scadenze, è una delle quattro vincitrici di FinTech Accelerator, programma di accelerazione lanciato nell’ambito di Unicredit Start Lab.
    Quokky nasce da tre amici trentenni: Luciano Bandolin, veneto, e i friulani Marco Zingarelli e Filippo Veronese, fondatori di un’impresa innovativa, che si pone l’obiettivo di semplificare la gestione quotidiana dei documenti cartacei.
    È capitato a tutti di dimenticare il pagamento di una multa o di una bolletta, oppure di non trovare la garanzia di un prodotto da poco acquistato. La carta è ingombrante, occupa spazio e occorre dedicare del tempo per riordinarla negli appositi raccoglitori.
    Quokky è una piattaforma di archiviazione digitale tramite la quale ogni iscritto può archiviare, organizzare e scadenziare i propri documenti in formato elettronico, importandoli tramite la fotocamera del proprio dispositivo (telefono cellulare), la connessione a Dropbox e il caricamento diretto dalla mail.
    La app diventa un vero e proprio assistente personale che permette di salvare ogni documento importante, raggrupparlo per tipologia e, in aggiunta, avvisa l’utente della scadenza di ogni bolletta o multa, che può essere pagata con un clic.
    La application, oltre agli utenti privati (con una preferenza per i disordinati cronici), si rivolge ad aziende che possono rendere disponibile ai clienti la corrispondenza in formato elettronico e già perfettamente archiviata. Vantaggi e semplificazioni anche per le imprese, che possono scegliere di digitalizzare le fatture e le ricevute fiscali.
    Quokky, disponibile gratuitamente su AppStore e compatibile con iPhone, iPad e iPod touch, si è classificata recentemente come una delle migliori nuove application dell’App Store italiano.
    È una startup, cioè l’inizio di un’avventura, ma i segnali sono positivi: «Il mercato di riferimento si sta dimostrando reattivo ai nuovi stimoli» dicono i tre imprenditori, che mandano un messaggio: «Parecchi settori necessitano di innovazione e tanti giovani hanno buone idee. Partire da zero è difficile. Ma se si crede nel progetto, non bisogna mollare mai».
    Il cielo sopra San Marco | La startup friulana che ti aiuta a non dimenticare le bollette e a non perdere la garanzia della Tv (ed è fresca di premio)



    Pazienti con la valigia, Emilia-Romagna e Lombardia tra le mete preferite per curarsi
    di Roberto Turno
    È un esercito di 741.647 italiani con la valigia. Ma non per turismo o in cerca di lavoro all'estero per sottrarsi al grande freddo e ai colpi di maglio della crisi. Sono italiani, in gran parte del Sud, che nel 2013 hanno lasciato casa per ricoverarsi in un'altra regione. Scappati altrove per curarsi, per avere quello che sotto casa, o nella propria regione, non hanno o hanno troppo tardi o hanno con minori sicurezze.
    E allora via, per i ricoveri «ordinari» per acuti, soprattutto verso Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Veneto. Mentre la grande fuga è dalla Campania, dalla Calabria, dalla Puglia, dall'Abruzzo. Il quadrilatero da allarme rosso del Mezzogiorno delle cure sotto l'ombrello del Servizio sanitario nazionale. Perfino per chi affronta il dramma di un tumore: sono stati ben 52.748 i ricoveri fuori regione per chi affronta il dramma del cancro. Dal Sud al Nord, naturalmente.
    Via dalla Campania per 52mila ricoveri
    Nel saldo tra ricoveri in entrata e in uscita, è in testa la Lombardia: +64.825 ricoverati da fuori regione, dagli 11.547 arrivati dalla Sicilia agli 8.311 pugliesi fino ai 7.428 dalla Campania e ai 7.314 calabresi. Un esodo. Che vede poi l'Emilia Romagna al secondo posto: nel “saldo” del dare-avere, ha un attivo di 47.311 ricoveri ordinari per acuti. A seguire in testa la Toscana con un saldo di 25mila ricoveri. E intanto in Sicilia si conta un esodo di 33.234 ricoveri, in Calabria 38.635, in Puglia 39.397. E ben 52.106 in Campania.
    Pazienti con la valigia, Emilia-Romagna e Lombardia tra le mete preferite per curarsi - Il Sole 24 ORE


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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    SILENZIO, PARLA IL “DROGHIERE ESSELUNGA” CAPROTTI – “L’ARTICOLO 18 È UNA PICCOLA PARTE DEL PROBLEMA, L’IMPORTANTE È SCARDINARE DAVVERO LA MORSA DI BUROCRAZIA, DIVIETI E RESISTENZE SINDACALI”
    Franco Vanni per “la Repubblica”
    Bernardo Caprotti ha 89 anni e una chiavetta usb nella tasca della giacca. «È sempre con me, è magica, dentro c’è tutto quello che mi serve». Aspettando di parlare al circolo della Stampa, si siede nella penombra, al tavolo d’angolo del bar chiuso. Sulle ginocchia ha un sacchetto giallo Esselunga. «È la mia ventiquattrore, non è una busta normale, l’ho fatta fare con plastica più pesante, più ricca».
    Cosa c’è dentro?
    «Le schede di presentazione di una ricerca in cui credo molto. Sono qui per presentarla. Per resuscitare la Pianura padana bisogna investire nell’aeroporto di Montichiari nel Bresciano. È vicino ai maggiori distretti economici del Paese, o a quello che ne resta. Vorrei dirlo a Renzi».
    E perché non glielo dice?
    «Il premier non ha tempo per incontrare un droghiere come me. Lunedì inaugura una scuola, martedì una fiera, mercoledì fa un annuncio. Ma deve stare attento: la settimana è corta, e nei giorni che restano è difficile risollevare un Paese al disastro».
    Lei, pur senza cariche formali in Esselunga, è a capo di un gruppo con 20mila dipendenti e 7 miliardi di fatturato. Cosa pensa della politica economica del governo?
    «Per ora ho visto poco. Non deve fare l’errore di Berlusconi, che si è illuso di potere cambiare il Paese solo con la propria forza di volontà».
    L’articolo 18 va abolito?
    «L’articolo 18 è una piccola parte del problema, ne faccia ciò che vuole. L’importante è scardinare davvero la morsa di burocrazia, divieti e resistenze sindacali che strangola le imprese».
    Eppure da settant’anni lei investe e guadagna in Italia, non altrove.
    «Vengo da una famiglia di gente nata qui. E altro non so fare. Eppure, non mi arrendo alla più grande delle assurdità: viviamo in uno Stato in cui un’azienda non può scegliere i propri collaboratori ».
    Di collaboratori lei ne ha cacciati parecchi.
    «Non quelli bravi. Nemmeno uno. Aldo Botta, direttore della rete di vendita, lavora con me da quarantotto anni. Giovanni Maggioni, vicepresidente, ha cominciato a 18 anni e oggi ne ha 70. Abbiamo rapporti familiari, nel vero senso del termine».
    Lei è in attesa che la Cassazione si pronunci sulla contesa per la proprietà di Esselunga che la oppone ai suoi figli. Che rapporto ha con loro?
    «Non ho rapporti e non mi illudo di recuperarli a breve. La mia famiglia oggi sono le persone con cui lavoro da una vita. E sopra a tutto c’è mia moglie, al mio fianco in ogni battaglia, compresa questa sugli aeroporti».
    Davvero pensa che la rivoluzione del sistema aeroportuale del Nord possa rilanciare il Paese?
    «Sarebbe un passo avanti. Malpensa mangia soldi e basta. Chi dovrebbe spendersi per investire su altri scali lombardi è la Lega. Ma prima Bossi e poi Maroni hanno creato un grumo di potere a Varese, loro città. La responsabilità è anche dei primi promotori di Malpensa: il ministro Burlando e Bersani».
    Come vede oggi la sua Milano?
    «Non mi sembra che in città succeda nulla di interessante».
    Ci sarà Expo 2015 sul tema dell’alimentazione, ed Esselunga deve all’alimentare l’80 per cento del fatturato.
    «Davvero? A noi nessuno ha detto nulla. Chi organizza l’esposizione è interessato a Eataly. Loro sono alla moda, noi siamo antichi. Pretendiamo di vendere l’alta qualità insieme a prodotti di primo prezzo più economici rispetto a quelli dei discount».
    Lei a quasi 90 anni va a caccia?
    «Ormai faccio finta. Passeggio nel Monferrato e ogni tanto sparo. Comunque: un mio socio di caccia mi ha raccontato che per volare da Milano a Buenos Aires ha preferito come scalo Francoforte a Roma. Non Madrid: Francoforte! A Malpensa, intanto, i giapponesi appena atterrati da Tokio devono avere pronta in tasca una moneta da un euro per prendere il carrello delle valigie».
    Come all’Esselunga.
    «Esatto! Solo che di solito da noi non atterrano in corsia voli internazionali. Oggi il Nord Italia è isolato dal mondo. Riesce a viaggiare solo chi parte con lo zaino per le vacanze e può permettersi di perdere due giorni per attraversare l’oceano. Un territorio così maltrattato non ha futuro».
    E per la sua azienda, che futuro immagina?
    «Non posso permettermi il lusso di immaginare. Devo muovermi, ogni giorno. Con i tempi della burocrazia italiana, devo progettare adesso i negozi del 2050. A 89 anni devo ancora pensare come un giovane».



    La varesina Comerio Ercole cresce e continua ad investire
    «Ma sì, certo che ci crediamo. Andiamo avanti ad investire e siamo convinti che non sia per nulla una pazzia». I numeri, del resto, finora danno ragione a Riccardo Comerio, amministratore delegato della Comerio Ercole, uno dei nomi storici della meccanica lombarda. L'azienda varesina di macchinari, partita dal meccanotessile nel lontano 1885 e approdata al settore della gomma-plastica, chiuderà il 2014 con ricavi in crescita a 68 milioni di euro, grazie ad esportazioni che assorbono quasi interamente l'intero fatturato.
    Numeri che riavvicinano la Comerio Ercole ai valori pre-crisi e che consentono di guardare con relativa fiducia al futuro. Tanto da varare un nuovo piano di investimenti concretizzato ora nell'allestimento di un nuovo capannone per il montaggio dei macchinari e di un nuovo laboratorio di ricerca. «Cinque milioni di investimento – spiega Riccardo Comerio - che includono anche un ammodernamento della nostra dotazione di beni strumentali, macchinari innovativi per continuare a sviluppare il nostro know-how».
    Negli anni '90, di fronte alla caduta della domanda di telai, l'azienda ha saputo riconvertire la propria produzione nell'area della gomma-plastica e nell'ambito dei tessuti-non tessuti, come ad esempio quelli legati al comparto sanitario. Settori in grado oggi di dare lavoro a 176 addetti, che salgono ad oltre 200 aggiungendo il personale dislocato all'estero. «I numeri sono ancora positivi – spiega Riccardo Comerio – e al momento pensiamo di chiudere l'anno con ricavi in crescita di circa quattro milioni di euro. Le commesse acquisite ci consentono una buona visibilità sul futuro perché al momento abbiamo una produzione assicurata che arriva fino a giugno del 2015».
    La varesina Comerio Ercole cresce e continua ad investire - LaBissa.com







    L’IMPRESA SPORTIVA
    Un alpinista padovano conquista la vetta della sesta montagna più alta del mondo
    Nicola Bonaiti è arrivato in cima allo Cho Oyu del gruppo Himalaya
    Un padovano sulla vetta della sesta montagna più alta del mondo. L’alpinista padovano Nicola Bonaiti è arrivato sulla vetta dello Cho Oyu, del gruppo dell’Himalaya, insieme a Alice Cavallera e Alberto Pacellini, entrambi di Cuneo. Chiamata la «Dea Turchese», con i suoi 8.201 metri la montagna è la sesta più alta al mondo. I tre alpinisti hanno impiegato tre giorni per l’ascensione finale, senza l’ausilio delle bombole d’ossigeno e senza l’aiuto di portatori.
    Un alpinista padovano conquista la vetta della sesta montagna più alta del mondo - Corriere del Veneto






    Alla Ducati modello tedesco
    Nell'azienda bolognese rilevata dall'Audi passa un accordo che rivoluziona gli orari e aumenta la paga. E i sindacati danno l'ok
    Stefano Filippi
    Borgo Panigale (Bologna) - Vincenzo Bellacosa alza la testa dalla piastra elettronica e sorride. Lavora in Ducati dal 1999, ha girato vari reparti, ora è programmatore nel settore industrializzazione e nuovi prodotti: da lui sono passati il nuovo Scrambler che viene presentato martedì a Colonia e le due nuove moto da svelare all'Eicma milanese di novembre.
    Favorevole al nuovo orario di lavoro? «Certo. Un po' di flessibilità e qualche sacrificio, sabato e domenica valgono il consolidamento dell'azienda». L'accordo è stato votato da tutte le tre sigle sindacali, in testa la Fiom che nei capannoni alle porte di Bologna conta il 50 per cento di aderenti, e confermato in un referendum dal 71 per cento delle tute blu. Che qui, in realtà, bisognerebbe chiamare magliette rosse.
    Il patto è rivoluzionario. Per la prima volta in Italia un'azienda metalmeccanica organizza la settimana lavorativa in 21 turni. Da mercoledì 1 ottobre si lavora tre giorni e si sta a casa due, poi altri tre (in un turno diverso) e due a casa, e avanti. Oggi si fanno 40 ore settimanali, con il nuovo orario saranno in media 30 (i turni restano di otto ore) ma la busta paga non cambia, anzi aumenta di circa 100 euro al mese perché incorpora le indennità legate a feste e notturni. In un anno si viene in fabbrica 187 volte invece che 225: più tempo libero e meno spese di carburante. Come rivela l'amministratore delegato Claudio Domenicali, è già partita la trattativa per condividere ogni successivo miglioramento dell'efficienza aziendale. E sono in corso i colloqui per nuove assunzioni.
    L'azienda sfrutterà meglio gli impianti (nel 2014, dice Domenicali, il piano di investimenti supera i 60 milioni di euro) mantenendo in Italia il cuore della produzione: i mitici motori bicilindrici a distribuzione desmodromica. Anche le linee robotizzate sono presidiate per controllare la qualità, spiega Pietro Palma, direttore del reparto lavorazioni meccaniche.
    Qualità, efficienza, internazionalizzazione. L'arrivo, due anni fa dei tedeschi di Audi (gruppo Volkswagen), ha impresso una svolta alla «rossa» a due ruote. «Abbiamo un'azienda sana che vogliamo continuamente a migliorare - dice l'ingegner Domenicali - Le nuove filiali commerciali in India e Brasile si aggiungono alla novantina di Paesi in cui siamo presenti. Il forte investimento in ricerca e sviluppo, mai venuto meno nei momenti di crisi, ci consente di offrire mezzi innovativi e dal design sofisticato. Ora si aggiunge una grande attenzione all'efficienza globale dell'azienda».
    I tedeschi, grandi pianificatori, hanno portato il loro metodo nelle relazioni industriali: la corresponsabilità tra azienda e lavoratori invece che la contrapposizione sindacale contro i padroni. La trattativa sul nuovo orario è durata oltre un anno, all'inizio i duri della Fiom facevano resistenza. Ma il tempo non è servito soltanto ad «ammorbidire» i falchi della Triplice: «È stato un processo di maturazione di entrambe le parti per trovare nuove strade - dice Domenicali - Noi non vogliamo sfruttare i dipendenti ma coinvolgerli, far sì che siano contenti di stare in azienda. Valori di cui Ducati è permeata, perché lavorare da noi è innanzitutto una passione, ma una così forte sintonia rende tutto più semplice».
    Tra bielle e telai, con la sua brava maglietta rossa Bellacosa parla di alberi motore e alberi a camme come opere d'arte. «Ogni cambiamento scombussola - ammette - ma siamo orgogliosi di mantenere qui la produzione delle parti più importanti, il che significa anche garantire lavoro per l'indotto». Alla Ducati la percentuale di presenza in fabbrica tocca il 97 per cento: l'attaccamento è fortissimo. «È vincente coinvolgere le persone nelle scelte - aggiunge Palma - Nei mesi scorsi abbiamo fatto un questionario sul “clima” aziendale e predisposto un piano di azioni correttive. Nessuno meglio di chi lavora sul pezzo sa come migliorare». Ore di sciopero in un anno di trattativa? Zero. Ancora Domenicali: «Il posto di lavoro non può essere assegnato per decreto, la migliore garanzia è la ragionevole certezza che l'impresa si mantenga sana anche nel futuro. E noi investiamo sul futuro».
    Alla Ducati modello tedesco: si lavora anche la domenica - IlGiornale.it




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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    L'uomo che vinse il Tour e reinventò lo scarpone da sci
    Da ragazzino divenne il meccanico preferito del mitico Charly Gaul poi usò il suo ingegno per ripensare le calzature dei campioni della neve
    Redazione
    Al civico numero 2 di via Bernardo da Celentano, zona Crescenzago, una volta esisteva una piccola stanza senza finestre. Al suo interno si trovavano diversi macchinari: pedane per studiare l'appoggio del piede, divaricatori a pressione d'aria, frese di diversa grandezza, pompe idrauliche e scaffali stracolmi di scarponi da sci nuovi di zecca.
    Alle pareti erano appesi quadri e poster di un ciclismo ancora in bianco e nero, mentre l'unica forma di intrattenimento nelle ore di lavoro era un accompagnamento musicale anni '60 in sottofondo. Era il laboratorio di Mario Ottusi, 74 anni, che dagli addetti del settore è ancora conosciuto come “il mago degli scarponi da sci”, ma che – più in generale – rientra nella categoria degli artigiani di un tempo che oggi si contano sulle dita di una mano.
    Le prime esperienze di Mario con le attività artigianali risalgono all'infanzia. «Non ho avuto possibilità di scegliere il mio lavoro,– racconta–. Quando ero bambino e andavo a scuola in via Bottego, dopo le lezioni avevo 15 minuti di tempo per raggiungere il laboratorio di mio papà. Mangiavo qualcosa al volo, tiravo i raggi delle biciclette fino alle 11 di sera e poi, a piedi, tornavamo insieme a Crescenzago dove avevamo casa. Mi ricordo che per la stanchezza spesso picchiavo contro i lampioni che trovavo in strada». Ma la dura routine ha soltanto rinforzato quello che in realtà era un talento purissimo in ambito meccanico. A 14 anni, infatti, Ottusi inizia a cambiare tubolari per il pistard svizzero Hugo Koblet nei circuiti cittadini, mentre a 16 –insieme al padre Giuseppe– segue il suo primo Giro d'Italia come aiuto meccanico nella squadra dello scalatore lussemburghese Charly Gaul. Il quale, proprio quell'anno (era il 1956), grazie alla vittoria epica sotto la neve del Monte Bondone, portò a casa anche la maglia rosa finale. L'anno successivo, invece, Ottusi diventa primo meccanico sull'ammiraglia di Learco Guerra al Tour de France,– Tour poi vinto nel 1958 sempre con Gaul,– e inizia la sua esperienza nelle classiche in linea (6 i trionfi nella Parigi-Roubaix soprattutto con il belga Rik Van Looy).
    Negli anni '60, tra i corridori, Ottusi è conosciuto per l'abilità con cui modifica le scarpette in base alle specificità del piede e quella con la quale elabora le selle in cuoio Brooks. Tuttavia, dopo vent'anni passati in carovana in giro per l'Europa, la famiglia chiama e la voglia di viaggiare cala. Dal 1968 torna a Milano per aiutare la moglie Milena, e successivamente la figlia Barbara, nel negozio di articoli sportivi di via Padova gestito fino al 2005.
    Ed è proprio qui che inizia la seconda vita artigianale di Ottusi, quella con gli scarponi da sci e con il Circo bianco. «La prima vera modifica di uno scarpone – racconta –è legata a un medico che per il male ai piedi faticava a sciare. Gli suggerii di fare un plantare anatomico e modificare lo scafo per ridurre il dolore. Avevo provato a proporre la stessa soluzione anche ad altre persone, ma lui è stato il primo ad avermi ascoltato. Quegli espedienti applicati allo sci e suggeriti dall'esperienza nel ciclismo, ai tempi sembravano infatti pura fantascienza».
    Da quel momento in poi, però, grazie al passaparola ma soprattutto alla maestria del suo colpo di lima, Ottusi è diventato un marchio di precisione e garanzia conosciuto in tutto il mondo. E ancora oggi, infatti, appoggiandosi al laboratorio di Alessandro Conti di via Bottego, Ottusi continua a seguire alcuni dei suoi clienti storici. Scafo, soletta, plantare, scarpetta e persino attacchi dei ganci: per realizzare quel pezzo unico che elimina i dolori ai piedi e permette una sciata «in punta di piedi», non c'è nulla che non venga modificato dalla mano chirurgica del «Marietto».
    L'uomo che vinse il Tour e reinventò lo scarpone da sci - IlGiornale.it





    Cna, le imprese liguri e l’interesse dei mercati asiatici
    Valentina Carosini
    Genova - Un balzo in avanti lungo due continenti e le imprese liguri legate all’agroalimentare, ai settori dell’artigianato, dell’energia rinnovabile, della manifattura e della bioedilizia potrebbero sbarcare a breve in Vietnam. Viene dall’est e dall’interesse dei mercati asiatici sulle produzioni locali una delle nuove chances per il settore dei prodotti tipici della Liguria. È questo uno dei due binari sui quali si muove il lavoro di Cna, Confederazione Nazionale dell'Artigianato e della Piccola e Media Impresa, per promuovere una cultura della produzione artigiana e delle specificità del territorio.
    La novità è stata presentata ieri con il nuovo piano di iniziative della Cna per l’anno 2014-2015, mostre mercato dedicate alle tipicità liguri. Undici appuntamenti che coinvolgeranno circa 300 aziende del settore, al via il prossimo fine settimana a Toirano con “In Oleo Veritas”, dedicata alla produzione dell’olio, e dureranno fino a metà 2015. «Sono festival – spiega Marco Merli, presidente di Cna Liguria - con una forte impronta tecnica e culturale, la spiegazione delle lavorazioni e poi la vendita».
    Il calendario prevede iniziative che vanno da Dolci Borghi di Liguria alle Giornate del Restauro, la partecipazione all’Heimhandwerk a Monaco di Baviera e ad Artigiano in Fiera a Milano, per finire con il Festival Nazionale del Biologico e delle buone energie a Varese Ligure ed Expo 2015. Oltre confine sono approdate 400 aziende liguri. A trainare è l’export di agroalimentare, sul podio il pesto.
    «In Europa puntiamo sulla Germania, un mercato di prossimità che funziona», spiega ancora Merli. «Poi, grazie a Riccardo Riboldi e all’Associazione Italia-Vietnam - sottolinea - abbiamo già fatto due missioni autofinanziate ad Hanoi dove c’è richiesta di agroalimentare di qualità, di fonti di energia rinnovabile e manifattura. Stiamo selezionando i prodotti, entro l’inizio del 2015 pensiamo di realizzare il primo incontro tra operatori per inserirli sul loro mercato».
    Cna, le imprese liguri e l?interesse dei mercati asiatici | Liguria | Genova | Il Secolo XIX



    Highlander era un’impresa: un concorso per raccontare le aziende centenarie che guarda a registi, scuole e università
    L’Unione Imprese Storiche Italiane, rappresentata in Veneto da tre aziende tra cui la Keyline di Conegliano (gruppo Bianchi1770, fanno macchine duplicatrici per chiavi che vendono in tutto il mondo, e nella propria sede hanno raccolto la storia delle chiavi, anche quelle – esemplari unici – di fortezze e castelli) organizza un concorso per cortometraggi denominato “Futuro Antico” che si rivolge a registi e film maker italiani e stranieri, Istituti scolastici, università, associazioni, scuole di specializzazione nel settore dei corti cinematografici.
    L’obiettivo è documentare l’ultracentenarietà imprenditoriale, raccontare con un ‘corto’ i valori legati alla storia, all’etica, all’innovazione, al lavoro, alla dimensione sociale: tutti requisiti esclusivi di quelle imprese storiche italiane, aziende con oltre 100 anni di attività che rappresentano un patrimonio unico.
    “Il concorso – spiega Mariacristina Gribaudi, amministratore unico di Keyline e vicepresidente Uisi – nasce per esaltare la longevità d’impresa e offrire, tramite la produzione di un ‘corto’, un focus particolare ed inedito sul mondo del lavoro, prendendo come riferimento i brand ultracentenari, il loro patrimonio immateriale di tradizioni e saperi, il loro “capitale umano”, la loro capacità di adattarsi alle sfide del futuro”.
    Il bando – che prevede tre premi in denaro per i primi tre vincitori (pari a 3mila, 2mila e mille euro) – è consultabile sul sito dell’Unione Imprese Storiche Italiane all’indirizzo Untitled Document
    Sempre sul sito c’è l’elendo delle aziende associate, ognuna con la propria storia: quella della vicentina Grappa Poli (Spirito di famiglia, nel vero senso del termine) inizia con Giobatta, il bisnonno che produceva cappelli di paglia, attività piuttosto fiorente all’epoca, ma con una grande passione proprio per la grappa. Così costruì una piccola distilleria montata su un carretto e andò per case a distillar vinacce; era il 1898.
    Per la Keyline, che oggi conta un centinaio di dipendenti, di cui dodici tra ingegneri, progettisti e programmatori nella ricerca e sviluppo, la storia inizia nel 1770 con il lavoro del mastro di chiavi Matteo Bianchi e viene tramandata di padre in figlio, fino all’opera di Camillo Bianchi, pioniere-innovatore del sistema duplicazione chiavi negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale. Fortemente legata al territorio, l’azienda è fra le poche a mantenere integralmente la filiera produttiva in Veneto, ed ha filiali in Germania, Stati Uniti e Cina.
    La terza centenaria veneta nasce nel 1775 (questa è la data certa, ma probabilmente risale ad ancora prima): la Garbellotto, storica industria botti di Conegliano (Treviso), ha visto l’epoca in cui la Serenissima Repubblica di Venezia governava. Un’azienda di nicchia per il settore vitivinicolo, per il quale costruisce le botti in legno dove i pregiati vini maturano prima di essere imbottigliati.
    Per il concorso “Futuro antico” è richiesta l’iscrizione entro il 31 ottobre 2014 mentre il termine ultimo per la presentazione dei progetti è fissato al 31 dicembre 2014. La giuria completerà il suo lavoro in tempo per la presentazione finale e la premiazione che potrà avvenire nella primavera del 2015.
    Il cielo sopra San Marco | Highlander era un?impresa: un concorso per raccontare le aziende centenarie del Made in Italy che guarda a registi, scuole e università









    Classifica delle università italiane (pure meglio del Mit)
    di Giuseppe Sangregorio
    Da tempo il titolo accademico non basta più. Bisogna scegliere la facoltà universitaria valutando quale offre le prospettive di lavoro migliori. Nessuno può prevedere con esattezza quale sarà l’evoluzione delle carriere in futuro, ma il parere degli esperti e la tendenza a classificare le attività universitarie possono dare qualche indicazione utile nella ricerca. In ogni caso, secondo la rettrice dell’Università di Trento Daria De Petris il requisito fondamentale da possedere è una solida preparazione. E gli atenei italiani che meglio lo assicurano si trovano nell’Italia settentrionale, sono di dimensioni medie e si distinguono per la qualità della didattica e della ricerca.
    In base a una graduatoria stilata dal Sole24 ore sugli atenei nazionali più quotati, che tiene conto di 12 parametri di valenza internazionale riguardanti la didattica – stabilità dei docenti di ruolo, rispetto degli iscritti dei tempi previsti per laurearsi, stage, progetti di ricerca e alta formazione – le migliori sono quelle di Verona e di Trento. Quest’ultima supera la prima per la qualità dell’insegnamento; l’università scaligera però vanta un primato per la ricerca. Entrambe hanno 84 punti a pari merito nella classifica.
    Seguono il Politecnico di Milano con 79, l’Ama Mater di Bologna (78) e di Padova (76). Tra le private al primo posto si colloca l’Università San Raffaele di Milano (87 punti), seguita dalla Bocconi (81) (che però si posiziona all’ottavo posto nella classifica dei Global Masters in Finance, pubblicata dal Financial Times, con il proprio Corso di laurea specialistica, guadagnando ben 12 posizioni rispetto alla precedente graduatoria, davanti ad atenei come il Mit di Boston).
    Un altro elemento importante da tener presente nella scelta della facoltà universitaria è la spendibilità del titolo accademico sul mercato del lavoro. Un’indagine di Almalaurea rivela, infatti, che la milanese Bocconi é l’università più competitiva d’Italia e che i suoi ex studenti riescono a inserirsi più agevolmente nel mondo del lavoro; seguono la Cattolica e il Politecnico di Torino.
    Classifica delle università italiane (pure meglio del Mit) | L'intraprendente


  8. #108
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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    Il sacco (finale) del Nord
    L'Istat informa che i poveri nelle regioni settentrionali sono triplicati dal 2005. Lo Stato italiano, come il più miope dei parassiti, sta distruggendo l'organismo che lo tiene in vita.
    di Nicolò Petrali
    Cari lombardi, cari veneti. Cari tutti che avete la fortuna di abitare in una delle zone più produttive del mondo, il Nord Italia, e al contempo la mala sorte di far parte di uno degli stati con il più alto tasso di parassitismo dell’intero pianeta. Ci stiamo impoverendo. L’amara notizia ce la fornisce il “Rapporto sulla coesione sociale” stilato da Istat, Inps e Ministero del Lavoro che, quasi provvidenzialmente, all’inizio del nuovo anno, accende ancora una volta i riflettori sulla questione settentrionale. In Italia “i poveri in senso assoluto sono raddoppiati dal 2005 e – si legge nel documento – triplicati nelle regioni del Nord”. I numeri sono impietosi: in neanche 10 anni siamo passati dal 2,5% sul totale della popolazione al 6,4%.
    Sono dati allarmanti, che confermano un sospetto che gli osservatori attenti avevano già. Eppure, trovarselo scritto su carta fa un altro effetto. Signori, la locomotiva d’Italia si sta fermando. Lo Stato italiano, come il più stupido dei parassiti, sta pian piano uccidendo l’organismo che lo tiene in vita: il Nord. Si dirà che è normale che la parte produttiva del paese soffra maggiormente la crisi. E può per certi versi anche essere vero. Ma siamo onesti, ciò che realmente mette in ginocchio l’Italia, e in modo particolare il Nord, è la crisi nella crisi. La non volontà, prima che l’incapacità, della classe politica di costruire un sistema che funzioni per davvero. Non si tratta di essere pessimisti a tutti i costi. Ma non ci vengano a dire che “il meglio deve ancora venire” o che “si vede la luce in fondo al tunnel”. Qui al Nord di segnali di ripresa non se ne vedono. E se si vede una luce in fondo al tunnel è quella del treno “Italia” che ci sta venendo addosso. E non lo diciamo noi. Lo dice l’Istat.
    Il treno Italia ci sta piombando addosso perché sta andando in contromano. Esattamente nella direzione opposta rispetto a quella in cui dovrebbe procedere. Dovrebbe abbassare le tasse e invece le aumenta. Checché ne dicano il presidente del Consiglio o le sentinelle antitasse. Dovrebbe tagliare la spesa pubblica e ridurre il debito pubblico e invece accade l’esatto opposto. Il risultato di queste politiche è che l’economia va a picco, le aziende chiudono e le persone impoveriscono.
    Il sacco (finale) del Nord | L'intraprendente

    L’AGROALIMENTARE VENETO ALL’OPERA NEL MERCATO CINESE
    Il Veneto riapre la via seta, trasformata in agroalimentare di qualità. Lo fa in forma moderna, preparata, con aziende che hanno imparato a muoversi dentro le regole del mercato cinese e la cultura del grande Paese dell’est, potenzialmente il più grande mercato di consumo del mondo, in crescita anche se “solo” ad una cifra percentuale. “Abbiamo lavorato a lungo con il sistema agricolo e agroindustriale della regione per questo appuntamento, che apre una azione di incoming che vuole essere molto forte e determinata”, sottolinea l’assessore all’agricoltura Franco Manzato, a capo di una delegazione economica che ha fatto tappe istituzionali a Pechino e a Nanchino. Manzato e la delegazione veneta hanno incontrato il preside della facoltà di Agraria dell’Università Pechino Han Bei-zhong, con il quale si è anche parlato di possibili collaborazioni con l’Istituto “Cerletti” di Conegliano.
    L’approccio al mercato cinese in funzione dell’agroalimentare è iniziato oltre un anno fa, con incontri informativi, selezione delle imprese e corsi di formazione per imprenditori, organizzati con la collaborazione dell’Università di Ca’ Foscari. “Partiamo da una constatazione – afferma Manzato – e cioè che l’export agroalimentare del Veneto vale complessivamente, dati 2013, oltre 5 miliardi 116 milioni di euro, con una crescita di oltre il 6 per cento rispetto all’anno precedente. Però solo una parte infinitesima, poco meno di 37 milioni di euro in valore, finisce in Cina, dove vive oltre un quinto degli abitanti del pianeta e che sta diventando il più interessante mercato di consumo del mondo”.
    “Aggiungo anche, in questa occasione – dice ancora l’assessore – che il Veneto è una regione capace di uno sviluppo economico del tutto analogo a quello cinese se fosse indipendente e non subisse la burocrazia e l’esasperato carico fiscale dello Stato italiano. Uno studio dell’Unioncamere, con proiezioni economiche elaborate in tre anni di lavoro, certifica che il Veneto risparmia ogni anno 14 miliardi di euro ma, risparmiando sulle spese di funzionamento dello Stato, si arriverebbe a 35,4 miliardi di euro: capitali che permetterebbero di liberare risorse per investimenti pubblici, anche con una riduzione delle tasse, con la possibilità di far crescere in un anno il PIL a più 12 per cento”. Parlando solo del settore agricolo, il Veneto rappresenta circa il 6% degli ettari destinati all’agricoltura in Italia, ma il valore della nostra produzione agricola, pari a circa 5,5 miliardi euro, incide per una quota del 10,5% sul totale nazionale”.
    Regione Veneto - Dettaglio Comunicati Stampa

    Trend positivo per le imprese giovanili
    Beatrice D'Oria
    Genova - Sono quasi 7.000 (6.695 a fine 2013) le imprese under 35 della provincia di Genova e continuano a mostrare un saldo positivo tra iscrizioni e cessazioni anche nel 2013 (+775) rispetto a quello negativo (-179) delle imprese in generale. Le imprese giovanili rappresentano il 9,3% del totale e generano il 4,7% dell’occupazione provinciale: questa la fotografia scattata dalla Camera di Commercio e presentata questa mattina al Focus sui giovani imprenditori. «Effettivamente dai nostri dati, ed è consolante, il saldo è nettamente positivo per i giovani che cercano nell'imprenditoria privata, nell'idea di fare impresa, un'uscita dalla crisi», spiega Paolo Odone, presidente della Camera di Commercio.
    Per quanto riguarda i settori di appartenenza, il 30% è rappresentato dal commercio e il 27,4% dalle costruzioni (dove però occorre ricordare la forte presenza di partite Iva fittizie). Seguono i servizi alle imprese (18,4%) e alberghi e ristorazione (10,3%). «Negli anni Settanta si diceva "Genova città di camerieri", adesso è il grande Turismo a farla da padrone: c'è interesse per il turismo culturale, e Genova è regina in questo senso - continua Odone - La conferma l'abbiamo monitorando il traffico delle crociere, che sta aumentando».
    Trend positivo per le imprese giovanili | Liguria | Genova | Il Secolo XIX

    UN BIC-COLO MIRACOLO - L’UNICO OGGETTO DI DESIGN E DA MUSEO PRESENTE IN TUTTE LE TASCHE - INVENTATO DAL PIEMONTESE BICH, L'ACCENDINO PIÙ FAMOSO DEL MONDO COMPIE 40 ANNI
    Nadia Ferrigo per "la Stampa"
    Spesso, quando serve non si trova, anche perché passa con disinvoltura di mano in mano. Quando ormai ne abbiamo già comperato un altro, facile vederlo comparire all'improvviso, il più delle volte dalla tasca di un amico. Che cos'è? Compagno indispensabile di generazioni di fumatori, l'accendino Bic festeggia i suoi primi quarant'anni.
    Con sei milioni di esemplari venduti ogni giorno in tutto il mondo, un numero incalcolabile di imitazioni e un posto d'onore nelle collezioni permanenti del MoMA di New York e del Centre Pompidou di Parigi, il primo accendino «usa e getta» della storia è ormai un'icona. Umberto Eco lo definì «il capolavoro del design moderno, nato volutamente brutto e diventato bello perché pratico, economico, indistruttibile e unico esempio di socialismo realizzato, capace di annullare ogni diritto di proprietà e di distinzione di stato».
    Nel 1973 il barone Marcel Bich, imprenditore torinese (di origine valdostana, in seguito ottenne la cittadinanza francese), già a capo dell'impero della penna a sfera, decise di tentare una nuova strada, in piena armonia con una delle sue massime preferite: «Se un giorno mi diversificherò per impiegare i miei utili, farò come in natura: lascerò dei semi. Andrò altrove a creare di sana pianta delle nuove aziende». Detto, fatto: nel 1971 acquisì la Flaminaire, una fabbrica di accendini, e dopo due anni di esperimenti lanciò un accendino a fiamma regolabile, resistente, economico e assicurato per tremila accensioni.
    Fu un successo: per la seconda volta Bich riuscì a sedurre milioni di persone in tutto il mondo non grazie a una trovata rivoluzionaria, ma mettendo a punto una versione migliore e più economica di quel che già c'era. Il primo accendisigari moderno nacque in Germania agli inizi del 1800, quattro anni prima dell'invenzione del fiammifero. Un prototipo da tavolo elegante e raffinato, ma pericoloso e assai costoso: era caricato a idrogeno, un liquido esplosivo, e il meccanismo di accensione si attivava con una linguetta di platino. Le prime versioni tascabili iniziarono a comparire solo agli inizi del Novecento, quando si diffuse il vizio del fumo. Si trattava sempre di oggetti di lusso, ricaricabili e pensati per durare una vita: in pochi se li potevano permettere. Negli anni successivi, con l'invenzione del meccanismo a rotella che strofina contro la pietra focaia, iniziarono a diffondersi i primi modelli automatici e nel 1935 debuttò il primo accendino a gas butano.
    Bich sbaragliò la concorrenza, riuscendo a vendere un prodotto affidabile, senza però essere esclusivo. Adatto a tutte le tasche, proprio come la penna a sfera. Inventata dall'ungherese Biró, ma battezzata dal barone, che riuscì a produrla abbattendo i costi: la Bic all'inizio vendeva le penne a ventinove centesimi, ma nel giro di un anno il prezzo scese a dieci.
    Né la tecnologia né la forma dell'accendino più celebre del globo sono mai cambiate: l'unica concessione è per la grafica, sempre diversa grazie a nuove fantasie e collaborazioni prestigiose, l'ultima con lo stilista milanese Elio Fiorucci. Bruno Bich, il figlio del barone Bich, conquistò la presidenza della multinazionale nel 1993, un anno prima della morte del fondatore. Da subito tranquillizzò gli azionisti, assicurando che avrebbe sempre difeso i quattro principi che portarono al successo il padre: «Dare fiducia agli uomini, non avere debiti, avere posizioni mondiali, vendere al pubblico la migliore qualità al prezzo più basso possibile». Missione compiuta.




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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    Vogliamo il reato di imprenditoricidio
    di Federica Dato
    C’è una mattanza in corso, c’è sangue che scorre e le vittime, come sempre, non sono solo quelle finite sotto una lapide. A ogni lettera incisa su un marmo gelido quanto eterno corrisponde una famiglia piegata.
    In alcuni casi li abbiamo chiamati suicidi di Stato, sono i suicidi degli imprenditori che non ce la fanno più e cedono alla disperazione. Quella che ti porta a credere che il domani sia troppo carico di nero per essere vissuto, quello che li guida nei loro capannoni e fa sì che si impongano la fine. Anche le loro storie ti si attaccano al petto, sono quelle di chi pur di non licenziare i propri dipendenti preferisce salutare il mondo. E ci sono tanta forza e determinazione atroce in quell’atto da non poter essere raccontarle.
    Se ne contano un centinaio, dall’inizio della crisi, di imprenditori morti. Alcune statistiche raddoppiano la cifra dell’orrore. Il registro non saremo noi a compilarlo. Stabilite da voi quale numero sia il più vicino al vero e moltiplicatelo per due, perché una delle indiscusse verità è che i suicidi spesso vengono celati. Per non intaccare l’orgoglio e il ricordo di chi s’è spento, per riservatezza o dovere d’affari.
    Urliamo perché lo Stato si batta il petto e guardi negli occhi quello che sta avvenendo, che si assuma delle responsabilità e metta fine al massacro. Perché ogni respiro va tutelato. Perché il Nord che fa la conta dei propri caduti, ma le pagine di giornale spesso scordano i titoli che la raccontano nel cassetto. L’ingiusto nell’ingiusto. In Veneto urlano «non vogliamo farci suicidare». Ogni cuore che smette di battere noi lo sentiamo nostro, saremo colpevoli tutti. Fermate l’imprenditoricidio. Ora, per carità.
    Vogliamo il reato di imprenditoricidio | L'intraprendente



    Balocco: «Sono un economista specializzato in disciplina fiscale. Ma non riesco a star dietro a tutte queste tasse»
    Matteo Rigamonti
    «In Italia troppi enti controllori senza coordinamento e regole incerte. Rispettare tutti gli adempimenti costa». Parla Alberto Balocco, ad della casa dolciaria
    «L’incertezza delle regole spaventa gli investitori stranieri». Che ormai, per decidere di investire in Italia, devono essere se non dei «pazzi» veri e propri, quantomeno manager un po’ «distratti». A parlare non è l’ultimo degli economisti dai toni eccessivamente apocalittici, ma Alberto Balocco, amministratore delegato della Balocco Spa, storica azienda dolciaria piemontese, conosciuta in tutto il mondo per i suoi panettoni e le specialità natalizie e pasquali, ma non solo, anche per biscotti, wafer e altri prodotti per la prima colazione.
    Balocco, che dà da lavorare complessivamente a 380 addetti (di cui la metà a tempo indeterminato e la metà stagionali per sette mesi l’anno), nell’ultimo esercizio di bilancio ha chiuso con un fatturato pari a 148 milioni di euro, in crescita di 1 milione al mese dal 2008, l’anno in cui è scoppiata la crisi economica. Alla Balocco gli investimenti non mancano: negli ultimi dieci anni sono stati spesi 55 milioni di euro per innovazioni tecnologiche del ciclo produttivo.
    Come è possibile?
    La crescita è dovuta da un lato all’aumento delle esportazioni nel mondo, soprattutto in America del Nord, del Sud, in Argentina, in Australia e in tutta Europa. Dall’altro lato, però, è dai primi anni Duemila che l’azienda segue una strategia volta al rafforzamento dei prodotti destinati alla prima colazione come biscotti e wafer, che oggi rappresentano il 60 per cento del nostro business. La prospettiva di appoggiarci a solo due mesi di festività per le vendite, infatti, non ci piaceva affatto.
    Avrà un bel da fare per pagare ogni mese quasi quattrocento dipendenti.
    Non è tanto quello il problema, quanto piuttosto l’incertezza sulle regole, che in Italia cambiano almeno ogni tre mesi, e il proliferare come funghi di autorità predisposte ai controlli che per di più mal si coordinano tra di loro. Di questo, a pagare le conseguenze, sono sempre i soliti, gli imprenditori. Viviamo in un paese che mette a dura prova i nervi anche dei lavoratori più solidi.
    Può farci un esempio?
    Penso a quando esce un nuovo prodotto che rispetta tutti i requisiti imposti dal ministero della Salute (che non è certo l’ultimo degli enti pubblici quanto a importanza) e magari dopo un po’ di tempo salta fuori anche il garante della concorrenza con ulteriori richieste, senza alcun coordinamento con il ministero. Oppure penso agli innumerevoli adempimenti fiscali che mutano in continuazione senza darci mai la possibilità di fare previsioni certe sul futuro. Mentre ci sarebbe bisogno di una base imponibile certa che non cambi così repentinamente e frequentemente. Non le nascondo che io stesso, laureato in economia e commercio nel 1989 con approfondimenti di studi sulla disciplina fiscale italiana, spesso fatico a stare al passo.
    Non è che forse a lei non piacciono le regole?
    Nient’affatto, io adoro le regole e i controlli. Ma in Italia lo Stato controlla sempre gli stessi, i primi della classe: sono loro ad essere interrogati, fino a che gli vengono chieste anche le cose più insulse. Poi, come nello sport, servono regole certe se si vuole giocare, non si può cambiarle sempre. Cosa succederebbe se nel calcio cambiassero in continuazione le regole sul fuorigioco? I calciatori non saprebbero più come comportarsi. Lo stesso accade nell’economia reale. Poi c’è un’altro aspetto di questa vicenda che meriterebbe adeguate considerazioni.
    Quale sarebbe?
    L’incertezza delle regole spaventa gli investitori stranieri: per rendersene conto basta guardare a cosa succede quando gli altri paesi dell’Europa si trovano a dover fare i conti con le nostre richieste di bolli e timbri a non finire. Ma non si rendono conto che loro vivono in paradiso e noi all’inferno.
    Un inferno che costa.
    Certamente, tutto ciò comporta la presenza in azienda di persone che devono dedicare tempo, risorse ed energie solo a risolvere problemi burocratici.
    Balocco: regole incerte frenano economia e investitori | Tempi.it







    Il vino veneto fa ubriacare il mondo
    di Stefania Leo
    I numeri del vino in Veneto
    Oltre 77.000 ettari di vigneto, 38.644 aziende agricole, con manodopera prevalentemente maschile (80%) e parentale (78%), 10,8 milioni di quintali di uva raccolta per una produzione totale di 9,25 milioni di ettolitri di vino: ecco in sintesi il quadro del settore vitivinicolo offerto da Veneto Agricoltura. Il prodotto veneto piace molto alla Germania, primo paese importatore di questo distretto, seguita da Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada.
    La prima provincia veneta per produzione vinicola è quella di Treviso con 4,59 milioni di quintali di uva, seguita da Verona (3,78 milioni di quintali di uva): insieme le due aree coprono i tre quarti della produzione complessiva di uva nel Veneto. A distanza seguono Vicenza con quasi 940 mila quintali, Venezia con 872 mila quintali, Padova (596 mila quintali), Rovigo (14 mila quintali) e Belluno con poco più di quattromila quintali.
    Per quanto riguarda i prodotti a marchio veneto, è stato l’anno del Prosecco, con 2,263 milioni di quintali prodotti, pari a circa il 38,1% del totale. Seguono il Valpolicella (819 mila quintali, pari al 13,8% del totale prodotto), il Conegliano-Valdobbiadene (815 mila quintali, 13,7%), il Soave (754 mila quintali, 12,7%), il Bardolino (358 mila quintali, 6%), il Bianco di Custoza (164 mila quintali, 2,8%), il Venezia (151 mila quintali, 2,6%), il Valdadige (112 mila quintali, 1,9%), il Colli Berici (70 mila quintali, 1,2%) e infine il Piave (56.000 quintali, 0,9%).
    La buona notizia/ Il vino veneto fa ubriacare il mondo | L'intraprendente



    La buona notizia
    Il Nord continua a brevettare, tanto
    Senza innovazione non c’è rilancio. Non è un mantra usurato, ma la verità: e ogni cambiamento è il risultato di una visione che sa tramutarsi in invenzione sul campo. Allora, secondo i dati di Senaf, azienda attiva nell’organizzazione di manifestazioni fieristiche, elaborati sulla base di statistiche dell’Ufficio italiano brevetti e marchi, il Nord ha tutte le carte in mano per giocare la partita della svolta. Nel 2013, da gennaio ad agosto, a Nord sono state depositate 3.681 domande per invenzioni. Complessivamente in Italia, nel periodo detto, ne sono state depositate 5.976 e non è difficile fare la sottrazione e capire dove si creano i numeri per confermare la stabilità rispetto allo stesso periodo nel 2012, dove pure erano 5.990. Fatto suo il primato sui brevetti, il Nord fa bene anche nel campo dei marchi, che vede in totale, nel Paese, 37. 441 richieste.
    A guidare entrambe le classifiche la Lombardia, con 1.176 invenzioni depositate in otto mesi; non sfigurano nemmeno però Emilia Romagna (836), Veneto (820), Piemonte (461), più staccate Friuli Venezia Giulia (158), Trentino Alto Adige (119), Liguria (106), Valle d’Aosta (5).
    Guardando ai marchi, anche qui guida la Lombardia, con 6.746, seguita dall’Emilia Romagna (3.388), e dal Veneto (3.241).
    Se a contribuire alla diffusione nelle aziende della cultura del progresso, sono anche soggetti, università e centri di ricerca, ecco che si concretizza uno dei fattori che più fa gioco all’innovazione: ovvero la capacità di fare rete. Spesso, poi, i mali dell’attuale congiuntura sono rintracciati proprio nella mancata capacità del sistema industriale di convergere verso produzioni ad alto contenuto innovativo. Tuttavia, laddove esso avviene va poi insegnata una cultura della protezione del patrimonio delle idee, in un contesto dove le minacce alla proprietà industriale arrivano non solo nel mercato nazionale, ma anche in quello globale, ovvero dove le imprese vanno a competere.
    Prendiamo il caso di una provincia come Varese, che nel primo semestre dell’anno ha visto ritornare a crescere il numero di brevetti. Come dimostravano i dati 1999-2013 sulla classe tecnologica dei brevetti pubblicati dall’European Patent Office, a Varese i brevetti riguardano sistemi di riscaldamento e raffreddamento domestico, dispositivi di comando, macchine speciali e anche invenzioni afferenti al settore della chimica. Tutti settori che manifestano quel classico connubio di qualità e metodo che va difeso e rilanciato, e che scontrandosi con una realtà di competizione globale, tanto più deve assorbire le regole di ingaggio anche nel campo dei processi volti all’ottenimento di brevetti nei contesti europei e internazionali.
    La buona notizia/ Il Nord continua a brevettare, tanto | L'intraprendente


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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    «Ecco tutte le tasse che pago
    Lo Stato non dice la verità sul fisco»
    L’imprenditore Fabrizio Castoldi, presidente del gruppo Bcs, 800 dipendenti: «Altro che pressione fiscale al 31,4%, così prendiamo in giro gli investitori esteri»
    FABIO SAVELLI
    La rabbia nasce tutta da un numero che lui ritiene una clamorosa presa in giro: 31,4%. Secondo l’Agenzia delle Entrate la tassazione sul reddito d’impresa raggiungerebbe questo valore percentuale. Lui, Fabrizio Castoldi, 70 anni, presidente del gruppo Bcs, 800 dipendenti, attivo nella produzione di trattori agricoli (dà lavoro a mezza Abbiategrasso, provincia di Milano), ritiene si tratti di un numero totalmente fuori dalla realtà perché prende in considerazione soltanto i coefficienti iniziali (cioè la somma dell’Ires al 27,5% e Irap al 3,9%). Anzi in questo dato rinviene persino un raggiro nei confronti degli investitori esteri che immaginano sia il dato puntuale della pressione fiscale nel nostro Paese. Per suffragare la tesi ha elaborato un prospetto - uscito dal suo ufficio contabilità - che potete vedere sotto.
    Documento che evidenzia come l’imposizione fiscale sia nettamente superiore perché l’Irap - l’imposta regionale sulle attività produttive (pur rivisitata ora con la legge di Stabilità che ha azzerato la componente del costo del lavoro) - varia dal 3,9% al 4,9% a seconda della regione. A cui aggiungere l’Imu (non calcolata dalle Entrate), tassa comunale/statale che grava su capannoni e immobili industriali, in una variabile compresa tra lo 0,46% fino all’1,06% sul proprio imponibile a seconda delle necessità di cassa del municipio di appartenenza. A cui sommare anche l’Ires fissata al 27,5%. Il conto sarebbe finito qui se non fosse che sull’Irap si applica anche il 70% della componente Imu più gli interessi passivi solo al di sopra di una certa soglia (il 30% del margine operativo lordo più ammortamenti, più il leasing, più l’80% dei costi auto) e anche il costo del lavoro dipendente a tempo determinato (cioè coloro i quali svolgono attività occasionali e i lavoratori a progetto).
    «Le tasse in Italia non aumentano in funzione del reddito, ma in funzione dei posti di lavoro», dice adirato Castoldi. Tesi che suggerisce di portare la produzione all’estero: «Per produrre i trattori ho bisogno di macchinari - spiega - quindi un capannone dove sistemarli e un terreno su cui mettere il capannone, infine gli operai per far funzionare i macchinari. In sostanza creo posti di lavoro. Peccato che su tutte queste componenti lo Stato mi tassa proporzionalmente: più produco, più pago imposte all’erario, secondo una logica distorta». Il corollario è produrre oltre confine, delocalizzare. Con il rischio di lasciare 800 famiglie sul lastrico.
    «Ecco tutte le tasse che pago Lo Stato non dice la verità sul fisco» - Corriere.it


    Sanzioni Russia. Snaidero: «L’export nel settore legno-arredo vale un miliardo. Perderlo sarebbe catastrofico»
    «A differenza dei big di altri paesi noi non possiamo aggirare le sanzioni, e il mercato interno è in crisi nera».
    Francesco Amicone
    È stato calcolato che embarghi e sanzioni reciproci fra Occidente e Russia danneggeranno l’economia italiana per 3 miliardi di euro entro la fine dell’anno. Le industrie agro-alimentari contano già 1 miliardo di danni. Anche altri settori sono stati colpiti, se pur indirettamente. «La situazione non è allarmante, ma la crisi sta creando enormi difficoltà anche a noi», conferma a tempi.it Roberto Snaidero, presidente di FederlegnoArredo. «Il nostro settore non è sotto embargo ma le sanzioni finanziarie contro la Russia ci stanno penalizzando».
    In che modo la crisi ucraina sta danneggiando il settore del mobile e dell’arredamento?
    A causa del blocco delle transazioni, c’è una grande difficoltà per tutti gli esportatori italiani in Russia. Altri paesi, come Cina, India e Brasile, stanno entrando nel mercato. Aumenta la competizione. Il nostro unico vantaggio è dato dal rappresentare un’eccellenza nel panorama internazionale. Il nostro grande design è molto apprezzato dai russi.
    Qual è lo svantaggio per le aziende italiane, in questo momento?
    Molte delle nostre aziende sono piccole e medie imprese a conduzione familiare radicate sul territorio. La nostra “debolezza” è che a differenza dei grandi gruppi di altri paesi e delle multinazionali non possiamo aggirare le sanzioni. Attualmente mi trovo a Mosca anche per questo. Stiamo cercando di trovare soluzioni ai problemi finanziari, con l’aiuto di Unicredit.
    A Mosca è in pieno svolgimento la settimana del mobile. Voi siete presenti con il Made Expo e i saloni WorldWide. Come sta andando?
    Molto bene, nonostante l’attuale situazione complicata. All’evento fieristico è in vetrina il meglio dell’arredo-casa presentato al Salone del Mobile di Milano nella scorsa primavera. Sono presenti 540 aziende espositrici, di cui 460 italiane. La grande affluenza dimostra che per i buyers russi quella del mobile è un’eccellenza italiana. Il Made Expo, poi, rappresenta una novità importante: ci siamo aperti anche all’architettura di interni per dare un’opportunità in più alle nostre aziende. Si tratta di una esperienza utile, viste le difficoltà del mercato interno, una grande vetrina per il meglio della produzione di finiture per l’edilizia e sistemi per le costruzioni.
    Quanto vale la Russia per il suo settore?
    Vale 1 miliardo di euro, il 10 per cento delle esportazioni. Per noi, è un mercato assolutamente strategico. Perdere la Russia sarebbe drammatico, catastrofico, anche perché la situazione del mercato interno è difficilissima.
    Sanzioni Russia? Perdere export arredo sarebbe catastrofico | Tempi.it



    Gli occhiali battono la crisi: produzione in crescita del 12% nel primo trimestre dell'anno
    di Barbara Ganz
    Numeri che hanno sorpreso gli stessi ricercatori del Centro Studi Unioncamere del Veneto: nel primo trimestre dell'anno l'occhialeria bellunese, rispetto allo stesso periodo del 2013, ha aumentato la produzione di oltre il 12 per cento. E a spingere verso l'alto queste percentuali sono state le piccole e medie aziende, quelle con un numero di dipendenti compreso tra le dieci e le quarantanove unità.
    Anche nel confronto con il trimestre precedente si conferma la tendenza positiva, con un più 10 per cento, sempre con un contributo determinante delle Pmi, che hanno registrato i risultati migliori. «Di fronte a queste cifre – commenta Lorraine Berton, presidente di Sipao, la sezione industrie produttrici di articoli per l'occhialeria – è bene essere cauti. Ma le percentuali registrate dal nostro settore e assicurano un'iniezione di fiducia e di ottimismo. Possiamo dire, senza sbilanciarsi troppo, che finalmente anche le piccole e medie realtà produttive, quelle che più hanno pagato il conto della crisi, vedono un po' di luce in fondo al tunnel. Mentre le grandi aziende, grazie soprattutto alla loro vocazione industriale, sono riuscite a superare in modo eccellente questi anni turbolenti».
    Se a crescere è infatti l'intera produzione industriale veneta, le percentuali non si avvicinano nemmeno a quelle dell'occhialeria bellunese. L'unico altro settore a mostrare performance così positive è l'orafo di Vicenza, a quota +11% rispetto al primo trimestre dello scorso anno. A livello regionale crescono anche il fatturato (+ 2,8%) e gli ordinativi (+2,4%) e ciò contribuisce a rendere migliori le previsioni degli imprenditori per l'immediato futuro.
    «Questi numeri – prosegue Berton – confermano che gli imprenditori veneti riescono a competere sui mercati internazionali, nonostante operino in un sistema-Paese tutt'altro che competitivo, con le difficoltà strutturali che tutti conosciamo: una burocrazia opprimente che spesso si traduce in una tassazione occulta, una fiscalità asfissiante che toglie ossigeno alle nostre aziende, una giustizia che non garantisce tempi certi, infrastrutture inadeguate e una spesa pubblica fuori controllo che, a quanto pare, serviva anche per mantenere in vita un radicato e profondo sistema di corruzione».
    Gli occhiali battono la crisi: produzione in crescita del 12% nel primo trimestre dell'anno - Il Sole 24 ORE

    Esselunga batte anche la crisi
    di Emanuele Scarci
    Più ricavi e meno margini e utili. Il gruppo Esselunga continua a macinare record (anche gli occupati sono al top) ma, pur chiudendo un bilancio con 505 milioni di Mol su 6,95 miliardi di ricavi, la forte competizione sui prezzi lascia un segno sul bilancio. La grande distribuzione ha allentato la morsa della crisi dei consumi spingendo (d'accordo con l'industria) al massimo storico, il 27%, la pressione promozionale (cioè la percentuale dei prodotti che presentano uno sconto o un bonus) ma questo si è tradotto in un'erosione dei margini che nel caso di Esselunga è più che accettabile.
    Il Gruppo Esselunga ha chiuso il 2013 con vendite per 6,957 miliardi, +1,7% rispetto al 2012, e con clienti in crescita dell'1%. L'azienda dichiara che «l'incremento del fatturato è significativo poiché è stato ottenuto con inflazione zero dei prezzi di vendita, per il secondo anno consecutivo, e in un mercato della Gdo che, in tutta Italia e nelle regioni in cui il gruppo opera, è in significativa contrazione».
    Il Mol è di 505 milioni di euro è in calo del 6,7% e il risultato operativo scende a 328 milioni dai 367 milioni del 2012. Esselunga sottolinea che la contrazione è causata sia dall'assorbimento dell'inflazione ricevuta dai fornitori e della crescita dell'Iva che non sono state trasferite a clienti, sia dall'aumento di alcuni costi operativi. Gli investimenti sono aumentati: sono saliti da 382 milioni a 387 milioni. Negli ultimi quattro anni sono stati investiti oltre 1,4 miliardi di euro.
    Vincoli urbanistici e burocratici a parte, Esselunga è uno dei pochi distributori che punta ancora sulla crescita della rete commerciale. Il network conta su 146 tra superstore e supermarket localizzati nel Nord Italia oltre a 61 bar Atlantic e 34 profumerie EssereBella e Olimpia Beauté.
    L'organico medio si attesta a 20.605 persone con un incremento di quasi 400 nel 2013: per il prossimo biennio l'azienda conferma 2mila assunzioni.
    Per il biennio 2014-15 Esselunga dovrebbe aprire una decina di negozi: Firenze, Torino, Novara, Milano. Se poi si sblocassero anche quelli di Genova e Mantova (vicino a Palazzo Te), le nuove aperture sarebbero superiori a dieci e i nuovi occupati andrebbero oltre i 2mila. Tra le diversificazioni, l'anno scorso la catena lombarda ha avviato a Parma uno stabilimento per la produzione di pasta fresca e pasticceria secca che, a regime, occuperà 200 persone.
    Esselunga batte anche la crisi - LaBissa.com



    Eurostat e turismo: Veneto regione più visitata in Italia
    VERONA. Il Veneto, con Venezia, Padova, Verona e il Lago di Garda, è la prima regione più visitata dai turisti d’Italia e la sesta in Europa. È quanto emerge dall’annuario regionale 2014 di Eurostat, secondo cui nel 2013 sono stati 61,5 milioni le notti passate negli hotel della regione.
    Al secondo posto, ma distaccata, la Toscana, con 42,7 milioni di pernottamenti (undicesima in Ue), seguita al terzo da Emilia-Romagna (tredicesima in Ue, quasi 40 milioni di notti), poi al quarto da Lombardia (sedicesima in Ue, oltre 30 milioni), al quinto dal Lazio (diciannovesima in Ue, oltre 30 milioni) e infine da Bolzano (sesta in Italia e ventesima in Ue, quasi 30 milioni).
    L'Arena.it - Territori - Città


 

 
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