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Discussione: Padania intraprendente

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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    Record storico di esportazioni per lo spumante
    Secondo stime di Coldiretti, gli spumanti italiani stanno conquistando le tavole estere e nel 2017 si registrerà il record storico di esportazioni per le bollicine italiane.
    Archiviate le festività natalizie, il Made in Italy brinda – è il caso dire – al record di esportazioni per lo spumante italiano. Tra Natale e Capodanno, la Coldiretti stima, infatti, che si sia registrato un record per le bollicine italiane.
    Le bottiglie di spumante spedite dal nostro paese verso l’estero ha registrato un incremento a doppia cifra mettendo a segno un record storico di esportazioni.
    Record storico per le esportazioni di spumante italiano
    Lo spumante italiano piace sempre di più agli stranieri che lo preferiscono ad altri sparkling white wines per festeggiare eventi e ricorrenze.
    Le esportazioni delle bollicine nostrane – concentratesi soprattutto nel periodo a cavallo tra Natale e Capodanno - hanno fatto segnare un aumento dell’11%.
    Secondo un’analisi di Coldiretti, si tratta di un record storico per lo spumante con un valore che supera 1,3 miliardi di euro, considerando le spedizioni registrate dall’Istat nei primi otto mesi dell’anno appena trascorso.
    Gli spumanti che piacciono agli stranieri
    In Italia, l’acquisto della tradizionale bottiglia di spumante per brindare durante le feste è ormai un’abitudine irrinunciabile. Che, oggi, sta contagiando sempre di più anche gli stranieri.
    “All’estero finisce la maggioranza della produzione nazionale di bollicine per la quale si stima un potenziale produttivo superiore ai 600 milioni di bottiglie” spiega la Coldiretti.
    Nel settore dei vini bianchi frizzanti, infatti, i prodotti italiani competono alla pari con il prestigioso Champagne prodotto dai cugini francesi. Tra gli spumanti più graditi oltre confine, ci sono, tra gli altri, il Prosecco, l’Asti e il Franciacorta che stanno acquistando sempre più terreno sui mercati stranieri.
    I consumatori che sembrano apprezzare maggiormente gli spumanti italiani sono, secondo Coldiretti, gli inglesi. Il Paese della Brexit rappresenta anche nel 2017 il primo mercato mondiale per bottiglie esportate: l’incremento delle esportazioni oltre Manica è stato infatti del 13%. Sul podio anche gli Stati Uniti dove si registra un +16% e la Germania dove l’incremento delle vendite si attesta a +14%.
    Nel 2016 Italia primo esportatore europeo di bollicine
    Le stime della Coldiretti per l’anno appena trascorso seguono i dati più che positivi registrati nel corso dell’anno precedente.
    Nel 2016, secondo Eurostat, l’Italia si è confermata primo Paese esportatore europeo di vini bianchi frizzanti conquistando il 45% delle esportazioni di settore in Europa mettendo a segno un fatturato da 1,2 miliardi di euro.
    https://www.money.it/Made-in-Italy-record-storico-di



    Como forma i tecnici del tessile di qualità
    Matteo Meneghello
    Il tessile italiano ha bisogno di giovani tecnici con competenze chimiche, esperti di tecnologia delle fibre, della loro nobilitazione e del colore. Qualità necessarie al sistema per restare competitivo nell’offerta di prodotti ad alto valore aggiunto. È partendo da questa consapevolezza che il territorio comasco ha ideato un nuovo corso quadriennale in chimica e materiali (per le tecnologie tessili). L’iniziativa, varata dall’Isis di Setificio Paolo Carcano di Como è stata presentata nei giorni scorsi.
    La chimica applicata costituisce uno degli assi trainanti dell’economia comasca, tanto nelle aziende formalmente «chimiche» quanto in quelle di altri comparti in cui tuttavia la chimica svolge un ruolo essenziale, dal legno alla plastica alla grafica. Le aziende del comparto tessile, in particolare, da sempre si basano sulla competenza di diplomati e laureati in chimica, che ne conoscono le peculiarità sia nelle tecnologie tradizionali sia in quelle più innovative.
    Il turnover tecnologico del comparto oggi è sempre più rapido, anche sulla spinta delle esigenze di carattere ambientale, e solo tenendo il passo con l’innovazione, secondo il parere degli addetti ai lavori, Como potrà mantenere la sua posizione di leader a livello internazionale. Da recenti studi Confindustria il fabbisogno nazionale complessivo del comparto tessile, abbigliamento e moda per i prossimi cinque anni è di almeno 47mila addetti, di cui oltre 19mila diplomati e oltre 3mila laureati. A fronte di questo, gli iscritti a corsi di Istituto tecnico coerenti con queste necessità, in tutt’Italia, sono poco più di 2mila (in particolare, nell’indirizzo Sistema Moda, l’unico ad oggi che includa una formazione specifica nella chimica tessile e della nobilitazione).
    Nel nuovo ordinamento degli istituti tecnici però non sono più previsti corsi chimici che abbiano una espressa caratterizzazione verso la tecnologia delle fibre, della loro nobilitazione e del colore; una formazione di base viene recuperata localmente con attività integrative ma non specificamente finalizzate. Anche a livello universitario e di istruzione tecnica superiore la formazione specifica è limitata a poche sedi o a iniziative sporadiche; l'Università dell’Insubria, che fino al 2008/09 aveva fornito l’insegnamento di Tecnologia della nobilitazione tessile, oggi sta rivalutando l’interesse in questo settore.
    La specializzazione e la creatività della filiera tessile comasca trova ambiti di espressione anche nel fast fashion e nel tessile tecnico. Ogni anno, da Como, vengono esportati in tutto il mondo tessuti ed accessori per un valore superiore al miliardo e quattrocento milioni di euro. «Per il futuro di questo patrimonio di competenze – ha dichiarato Andrea Taborelli, presidente del gruppo filiera tessile di Unindustria Como - che è presente nel nostro territorio e che lo qualifica in tutto il mondo è decisivo investire nel capitale umano e soprattutto nei giovani. Occorrono specialisti non solo nelle fasi di creazione del prodotto ma anche nelle fasi di produzione e nobilitazione del tessuto. Il gruppo filiera tessile di Unindustria Como - ha aggiunto - è attento alla formazione dei giovani ed è vicino al percorso formativo della scuola di Setificio. Lo testimoniano il sostegno a Fondazione Setificio, gli investimenti che l’associazione ha contribuito in questi ultimi anni a finanziare e che proseguirà nei prossimi mesi per l’aggiornamento dei laboratori e la prosecuzione del progetto Alternanza potenziata, che mediante l’alternanza scuola-lavoro consente agli studenti motivati di entrare in contatto con le aziende comasche desiderose di valorizzarli».
    Como forma i tecnici del tessile di qualità - Il Sole 24 ORE

    Bologna, è morto Andrea Fabbri, l’imprenditore dell’amarena
    Presidente del Cda, è scomparso a 67 anni sconfitto dalla malattia. I funerali martedì 9 gennaio in San Domenico
    Nati in un barattolo di amarena. Così hanno sempre detto di loro i Fabbri. Facile capire il perché: a quello sciroppo, nato nel 1915 grazie a una ricetta contadina rielaborata da donna Rachele, e a quel vaso di ceramica così sui generis che suo marito Gennaro commissionò al maestro faentino Riccardo Gatti, tutti i Fabbri hanno dedicato la loro vita.
    Lo ha fatto fino all’ultimo anche Andrea, a guida della quarta generazione (due coppie di fratelli: Andrea e Paolo, Nicola e Umberto), che si è spento sabato sera al termine di una lunga malattia. Sessantasette anni, sposato con Beatrice, padre di Stefania e di Camilla (entrambe in azienda: quinta generazione con i cugini e le cugine), Fabbri era presidente del Cda della Holding a cui fanno capo le 11 aziende del gruppo dislocate in tutto il mondo (300 dipendenti, 80 milioni di euro di fatturato 2016).
    Nato il 5 luglio 1950, era in azienda per più di quarant’anni negli uffici dello storico stabilimento di via Emilia Ponente, sormontato da una gigantesca riproduzione del barattolo dell’Amarena. Non era l’unico prodotto, certo: la Fabbri da sempre è presente in molti settori, dalla gelateria alla pasticceria, dal beverage alla vendita diretta e da ultimo di nuovo nella distilleria, dove il marchio nacque.
    Al centro, però, c’era e rimane tuttora quello sciroppo di amarena, 108 anni di vita, diffuso in 110 Paesi nel mondo, inseguito con scarso successo da un’infinita schiera di imitatori. Perseguiti, contrastati, ma in fondo mai davvero odiati, come dimostra la collezione di vasi fac-simile che fa bella mostra negli uffici, e che Andrea mostrava immancabilmente agli ospiti con un sorriso e un certo orgoglio, perché tanto hai voglia ad affannarsi: di Amarena ce n’è una.
    Entrato giovanissimo in azienda dopo la laurea in Giurisprudenza a 23 anni, Andrea ha lavorato al fianco del fratello e dei cugini fino a pochi giorni fa, perché il male che lo aveva colto, racconta la famiglia, lui lo aveva combattuto per lungo tempo a viso aperto, con il coraggio e l’ostinazione che lo contraddistingueva da sempre e che ha trasmesso agli altri Fabbri. Una famiglia numerosa eppure sempre coesa in azienda, visto che in 118 anni di storia mai un’azione è uscita dal consesso familiare. Nove soci, alternati nelle cariche delle undici società, e con un regolamento di comportamento siglato un decennio fa che impone alle nuove generazioni un percorso di studi universitari e una lunga gavetta prima di avvicinarsi al potere, e alla ricetta segreta di donna Rachele.
    Bologna, è morto Andrea Fabbri, l?imprenditore dell?amarena - Cronaca - ilrestodelcarlino.it



    Farmaceutica italiana: nel 2018 sarà leader europeo
    La Germania è ormai a un passo e Farmindustria conferma: "L'anno prossimo supereremo le industrie tedesche diventando il numero uno in Europa"
    Si chiude un 2017 di alto livello per l’industria farmacologica italiana. Nelle esportazioni, addirittura, c’è stato un +73 per cento rispetto al 2010, e la produzione è stata in crescita del 21 per cento. Ma pure le stime annuali mostrano il segno ‘+’: 3% per la produzione, 12% per le vendite oltre il confine nostrano.
    Il settore è florido, insomma, e dà lavoro: +2,3% l’occupazione nei primi nove mesi del 2017, +5% se si comprendono pure gli addetti alla produzione. Il che porta a 7 mila nuove assunzioni. L’Italia si è avvicinata alla Germania, che è la locomotiva d’Europa pure per i medicinali. Il 2018 potrebbe essere addirittura l’anno del sorpasso.
    Il presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi, dice: “Saremo in grado, nel 2018, di superare le industrie tedesche e prenderci il primo posto”.
    https://www.italyjournal.it/2017/12/...eader-europeo/

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  2. #312
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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    Kerakoll ha acquisito l'azienda inglese Tilemaster Adhesive
    Il Gruppo sassolese di materiali per la bioedilizia annuncia: «Nel Regno Unito investimenti per 30 milioni di sterline»
    Il Gruppo Kerakoll, che ha sede a Sassuolo ed è leader mondiale nei materiali per bioedilizia e architettura sostenibile, ha sottoscritto il contratto per l’acquisto del 100% del capitale sociale di Tilemaster Adhesive Ltd, azienda leader nel Regno Unito nella produzione e commercializzazione di sistemi di posa ceramica e pietre naturali.
    Tilemaster Adhesive Ltd è stata fondata nel 1990 dalla famiglia Kelly e ora, con un fatturato di 16 milioni di sterline, puo' vantare oltre 450 clienti che serve entro 24-48 ore dall’ordine direttamente dallo stabilimento produttivo di Leyland, nel Lancashire. L’accordo raggiunto prevede che Mark Kelly, attuale general manager, manterrà l’incarico garantendo la continuità gestionale e l’implementazione del Piano di sviluppo.
    «Con questa operazione - dice l’azienda sassolese - Kerakoll Group ha l’opportunità di svilupparsi rapidamente in uno dei più importanti mercati della posa di ceramica e pietre naturali e in cui la domanda di prodotti tecnologicamente all’avanguardia ed ecocompatibili è in costante crescita. Questa acquisizione rende protagonista il Gruppo Kerakoll per quota di mercato e fatturato posizionandosi come terzo player nel settore dei prodotti della posa di ceramiche nel Regno Unito».
    «Questa operazione - affermas Gian Luca Sghedoni, Ceo di Kerakoll Group - rappresenta il punto di inizio per l’avvio di una piano di espansione sul mercato inglese e vedrà nel prossimo quadriennio 2018-2021 investimenti pari a 30 milioni di sterline per l’ampliamento e il miglioramento dell’attuale stabilimento in Leyland, sede della società, a cui seguirà la realizzazione di un nuovo impianto produttivo che diventerà il più moderno e tecnologico del nostro settore. Gli investimenti riguarderanno anche la costruzione di un nuovo Centro Ricerche e nuovi uffici. Dal punto di vista commerciale sarà aumentato il mix di prodotti e verranno inserite nuove tecnologie Kerakoll, tutto questo finalizzato a consolidare la nostra leadership sul mercato inglese».
    Kerakoll ha acquisito l'azienda inglese Tilemaster Adhesive - Cronaca - Gazzetta di Modena

    Nuovo stabilimento a Genova con sbocco sul mare per Ansaldo Energia
    Raoul de Forcade
    Giornata all’insegna dello sviluppo industriale per Ansaldo Energia che ha inaugurato il nuovo stabilimento di Genova Cornigliano per la realizzazione di maxi-turbine a gas, in aree ex Ilva, con sbocco sul mare e frutto di un investimento di 11 milioni. L’azienda ha siglato anche tre accordi di cooperazione con gli enti elettrici cinesi Shenergy Electric Group e Shanghai Electric Power.
    Ansaldo Energia, guidata da Giuseppe Zampini (presidente ed ex ad) e da Filippo Abba’ (nuovo ad), è partecipata per il 44,8% da Cdp Equity (gruppo Cassa depositi e prestiti) e per il 40% dalla cinese Shanghai Electric (entrata nella compagine nel 2014), che era rappresentata, durante la firma degli accordi, dal presidente del gruppo Huang Dinan, e per il 15% da Leonardo-Finmeccanica (che entro fine anno cederà la quota a Cdp).
    I primi due accordi di cooperazione industriale prevedono la realizzazione di due impianti di generazione di energia nell'area di Shanghai utilizzando la tecnologia più avanzata del portafoglio di Ansaldo Energia, vale a dire le maxi-turbine a gas Gt36, interamente realizzate in Italia e assemblate nel nuovo stabilimento di Cornigliano.
    Gli accordi consentono ad Ansaldo di avviare la penetrazione del mercato cinese con questa tecnologia, caratterizzata da elevata efficienza produttiva associata al più basso impatto ambientale, e di consolidare la partnership strategica con Shanghai Electric, che ha permesso alle due società di conquistare una quota superiore al 30% del mercato cinese di generazione di energia.
    Il terzo accordo è un one belt & one road agreement, cioè un’intesa che si inserisce nel progetto cinese di nuova Via della seta, finalizzato a sviluppare un progetto in Pakistan, nel quale Shanghai Electric Power partecipa in qualità di investitore e Shanghai Electric, insieme ad Ansaldo Energia, come fornitore dei macchinari e dei principali componenti per la realizzazione dell’impianto.
    «Oggi – ha detto Zampini – con il nuovo stabilimento completiamo un percorso restituendo ad Ansaldo la sua integrità produttiva. Da 15 anni cercavamo uno sbocco al mare che ora, grazie a un accordo con le istituzioni e con Ilva, ora ci permette di proiettarci verso il futuro». Per la verità la banchina non è ancora operativa ma dovrebbe esserlo entro la fine dell’anno, quando la prima delle turbine da 570 tonnellate («le più grandi mai realizzate in Europa, tanto che le abbiamo chiamate Monte Bianco», ha chiosato Zampini), sarà caricata prima su una chiatta e poi su nave e prenderà la via del mare per andare verso Oriente.
    Il nuovo capannone di Ansaldo si estende per 3.500 metri ela somma con il quale è stato realizzato (10 milioni più 1 per la banchina) rientra in un investimento totale di 65 milioni, con il quale l’azienda ha rinnovato anche l’altro stabilimento genovese di Fegino, sempre con lo scopo di ottimizzare la produzione delle max-turbine.
    Nuovo stabilimento a Genova con sbocco sul mare per Ansaldo Energia - Il Sole 24 ORE



    Zalando aprirà un nuovo hub logistico a Nogarole Rocca (Verona)
    Di Laura Galbiati
    Come annunciato lo scorso agosto, il gigante tedesco Zalando aprirà un nuovo hub logistico in Italia, a Nogarole di Rocca in provincia di Verona, il quarto al di fuori dei confini tedeschi, dopo quelli di Dublino, Helsinki e Lisbona. La struttura, i cui lavori inizieranno la prossima primavera, avrà una superficie di 130mila metri quadrati, pari a quella dei poli logistici già presenti in Germania (a Erfurt, Mönchengladbach e Lahr) e in Polonia (a Gryfino e Gluchow).
    La scelta di aprire il nuovo centro a Nogarole Rocca è stata determinata dalla disponibilità di manodopera sul territorio e dalle buone infrastrutture, in particolare le autostrade A22 e A4. L’azienda prevede nel medio periodo l’impiego di oltre 1.000 persone, le cui assunzioni inizieranno nel secondo semestre 2018.
    “La notevole crescita di Zalando in Italia e negli altri mercati è il frutto di un costante miglioramento del servizio offerto alla clientela”, ha commentato Jan Bartels, VP Customer Fulfillment & Logistics di Zalando. “Intendiamo proseguire lungo questa direzione, sostenendo gli ulteriori sviluppi con importanti investimenti, avendo sempre al centro delle nostre attenzioni il consumatore e i nostri brand partner”.
    Il nuovo hub logistico fa parte di una serie di strategie messe in campo da Zalando per frenare l’aggressiva concorrenza da parte di Amazon nel comparto moda. Strategie che prevedono, oltre a investimenti in logistica e tecnologia, un rafforzamento delle partnership con i brand. Avviate circa due anni fa con Adidas, le collaborazioni di Zalando con i brand di moda hanno riguardato fino ad oggi circa 700 marchi; il programma di partnership rappresenta ormai circa il 10% del valore dei beni venduti sul sito, con un obiettivo a lungo termine tra il 20% e il 30%.
    Zalando aprirà un nuovo hub logistico a Nogarole Rocca (Verona) - Notizie : Distribuzione (#902550)



    Si chiama Bitride ed è milanese la bici elettrica che sfida il noleggio cinese
    –di Pierangelo Soldavini
    I cinesi - si sa - puntano sulle grandi quantità senza badare troppo alla qualità, anche quando innovano invadendo città come Milano con i servizi di bike sharing free floating, senza la necessità di rastrelliere. Ora una startup nata dal Politecnico di Milano li sfida sul terreno del noleggio di biciclette a flusso libero scommettendo sulla tecnologia, sulla personalizzazione e sul legame con il territorio. Ai tre servizi attivi su Milano si affiancherà a breve Bitride, che offre biciclette libere, da lasciare ovunque, come Mobike e Ofo, e, per la prima volta al mondo, ibride, a pedalata assistita che si ricaricano da sole sfruttando il movimento.
    Le nuove biciclette condivise utilizzano il recupero di energia di quello che tecnicamente è definito come sistema di potenza per veicoli a trazione umana, messo a punto da Zehus, spinoff del Politecnico che ha chiuso il suo quarto anno di vita con un fatturato di 2,4 milioni di euro per il 95% destinato all’export. È un sistema racchiuso tutto nel mozzo della ruota posteriore che elettrifica la bicicletta con una modalità non plug-in: «Il sistema ibrido recupera l’energia cinetica di frenate e discese e sfrutta i salti di efficienza del corpo umano, raccogliendo l’energia che il ciclista sviluppa nei momenti di pedalata più agevole, per esempio quando ci si muove in piano, restituendoli nelle occasioni di minor efficienza, salite o difficoltà», spiega Marcello Segato, ceo di Zehus, pronto a scendere in pista a Milano con Bitride. A febbraio partono due mesi di sperimentazione con 50 cicli destinati a 150 studenti e docenti del Politecnico, al termine dei quali partirà il servizio vero e proprio con 350 bici nel centro di Milano.
    In questa avventura Zehus è affiancato in Bitride da Vodafone Automotive che garantirà la connessione e il tracciamento continuo. La localizzazione permetterà infatti di tenere sotto controllo senza soluzione di continuità in chiave di sicurezza e contro il vandalismo: il mozzo di Zehus, dotato da giroscopi e accelerometri, permette infatti di profilare con precisione il comportamento dell’utente anche solo per i salti dal marciapiede. La sicurezza per un ciclo del valore di 1.500 euro, contro 200 circa dei concorrenti, è rinforzata da un antifurto sonoro e da un lucchetto ridondante che funziona come freno fino al blocco totale nel caso di movimento, non attribuibile a un utente.
    Il servizio gioca anche con gli algortimi in chiave di gamification. Se non ci sono, per il momento, parcheggi fissi come lo storico BikeMi, esistono infatti stazioni virtuali, aree che esistono solo sulla app: se l’utente parcheggia al loro interno riceve un incentivo sotto forma di credito d’uso. È un sistema per rendere più ordinato il parcheggio nei punti a maggior frequenza di rilascio. Per esempio per le stazioni ferroviarie, dove in prospettiva potrebbe essere utilizzato un parcheggio senza stalli fissi, fatto solo di bici legate una all’altra come i carrelli del supermercato, che potranno essere prenotate direttamente dal treno.
    I due mesi di sperimentazione, condotta insieme ad Amat e Politecnico nell’ambito del grant di Horizon 2020 da 2,5 milioni di euro, permetteranno anche di mettere a punto un meccanismo dinamico di tariffazione, con un sistema di crediti a seconda dei comportamenti virtuosi. Ma anche dell’uso da parte dell’utente: se lo utilizzerà con la pedalata assistita la tariffa sarà leggermente superiore a quelle degli altri operatori (indicativamente 70 centesimi di euro per mezz’ora), ma l’utente potrà decidere di utilizzarla in versione completamente elettrica, senza alcun recupero (a prezzi decisamente superiori, attorno ai 3 euro).
    Poi la bicicletta sarà ricaricata da chi vorrà utilizzarla in modalità solo “muscolare”, senza nessun supporto elettrico, con un costo vicino allo zero, evitando qualsiasi tipo di ricarica che sarebbe dispendiosa e insostenibile dal punto di vista economico, come dimostrano le bici elettriche pure di BikeMI. I numeri sono tutti in salita: 350 biciclette contro 12mila free floating e 4.650 di BikeMi, di cui mille elettriche, ma a confortare Bitride è il successo del servizio senza percheggi: Mobike e Ofo avrebbero raggiunto un totale di oltre 150mila utenti in tre mesi.
    La sensoristica del mozzo Zehus permetterà anche di raccogliere e restituire alla comunità informazioni utili: dai dati sulla qualità della strada e dell’asfalto per eventuali manutenzioni, alle mappe di calore indicative dell’intensità di mobilità fino ai dati su emissioni e inquinamento, utili in chiave di pianificazione urbana, raccolti e comunicati in tempo reale, a disposizione del Comune. «Così la bicicletta pubblica – conclude Segato - può diventare trainante per consolidare la cultura della bici privata, oggi marginale in Italia, dove la cultura della mobilità è del tutto autocentrica».
    Si chiama Bitride ed è milanese la bici elettrica che sfida il noleggio cinese - Il Sole 24 ORE

  3. #313
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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    Venetex supera i due milioni di transizioni
    Venetex.net, il circuito veneto della moneta complementare, accelera la crescita e supera il suo secondo milione di transato. Nulla a che vedere con le criptovalute: il circuito si basa infatti sullo scambio di servizi fra imprese, senza l’intermediazione di denaro.
    “Siamo partiti con gli scambi a luglio 2016 – commenta l'amministratore delegato Francesco Fiore - e oggi il circuito vede già 400 imprese scambiarsi beni e servizi in Venetex, oltre a 300 conti personali di dipendenti ed amministratori di aziende, anche questi in costante crescita. In soli 18 mesi dall'accensione della piattaforma, abbiamo raggiunto il secondo milione di controvalore in scambi in Venetex; e va sottolineato che, mentre per raggiungere il primo milione ci sono voluti 13 mesi, per il secondo ne sono bastati 5. Inoltre l'ultimo trimestre abbiamo creato valore (ovvero contribuito a fare emettere ai nostri aderenti fatture e scontrini) per 708.000 Vtx, mentre il quarto trimestre 2016 eravamo a 150.000 Vtx. Con questo trend di crescita chiuderemo il 2018 con oltre 7 milioni di transato complessivo. E si tratta di economia vera, non virtuale”.
    “Il denaro è per noi uno strumento, non un fine, ed il suo valore – gli fa eco Alberto Baban, presidente di VenetWork e da poco anche di Venetex.net - non sta quindi nell’accumulo, ma nella circolazione. Il nostro circuito si fonda sulla fiducia e sulla reciprocità, non è una semplice piattaforma informatica, ma una rete viva di persone e di esperienze imprenditoriali, ad iniziare da quella dei nostri broker che facilitano gli interscambi e hanno uno stretto e costante rapporto con il territorio, con i piccoli imprenditori e le loro quotidiane esigenze. Per questo – riprende Baban – riteniamo che Venetex possa a buon diritto assumere un ruolo di leader in Veneto di quel Fintech che sta conquistando sempre maggiore spazio anche in Italia, con la recente nascita del Distretto a Milano.”
    Venetex supera i due milioni di transizioni - Focus - Il Mattino di Padova

    Trieste e Alto Adriatico nei radar della Cina e del Nord Europa
    Lo scalo giuliano vuole accelerare a livello internazionale. Le leve: fondali, investimenti e presenza di player globali. Il nuovo piano regolatore prevede una mega banchina container e il molo VIII
    di Silvio Maranzana
    Il porto di Trieste cerca il lancio definitivo facendo registrare dati statistici in crescita in quasi tutti i settori. Lo stesso presidente cinese Xi Jinping e il premier Li Keqiang hanno confermato l’intenzione di investire su Trieste, e soli pochi giorni dopo una delegazione dell’Ambasciata cinese in Italia è giunta in visita allo scalo. Trieste si fa forte oltre che di tutte le favorevoli peculiarità naturali e strutturali presenti, fondali in primis, del fatto di poter contare su un nuovo Piano regolatore completamente approvato e che tra l’altro prevede una nuova megabanchina per i container, il molo VIII, che potrebbe rientrare tra le ambizioni di Pechino intenzionata a fare immani investimenti per la nuova Via della seta. La stessa recente nomina del presidente Zeno D’Agostino al vertice di Assoporti «è un riconoscimento», come lui stesso ha affermato, «per quello che a Trieste è stato realizzato in questi anni facendo diventare il suo scalo un punto di riferimento nazionale».
    La riforma sui porti fa dello scalo marittimo triestino, che presto sarà un unico complesso con quello di Monfalcone, il fulcro attorno al quale già ruotano tutti i centri logistici del Friuli Venezia Giulia e non solo.
    Fino al 2015, ben tre società si occupavano della manovra nel Porto di Trieste: cio' comportava maggiori attese per gli operatori, una riduzione del potenziale tecnico e, ovviamente, costi più elevati. La rivoluzione attuata ha poi invece permesso a Trieste anche di anticipare le direttive europee relativamente al Corridoio Adriatico-Baltico inaugurando un servizio che la unisce alla città tedesca di Kiel sul Mare del Nord, porto dove i semirimorchi possono essere imbarcati su traghetto per raggiungere la Svezia (Goteborg) o la Norvegia, con la prospettiva di poter realizzare, nel futuro prossimo, un ulteriore collegamento marittimo che consenta di raggiungere via mare da Kiel la città russa di San Pietroburgo.
    Lavoro temporaneo
    A partire dallo scorso ottobre la fornitura di lavoro portuale temporaneo viene esercitata dall’Agenzia per il lavoro portuale del Porto di Trieste srl la cui costituzione è stata promossa dalla stessa Autorità di sistema portuale che momentaneamente ne detiene la maggioranza, ed è partecipata da 16 imprese. Interviene nei casi di picchi di lavoro e ne fanno parte ben 134 lavoratori. Si tratta di una edizione riaggiornata delle vecchie Compagnie portuali che costituisce un esempio da seguire per molti scali italiani. Come ha recentemente riferito il segretario generale Mario Sommariva, sono diecimila le persone che entrano ogni giorno in porto per lavorare. I dipendenti diretti, considerando invece solo coloro che sono direttamente impegnati nelle manovre portuali, sono 1.123 e in due anni sono cresciuti di ben 255 unità.
    Piattaforma logistica
    Non bastasse, è in fase di costruzione una Piattaforma logistica che occuperà lo spazio tra la banchina della Ferriera e l’ex Scalo Legnami e che permetterà la realizzazione di un terminal multipurpose che sarà gestito da Parisi Group. Non va infine dimenticata la proficua attività del terminal marino del’Oleodotto transalpino dove ogni anno vengono scaricate 35 milioni di tonnellate di greggio che ricoprono il 40 % del fabbisogno petrolifero della Germania (il 100% della Baviera e del Baden-Württemberg), il 90% dell’Austria e oltre il 50% della Repubblica Ceca. Cio' fa di Trieste il secondo porto petrolifero del Mediterraneo dietro solo a Marsiglia.
    Last but no least, il settore delle crociere in cui Trieste sta sgomitando per trovare un posto al sole: 70 toccate di navi e 120 mila crocieristi sono le previsioni per quest’anno.
    Trieste e Alto Adriatico nei radar della Cina e del Nord Europa - Focus - Il Mattino di Padova



    A Bologna apre FIVE, la fabbrica di veicoli elettrici che “rilocalizza” la produzione in Italia
    Dove un tempo la Magli realizzava calzature di lusso, ora lavorano infatti 25 persone in un edificio energeticamente autosufficiente, progettato secondo il criterio ZEB (Zero Energy Building), con un impianto fotovoltaico da 238.600 kilowattora all’anno e un sistema di verniciatura ad acqua che non utilizza solventi. Una visione dell’imprenditore bolognese Giorgio Giatti, patron del gruppo Termal (azienda leader a livello internazionale nella distribuzione di sistemi per la climatizzazione e la produzione di acqua calda sanitaria), che annunciato che, a pieno regime, le persone impiegate saliranno a 50. Ma soprattutto che ha avuto il coraggio di investire 10 milioni di euro per riportare a Bologna produzioni che venivano precedentemente realizzate in Cina.
    “Come azienda abbiamo sentito l’esigenza di poter avere un controllo qualitativo totale sulla produzione, garantire l’eccellenza del Made in Italy e tempi di produzione congrui alla stagionalità dei nostri marchi. Una produzione italiana 4.0 ha l’obiettivo di essere più competitiva anche dal punto di vista economico. Tutto questo ci ha portato ad andare in controtendenza e tornare in Italia, sviluppando opportunità e posti di lavoro nel nostro Paese e allo stesso tempo di farlo in maniera ecosostenibile”, ha spiegato Giatti all’agenzia di stampa DIRE.
    L’Italia, del resto, come ha ricordato durante l’inaugurazione il direttore di ANCMA (l’associazione nazionale dei produttori di mezzi a due ruote) Francesco Caliari, è il principale produttore europeo di biciclette. “Vogliamo salvaguardare le aziende italiane dal dumping cinese, questo è un settore in crescita: nel 2016 il mercato delle bici elettriche in Italia è cresciuto del 124%. Ora serve un piano della mobilità a livello nazionale e di infrastrutture friendly per le due ruote”.
    La storia della Wayel di Bologna – sempre in movimento – fa ben sperare. Nata nel 2007, già nel 2008 lancia sul mercato OneCity, la prima e-bike con una trasmissione cardanica al posto della tradizionale catena, che nel 2009, durante il G8 Ambiente di Siracusa, viene scelta come courtesy bike per gli spostamenti dei ministri e dei loro staff sull’isola di Ortigia, sede degli incontri del vertice. Nel 2010 Wayel lancia poi sul mercato il modello SUV (Shopping Utility Vehicle), la soluzione ideale per trasportare volumi e pesi rilevanti. Nel 2011 la gamma si estende a 3 nuovi modelli: E-Bit (e-bike in trolley, per affrontare il nodo dell’intermodalità), OneCity Long Ride ed Eco. Nel 2012 l’azienda affronta l’ambito “prestazionale” e introduce FUTURA, la bici che non teme la salita, mentre nel 2013 lancia Trilogia, la e-bike che “si fa in tre”. Sempre nel 2013 arriva Solingo (frutto di tre anni di ricerca con Rinnova, spin off dell’Università di Bologna) il primo scooter ad energia solare, con il quale Wayel si candida alla leadership italiana della mobilità elettrica a due ruote.
    A Bologna apre FIVE, la fabbrica di veicoli elettrici che ?rilocalizza? la produzione in Italia | Greenews.info

    Nasce a Brescia la macchina che trova il tumore polmonare
    Ideato da tre medici dell’ospedale Civile di Brescia un nuovo macchinario da 700mila euro che individua il tumore polmonare e consente un intervento meno invasivo
    di Costanzo Gatta
    Brescia dispone di una macchina avveniristica per individuare un tumore dal polmone. E' unica al mondo. Costa 700 mila euro. Funziona nel centro Medicina Nucleare degli Spedali Civili di Brescia. Considerati i risultati, verrà replicata. La chiedono gli ospedali per rivoluzionare una metodica di intervento.
    Sperimentata nel 2016 funziona quotidianamente. Un piacere dare questa notizia, stile telegramma. Ha aspetti stupendi: è soprattutto progetto di medici bresciani ed è nato nel centro Medicina Nucleare, uno dei fiori all’occhiello della sanità bresciana. All’avanguardia tecnologicamente, con strumenti da fantascienza, medici e tecnici preparatissimi, il reparto è stato costruito trasformando i sotterranei del nosocomio.
    Vien da sorridere: dove un tempo erano le cantine, piene di letti dismessi, comodini e armadietti, ora ci sono ambienti sterili, sale blindate per la preparazione di farmaci radioattivi e fra pareti di calcestruzzo anche il ciclotrone. E accanto al centro gli ambulatori per la Pet o per la Spect. Direttore della medicina nucleare e direttore del dipartimento di diagnostica per immagini degli Spedali Civili è il professor Raffaele Giubbini, un fautore del lavoro di squadra e delle sinergie, fondamentali per conseguire risultati. Non ha più futuro chi si ostinasse a vivere nel suo guscio, affidandosi alle proprie certezze.
    Nel caso del macchinario pensato a Brescia, fondamentale è stata la partecipazione e l’esperienza di altri illustri dottori: Diego Benetti, dirigente medico chirurgo toracico e Marco Lechiara dirigente medico in prima radiologia. Quindi una ricerca congiunta fra medicina nucleare, chirurgia toracica e radiologia.
    Il prototipo - gli manca un nome - ha la possibilità, nello stesso tempo, di eseguire sul paziente una Tac ad altissima definizione, una Spect. E puo'effettuare la radiologia interventistica con la visione diretta delle immagini (scopia). La Tac sfrutta i raggi X e riproduce strati corporei del paziente in elaborazioni tridimensionali. La Spect è una tecnica di imaging medico della medicina nucleare che adopera i raggi gamma. L’apparecchio dalle molteplici funzioni - controllato da un dottore di medicina nucleare e da un radiologo - consente di iniettare nel nodulo sospetto, una minima dose di albumina marcata resa radioattiva. La radioattività farà da spia al chirurgo. Facilmente potrà raggiungere la neoformazione sulla quale poi intervenire.
    Il paziente, vigile, dal centro di medicina nucleare viene portato in camera operatoria e preparato per l’intervento, molto più semplice rispetto al passato. Ora il chirurgo infila nel torace una minuscola sonda affiancata da una telecamera. La guida fino alla neoformazione polmonare aiutandosi con le immagini che appaiono sullo schermo. In parole povere la sonda ricorda un contatore geiger che segnala debolmente l’avvicinamento e impazzisce al contatto con la radiazione (l’albumina marcata). Ora inizia la rimozione del nodulo. Niente più apertura del torace, ma un taglio di pochi centimetri sufficienti all’ingresso della sonda e dello strumentario chirurgico indispensabile. Addio quindi alla devastante toracotomia. Mentre il nodulo è sottoposto ad esame istologico estemporaneo (dice subito se il tumore è maligno o meno) il paziente torna in reparto. La degenza non dura come un tempo una settimana, ma un paio di giorni.
    Nasce a Brescia la macchina che trova il tumore polmonare - Corriere.it


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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    Nella mega serra hi-tech di Ferrara i frutti maturano alla luce di 27mila led
    –di Ilaria Vesentini
    È un investimento che non ha simili in Italia e un unicum nel panorama internazionale per tecnologie, quello che sta prendendo forma a Ostellato, nella pianura ferrarese: 11 ettari di serre idroponiche di pomodori, l’equivalente di 15 campi da calcio, la metà dei quali – per la prima volta nell’agricoltura tricolore – illuminati con luce artificiale a led, per produrre pomodori ininterrottamente per 365 giorni l’anno. Frutti con alle spalle capitali e tecnologie 100% locali che stanno plasmando un nuovo modo di fare agricoltura, sfruttando automazione, sensoristica e digitalizzazione per migliorare la produttività e l’impatto ambientale: le nuove serre hi-tech tagliano del 70% i consumi sia di acqua sia di suolo rispetto ai tradizionali sistemi di coltivazione e creano posti di lavoro: 80 persone sono già al lavoro, ma dovrebbero più che triplicare entro il 2020.
    A firmare l’investimento nella Bassa estense – 25 milioni di euro fin qui ma ci sono altri 70 milioni di euro in programma nei prossimi due anni per costruire altri 20 ettari di serre riscaldate e illuminate, con la creazione di altri 200 nuovi posti di lavoro – è Fri-El Greenhouse. Controllata del gruppo bolzanino Fri-El in mano ai fratelli Gostner, leader privato nelle energie rinnovabili, con 23 impianti a biomasse in giro per lo Stivale, che si è buttato in agricoltura proprio per sfruttare l’energia termica degli impianti a biogas, che a differenza dell’elettricità non si vende.
    «Siamo partiti due anni fa con un impianto pilota a Crevalcore (Bologna) di 1,4 ettari, allora la serra idroponica più avanzata e moderna di tutta Italia, riscaldata con l’acqua calda generata dall’attigua centrale a biomasse. A Ostellato siamo invece passati alla scala industriale e alla produzione anche invernale di pomodori, prima volta nel Nord Italia, grazie a un sistema di illuminazione brevettato che rappresenta oggi l’avanguardia in Europa. Ma il nostro progetto non è solo triplicare le serre a Ostellato, ma replicare il modello in tutta la pianura padana», racconta Florian Gostner, amministratore delegato di Fri-El.
    Il brevetto è di C-Led, spin-off del gruppo imolese Cefla (colosso cooperativo di impiantistica da mezzo miliardo di euro di fatturato e 2mila dipendenti in 26 sedi nel mondo), scorporato due anni fa dalla casamadre per sviluppare tecnologie led per l’illuminazione pubblica e industriale. «Abbiamo lavorato in partnership con l’Università di Bologna– spiega Alessandro Pasini, Innovation manager di C-Led – e messo a punto delle lampade con uno spettro molto particolare, iper rosso con una percentuale di blu e un po’ di far-red , che permette una fioritura più abbondante, aumento delle rese e minori consumi energetici rispetto alle lampade Hps usate nelle serre dell’Olanda (da cui finora importavamo i pomodori in inverno, ndr)».
    L’annuncio è stato dato ieri, dopo nove mesi di sperimentazione con le prime 9.000 lampade installate nelle serre hi-tech ferraresi: sotto 45 chilometri di linee luminose (ogni led fa luce per 2,5 metri su due lati) piantine di 50 centimetri sono diventate piante lunghe 24 metri cariche di pomodori. A dicembre è iniziata la raccolta, che andrà avanti fino a maggio, quando basterà la luce solare a far fiorire e maturare i frutti. «Quest’anno installeremo altre 18mila lampade Inter-Light, per un totale di 27mila punti luce e 135 km di file luminose, alimentate da un cogeneratore da 4,5 MW che produce energia da biomasse e CO2 che nutre le piante», precisa Pasini. Chi pensa che coltivare in serra non sia ecologico, a Ostellato si deve ricredere: qui si entra bardati di camice per non portare inquinanti, si usano insetti al posto dei pesticidi, si recuperano le acque e sensori di temperatura e umidità collegati a computer monitorano in tempo reale ogni centimetro e ogni processo per evitare sprechi.
    Nella mega serra hi-tech di Ferrara i frutti maturano alla luce di 27mila led - Il Sole 24 ORE

    Premio europeo inventori, quattro italiani in finale
    Quattro scienziati italiani sono tra i finalisti della dodicesima edizione dello European inventor award, il Premio europeo degli inventori. Concorrono in due diverse categorie, "Lifetime Achievement" e "Industry", sono impegnati nella ricerca per i vaccini e la lotta alle malattie renali. La premiazione si svolgerà all'Arsenale di Venezia.
    Nella prima categoria, dedicata alle ricerche che hanno avuto risultati concreti sulla vita, troviamo Rino Rappuoli, che concorre con il tedesco Axel Ullrich (ricerca sul cancro) e lo svizzero Elmar Mock (ultrasuoni). A capo della ricerca sui vaccini alla Novartis di Siena, Rappuoli è considerato uno dei pionieri dei vaccini di nuova generazione.
    Nella categoria dedicata all'Industria, il trio di ricercatori dell'Istituto Mario Negri di Bergamo: Giuseppe Remuzzi, Ariela Benigni e Carlamaria Zoja. Impegnati da anni nella lotta alle malattie renali, se la vedranno con lo svedese Lars Liljeryd (compressione audio digitale) e il duo austriaco-olandese composto da Oliver Hayden e Jan van den Boogaart (test rapido per la malaria).
    Il gruppo di ricercatori guidato da Remuzzi è ritenuto un'autorità mondiale nella lotta alle malattie renali, anche grazie alla scoperta di alcuni molecole capaci di rallentare l'infiammazione dei reni "difettosi": un'intuizione, questa, che ha portato a trattamenti clinici ormai divenuti standard.
    Premio europeo inventori, sono quattro gli italiani in finale



    Braulio: così, dal 1826, passa di padre in figlio la ricetta segreta dell'amaro
    Maria Teresa Manuelli
    Tredici erbe per una ricetta segreta, di cui sono a conoscenza solo due persone al mondo, i pronipoti del fondatore, custodi gelosi della specialità di famiglia, nonostante oggi il brand sia di proprietà di un grande gruppo internazionale come Campari.
    Ricetta tramandata di padre in figlio
    Edoardo Tarantola Peloni prepara la miscela di erbe con la stessa meticolosità con cui il suo bisnonno, il farmacista di Bormio – e appassionato botanico – Francesco Peloni nel 1826 mise a punto per la prima volta la ricetta del suo amaro Braulio, un digestivo dal moderato contenuto alcolico (21°) che prese il nome dal monte valtellinese sul quale venivano raccolte erbe, radici e bacche per la preparazione.
    La vera produzione, però, ebbe inizio solo nel 1875. E da allora il marchio uscì dai confini della Valtellina – fu molto amato anche da Gabriele D’Annunzio – ed ebbe diverse vicissitudini, passando di mano prima alla Casoni Liquori di Finale Emilia, poi alla Fratelli Averna, che a sua volta è entrata a far parte di Gruppo Campari nel 2014. Ma la produzione, e soprattutto la segretissima ricetta, è sempre rimasta in mano alla famiglia Peloni, tramandata di padre in figlio, nel cuore di Bormio. Anzi, sotto il cuore di Bormio, come vedremo.
    Il segreto è tale che per essere mantenuto ed evitare dannose ‘fughe’ Edoardo prepara la miscela di erbe, radici e bacche in una stanza sempre chiusa a chiave, alle sei di sera o di sabato mattina, comunque sempre dopo l’orario di lavoro, quando gli operai hanno lasciato lo stabilimento e non c’è pericolo di occhi indiscreti. Solo lui e il fratello, infatti, sanno gli ingredienti giusti e le proporzioni di questi frutti di natura, ancora raccolti a mano. Un tempo erano 15 raccoglitori ufficiali, oggi ridotti a tre, che vanno per le pendici dei monti del Parco Nazionale dello Stelvio.
    Per fortuna, il mercato internazionale sopperisce per il mancante: servono infatti 350 kg di ingredienti secchi macinati per ogni infusione. Il composto essiccato all’aria e pestato, per separare e schiacciare le fibre come nel mortaio del farmacista, viene quindi messo da Edoardo in una soluzione idroalcolica (8mila litri in fusti d’acciaio) a temperatura ambiente. Occorrono circa 30 giorni per estrarre i principi attivi delle erbe. Da lì inizia la storia del Braulio, che è anche una discesa per quattro piani sotto la casa della famiglia Peloni e per centinaia di metri quadrati nel centro della città. Se infatti lo stabilimento si sviluppa in verticale sotto il suolo, le cantine (visitabili) sono un dedalo di stanze, corridoi, collegamenti che si dirama da via Roma, dove sorge la prima e originaria stanza di invecchiamento, per buona parte del paese. “L’espansione del business – confessa Tarantola Peloni – ha portato via via all’acquisizione di sempre più cantine adiacenti alla nostra per riporre le botti a invecchiare”.
    Come un labirinto sotterraneo, le varie stanze si ramificano su due piani sotto le strade e le case della città vecchia, utilizzando in parte gli stretti cunicoli che un tempo erano le vie di fuga che consentivano alla popolazione di trarsi in salvo all’arrivo degli invasori. E’ un attimo perdersi tra le 320 grandi botti in rovere di Slavonia dalla capacità di 90 e 125 ettolitri, usate per far maturare e affinarsi l’amaro per due anni (tre anni per il Braulio Riserva, prodotto in quantità limitata dal 2000). Basta girare l’angolo sbagliato e perdere la guida per imbattersi in stanze che ospitano raccolte di erbe, cimeli di famiglia, esposizioni di prodotti e piccoli barrique riservati agli esperimenti personali di Edoardo.
    La Famiglia Peloni, oltre per il Braulio, è nota per la produzione di birra artigianale, la Birra Stelvio, in vendita da oltre 15 anni e per la grappa. Per fortuna a proteggere i malcapitati sperduti c’è il nume tutelare del Braulio. In un nodo del legno di una delle botti di invecchiamento compare un’immagine singolare, formatasi nel corso degli anni in modo naturale: uno gnomo che sembra vigilare sull’affinamento. Mentre ad aiutarli ad uscire è il pianto del neonato figlio di Edoardo, che dalla casa di sopra indica la strada verso la salvezza agli intrusi. Non sia mai che il segreto di famiglia venga svelato, del resto sarà lui il prossimo custode.
    Braulio: così, dal 1826, passa di padre in figlio la ricetta segreta dell'amaro - Il Sole 24 ORE



    Sono a Brescia le imprese più puntuali nei pagamenti
    –di Luca Orlando
    Potendo scegliere, clienti solo a Brescia. Platea ridotta, certo, ma decisamente affidabile, la più puntuale in Italia nel pagare le proprie fatture: a “sgarrare” in modo plateale appena 4 imprese su 100.
    Tema cruciale quello dei pagamenti tra aziende, dove l’Italia si presenta come sempre in ordine sparso, con ampie differenze regionali. Anche se all’interno di un trend fortunatamente in miglioramento.
    L’analisi di Cribis, gruppo Crif, evidenzia infatti a fine 2017 pagamenti puntuali in crescita, in parallelo con una riduzione dei ritardi gravi, quelli oltre i 30 giorni. In regola è infatti il 37,3% delle imprese (dal 35,6% di fine 2016) mentre in difficoltà è solo il 10,5% del campione, un calo di quasi due punti in un anno (-14,6%), di oltre cinque se il confronto è con il picco negativo del 2013.
    Miglioramenti sensibili, che ci riportano a livelli mai più visti dal 2012, che pure non chiudono ancora il gap rispetto al periodo pre-crisi, quando i ritardi gravi erano inferiori al 6%. «Il cambiamento nel clima tre le imprese ora però mi pare evidente - spiega l’ad di Cribis Marco Preti - e tutti gli indicatori si stanno muovendo nella giusta direzione, con un passo più deciso rispetto al passato: migliora la puntualità ma si riducono in parallelo anche i ritardi più gravi. Questo è l’anno della conferma di un trend di miglioramento che si consolida».
    Medie più confortanti, che tuttavia nascondono ampie differenze, anzitutto territoriali. Anche a dicembre 2017 è il Nord Est a confermarsi l'area più affidabile a livello nazionale, con il 46,1% delle imprese impegnate a pagare con regolarità i propri fornitori e solo il 6,4% di ritardi oltre i 30 giorni. Situazione non dissimile nel Nord-Ovest, dove i ritardi sono contenuti al 7,3%.
    Il quadro inizia a peggiorare al Centro (oltre i 30 giorni paga il 12,3% delle imprese) ma è decisamente più preoccupante al Sud. Qui i saldi regolari arrivano ad appena il 24% (quasi la metà rispetto al Nord-Est, i ritardi gravi sfiorano il 18%).
    In coda alla classifica la Sicilia, con il 20% di ritardi gravi, un altro mondo rispetto alla regione più virtuosa, il Veneto, dove la percentuale crolla al 6,1%. Su base provinciale è invece la Lombardia (pur penalizzata nelle medie da Milano) a sbaragliare la concorrenza, piazzando oltre a Brescia altre quattro territori ai vertici: Bergamo, Lecco, Mantova e Sondrio. Evidenti i gap in termini territoriali, con la prima della classe, Brescia, a presentare ritardi gravi nel 4,4% dei casi. Percentuale che si moltiplica per cinque all’estremo opposto, in coda alla classifica, a Reggio Calabria.
    Sono a Brescia le imprese più puntuali nei pagamenti - Il Sole 24 ORE


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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    L'azienda che vende il freddo perfino nel nord dell'Europa
    La Lu-Ve produce aria condizionata e refrigerazione. È nata nel 1986 a Uboldo da una ditta in difficoltà
    Paolo Stefanato
    Non ce ne rendiamo conto, ma è un fatto sotto gli occhi di tutti: una società evoluta vede aumentare la sua esigenza di freddo, refrigerazione, raffreddamento, come si voglia dire. Non solo nelle case, nei negozi, negli alberghi, ma anche e soprattutto nei luoghi delle alte tecnologie, dove le temperature devono essere controllate e costanti per permettere a computer, centrali, data center di lavorare in efficienza assoluta.
    Oggi l'aria condizionata è un'esigenza primaria per tutti, specie d'estate: ma la sua importanza va oltre al semplice benessere delle persone, e coincide spesso con i concetti di salubrità e di sicurezza. Quello della refrigerazione industriale e commerciale è un settore in amplissima espansione in tutto il mondo, e in Lombardia, a Uboldo, presso Varese, c'è una delle cinque più importanti aziende internazionali: si chiama Lu-Ve (che significa Lucky Venture, impresa fortunata, un nome beneaugurante), è stata fondata nel 1986, occupa con le controllate 2400 dipendenti, ha dieci stabilimenti di cui cinque in Italia, esporta in oltre cento Paesi, ha un fatturato di oltre 251 milioni. È titolare di una serie di brevetti che l'hanno via via rafforzata sul piano della competitività.
    La refrigerazione è un processo piuttosto complesso che prevede la compressione di un gas e il suo passaggio in uno scambiatore di calore; il freddo si ottiene dalla trasformazione del gas in liquido, e viceversa, mentre il condensatore estrae e disperde il calore. Visivamente si tratta di serie di serpentine in rame, fatte di tubicini saldati uno a uno, che possono avere svariatissime dimensioni e modulazioni «in batteria». Dal banco-frigo del supermercato alle gigantesche macchine per le grandi navi. I clienti di Lu-Ve sono i più vari: suoi impianti sono installati all'aeroporto di Gedda in Arabia Saudita, al nuovo Canale di Panama, all'Eliseo, al teatro Bolshoi di Mosca, alla Fiera di Francoforte. Per le più importanti fabbriche d'auto di alta gamma sono di Lu-Ve le gallerie del vento e il raffreddamento dei processi industriali. È stata anche la prima azienda ad applicare l'elettronica ai motori-ventilatori, ottenendo di dosare la temperatura: prima era tutto limitato ai comandi all'on-off. Un brevetto essenziale per dare a carne, pollame, pesce, funghi, fiori, frutta e verdura esattamente i gradi ottimali per la conservazione, sopra o sotto zero. Nello show room in azienda si vede come sia possibile assicurare il ricambio d'aria nella sala operatoria di un ospedale, aria che viene sanificata assorbendo quella infetta e immettendo quella pulita, con una temperatura controllata al decimo di grado. Anche qui, tecnologie «made in Uboldo».
    Tutto ha avuto inizio 32 anni fa grazie a Iginio Liberali, classe 1931, uomo d'ingegno e di cultura che dalla sua storia personale ha saputo trarre i migliori insegnamenti. Figlio di un operaio della Necchi, ha potuto studiare e laurearsi in economia alla Cattolica grazie alle borse di studio dell'azienda pavese, dove fu poi assunto fino a diventare direttore generale. Qui rimase vent'anni e fece particolare esperienza proprio nella refrigerazione e nel condizionamento. Poi passò altri dieci anni alla Merloni elettrodomestici di Fabriano come direttore generale, affiancando l'allora presidente di Confindustria Vittorio Merloni. Poi, nel 1986, il desiderio di tornare al Nord e di mettersi in proprio. Valutò, sostenuto da finanziatori e consulenti illuminati, varie opportunità sul mercato e la scelta cadde sulla Contardo di Uboldo, attiva nel settore della refrigerazione, una delle specializzazioni di Liberali. L'azienda era economicamente distrutta, assediata da lotte sindacali, priva di strategie ma produttivamente ancora interessante. La ristrutturazione fu profonda, durò un paio d'anni e fu salvata buona parte della forza lavoro. «Qui da noi dice oggi orgogliosamente c'è gente alla terza generazione», sottolineando i valori familiari che ispirano l'azienda. Il rinnovato focus sulla refrigerazione industriale, che era stato tradito nei precedenti passaggi proprietari della Contardo, ha permesso alla Lu-Ve di crescere costantemente fino ai 251 milioni di fatturato attuali, l'80% dei quali prodotti all'estero. «In trent'anni siamo cresciuti di 30 volte» e racconta, sorridendo, che Gianfranco Zoppas, uno dei più noti industriali italiani, lo chiama «Sant'Iginio»: perché il suo investimento del capitale della Lu-Ve tra il 1989 e il 2008 gli procurò una rivalutazione da record. Oggi la famiglia Liberali oltre a Iginio, presidente, i figli Matteo, amministratore delegato, e Fabio, responsabile della comunicazione - controlla il 54% del gruppo, affiancata con il 19% dalla famiglia Faggioli. Il resto dal 2015 appartiene al mercato: in Borsa la società, grazie alla quotazione, ha raccolto risorse per 50 milioni.
    La matrice di valori cattolici, la cultura del rispetto e della solidarietà si sentono forti in azienda. Sulla scia della sua storia personale, Liberali ha istituito borse di studio per i figli del personale meritevoli: mille euro all'anno per gli studenti delle medie, 2mila per le superiori, 3mila per l'università. Ne vengono distribuite 10-15 all'anno, ma se necessario il budget viene sforato senza esitazioni.
    Quando nasce un figlio a un dipendente, l'azienda, come una famiglia, regala un bracciale d'argento. Dal 2000 una cooperativa sociale presente all'interno degli stabilimenti usa il lavoro come terapia per malati psichiatrici, con una squadra di una ventina di persone che si occupa di pulizie e di raccolta differenziata. «Il lavoro ha guarito molti di loro, e alcuni sono stati assunti». Anche il trentennale dell'azienda è stato l'occasione per fare del bene: anziché libri autocelebrativi quei soldi sono stati donati ai terremotati.
    Di sé Iginio dice compiaciuto: «Sono un giardiniere di sogni» e ha voluto, vicino a quel logo-portafortuna Lu-Ve, il disegno di una rosa stilizzata. Ma bontà e poesia non distraggono dalle strategie aziendali, che sono lucidissime. La catena del freddo, nel settore alimentare, comincia nei luoghi di produzione, con lo stoccaggio dei prodotti, poi continua nel trasporto, nei centri di distribuzione, nei depositi, fino al banco del supermercato. «Noi siamo presenti in tutta la catena, anche nelle pareti in vetro degli armadi per surgelati» sottolinea il presidente, ed espone dei dati che rendono l'idea delle enormi potenzialità di crescita. «Noi ci occupiamo di prodotti che danno benessere alla gente, cibo, ambiente, medicinali. Ma nel mondo solo un miliardo di persone su 7 possiede queste dotazioni. La spesa pro capite per refrigerare, negli Stati Uniti è di 36 dollari, in Europa di 12, in Russia di 5, nel resto del mondo Cina, India, Sud America 3 dollari. Noi consideriamo come Paesi promettenti quelli dove il tasso di sviluppo di questi consumi sia 2-3 volte la crescita del Pil. In Cina il Pil cresce del 7%, la refrigerazione del 20%. E in Cina noi esportiamo da trent'anni».
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    Via libera ai test del motore Avio di Rivalta
    Il nuovo motore aeronautico Atp di General Electric in rampa di lancio. Una storia industriale e di ingegneria italiana, questa, visto che il coordinamento della progettazione e dello sviluppo del nuovo motore Ge è svolto dagli ingegneri dello stabilimento di Rivalta di Avio Aero, a Torino. Frutto di un investimento da 400 milioni di dollari, l’Advanced Turboprop ha superato il primo test motore a dicembre scorso, a due anni dall’avvio dello studio. Si tratta dell’inizio di un percorso di prove fino ad arrivare alla certificazione finale.
    «Questo motore sarà in volo nel 2020 – racconta Riccardo Procacci, presidente e amministratore delegato di Avio Aero, la divisione di General Electric che si occupa di motori aeronautici – si tratta di un motore innovativo per le sue prestazioni, migliori di circa il 10-20% rispetto al mercato, per le sue caratteristiche industriali, visto che per oltre un terzo è realizzato con componenti in additive manifacturing, e infine per l’alto livello di automazione».
    In questa prima fase saranno 15 gli esemplari di motori prodotti da Avio Aero, saranno testati in diversi laboratori del Gruppo con livelli di complessità crescente, fino ad arrivare alla certificazione, ultimo passaggio prima del volo vero e proprio.
    Per l’industria aeronautica italiana si tratta di un passaggio industriale importante, che riporta in Italia, dopo decenni, la progettazione e lo sviluppo di un motore.
    Il nuovo propulsore sarà realizzato in versione 4.0 grazie all’implementazione della manifattura additiva nel processo produttivo vero e proprio. «Utilizzeremo – spiega Procacci – la tecnologia della stampa additiva a fascio laser. Stiamo investendo molto in questo settore: a Cameri lavoriamo sui processi di stampa additiva a fascio di elettroni, inoltre abbiamo due laboratori, uno dei quali al Politecnico di Torino, per la ricerca in questo ambito». Dentro all’Atp ci sarà anche un sistema che per la prima volta permetterà ad un motore – del segmento Aviazione Generale – la regolazione del passo dell’elica in maniera digitale, non più dunque attraverso l’intervento manuale del pilota. Sarà un motore da 1300 CV ed equipaggerà la nuova linea di aerei Cessna Denali, prodotti dalla statunitense Textron.
    Le origini dello stabilimento Avio di Rivalta rimandano all’inizio del Novecento. Qui affonda le sue radici un pezzo dell’industria aeronautica italiana che, in questi anni, ha mantenuto il suo know-how ed è riuscita a riconquistare centralità nei processi di ingegneria e sviluppo, quelli a più alto valore aggiunto. Avio Aero Ge, dal 2012 parte del Gruppo General Electric, ha 4.800 addetti, 4.200 dei quali in Italia. Il polo di Rivalta è storicamente dedicato alla produzione di componenti – trasmissioni meccaniche e di potenza e componenti rotanti – per i motori aeronautici. «Almeno l’80% dei motori civili in volo ha componenti prodotti da Avio Aero» racconta Angela Tessa, responsabile qualità del sito. E infatti sono decine i modelli di motori a cui sono destinati i componenti realizzati in Piemonte e negli altri stabilimenti italiani del Gruppo, prodotti per General Electric e per gli altri operatori sul mercato, da Pratt & Whitney a Rolls-Royce. Nel corso del 2018, in particolare, i volumi di produzione destinati al Leap, il motore sviluppato dalla joint venture tra General Electric e i francesci di Safran, sono destinati a raddoppiare.
    Via libera ai test del motore Avio di Rivalta - Il Sole 24 ORE



    Mille aziende del legno sostenibile: il Nordest è leader
    Il Triveneto è l'area con più aziende virtuose in Italia, con Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia ai primi tre posti (rispettivamente con 236, 183 e 174 aziende certificate PEFC). In totale sono 593.
    Il 2017 in Italia si è chiuso con un grande risultato per la certificazione forestale: sono ben 77 (+8% rispetto al 2016) le nuove aziende in Italia che hanno scelto di certificare la propria attenzione all'ambiente con lo standard PEFC (Programme for Endorsement of Forest Certification schemes). Si è quindi superato il traguardo delle 1.000 aziende certificate PEFC in Italia, per un totale di 1.005.
    Il Triveneto è l'area con più aziende virtuose in Italia, con Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia ai primi tre posti (rispettivamente con 236, 183 e 174 aziende certificate PEFC). In totale sono 593.
    Segue la Lombardia, con 121 aziende di trasformazione con la tracciabilità fino al bosco d'origine. Le segherie, il commercio, edilizia e carpenteria, mobilio, editori e tipografie sono le categorie con maggiori aziende certificate (fanalino di coda, ma di grande rilevanza, i prodotti forestali non legnosi, come miele, funghi, sughero, oli essenziali). Secondo i dati del PEFC Italia, sul territorio italiano sono 745.559,04 gli ettari gestiti in maniera sostenibile attestati dalla certificazione PEFC.
    In particolare, aumentano i pioppeti certificati che, con 340 nuovi ettari, hanno portato la superficie totale a 4.690,90 ettari. A livello geografico, l'area a maggior certificazione è quella gestita dal Südtiroler Bauernbund - Unione Agricoltori di Bolzano (con 300.899,70 ettari, il 40,3% del totale PEFC italiano), seguita dall'area gestita dal Consorzio dei Comuni Trentini - AR Trentino (con 258.566,72 ettari, il 34,6%) e da quella gestita dall'UNCEM in Friuli Venezia Giulia (con 81.913 ettari, il 10,9%). Seguono poi le superfici forestali certificate della Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Liguria, Basilicata, Umbria e Veneto.
    Mille aziende del legno sostenibile: il Nordest è leader - Focus - Il Mattino di Padova


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    Predefinito Re: Padania intraprendente

    Da abbattere o riconvertire. La scelta del Veneto sui capannoni vuoti
    Katy Mandurino
    Sono come una miriade di coriandoli sparsi su un territorio già altamente urbanizzato. Il più urbanizzato d’Italia, assieme alla Lombardia. Il Veneto conta più di 92mila capannoni industriali, situati in 5.679 aree produttive (per 41.300 ettari di terreno) che occupano il 18,4% della superficie consumata. Significa che in regione - circa 5 milioni di persone - esiste un capannone ogni 54 abitanti. Non tutti sono operativi, però; una delle conseguenze della crisi è stato l’alto numero di capannoni dismessi e inutilizzati.
    Una recente indagine di Confartigianato Veneto, realizzata in collaborazione con la Regione e con l’università Iuav, ha rilevato, incrociando i dati statistici dei Piani di assetto del territorio, i dati catastali e i dati forniti da Google street view, che i capannoni dismessi in regione sono ben 11mila, il 12% del totale, e che, di questi 11mila, il 57% è costituito da strutture riutilizzabili, circa 6mila. Per il 43%, invece, si tratta di capannoni troppo vecchi e irrecuperabili, quindi da rottamare o demolire (si parla di circa 4.570 unità).
    È un patrimonio industriale dal valore consistente: sulla carta, i capannoni dismessi corrispondono a 3,9 miliardi di risorse inutilizzate, cifra che sale a 7,9 miliardi se si calcola l’indotto derivante dalla riqualificazione delle strutture. Ma qual è la direzione che deve prendere la riqualificazione? Sull’argomento già da mesi si è aperto in Veneto un dibattito che ha portato e sta portando i primi frutti. Tra le destinazioni industriali sta prendendo sempre più piede quella della logistica.
    La domanda si è spostata dal commerciale a strutture di stoccaggio per attività produttive; succede ad esempio nell’area della pedemontana trevigiana e nella provincia friulana di Pordenone, in particolare per molte aziende del mobile che lavorano come subfornitrici di grandi brand come Ikea. La domanda di manufatti produttivi è però ora di taglio grandissimo, non più medio-piccolo, dimensione che caratterizza la maggior parte dei capannoni dismessi. È una richiesta, in crescita, che si focalizza lungo le grandi arterie infrastrutturali; solo nell’ultimo anno si è assistito alla realizzazione di un maxi hub nel Veronese per il gruppo logistico Number 1 e di un centro distributivo di Amazon a Vigonza, in provincia di Padova, all’annuncio di un mega-polo del marchio della Gdo Despar tra Padova e Rovigo e alla riconversione in spazi logistici per Msc degli stabilimenti ex Wärtsilä a Trieste, per spostarsi più a est.
    Ma se la logistica può salvare, almeno in parte, i capannoni dismessi, per riportare a valore le strutture si sta agendo anche sul fronte culturale e normativo.
    La Regione Veneto ha approvato pochi mesi fa una legge innovativa (la 14/2017) che all’articolo 8 prevede l’utilizzo temporaneo del capannone per uso diverso rispetto alla destinazione primaria, senza dover fare varianti urbanistiche. L’uso temporaneo, in accordo con il Comune dove insiste il fabbricato, che si limita a controllare l’assenza di abusi, può avere una durata dai 3 ai 5 anni e può ospitare centri ricreativi, spazi di co-working, sale da ballo, centri per l’ippoterapia, scuole private e molto altro. A San Donà di Piave, in provincia di Venezia, è stato fatto un contratto test tra Comune e privati per sperimentare la norma.
    «Il Veneto è apripista in questo senso - spiega l’avvocato Bruno Barel, esperto di diritto internazionale ed europeo, amministrativo, urbanistico, immobiliare e civile, che ha contribuito alla stesura del testo normativo -. Ma non ci sono solo i capannoni riutilizzabili, ci sono anche molte realtà non manutenute, cadenti, destinate a non poter essere riconvertite». «Per queste - continua Barel - ci sono altre soluzioni, come le demolizioni; è necessario però superare la barriera psicologica di chi è convinto che tanto volume corrisponda a tanto valore. In realtà corrisponde solo a tanti costi, di tasse e di manutenzione».
    In questo senso è ancora la Regione a dare un aiuto, con l’incentivazione alla demolizione: per il 2018 il Veneto mette a disposizione 200mila euro in un fondo di co-finanziamento nel caso di distruzione di un fabbricato. Mentre sono allo studio bandi pubblici e una sorta di inventario di chi offre spazi e di chi li cerca, per far incontrare domanda e offerta. Una terza via di riqualificazione è rappresentata dai crediti edilizi, che consentono, all’interno dello stesso comune, la mobilità orizzontale della volumetria, cioè lo spostamento di cubatura demolita.
    «Oggi la normativa ci favorisce - dice da Unindustria Treviso Giuseppe Bincoletto, vicepresidente dell’associazione, tra le più attive sul territorio in questo senso -, ma è necessario far capire che avere un capannone significa avere un valore anche con una destinazione diversa o demolendolo. In questo senso Unindustria Treviso sta portando avanti una serie di progetti sul territorio». Primo fra tutti, la riqualificazione del quartiere Fiera, a Treviso, che prevede anche la ridestinazione di fabbricati De’ Longhi e Zorzi. O il progetto, partito proprio da Unindustria, che coinvolge i comuni di Pieve di Soligo e Sernaglia della Battaglia per una diversa destinazione d’uso di 1,3 milioni di metri quadri di area industriale nella zona del Piave. O, ancora, il ripensamento dell’area industriale di Conegliano e Vittorio Veneto, dove il consumo di suolo arriva al 25% del totale.
    Da abbattere o riconvertire. La scelta del Veneto sui capannoni vuoti - Il Sole 24 ORE

    Marazzi investe nello sviluppo tecnologico
    Mauro Vandini
    Marazzi ha dato il via ad un nuovo ciclo di investimenti che ha come fulcro lo sviluppo dello storico stabilimento di Sassuolo. “L’investimento – afferma Mauro Vandini, amministratore delegato di Marazzi – porterà la capacità produttiva della fabbrica dagli attuali 8 milioni a circa 10 milioni di metri quadri annui di grès porcellanato, con ampia flessibilità di formati e finiture. Gli interventi interesseranno un’area di circa 50mila metri quadrati già esistente oltre a 8.700 metri quadri di nuova realizzazione, all’interno del sito industriale Marazzi di Sassuolo che con un’area di circa 400mila mq. complessivi è il più grande dell’intero distretto della ceramica e uno dei più importanti al mondo per dimensioni e capacità tecnologica”.
    La progettazione dei nuovi impianti, come nel caso delle fabbriche di Fiorano, inaugurata lo scorso 3 settembre, e di Finale Emilia – il sito colpito dal terremoto del 2012 in cui sono stati completati il lavori per il raddoppio della produzione a parità di emissioni – ha riservato grande attenzione alla minimizzazione dell’impatto ambientale e al comfort e alla sicurezza degli addetti.
    La nuova fabbrica di Sassuolo avrà infatti linee di produzione complete – dalla formatura del prodotto al packaging – all’avanguardia, con nuovi forni a ridotti consumi energetici ed emissioni, nuovi impianti di aspirazione, nuovi sistemi di recupero del calore e di depurazione e recupero delle acque industriali.
    Di pari passo con lo sviluppo tecnologico, proseguiranno anche le attività di formazione dedicate all’uso delle nuove tecnologie e alla sicurezza sul lavoro. Temi, quelli della riqualificazione professionale e della sicurezza, sui quali l’azienda concentra da tempo il massimo dello sforzo con continui cicli di aggiornamento all’interno del “Centro di formazione Pietro e Maria Marazzi” e circa 15mila ore di didattica all’anno.
    I lavori ai nuovi impianti partiranno la prossima settimana e proseguiranno per fasi senza interruzione totale dell’attività produttiva fino alla conclusione dell’opera, prevista la primavera del prossimo anno.
    Il piano di sviluppo di Marazzi a Sassuolo prevede investimenti anche per la realizzazione dei nuovi laboratori Marazzi, un nuovo spazio dedicato alla ricerca tecnologica ed estetica di prodotto, sempre più necessaria per ampliare le capacità di innovazione e sperimentazione, ma anche un luogo di incontro e confronto con i clienti.
    Marazzi investe nello sviluppo tecnologico | Pambianco Design



    Sarà la Rizzani de Eccher a costruire la sede di Gazprom a Minsk
    Il grande gruppo di costruzioni friulano ha vinto la gara per la costruzione della sede del più grande gruppo petrolifero del mondo. Valore dell'opera: 630 milioni di dollari
    UDINE - Rizzani de Eccher, attraverso la controllata Codest, opera nell’area CIS da oltre 30 anni ed ha realizzato oltre 100 progetti. Il più importante, in fase di completamento, è il Dynamo VTB Arena e Park un assieme di Stadio, Arena, shopping mall e 15 edifici tra cui il nuovo Hyatt Regency.
    Qualche giorno fa Codest ha firmato con Gazprom Transgaz Belarus il contratto di un Centro Multifunzionale, del valore di circa 630 Milioni di dollari, che sarà fra l’altro la sede di Gazprom (il più grande gruppo petrolifero del mondo).
    I lavori, che saranno in parte a lump sum e in parte a cost plus fee, dureranno 36 mesi.
    Progettato dalla russa VIPS e dall’americana AECOM, il complesso consiste di una torre di 35 piani, racchiusa da una facciata completamente vetrata; un hotel cinque stelle Radisson Blu di 204 stanze con annesso Centro Conferenze per circa 1.600 persone; 4 edifici residenziali e direzionali; una shopping mall con 11 ristoranti; un centro medico e un centro sportivo.
    La superficie complessiva è di 261.000 m² circa (di cui circa 110.000 interrati), per una cubatura complessiva di 1.335.000 m³.
    Sarà la Rizzani de Eccher a costruire la sede di Gazprom a Minsk - Focus - Il Mattino di Padova


 

 
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