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    Thumbs up Sarà il Parlamento a indagare sulle stragi di mafia

    A settembre il senatore Marcello Dell’Utri, se non l’avrà già fatto il suo partito, presenterà una proposta di legge per l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi di mafia del 1992. Era ora.

    È la prima cosa seria che si sente da quando, e sono mesi, persino le procure del professionisti dell’antimafia sono state costrette a riconoscere che le indagini e i processi per la strage di via D’Amelio, dove furono massacrati il giudice Borsellino e gli agenti della scorta, sono falliti e che, dopo diciassette anni, non si conoscono ancora gli esecutori materiali e i veri mandanti e tutti quelli che sono stati finora indagati e giudicati in ben tre diversi processi, con sentenze confermate in Appello e in Cassazione, e condannati all’ergastolo, non sono i veri responsabili.

    E da quando, invece di fare ammenda delle indagini sbagliate e dei loro clamorosi errori giudiziari e di avviare la revisione dei processi sbagliati, liberando gli innocenti e trovando i veri colpevoli, le stesse procure hanno ripreso a parlare confusamente di “trattative” tra lo Stato e la mafia e hanno ripreso a processare, invece dei mafiosi, i carabinieri che li hanno arrestati.

    Ce n’è di materia su cui indagare e su cui in tutti questi anni i professionisti dell’antimafia non hanno saputo e potuto e forse non hanno veramente voluto indagare.

    A partire, prima ancora delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, dall’assassinio dell’onorevole Salvo Lima, quello che “sconvolse” letteralmente Giovanni Falcone e lo spinse, poco prima di essere a sua volta ucciso, a recarsi segretamente negli Stati Uniti per interrogare Tommaso Buscetta.

    Falcone intuì, e lo dichiarò, che da quel momento “niente più sarebbe stato come prima”, perché il movente di quell’assassinio era “politico”, e non era quello che fu frettolosamente adottato di una “vendetta” della mafia per promesse non mantenute.

    Come, dall’altra parte della barricata, lo intuì e lo scrisse Vito Ciancimino, che parlò di un “architetto” di un’operazione politica, ma chiese invano di essere ascoltato dalla commissione parlamentare antimafia, allora presieduta da Luciano Violante.


    E prima ancora il Parlamento dovrà indagare su chi e perché, prima di ammazzare Lima, indusse un falso “pentito”, quel tale Pellegriti detenuto nelle carceri di Bologna, ad accusare Lima di essere stato il mandante dell’assassinio del presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella, volendo così inguaiare, prima di ucciderlo, il capo della corrente di Andreotti in Sicilia, e alla vigilia delle elezioni del nuovo presidente della Repubblica.

    Falcone non credette a Pellegriti e invece di arrestare Lima arrestò il falso pentito, rivolgendo le indagini decisamente verso il movente politico (e telefonò persino ad Andreotti per avvertirlo del complotto in atto contro di lui).

    Ma, ucciso Falcone, i professionisti dell’antimafia misero in piedi un processo farsa, in cui invece di processare gli assassini processarono Lima, l’assassinato, e gli assassini, rimessi in libertà e retribuiti dallo Stato in quanto “pentiti”, furono chiamati a deporre contro colui che avevano assassinato.

    Lo stesso filone politico, intuito da Falcone e denunciato a tutte lettere da Ciancimino, fu indicato, fin dalle sue prime dichiarazioni, da Giovanni Brusca, l’uomo che organizzò la strage di Capaci e premette il pulsante per far saltare in aria Falcone, quando rivelò che Totò Riina volle fare tutto in fretta perché erano in corso le votazioni per la Presidenza della Repubblica e Forlani si era ritirato e Andreotti rischiava di essere eletto.

    Anche per la strage di Capaci, dove pure furono trovati e processati gli esecutori materiali e i mandanti propriamente mafiosi, bisognerà indagare e rivedere radicalmente i veri moventi e individuare i mandanti politici: nemmeno Falcone fu ucciso semplicemente per una tardiva “vendetta” della mafia e anche per l’assassinio di Falcone, come aveva scritto Ciancimino, ci fu un “architetto”, che non poteva che essere lo stesso architetto dell’assassinio di Lima.

    E quando l’inchiesta del Parlamento sarà arrivata alla strage di via D’Amelio non potrà non indagare, anche a proposito della famosa “trattativa” tra lo Stato e la mafia, sui processi ai carabinieri che si susseguono interrottamente da diciassette anni.

    E sulle singolari coincidenze che riguardano almeno sette di questi carabinieri e che vanno dal maresciallo Lombardo al generale Mori.

    Il maresciallo Lombardo fu infamato alla televisione e minacciato di arresto e si suicidò proprio mentre si apprestava a recarsi negli Stati Uniti a prelevare il boss Gaetano Badalamenti che sarebbe venuto a deporre al processo Andreotti per smentire Buscetta.


    Il tenente Canale, che era il cognato di Lombardo ed era il principale collaboratore di Paolo Borsellino, fu indagato e processato proprio quando denunciò davanti ai magistrati e davanti la commissione antimafia le vere ragioni del suicidio del cognato e fece i nomi dei responsabili.

    Il colonnello Obinu, processato assieme al generale Mori per non aver voluto arrestare Provenzano, aveva accompagnato Lombardo negli Stati Uniti per convincere Badalamenti a venire a deporre al processo Andreotti e aveva denunciato nel rapporto stilato per il comando dei Carabinieri che il magistrato della procura di Palermo che li aveva accompagnati nella missione gli aveva consigliato di lasciar perdere.


    Il capitano De Donno, collaboratore di fiducia di Falcone, è stato denunciato quando aveva rivelato che il dossier segreto dell’inchiesta sul problema mafia – appalti, da lui portata a termine per incarico dello stesso Falcone, era misteriosamente fuoriscito dalla Procura di Palermo ed era finito nelle mani degli inquisiti.

    Il tenente colonnello Meli, che comandava i carabinieri di Monreale, era stato iscritto nel registro degli indagati quando aveva intercettato le telefonate del “pentito” Baldassare Di Maggio, quello del “bacio” tra Andreotti e Riina, e aveva scoperto che Balduccio, mentre a spese dello Stato scorazzava libero in Sicilia, secondo la teoria dell’”utilizzazione dinamica dei pentiti”, in effetti aveva ricominciato a mafiare e ad uccidere.


    Il capitano Sergio Di Caprio, il famoso capitano “Ultimo”, che sotto la direzione del generale Mario Mori aveva catturato Totò Riina, è stato processato assieme a Mori ufficialmente per aver lasciato incustodito il covo di Riina invece di perquisirlo immediatamente per permettere alla mafia di portar via il famoso “papello”, prova regina della trattativa tra la mafia e lo Stato: in effetti per accreditare il teorema che Riina non era stato catturato, ma era stato “consegnato” proprio in seguito alla trattativa e a condizione di non prelevare i documenti più compromettenti e di dar mano libera in seguito a Bernardo Provenzano.

    E ci siamo: Mori e Obinu sono di nuovo sotto processo perché non vollero arrestare Provenzano.

    Sette carabinieri, dal maresciallo al generale, il fior fiore dell’Arma Benemerita, il meglio che lo Stato ha offerto per combattere la mafia negli anni delle stragi.

    Questa singolare guerra dei professionisti dell’antimafia ai carabinieri dura appunto da diciassette anni e si intreccia strettamente alle stragi di mafia.


    L’inchiesta del Parlamento non potrà non occuparsene, come dovrà indagare a fondo su questa famosa “trattativa” tra lo Stato e la mafia, se veramente c’è stata perché, come dice Dell’Utri, ”non si può stare qui a sentir parlare dell’accordo tra Stato e mafia come se fosse l’accordo tra la Confindustria e i sindacati”, e su questa storia, come sulle stragi, ”è assurdo che non ci sia stato ancora un verdetto di verità acclarata accettata da tutti”.

    E a questo punto soltanto il Parlamento, con buona pace dei Di Pietro e dei De Magistris, a cui farebbe comodo che il tutto restasse eternamente nelle mani e a discrezione dei responsabili dei fallimenti di questi anni, può fare chiarezza.

    il VELINO Agenzia Stampa Quotidiana Nazionale | La memoria di Lino Jannuzzi
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  2. #2
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    Predefinito Rif: Sarà il Parlamento a indagare sulle stragi di mafia

    A settembre il senatore Marcello Dell’Utri, se non l’avrà già fatto il suo partito, presenterà una proposta di legge per l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi di mafia del 1992. Era ora.
    mi fermo qua.......vomito.....

    e continuate a farvi prendere per il culo.......

  3. #3
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    Predefinito Rif: Sarà il Parlamento a indagare sulle stragi di mafia

    Citazione Originariamente Scritto da E.Z.L.N. Visualizza Messaggio
    mi fermo qua.......vomito.....

    Mercadante no?
    Marcello Dell'Utri, condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa.

    Spero sia uno scherzo.

  4. #4
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    Predefinito Rif: Sarà il Parlamento a indagare sulle stragi di mafia

    Citazione Originariamente Scritto da salvo.gerli Visualizza Messaggio
    ...machetenefregaproprioate...



    ZAPATA VIVE!!

    VIVA ZAPATA!!


    repapelle:repapelle:

    iango:
    che ti prendono per il culo a me non frega, se a te piace, son gusti......

    che Dell'Utri faccia questo è un offesa alla memoria di Falcone e Borsellino.

  5. #5
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    Predefinito Rif: Sarà il Parlamento a indagare sulle stragi di mafia

    Citazione Originariamente Scritto da E.Z.L.N. Visualizza Messaggio
    che ti prendono per il culo a me non frega, se a te piace, son gusti......

    che Dell'Utri faccia questo è un offesa alla memoria di Falcone e Borsellino.
    quoto.

  6. #6
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    Thumbs up Rif: Sarà il Parlamento a indagare sulle stragi di mafia

    Inchieste e misteri di mafia


    Marcello Dell’Utri è un parlamentare del Pdl, amico e collaboratore di Berlusconi fin delle prime avventure imprenditoriali.

    Ha in corso un procedimento penale, accusato di essersi messo al servizio della mafia. Non c’è ancora un giudizio definitivo (come al solito, in terribile ritardo sulla realtà e la civiltà), quello provvisorio è per lui negativo.

    Dell’Utri chiede una commissione parlamentare d’inchiesta, che aiuti a capire lo stragismo mafioso dei primi anni novanta, delineandone i contorni, le finalità, le aderenze.

    Proposta opportuna.

    Per quanti sono abituati a ragionare secondo le regole della tifoseria, immagino che sia da rigettare, magari perché sospettata di volere buttare tutto in caciara e politica.

    Sbagliano, e basterà riflettere anche su un solo punto:

    c’è una sentenza definitiva, una realtà giudiziaria accertata, relativamente alla bomba che uccise Borsellino e fece strage della sua scorta, ci sono i pentiti, c’è la conforme tesi della procura, ma quella sentenza è smentita dai fatti, è sbagliata.


    La verità, pertanto, è ancora tutta da indagare.

    Perché farlo in sede politica?

    Lo spiega bene Luciano Violante, con la sua condotta.

    Ho già messo in evidenza la sospetta stranezza di quel che ha fatto:

    se ne sta zitto per molti anni, mentre gli altri s’arrovellano attorno all’ipotesi che sia stata possibile una trattativa fra Stato e mafia, poi, all’improvviso, mentre pare possa uscire qualche foglio vergato da Vito Ciancimino, mafioso e politico, si precipita a Palermo e mette a verbale che l’ex sindaco gli chiese un colloquio, che lui rifiutò, per il tramite del carabiniere Mori, oggi generale. Ammesso che sia vero, è gravissimo.

    Tanto il fatto quanto l’incredibile memoria tardiva.


    Una commissione parlamentare d’inchiesta rileggerebbe questa storia, al di là dei suoi eventuali aspetti penali, e, già che c’è, rileggerebbe anche i verbali della commissione antimafia presieduta da Violante, nei quali s’intravede una versione opposta:

    fu Violante a chiedere di parlare a Ciancimino, e lo chiese a Mori.



    I teoremi li studiavo a scuola, non li maneggio per alimentare né il giustizialismo né la cultura del sospetto, ma i conti che non tornano sono troppi, talché l’ipotesi di un accertamento parlamentare, possibilmente serio, è da considerarsi doverosa.

    Il Legno storto - Inchieste e misteri di mafia
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  7. #7
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    Predefinito Rif: Sarà il Parlamento a indagare sulle stragi di mafia

    Marcello Dell’Utri è un parlamentare del Pdl, amico e collaboratore di Berlusconi fin delle prime avventure imprenditoriali.
    come prima, mi fermo qua.....vomito....

    parliamo delle "avventure" imprenditoriali?

  8. #8
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    Predefinito Rif: Sarà il Parlamento a indagare sulle stragi di mafia

    Se è una barzelletta è davvero poco divertente...
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  9. #9
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    Predefinito Rif: Sarà il Parlamento a indagare sulle stragi di mafia

    E' come se si incaricasse Jack lo Squartatore di indagare sugli omicidi di White Chapel...
    Se uno è stronzo, nu' je posso dì stupidino - si crea delle illusioni - je devi dì stronzo!

    Gianfranco Funari

  10. #10
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    Predefinito Rif: Sarà il Parlamento a indagare sulle stragi di mafia

    Citazione Originariamente Scritto da Frescobaldi Visualizza Messaggio
    Se è una barzelletta è davvero poco divertente...
    esiste forse la "verita' assoluta"?


    Una commissione parlamentare d’inchiesta rileggerebbe questa storia, al di là dei suoi eventuali aspetti penali, e, già che c’è, rileggerebbe anche i verbali della commissione antimafia presieduta da Violante, nei quali s’intravede una versione opposta:

    fu Violante a chiedere di parlare a Ciancimino, e lo chiese a Mori.
    .

    A fool and his money can throw one hell of a party.

 

 
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