Chiarezza innanzitutto
Garantire l’autonomia dell’Edera
Il consiglio Nazionale del Pri ha discusso della relazione congressuale illustrata dall’amico Saverio Collura – che pubblichiamo integralmente – come una base di partenza su cui tracciare il futuro dell’Edera. La discussione è appena iniziata e ci accompagnerà fino al prossimo congresso nazionale. Quello che deve essere chiaro, e forse non lo è ancora a sufficienza, è che il Pri è vincolato solo ai suoi iscritti e libero di scegliere le alleanze e le strategie dei prossimi anni. Gli ex iscritti del Pri, o coloro che entrano ed escono dal partito quando più fa comodo, o persino che si candidano in altre liste ad ogni occasione, faranno bene a prendere un tono più dimesso, a non figurare con la loro firma nei documenti interni di partito, perché viene meno la credibilità di quegli stessi documenti. Prendiamo atto che si è concluso un ciclo ed è tempo di bilanci politici e finanziari. Anche per questo il consiglio nazionale ha dato mandato all’amico Francesco Nucara di formare un comitato per la verifica degli atti amministrativi dal 2001 ad oggi. Così come il partito non ha debiti politici, non vuole avere conti in sospeso. Sul piano politico è curioso che ci sia chi ancora metta in discussione l’alleanza con Berlusconi, un’alleanza che ha riportato il Pri al governo della Repubblica e che è entrata in crisi con il partito unico del centrodestra, più di un anno fa. Quando Prodi e poi Veltroni proposero il partito unico del centrosinistra, il Pri che era un socio fondatore dell’Ulivo, fu costretto a fare altre scelte. Quando Berlusconi ha proposto il partito unico del centrodestra, nonostante illustri esponenti repubblicani del tempo ballassero sui palchi con chi voleva il Pdl, il partito ha tutelato se stesso e la sua autonomia e non siamo stati più candidati delle liste di Berlusconi. Il Pri non ha padroni. Ma è solo la tutela dell’autonomia del partito che va posta alla base delle scelte che dovremo compiere e non il pregiudizio secondo cui un alleato andrebbe bene, mentre un altro no. E bisogna stare molto attenti anche quando si pongono limiti dettati dalle sentenze della magistratura passate in giudicato, poiché potrebbe essere che, prima di guardare in casa d’altri, dovessimo guardare nella nostra o alla nostra storia. Per il resto, il consiglio nazionale ha discusso liberamente, perché questa è la nostra tradizione di pensiero più pura, quella liberale, che implica un confronto assoluto delle idee, quali che siano. La forma repubblicana pretende però che, esaurito il dibattito, si prenda poi una decisione a cui attenersi tutti, sia ritenuta esaustiva o meno, in base ad un principio di maggioranza. Siamo liberali, ma non liberi di fare altrimenti, senza mettere in questione la forma associata del partito. Ed è chiaro che tutti coloro che sono arrivati fino a questo punto, al partito non intendono rinunciare. Gli altri, se ne sono già andati.
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Un progetto per il Partito e l’Italia
Verso il Congresso straordinario. Il dibattito al Consiglio Nazionale del Pri
L’amico Saverio Collura ha aperto i lavori del Consiglio Nazionale presentando, anche a nome del comitato appositamente costituito, la relazione per il prossimo congresso del Pri. La relazione finale sarà integrata dagli apporti già pervenuti recentemente e da quelli che potranno pervenire da parte di tutti gli amici repubblicani.
di Saverio ColluraIl congresso straordinario del Pri, nella sua preparazione e nel suo svolgimento, si attua in un momento molto particolare e delicato per l’Europa, per il sistema Italia, per il movimento repubblicano.
L’Europa come continente geografico e quindi come insieme di paesi è tuttora reduce da una grave recessione economica, forse la più estesa del dopoguerra; come progetto politico vive una fase di indeterminazione. L’Italia, naturalmente, sconta tutte quante le difficoltà complessive dell’Europa, ma con una virulenza ed una accentuazione nettamente superiore alla media del continente, sia per i motivi economici e finanziari (storici limiti e handicap strutturali), sia per la complessiva difficoltà nella quale si dibatte il nostro sistema istituzionale, politico, e sociale. La nostra situazione, in sostanza, si manifesta come una profonda crisi antropologica, che è anche crisi di identità e di rappresentatività.
Il movimento repubblicano, che pure rimane tuttora caratterizzato da un solido ed efficace patrimonio di idealità, di cultura politica, e di senso quasi sacrale delle istituzioni, sta attraversando una fase di estrema difficoltà, sia come conseguenza della crisi complessiva del sistema politico e sociale nazionale, sia per fenomeni e situazioni più interni, e quindi peculiari del nostro partito, che si evidenziano nell’acuta difficoltà in atto a proporsi come soggetto politico referente di uno specifico segmento elettorale del paese. Da qui la difficoltà a trovare spazio significativo nelle assemblee elettive istituzionali.
Le tre questioni prima enucleate devono essere il terreno di dibattito, di approfondimento e di confronto, e quindi di proposta politico-programmatica della nostra prossima assise congressuale. Ovviamente ognuna delle tre questioni evidenziate ha riferimenti, risvolti ed ambito politico-culturali complessi ed estesi, che richiedono impegno e volontà, per poter concentrare le energie intellettuali e morali del Pri nel cercare di comprendere prima, e di risolvere poi.
Se sapremo superare sterili ed inutili polemiche (che spesso sono pretesto per mascherare inadeguatezza progettuale) con lo sguardo rivolto al passato, ed invece attiviamo il confronto e il dibattito, anche aspro ma leale, sulla ricerca di soluzioni, sull’indicazione di percorsi, sull’elaborazione di proposte, allora avremo offerto un importante contributo ai problemi del paese; e nel contempo potremo ritrovare il senso e la funzione dell’impegno politico repubblicano, rinnovando così il suo messaggio e la sua presenza nella cornice politica nazionale.
I Partiti
Nell’attuale situazione di crisi generalizzata e complessiva, la politica rappresenta uno dei punti di maggiore criticità; il suo degrado è causa non secondaria delle estreme difficoltà nella comprensione, nelle gestione e nel superamento della crisi di ordine sistemico in atto. La constatazione vera, profonda ed amara è che la politica non ha saputo comprendere e quindi guidare i profondi cambiamenti che si venivano a manifestare nelle società complesse moderne, investite da fenomeni di profondo e strutturale cambiamento.
Nel mondo, in quest’ultimo decennio, sono cambiati i punti di riferimento del potere economico. L’equilibrio tripolare nella seconda metà del 21º secolo è radicalmente cambiato: non più USA – Europa -Unione Sovietica, perché nuovi paesi si sono proposti come soggetti incisivi del sistema economico planetario. Sono venute meno le schematizzazioni alle quali eravamo abituati; il vecchio equilibrio del terrore nucleare è tramontato, lasciando sul campo gravi problemi di democrazia incompiuta, di bisogni economici e sociali incombenti, che pongono con sempre più forza le necessità di dar corso ad investimenti consistenti, e quindi alla ricerca delle risorse finanziarie da impiegare. A ciò è da aggiungere che cresce il consumo delle risorse naturali ed alimentari, vitali per soddisfare bisogni essenziali e per garantire equilibri geografici ed umani. In questa cornice complessa, necessariamente definita in modo schematico e parziale, si evidenzia la crisi profonda della politica, che stenta a comprendere i fenomeni, razionalizzare gli eventi e le connesse difficoltà ad inquadrarli in un progetto complessivo, che sappia dare prospettiva, speranza, serenità.
Ancora più acuta, più complessa quindi di più difficile comprensione appare la situazione politica del nostro paese. Sembrerebbe anzi di poter dire, come avviene per la moneta, che la cattiva politica ha scacciato la buona politica. La situazione appare sempre più complessa, piena di incognite, ed alimenta nelle persone ansie, paure, preoccupazioni e disagi; fenomeni questi forieri di gravi pericoli per la tenuta dell’equilibrio del sistema sociale. Appare sempre più evidente che la politica non ha saputo cogliere la complessità degli eventi che si svolgevano nella società italiana, che non era più impostata su rigidi schematismi e stratificazioni definite, e per molti versi anche facilmente interpretabili: ideologia, religione, famiglia, fabbrica, lavoro.
La globalizzazione ha reso obsoleti i capisaldi su cui si era costruita l’economia italiana; la concorrenza, i costi di produzione, l’innovazione tecnologica dei prodotti e dei processi hanno spazzato via la vecchia cultura del lavoro; prospettando un nuovo modello alternativo basato sulla conoscenza, sulla interazione con gli altri, sull’efficacia e sulla qualità dei servizi. Ciò ha comportato una “rivoluzione copernicana”, passando dalla centralità dei soggetti collettivi a quella dell’individuo. Da ciò l’essenza della crisi antropologica che caratterizza le vicissitudini in essere. Si ripropone quindi la questione della buona politica, che sappia e possa governare i nuovi fenomeni complessi su cui vive la democrazia. Ma come non ci può essere vera democrazia senza una buona politica, così non può esserci una buona politica senza partiti adeguati ed idonei alla loro funzione e missione.
Lo scenario caratterizzante la situazione in atto e la visione prospettica del sistema dei partiti nazionali appare sempre più desolante e preoccupante, sia in conseguenza della endemica incapacità dei partiti a rinnovarsi, per poter trovare efficaci risposte alle rinnovate esigenze di governo del paese; sia per la inadeguatezza progettuale tanto dei partiti, quanto dei nuovi movimenti apparsi più o meno di recente sulla scena politica, e che hanno raccolto in modo consistente il consenso dell’elettorato, in forte movimento.
Ma l’elettorato italiano, almeno nella sua grandissima maggioranza, non sembra, come prassi ormai consolidata, interessato a convogliare il consenso elettorale su chi indica, nella durezza della drammaticità, la reale situazione dell’Italia; bensì verso chi persegue il consenso per il potere e non per il governo: così accadeva tempi di Ugo La La Malfa, così continua ancora oggi. Salvo poi, in preda alla cocente delusione, spostare la propria delega verso la brutale e spesso inutile protesta; accentuando in modo parossistico la crisi dei partiti. Questa è la situazione che siamo al momento vivendo.
Responsabilità
Ciò non attenua affatto la responsabilità dei partiti (che sono sempre gli stessi, al di là dei cambiamenti di nomi, e/o di aggregazioni via intervenuti). In questo momento i due più grossi partiti tradizionali stanno vivendo la crisi più acuta della loro esistenza; lo dimostrano due dati estremamente significativi: hanno perso, accomunati insieme, oltre 25 punti percentuali di consenso elettorale; hanno registrato una drammatica riduzione dei loro iscritti, come documentato dallo studio pubblicato dall’università Bocconi. Non resta quindi che prendere atto del fallimento del così detto “Bipolarismo all’italiana”, che ha reso sì possibile l’alternanza e la scelta di uno schieramento vincente, ma che nei fatti ha creato le condizioni per l’ingovernabilità. La drammaticità e la forza dei dati economici, finanziari e sociali di quest’ultimi 20 anni di vita del paese lo dimostrano in modo evidente, come verrà documentata in seguito.
Per cogliere con maggiore significatività lo stato di crisi dei partiti, basta ricordare quanto scriveva qualche mese fa il noto politologo prof. Ignazi: “in un paese come il nostro, patria della clientela e parentela, con un’amministrazione permeabilissima agli influssi politici e con un ampio settore pubblico, i partiti si sono trasformati in locuste” . Si conferma, in sostanza, la profonda crisi di identità, di ruolo, di prospettiva del sistema nazionale dei partiti, che si concretizza nella loro inadeguatezza rispetto alle esigenze di governo di una società industriale moderna, con profondi problemi di squilibrio sociale e territoriale, con insufficienze estese, con incrostazioni burocratiche e con egoismi diffusi che possono addirittura prefigurare possibili minacce sulla tenuta democratica e sociale della nostra comunità. C’è in sostanza una profonda carenza di leadership dei partiti, evidente ed acute nel PD; mascherata nel PdL dalla personalità preponderante e totalizzante di Berlusconi, ma non meno grave se si valutano con attenzione, al di là delle forme esteriori, i problemi che si pongono in quell’organizzazione politica.
In questo contesto appare sempre più problematica la prospettiva che la politica sappia, possa e voglia esprimere una guida prestigiosa e credibile in grado di indicare al paese un’idealità, una meta, un percorso.
Manca in Italia l’attitudine a voler conoscere la piena verità sullo stato di salute del paese; la classe dirigente ha sempre fornito una diagnosi narcotizzata. Parallelamente l’elettorato ha generalmente riversato il consenso su quelle forze politiche che gli dicevano le cose che voleva sentirsi dire. Quanta distanza dalla Thatcher, che soleva dire che un leader è tale se sa portare avanti gli impegni di governo che sono essenziali allo sviluppo del proprio paese, non quelli che gli danno un facile consenso elettorale, che deve invece venire in conseguenza della soluzione dei nodi cruciali della vita sociale di una nazione.
Non vi è dubbio che alla base del crollo di prestigio e di credibilità della politica e quindi dei partiti agli occhi dei cittadini c’è con forza questa inadeguatezza della classe dirigente, che prima promette ed asseconda i desiderata degli elettori, i quali di buon grado accolgono questi comportamenti demagogici; ma che poi, quando i vari contraccolpi negativi del non governo si trasformano in aumento del peso fiscale e deterioramento dei servizi pubblici, allora tendono a punire con durezza. Da ciò la forte reazione di rigetto dei cittadini rispetto ai problemi del finanziamento pubblico dei partiti; anche alla luce dell’abuso e dello sperpero che i loro dirigenti, con più accentuazioni nei livelli locali, hanno fatto e fanno delle risorse finanziarie a loro disposizione. Né d’altra parte si può dire che l’esperienza delle alleanze di ampia intesa (essenzialmente PD – PdL) nell’attuale governo nazionale indichi una diversa linea di marcia dei partiti, in tema di comportamenti demagogici ed elusivi. Ma questo argomento, per la sua portata più ampia e più strategica, richiede una riflessione più specifica più incisiva e più finalizzata.
Crisi
In questa cornice va inserita e “letta” la crisi del Pri, analizzata nelle sue componenti di ordine generale, e negli aspetti più specifici e propri del movimento repubblicano. E’ evidente che un partito che affonda le sue radici nella storia politica del paese, e che ha mantenuto e conservato inalterato il suo patrimonio di idealità, di cultura, nonché la sua peculiarità di organizzazione caratterizzata, nell’immaginario collettivo, come soggetto politico con forte caratura su temi economici e finanziari della nazione, subisse in modo consistente gli effetti di una crisi profonda del sistema dei partiti. Un “Partito di nicchia” che nella fase della cosiddetta prima repubblica trovava un suo spazio caratteristico è caratterizzato, soffre fortemente la situazione di “bassa” politica, propria dei tempi del bipolarismo barbaro ed inconcludente. La specificità del Pri sui temi dell’economia, della laicità, della sacralità delle istituzioni repubblicane veniva travolta dalle problematiche inutili, pretestuose, dannose che hanno caratterizzato il confronto politico dell’ultimo ventennio. Ancora una volta la cattiva politica ha scacciato via la buona politica. Di questo ne hanno risentito fortemente il Pri ed il paese.
Tutto ciò, ovviamente, aiuta a comprendere i motivi della crisi del nostro partito, ma non dà la risposta sui motivi che hanno impedito al Pri di trasformare in opportunità, che pure risultavano possibili, le contingenze negative del sistema politico nazionale. Questo deve essere un tema centrale del dibattito e dello svolgimento congressuale, dal quale deve venir fuori un rinnovato progetto politico per il movimento repubblicano. Tutto ciò, come già accennato in precedenza, postula la necessità di volere incanalare nelle appropriate visioni, dimensioni ed analisi le problematiche delle gravi difficoltà in essere del Pri.
E’ indubbio che un punto di snodo è rappresentato dal congresso di Bari del gennaio 2001. Il partito nei mesi precedenti a tale appuntamento aveva formulato consistenti critiche alla coalizione ed al governo di centro-sinistra, a cui l’elettorato aveva affidato, con la composita maggioranza scaturita dalle elezioni del 1996, la responsabilità della guida dell’Italia. In quegli anni fu assunta la determinazione di aderire sin dall’inizio alla moneta unica (euro). Tale decisione non fu priva di contrasti all’interno della maggioranza, dal momento che Rifondazione Comunista, che sosteneva dall’esterno il governo Prodi, contrastava tale decisione, arrivando alla determinazione di revocargli la fiducia. In quell’occasione fu forte e netta la posizione favorevole all’euro del Pri.
Gli ultimi anni della legislatura, con due governi (D’Alema, Amato) instabili politicamente (le elezioni regionali del 2005 avevano sancito la sconfitta della coalizione di centro-sinistra e le dimissioni dell’onorevole D’Alema) sono stati caratterizzati da una isteria politica, tanto che fu indicato un candidato leader, l’allora sindaco Rutelli, diverso dal premier in essere, con la sostanziale sconfessione del governo in carica (Amato). In questa anomala situazione si inserisce la proposta formulata dall’allora Segretario nazionale del PRI, di sottoporre all’approvazione del Congresso nazionale la fine della partecipazione alla coalizione dell’ULIVO, per instaurare un nuovo ed inedito rapporto politico-elettorale con la coalizione di Centro-destra.
A quella scelta fu attribuita una valenza strategica ed una estesa prospettiva politica. Il risultato elettorale del 2001 fu però sostanzialmente negativo per il Pri, che registrò la non elezione dei candidati repubblicani nei collegi uninominali della Camera dei Deputati, l’elezione del segretario nazionale nella lista proporzionale di Forza Italia, e di un senatore nella Lombardia, per effetto dei recuperi conseguenti allo scorporo dei voti. A seguito di tale risultato, il segretario nazionale rassegnò le sue irrevocabili dimissioni.
Tutta questa ricostruzione per evidenziare il senso della grave crisi che caratterizzò le vicissitudini del Pri; una crisi profonda che non può essere ricondotta esclusivamente al negativo risultato elettorale, ma che evidenziava invece l’estensione e la profondità del disagio che attraversava tutto il movimento repubblicano. Su ciò è utile riflettere, anche per comprendere meglio le problematicità che caratterizzarono i successivi anni di vita del Pri. Probabilmente non fu preparata adeguatamente la svolta politica che si voleva imprimere al partito con il congresso di Bari; mentre era stata condotta una critica profonda all’esperienza di governo di centro-sinistra. Non apparivano forse evidenti, almeno ad una parte dei repubblicani, quale fossero il progetto politico ed i contenuti programmatici che motivavano la determinazione di una nuova alleanza per il Pri. Si creò invece un certo scompenso all’interno del partito, e probabilmente una situazione di stupito disagio nel bacino elettorale tradizionale repubblicana. Da ciò scaturì la soluzione di sostanziale “governante duale” che il consiglio nazionale definì con l’elezione di un nuovo segretario e del presidente del partito, carica quest’ultima al momento non ricoperta. Durante quella legislatura si accentuarono le difficoltà economiche e finanziarie complessive del paese. Né il ritorno al governo di un esponente del Pri con l’incarico di ministro comportò al partito particolari effetti di recupero di ruolo nel quadro politico nazionale. Nella crisi generale della coalizione di centro-destra, che fu sconfitta alle elezioni politiche del 2006 , rimase coinvolto lo stesso Pri; anche se la coalizione alternativa non ebbe il risultato sperato, e si crearono le condizioni per una continua instabilità del quadro politico nazionale, che sfociò, dopo appena due anni di vita della legislatura, nelle dimissioni del governo Prodi, e nello scioglimento anticipato del Parlamento. Nello scorcio di quella legislatura, il Pri manifestò la sensazione di voler avviare una fase di riflessione circa l’azione e l’impegno politico del partito nella geografia politica nazionale. Si crearono i presupposti per la elaborazione da parte del Pri di un progetto politico che si collegasse alle esperienze ed alla cultura della tradizione europea liberaldemocratica. In quest’ottica vanno collocati i due successivi eventi assunti dal partito: il convegno di Milano del 2007, e la lettera inviata dal segretario nazionale al ministro Padoa-Schioppa, allora responsabile dell’economia nel governo Prodi; mantenendo pur sempre una posizione di opposizione al governo stesso.
Entrambe le iniziative avrebbero dovuto essere funzionali all’esigenza di dare una rinnovata caratterizzazione all’azione politica repubblicana. Purtroppo non fu possibile dare concreta continuità e prospettiva, sia per una non maturata convinzione del partito di dare ulteriore sviluppo ai due impegni, sia perché la sopraggiunta crisi di governo portò, come prima accennato, ad elezioni politiche anticipate nel 2008. Il Pri scelse ancora una volta la coalizione di centro-destra , interrompendo nei fatti il processo che era stato avviato .
Il risultato elettorale indicò un forte successo della coalizione guidata da Berlusconi, che ottenne una consistente maggioranza numerica in entrambi i rami del Parlamento. Il Pri, invece, registrò la non elezione del suo unico senatore, in conseguenza della non felice collocazione che gli era stata riservata nella lista del PdL. In quanto primo dei non eletti, ottenne a distanza di qualche tempo il rientro in Parlamento a seguito di eventi non politici. Conseguentemente nella fase iniziale della legislatura, il Pri fu presente con due deputati; ma nel contempo si innescò nel partito una situazione di estrema tensione, perché dei due deputati, il segretario, in linea con la tradizione, aderì al gruppo misto, mentre l’altro si iscrisse, con scelta autonoma, al gruppo parlamentare del PdL, e venne inserito, per rappresentare quel gruppo politico, nella delegazione parlamentare NATO. Dopo ripetute sollecitazioni a desistere dalla scelta frazionistica, rimaste sempre senza successo, la direzione nazionale nel mese di luglio deliberò, all’unanimità dei presenti, la sospensione del suddetto parlamentare, a decorrere dal successivo mese di settembre, per consentirgli così un ulteriore possibilità di ripensamento. Il successivo mese di ottobre, finalmente, si sanò la situazione, con la iscrizione alla componente repubblicana, liberal-democratica del gruppo misto stesso. Inoltre, anche se la questione non arrivò mai all’attenzione degli organi statutari, quest’ultimo deputato ebbe a sollecitare ripetutamente, in via privata, le dimissioni del segretario nazionale, per procedere ad un avvicendamento nell’incarico con una terza persona. La dura polemica apertasi all’interno del partito fu molto aspra; gli eventi che la caratterizzarono sono fatti recenti a tutti noti. Ma la situazione creatasi instaurò uno stato di grave crisi all’interno del partito, che si è trovato poi a dover rispondere all’incalzante pressione esterna affinché il Pri aderisse al costituendo partito PdL. Su questa questione venne convocato un consiglio nazionale del partito, che si determinò non certamente con una decisione del tutto definita, anche se una parte consistente, tra cui anche il secondo parlamentare, era sostanzialmente incline a far convergere il partito nel PdL. Infatti fu deciso di affidare una delega totale al segretario nazionale, il quale, in fase di assemblea costituente del PdL, avrebbe definito la posizione da fare assumere al partito. Solo a conclusione di quella manifestazione fu possibile constatare che il segretario nazionale non aveva acconsentito a far confluire nel nascente nuovo partito il glorioso Pri. Nei mesi successivi, poi, senza che nel frattempo fossero intervenuti eventi politici particolari, lo stesso deputato propugnava con forza, in tutte le occasioni possibili, l’opportunità che il Pri interrompesse la collaborazione con il PdL .
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