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Discussione: La "Villa dei mostri" del Principe di Palagonia

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    Predefinito La "Villa dei mostri" del Principe di Palagonia

    Psicopatologia ed arte: la villa del Principe di Palagonia
    di Giovanni Zampato

    Intervento al Convegno: "Psichiatria ed Architettura" organizzato da Club '74 - Club socioterapeutico, culturale, ricreativo - Mendrisio, 5 e 6 novembre 1992


    Villa Palagonia
    Immagine tratta dal sito http://www.cercaturismo.it

    "Specchiati in quei cristalli e nell'istessa magnificenza singolar contempla di fralezza mortal l'immago espressa"


    Felicità e sofferenza dello spazio vissuto

    Gaston Bachelard nella sua "poetica dello spazio" ci espone la sua concezione di spazio vissuto, inteso sia come spazio vuoto sia come spazio pieno, concreto e qualitativo, come lo spazio che gli uomini abitano e percorrono, amano o detestano. Egli pensa che le cose del mondo racchiudano un potenziale immaginativo che gli esseri umani possono far sprigionare, investendole con la forza della loro immaginosità soggettiva, in particolare tramite il linguaggio del mito e della poesia.
    Esplorando i valori immaginativi connessi alla casa, a partire da un ricordo di Dumas sulla sua casa d'infanzia, Bachelard giunge a definire la casa come un corpus di immagini che forniscono all'uomo ragioni o illusioni di stabilità, ipotizzandola come un "essere concentrato".

    La casa richiama ad una coscienza di centralità. Al contrario dell'immagine di felicità dello spazio di Bachelard, lo psichiatra Binswanger, interpretando i materiali clinici dei propri pazienti, propone un'immagine del tutto opposta: lo spazio vissuto come sofferenza, lo spazio trasformato in inferno sotto la spinta della sofferenza psichica, del catastrofico.

    Da Bachelard a Binswanger, tramite l'immaginazione, nell'uno poetica e sognante, nell'altro sofferente e psicotica, lo spazio si trasforma da culla a tomba.
    La moderna psicologia ambientale affronta il tema del luogo con l'intento di approfondire la questione dei legami affettivi che le persone stabiliscono con l'ambiente fisico circostante - la topofilìa, la familiarità, il senso del luogo, l'attaccamento ed il radicamento e la rappresentazione sociale del luogo con le sue traduzioni comportamentali.

    La villa del Principe di Palagonia, apparecchio finzionale, appare a posteriori come un dispositivo ambiguo e perturbatore, atto ad accostare, tramite un espediente metaforico, i rapporti tra immaginario e spazialità, tra psicologia, psicopatologia ed estetica, tra norma ed eccezione.


    La Villa

    Villa Palagonia, conosciuta ancora come "Villa dei mostri", sorge a Bagheria, la contrada della "Bagaria" del '700 del poeta epigrammatico Giovanni Meli, ad oriente di Palermo.
    Fu voluta e fondata da Ferdinando Francesco Gravina e Bonanni, per usufruirne come luogo di svago e di villeggiatura al pari dell'antica nobiltà palermitana che, fin dalla metà del '600, con il Branciforte, aveva eletto la conca bagherese, per la sua bella posizione di fronte al monte Catalfano, a tale scopo. Testimonianze ora per lo più fatiscenti dell'universo barocco in Sicilia e di una civiltà ancora ad impronta feudale, caratterizzate dallo scalone a doppia rampa coronato dallo stemma aulico familiare, le ville della zona (citiamo Villa Cattolica, Valguarnera, Trabia) sono oggi inserite in una trama urbanistica anarchica ed asfissiante che ha reso Bagheria triste suburbio palermitano, privandola del contesto arcadico settecentesco.
    Villa Palagonia, da documenti d'archivio, fu progettata dall'architetto domenicano Tommaso Maria Napoli, ed iniziata nel 1715; fu terminata, nell'arco di un secolo, dai nipoti di Ferdinando Francesco, tra i quali l'omonimo Ferdinando Francesco II, detto "il Negromante", cui si devono i famosi "mostri" scolpiti nel tufo che coronano i corpi delle dipendenze, nonché l'arredamento bizzarro. Le statue pare che fossero vicine alle duecento, ma ne rimangono oggi 62, ed ornavano tutto il vialone di accesso che iniziava da un arco trionfale oggi inserito nella trama viaria di Bagheria.
    La villa del Principe di Palagonia, con il suo intricarsi di stili che attraversano il tardo rinascimento ed il barocco nell'impianto, ed il rococò, sino a manifestazioni neoclassiche, nell'ornato, non mancò di meravigliare profondamente i visitatori dell'epoca (tra i quali Goethe) e, anche per il costo di molto superiore a quello di qualsiasi altra villa del Palermitano, contribuì a creare attorno alla personalità del Principe una discreta aneddotica ed un'aura di stravaganza, o meglio di follia.

    L'impianto architettonico della villa si organizza attorno ad una dialettica serrata tra il casino centrale e la corte, con un palleggio di forze insolito nel panorama suburbano di Palermo. Appare uno stretto rapporto consequenziale tra l'edificio centrale, l'abitazione del Signore, e le dipendenze del recinto, riservate alla servitù ed ai servizi. Questi due nuclei vivevano in funzione l'uno dell'altro, in maniera organica, armonica, compenetrabile, e si creavano a vicenda lo spazio di cui avevano bisogno. Si trattava peraltro di uno spazio barocco in cui il blocco del palazzo, nel suo insieme monolitico pur addolcito dalle facciate bombate, si opponeva all'apertura scenografica della corte con le ampie e ripetitive curve barocche che sembravano aprire le braccia per accoglierlo e nel contempo chiuderlo al mondo esterno. Ma il palazzo stesso muove la sua struttura per chiudere la scala a tenaglia, rideterminando lo spazio esterno. Il movimento dall'interno verso l'esterno supera la delimitazione dei corpi bassi con sorprendenti effetti spaziali di apertura e di chiusura d'immagine, pur trattandosi di un esempio di architettura chiusa di tipo mediterraneo.

    A voler ben vedere, la Villa, con il suo impianto architettonico a volte contraddittorio per il movimento continuo di richiamo interno/esterno, si articola, come articola il nostro discorso, attorno ad alcune principali polarità: la cinta, coronata con la grottesca ornamentazione antropozoomorfa, i mostri, in materiale friabile, rivolti quasi nella loro totalità verso l'interno, i sognatori di pietra del giardino ed il salone degli specchi, a cui conduce lo scalone principale dopo il vestibolo.


    GOETHE ED I VISITATORI DEL SETTECENTO

    Manicomio, assurdo, diavoleria, leggende di parti mostruosi avvenuti a donne che avevano visto le statue: questi i giudizi e le notizie riportati dai viaggiatori settecenteschi.
    All'entrata del salone vediamo la scritta: "Specchiati in quei cristalli e nell'istessa magnificenza singolar contempla di fralezza mortal l'immago espressa". Seguendo le descrizioni dell'epoca, il soffitto a volta era completamente rivestito "da grandi specchi, particolarmente congiunti assieme, con una angolazione studiata al fine di produrre uno specchio moltiplicatore, cosicché quando tre o quattro persone passeggiano sotto pare che ce ne siano tre o quattrocento...inoltre porte e finestre sono ricoperte con specchi tagliati nelle fogge più ridicole ed inframmezzate da cristalli di ogni sorta". (Brydone, P.: Viaggio in Sicilia ed a Malta nel 1770, Longanesi 1970). Si può ipotizzare quindi un effetto volutamente caleidoscopico e di frammentazione inserito proprio nella struttura centrale. La Villa inoltre era arredata in un modo per lo più inconsueto con sedie zoppe a piedi diseguali sotto i cui velluti si celavano spuntoni, candelabri cinesi che ad una attenta valutazione si rivelavano cocci incollati alla bell'e meglio, un affastellato bestiario che invadeva ogni spazio nella camera da letto del Principe, sculture bizzarre che simboleggiavano la vita e la morte (per esempio una testa graziosa che si rivelava nel suo rovescio un orribile teschio), ed inoltre un crocefisso dal cui ombelico pendeva una catena che a sua volta fissava la testa di un penitente sospeso per aria...

    "L'interno di quel castello incantato corrispondeva in tutto e per tutto con l'esterno...la folla stupefacente di statue che circonda la casa sembra a distanza un esercito posto a sua difesa, ma appena li accosti ciascuno assume il suo vero aspetto e ti pare di essere capitato nel paese dell'illusione e dell'incantesimo...il palazzo è attorniato da un recinto circolare di casette basse sui cui tetti è sparsa una accozzaglia curiosa di spagnoli e mori, di mendicanti deformi e nani, musicisti e pulcinella, idre e soldati...teste d'uomini innestate su corpi di pesci o di cavalli, draghi, scimmie e serpenti con più teste..." (Houel, J.: Viaggio pittoresco nelle Isole di Sicilia, Malta e Lipari nel 1782, S.E.I. 1977).

    Goethe giunse a Palermo nell'aprile del 1787 e, recandosi a Villa Palagonia, ne riportò nel suo "Viaggio in Italia" un giudizio per nulla positivo, descrivendo una disarmonica mancanza di fantasia ed una perdita dell'euritmia e soffermandosi ad enumerare gli elementi della stramberia del Principe. Questo è il Goethe classicista di Weimar che ripudia il Werther e comincia a pensare al Faust. Egli però non dimenticò, al pari degli altri viaggiatori, la villa siciliana, che diventerà per lui un luogo simbolico, ove la follia ed il demoniaco possono all'improvviso prorompere, scardinando l'armonia e le leggi della natura. Il Principe farà, all'inconsapevole Goethe, un dono: un gruppo diabolico della sua cinta approderà alle rime di Faust nella notte di Valpurga.

    Il gioco barocco "machina" si articola quindi su di un effetto di frammentazione caleidoscopica e di atmosfera da capogiro, con perdita della visione centrale e proiezioni esterne che cadono su figure difformi o mostruose che cingono d'assedio la casa. L'Altro, il mostruoso, si manifesta cangevole e friabile, con una certa pregnanza oggettiva che risponde alle moltiplicazioni delle ricomposizioni per assurdo della figura centrale, la quale a sua volta condensa ed accorpa in sé le forme inquietanti presenti nell'oggettistica bizzarra della cornice della volta. PROIEZIONE FANTASTICA E PATOLOGICA DETERMINATA DALLA MALATTIA PSICHICA DEL PRINCIPE, CAPRICCIO BAROCCO, GABINETTO ALCHEMICO CABALISTICO, PROGETTO SPERIMENTALE PSICOLOGICO? In ogni caso, notiamo che l'intero edificio, dalla disposizione dello spazio alla ornamentazione ed alla figurazione, appare sottostare ad un unico progetto, ad una intenzione. Dalla disarmonia, dal disordine volutamente organizzato, dalla rigatteria, proviene una perdita del senso di stabilità e di centralità, e tramite il rovescio delle cose ed i filtri colorati e speculari si perviene a costruzioni diverse della realtà.


    Villa Palagonia, particolare
    Immagine tratta dal sito http://www.coloridisicilia.it/

    Analogie

    Se consideriamo la Villa nella sua dimensione di "machina" barocca, ossia di progetto intenzionale, e non come conglomerato anarchico di fantasie malate, non mancheremo di reperire analoghi esempi sia nella cultura contemporanea e viennese come la dimora del "capriccio" di Giuseppe II nel parco di Laxenburg, in Moravia, dove compare il rococò più sfrenato, sia nelle dimore di campagna di Federico il Grande, ai confini della Slesia, o nella villa del conte Höditz, a configurazione burlesca con presenza di veri nani. Ville assurde continuarono ad esistere in età romantica, fino ai castelli fiabeschi di Luigi II di Baviera; troveremo poi antecedenti nel bosco sacro di Bomarzo, giardino della villa di Vicino Orsini, paragonabile nella sua espressione mostruosa, esotica e labirintica al teatro di pietra di Palagonia. Per quel che concerne le arti figurative non dimentichiamo gli antesignani Bosch, Brueghel ed Arcimboldo; vale infine la pena di ricordare che il secolo dei lumi fu percorso da una molteplicità di inserzioni antirazionaliste (dal decano Swift con i suoi Gulliver's Travels, a Cagliostro, al fiorire di automi, carnevali, festivals dell'inconsueto). Nel 1782 appare "L'incubo" di Füssli, oggettivazione dell'onirismo. Ricordiamo ancora l'immaginario fantastico settecentesco dei teatri di marionette di casa Borromeo all'Isola Bella, con il suo repertorio di mostri mitologici ed infernali, i gabinetti di cose rare e curiose, le Wunderkammern, la catalogazione barocca e gesuita di un mondo esterno miniaturizzato e di un mondo interno accuratamente descritto in ogni sua manifestazione. Ma le composizioni della villa di Palagonia precedono anche il surrealismo: la donna con testa equina seduta a giocare a carte con un uomo dalla testa di grifo prelude a Savinio e si accosta alle esperienze dell'art brut. E che dire, tra i moderni, dell'opera pittorica di Enrico Baj e dell'inquietante produzione figurativa di uno scrittore come Dino Buzzati, con i suoi esseri mostruosi e sadici e le sue donne a quattr'occhi?


    IL PRINCIPE E LA FOLLIA

    Della Villa del Principe di Palagonia si sono interessati all'inizio del nostro secolo due psichiatri amburghesi, Fisher e Weygandt, mettendo in relazione l'uomo alle immagini da lui create ed individuandone una connessione artistica a carattere patologico. Lo stesso Emil Kraepelin si interessò alle sculture di Villa Palagonia, rilevandone della affinità con i disegni dei catatonici ed esemplificandole in una fotografia inserita nel primo volume del suo trattato di Psichiatria. Era l'età del fervore scientifico positivista, l'epoca delle grandi classificazioni sintomatiche descritte in assenza di una chiara visione eziologica delle malattie mentali. La rivoluzione freudiana era agli inizi e l'inconscio era ancora costretto dagli argini coscienziali. Era anche il tempo in cui stava per essere pubblicata l'opera di Prinzhorn sull'attività plastica dei malati di mente, sulla specificità della Gestaltung schizofrenica riassunta nelle seguenti caratteristiche formali: gioco sfrenato, monumentalità ornamentale, ambiguità, frammentarietà della figurazione. Le caratteristiche individuali, e la spinta dell'art brut di Dubuffet orienteranno poi all'analisi dei dipinti di Wölfli, ove risaltano il riempimento totale dello spazio figurativo, l'orrore del vuoto. Tali aspetti però non appaiono peculiari della figurazione psicotica, ma compaiono in età diverse della storia dell'arte e nelle produzioni primitive. La sostanziale differenza tra il creatore psicotico e l'artista sano si configura nel riflesso del mondo autistico nel primo, nel riflesso permeabile al mondo esterno del secondo, oppure seguendo il motto di Salvador Dalì: "L'unica differenza tra me e il matto è che io non sono matto!". Tuttavia i surrealisti non mancarono di identificare l'arte moderna con l'arte psicotica nella ricerca delle radici dell'atto creativo. Prinzhorn tendeva a concludere che "l'arte delle persone mentalmente malate è tanto simile all'arte moderna perché corrisponde alle aspirazioni più segrete dei nostri tempi".

    Era un folle il Principe, come ipotizzarono i viaggiatori settecenteschi e gli psichiatri di inizio secolo? É lecita l'individuazione di una entità morbosa dall'analisi e dai tratti psicopatologici ravvisabili nell'opera progettata? Gli archivi storici non ci aiutano molto. Le notizie ivi raccolte ci dicono però che egli, come già il nonno, rivestì importanti cariche pubbliche in seno al Regno, ciambellano personale del Re di Napoli e grande di Spagna. Nella senescenza si dedicò ad opere misericordiose. Al contrario di quanto ipotizzavano i viaggiatori settecenteschi, era sposato; di lui qualcuno disse, non senza meraviglia, che, udendolo, pronunciava cose sagge per nulla paragonabili con la stramberia della sua opera. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1788, fu spunto per impersonificazioni fantastiche in vari romanzi.

    Per quel che riguarda la Villa, alcuni elementi potrebbero indirizzare l'osservatore a vederne una operazione di ricostruzione bizzarra incomprensibile, risultato monoidetico di una personalità morbosa. Ma l'analisi storico-culturale indirizza anche verso l'individuazione di un significato diverso, ravvisabile nell'ambito di un progetto ironico, di un dispositivo finzionale, avente l'obiettivo di sovvertire l'ordine, meravigliare lo spettatore, indurre in lui uno stato di coscienza particolare, predisponente il punto d'innesco di un eventuale processo creativo. Artificio architettonico-figurativo, quindi, progettato per giungere all'inconoscibile, al meraviglioso, con il recupero dell'immaginario, tramite il pensiero mitico-simbolico.

    Oggi, la casa del Principe porta le conseguenze di una dementificazione progressiva e disadorna, attanagliata com'è da residenze da incubo, da rottami, da un traffico caotico. L'edificio resiste ancora ma del dispositivo metaforico inventato dal Principe ben poco rimane. Gli specchi oscurati tacciono, come spenti sembrano il sognatore ed i mostri. La macchina mostruosa dell'urbanistica palermitana sta velocemente attualizzando la profezia della distruzione della Villa, travolta dal caos, formulata nel dialogo immaginario proposto da Giovanni Macchi tra il Principe ed un nobile veneto, della terra del Palladio ("Il Principe di Palagonia", Mondadori, 1978).

    In "Requiem per la follia", Michel Thévoz riporta una osservazione di Roland Jaccard tratta da "L'exil intérieur":
    "Ogni società ha i pazzi che si merita; la nostra produce psicotici spenti, invischiati nelle loro miserie psicologiche, tagliati fuori dal mondo allo stesso mondo in cui produce individui "normali" spenti, invischiati nelle loro miserie psicologiche, tagliati fuori dagli altri".

    Difficile al giorno d'oggi trovare le meravigliose "cattedrali" deliranti di un tempo, difficile trovare altre Ville di Palagonia.

    http://www.reocities.com/alevalla.geo/index.html - La villa di Palagonia
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 07-10-13 alle 02:01
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

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    Citazione Originariamente Scritto da Tomás de Torquemada Visualizza Messaggio
    Goethe giunse a Palermo nell'aprile del 1787 e, recandosi a Villa Palagonia, ne riportò nel suo "Viaggio in Italia" un giudizio per nulla positivo, descrivendo una disarmonica mancanza di fantasia ed una perdita dell'euritmia e soffermandosi ad enumerare gli elementi della stramberia del Principe. Questo è il Goethe classicista di Weimar che ripudia il Werther e comincia a pensare al Faust. Egli però non dimenticò, al pari degli altri viaggiatori, la villa siciliana, che diventerà per lui un luogo simbolico, ove la follia ed il demoniaco possono all'improvviso prorompere, scardinando l'armonia e le leggi della natura. Il Principe farà, all'inconsapevole Goethe, un dono: un gruppo diabolico della sua cinta approderà alle rime di Faust nella notte di Valpurga.


    A proposito di Villa Palagonia, in alcune lettere Goethe scrive: "Quanto di esorbitante dal naturale, anzi quanto di non naturale possa concepire un cervello anomalo, si collocò nel recinto e nella parte interna di essa, la quale avrebbe potuto essere delizia e fu invece nausea a quanti vi si recano. Uomini con teste di donne, donne con teste di uomini, cavalli con zampe di cani e rostri di uccelli rapaci, bestie tricipiti camuffate alla moda di Parigi, bipedi senza piedi, esseri con la bocca nella fronte e nasi all'ombelico, soldati, pulcinelli, turchi, spagnuoli e mostri delle più stravaganti forme; e con essi nani, gobbi, sbilenchi, sciancati, figuracce orride per composizioni non mai sognate, per atteggiamenti sinistramente contorti, per ininfrenabili corruzioni del gusto: tutto vi venne impostato". Avvezzo per generazione e cultura al gusto neoclassico, Goethe provò ripugnanza per quella grottesca esasperazione del genio barocco e soprattutto per quelle isolenti trasgressioni dei canoni formali dell'architettura classica: ”Oltre che i cornicioni delle casette circondanti il palazzo sono tanto in un senso quanto in un altro oblique - ricorda con disgusto il visitatore - confondendo ogni idea dello scolo, della linea perpendicolare, base della solidità e dell'euritmia. Quei cornicioni sono ornati d'indre, di teste di draghi, di piccoli busti, di figure di scimmie che suonano strumenti musicali e di altre stramberie con figure di divinità tra le quali quella di un Atlante che invece di un globo sorregge un barile".

    Il giudizio di Goethe, così categorico nei confronti della dimora dei Gravina, attribuiva un duplice valore negativo all'essenza della costruzione. Il primo riguardante il gusto, senz'altro pessimo, delle figurazioni ornamentali, non giustificate - a parer suo - da alcuna finalità simbolica. Il secondo - forse più severo - sottolineava come, nella composizione di Villa Palagonia, non apparisse un'arte fondata sui principi della geometria, come non fossero, cioè, stati applicati quei rapporti proporzionali capaci di conferire all'edificio una matematica armonia. Ma la ragione profonda delle bizzarre effigi di Villa Palagonia rimane a tutt'oggi un mistero. Il principe Gravina, riguardo le effigi mostruose, ammetteva di aver tratto ispirazione dall'Egitto, terra di misteri, "dove, secondo Diodoro Siculo, l'azione dei raggi solari sul limo del Nilo è tanto potente da far scovare ogni sorta di animali".



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