Le elezioni presidenziali in Afghanistan di giovedì scorso minacciano di portare a uno scontro esiziale tra gli alleati degli Usa e della Nato: uno dei candidati infatti, Abdullah Abdullah, ha accusato il rivale - e presidente uscente - Hamid Karzai di brogli infami, mentre e ancora per giorni non si saprà chi sia il vincitore e queste accuse si esalteranno a vicenda. Uno scenario pericolosissimo per un Barack Obama che ha vinto le sue elezioni promettendo agli americani - e al mondo - un immediato ritiro dall’Iraq e una rapida vittoria in Afghanistan, ottenuta riversandovi le truppe americane disimpegnate dalla Mesopotamia. Dopo sette mesi di presidenza dobbiamo invece registrare che in Afghanistan «la situazione è grave e sta peggiorando» (Mike Mullen, capo di Stato maggiore Usa), mentre in Iraq il disimpegno voluto da Obama, incentiva una ripresa terroristica devastante. La strategia di Obama scricchiola dunque pericolosamente, perché i fatti dimostrano che non è vero che un incremento di impegno militare in Afghanistan porti risultati apprezzabili, mentre il decremento dell’impegno militare in Iraq sta portando a risultati disastrosi. Questo, per una ragione semplice: Obama sbaglia puntando sull’escalation militare, perché errata è la sua analisi di fondo del nemico che gli Usa - e la Nato - contrastano in Iraq come in Afghanistan: un nemico che non è una grande «banda di terroristi, di militari irregolari» (come pensano i democratici di qua e di là dall’Atlantico), ma una aspirazione islamica, largamente popolare, verso una società basata sulla sharia e sul fondamentalismo; una visione politica che produce terrorismo (e ammirazione per i terroristi). Obama nel suo discorso del Cairo del 4 giugno scorso ha ampiamente dimostrato di non avere la minima idea di questa componente eversiva dell’Islam contemporaneo, come si è visto con gli ayatollah fondamentalisti iraniani, da lui esaltati come interlocutori affidabili, che invece si son subito dati a maciullare in “nome di Allah” gli oppositori interni. L’esito contrastato del voto presidenziale in Afganistan di giovedì dimostra che il problema del controllo del paese non è solo militare, ma essenzialmente è politico e che su questo fronte la Nato sta perdendo pericolosamente terreno. Abdullah (tagiko, ma con sangue pashtun nelle vene), che oggi accusa Karzai di brogli e gioca con lo spettro della guerra civile, è espressione della Alleanza del Nord (tagiki, uzbeki, turkmeni, minoranze hazara), mentre Karzai dovrebbe essere espressione della maggioranza - relativa - dei pashtun, ma in realtà non riesce a giocare questo ruolo (se non dentro la cinta urbana di Kabul). A suo tempo, nel 2002, gli Usa e la Nato vinsero la battaglia di terra contro i Talebani appoggiandosi sulle armate della “Alleanza del Nord”, ma poi intronarono a Kabul il pashtun Karzai (dal nullo peso militare e dal piccolo seguito politico), in omaggio alla tradizione che vuole in Afghanistan solo un leader pashtun possa garantire il comando dello Stato. Passati 7 anni, si è visto che Karzai non è riuscito a riscuotere consenso tra le popolazioni pashtun, tra i quali i Talebani riescono invece a vivere e a riscuotere quel tanto di consenso che gli permette di opporsi con successo alle truppe Nato. Insomma, oggi Abdullah a Kabul può denunciare brogli - probabili - perché sa che il suo avversario è debole presso la sua base elettorale e che tenta di imporsi barando (e comprando voti a man bassa). Evoluzione, dunque, ancora incerta di uno scenario drammatico, con un unico effetto positivo: la crisi tra Abdullah e Karzai dimostra a Obama che il nodo irrisolto del conflitto afghano è tutto ed essenzialmente politico, di capacità della leadership afghana, alleata agli Usa, di riscuotere consenso popolare più che militare. Esattamente come in Vietnam 40 anni fa (là dove il ruolo dei pashtun l’avevano i buddisti, se vogliamo), dove due presidenti democratici, Kennedy e Johnson, pensavano - come oggi Obama - che il problema fosse essenzialmente militare. Con l’esito che sappiamo, e che speriamo Obama non replichi.
Carlo Panella




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