Io mi sento abbastanza religioso. Mi segno davanti alle chiese, mormoro una preghiera alle ambulanze e ai carri funebri, osservo i precetti cattolici di base.
Ma sono veneto.
Ora, l'unico altro posto in cui la densità di chiese e templi è analoga a quella delle nebbiose lande a ovest del Mincio e a nord del Po, è Roma. Mi rallegravo della cosa, finché non ho cominciato a frequentare più spesso la Città Eterna. E mi sono accorto che tra la religiosità astorica, imperiale della Capitale e la religiosità rurale anche in città e nebbiosa del Nordest c'è un'enorme differenza: la bestemmia.
I romani, anche quelli trucidi e sboccati, non bestemmiano. Mai, o quasi mai, e se bestemmiano vuol dire che le cose sono grigie davvero. La prima volta hanno guardato me e il gruppo dei veneti con cui ero in modo preoccupato: quattro bestemmie, due parole (* ho ** fame *), ed eravamo in un pub in più o meno in centro, pieno di ultras o di tizi che sembravano tali: basettoni, gli orridi berretti col frontino portati al chiuso alle 10 di sera, abbigliamento di quel tipo, toni minacciosi, adesivi daa Lazie che si mescolavano a bandiere irlandesi. Alla seconda volta, in modo stupito, e alla terza sessione di bestemmie (al quinto minuto, cioè, stavamo analizzando l'andamento di una partita di calcio) in modo francamente infastidito.
Questo fa pensare, e non poco: il Veneto, come popolo e come parlata, considera la bestemmia di Dio quasi come irrilevante. Ho sentito con le mie orecchie un sacerdote, molto pio e religioso, tirare un porco, come si usa dire qui, quando è inciampato. Questo solleva un'interessante questione: cos'è religiosità? E da cosa è sottintesa la religiosità? Tutte domande interessanti, che non ci hanno evitato uno scambio di parole piuttosto teso tanto con i gestori - romani - del pub, quanto con dei ragazzi lombardi, casualmente presenti anch'essi nel locale.




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