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  • 1 Post By AgnusDei

Discussione: Icone sacre

  1. #1
    Fede speranza amore
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    Icona della Santissima Trinità | Maria Grazia Facchin

    Icona della Santissima Trinità



    Icona della SS Trinità scritta per mano di Maria Grazia Facchin




    L’icona della SS.Trinità è il capolavoro dell’iconografo Andrej Rublëv (1360-!430), il quale visse santamente come monaco e figlio spirituale di San Sergio Radonez.
    L’icona della SS.Trinità è stata definita “l’icona delle icone” nel 1551 dal Concilio dei Cento Capitoli. E’ un capolavoro di rara profondità teologica, di bellezza incomparabile e di finissima ricchezza di simboli.

    Rublëv l’ha scritta nel 1422 per la canonizzazione di Sergio di Radonez, fondatore del monastero dedicato alla SS. Trinità, dove Rublëv viveva. L’amore eterno e perfetto emanante dalla SS.Trinità fu oggetto di contemplazione e precetto d’attuare in ogni vita, base della edificazione sia della Chiesa, sia della persona, dello Stato, e della società. San Sergio vide l’immagine di questo amore incarnata nella forma canonica dell’apparizione dei tre angeli a Mamre (Genesi 18). Egli cercò di trasmettere in chi a lui si rivolgeva l’idea di diversità e di unità che il mistero promanava. Egli ha riunito così tutta la Russia della sua epoca attorno alla sua chiesa, attorno al nome di Dio, affinché gli uomini mediante la contemplazione della Santa Trinità vincano l’odiosa divisione del mondo e imparino a vivere sulla terra.
    Il destino dell’uomo s’ impara in questa contemplazione, proprio come aveva pregato Gesù:

    Padre, dove sono io, voglio che siano pure coloro che mi hai dato” (Giov.17,24).

    Aveva già chiesto: “Padre che siano tutti uno, come noi, affinché il mondo creda” (Giov 17-21).

    Rublëv seppe rappresentare la sintesi del più grande mistero della nostra fede, rivelandoci l’unità e al tempo stesso la distinzione delle persone divine. In questa icona il cerchio (eternità, perfezione) si impone come motivo dominante di tutta la composizione. Nel cerchio stanno perfettamente le tre figure angeliche che stanno ad indicare l’amore perfetto, senza inizio e senza fine.

    Il triangolo, la cui base è il lato superiore del tavolo e il cui vertice posa nel capo dell’angelo centrale, è la figura semplice che mi dice tre in uno, uno in tre.

    Cerchio e triangolo non si vedono; proprio come Dio, che è presente eppure non lo vediamo.

    Le forme quadrangolari sono invece ben definite, (pedane, tavolo, sgabelli), visibili come il creato e la terra che esse rappresentano.

    A questo ritmo di composizione si uniscono colori di un’armonia incomparabile. Essi sono usati eloquentemente per esprimere dei simboli:
    - il rosa-oro richiama il manto imperiale,
    - il verde indica la vita,
    - il rosso l’amore sacrificato.
    - Speciale significato ha il blu che indica la divinità e le verità eterne. E’ distribuito a tutti e tre gli angeli: l’angelo di sinistra nel quale riconosciamo il Padre, porta la tunica di colore blu, ma essa è quasi totalmente coperta dal manto regale (invisibilità-ineffabilità). Dio nessuno l’ha mai visto, per questo l’angelo centrale, nel quale riconosciamo Dio Figlio, porta il manto blu: “il Figlio l’ha rivelato”, solo nel Figlio si fa visibile. “Chi vede Me ,vede il Padre” Il Figlio è uomo (tunica rosso sangue); ha ricevuto ogni potere dal Padre (stola dorata, sacerdozio regale di Cristo)

    Anche l’angelo di destra, nel quale riconosciamo Dio Spirito Santo, mostra la tunica blu in abbondanza, perché il ruolo è di “far comprendere e ricordare la Parola” (Giov.14,26).

    Il manto verde indica che lo Spirito Santo è Dio che “da’ la vita” e “rinnova la faccia della terra”.

    Il Padre siede con solennità sul suo trono. Il suo sguardo, il gesto della sua mano destra sembrano esprimere un comando breve e chiaro con semplicità, ma con autorità: tutto procede da Lui. Egli chiama il Figlio indicandogli con mano benedicente la coppa al centro (contenente l’agnello del sacrificio). Il Figlio comprende la Volontà del Padre –farsi cibo e bevanda degli uomini- e l’accetta (china il capo e benedice la coppa) “mio cibo è fare la Volontà del Padre” - chiedendo l’assistenza dello Spirito Consolatore. Questi accoglie (mano posata delicatamente sul tavolo) la Volontà del Padre per il Figlio, e con il suo piegarsi riporta la nostra attenzione al Figlio e al Padre: vuole metterci obbedienti davanti a Gesù (“nessuno può dire “Gesù è Signore” se non per opera dello Spirito Santo”) e abbandonati e fiduciosi davanti al Padre (“lo Spirito grida nei nostri cuori: Abbà, Padre!”).
    C’è posto anche per me, in questo circolo d’amore delle Tre Persone : davanti c’è lo spazio per me, perché io possa partecipare al colloquio intimo e segreto, gioioso e impegnativo: è lo spazio dei martiri (finestrella dell’altare), di chi offre la vita. Il mio posto ha la forma di calice (lo spazio libero tra le pedane).
    Fuori dal cerchio vediamo: la montagna (luogo del silenzio e delle manifestazioni di Dio), l’albero (quercia di Mamre, l’albero della Croce, nuovo albero della vita), la casa (il Padre accoglie ed ama tramite la Chiesa, che per essere edificata richiede il lavoro dell’uomo, la collaborazione e l’armonia di più uomini).
    I bordi accennano ad un ottagono: la creazione si riposa nella calma e pienezza dell’ottavo giorno, giorno del Signore.
    Ultima modifica di AgnusDei; 27-10-13 alle 12:38
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    "Non c'è amore più grande di chi dona la vita per gli amici" (Gv 15,13)

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  2. #2
    Fede speranza amore
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    Predefinito Re: Icone sacre

    Icona della Trinità


    La Santissima Trinità (detta dell'Antico Testamento).
    Dipinta da S. Andrej Rublev (+1430): con la benedizione del superiore del monastero della SS. Trinità, beato Nikon, nel 1411 circa.
    Dalla iconostasi della cattedrale della SS. Trinità della Laura Troitze-Serghieva (Zagorsk).
    Ora a Mosca, Galleria di Stato 'Tretjakov'.




    Contemplazione e Catechesi
    con l'aiuto dell'icona di S. Andrej Rublev.


    on l'aiuto dell'icona "scritta" da un santo monaco russo proviamo a contemplare il mistero della vita del nostro Dio.
    E' vero che non possiamo comprendere Dio, ma ciò non ci deve scoraggiare dal contemplarlo! Quel che la mente non capisce lo potrà capire il cuore: Gesù ha detto: "Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui". (Gv 14,24)
    Queste pagine saranno solo come l'aprire una delle svariate porte che introducono a godere e accogliere l'Amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
    La loro misericordia e fedeltà possono colmare le lacune e rimediare là dove il mio peccato offusca la Luce. E' Dio stesso, Padre, Figlio, Spirito Santo, che si rivela ai piccoli che credono in Gesù.
    don Vigilio Covi
    1. MOSTRACI IL TUO VOLTO.

    L'uomo non ha mai visto Dio. "Dio nessuno l'ha mai visto"1 ci dice con sicurezza l'evangelista Giovanni. Dio rimane nascosto. "Avvolto nella nube ti ho dato risposta", dice un Salmo.2

    Egli è nei cieli, in dimensioni di vita che noi non raggiungiamo, non tocchiamo, non sperimentiamo. Eppure abbiamo il desiderio di "vederlo": "Mostraci il tuo volto. Non nascondermi il tuo volto!"3

    Il desiderio di vedere Dio è sempre stato così profondo e vivo, che l'uomo stesso ha ceduto alla tentazione di crearsi delle immagini per aver almeno l'illusione di poterlo vedere, per vederne almeno un'immagine.

    Le immagini uscite dalla mente e dalla fantasia dell'uomo non furono solamente statuette di legno, di bronzo, d'oro o di terra; e certamente non furono e non sono quelle le più pericolose. Ci sono immagini intellettuali che possono resistere a qualunque distruzione; il bronzo e l'oro possono esser distrutti, ma l'immagine che l'uomo si fa nella mente può lasciare sempre dei segni deleteri, ogni volta che egli cerca di pensare a Dio e di parlare con Lui.

    L'immagine pericolosa, che l'uomo eredita come causa e frutto del peccato originale, è quella di un Dio padrone. Verso Dio l'uomo ha sospetto e giudizio, talora accusa, spesso paura e senso di costrizione, cui reagisce al massimo con la rassegnazione. Questi atteggiamenti, cui può seguire persino la ribellione, sono la conseguenza dell'immagine che egli vuole avere di Dio.

    Questa immagine, come qualunque altra, impedisce all'uomo di incontrare il Dio vivo, il Dio vero. Persino quando l'uomo bestemmia, bestemmia spesso questa immagine: non avrebbe tutti i torti, se davvero Dio fosse così.

    "Mostraci il tuo Volto!"

    E' necessario che Dio ci mostri il suo Volto affinché noi abbandoniamo l'immagine falsa. E' necessario che Dio si riveli perché possiamo stabilire con lui un rapporto vero di fiducia, di rispetto, di amore.

    "Mostraci il tuo Volto, e saremo salvi!"

    "Mostraci il Padre, e ci basta" 4 disse Filippo a Gesù. E' vero: ci basta! Quando lo vedremo sapremo d'essere amati, voluti, benvoluti: ci basta. Gesù non lascia Filippo senza risposta: "Chi ha visto me ha visto il Padre"! 5 Abbiamo finalmente l'immagine di Dio, anzi, più che un'immagine! Vedere Gesù equivale a vedere il Padre e riceverne l'abbraccio.

    "Questa è la vita eterna, che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo". 6

    Conoscere Dio come Padre è vita e vita eterna, definitiva.
    Gesù ci rivela il Padre nel mentre si presenta come "Suo" Figlio e vive con Lui un rapporto di amore totale. Dal vivere di Gesù con Dio conosciamo Figlio e Padre e Spirito, relazione d'unità luminosa e unica!

    Gesù distrugge tutte le nostre immagini di Dio. Sia quelle di un Dio grande, lontano, immobile, sia quelle di un Dio padrone.

    Egli comincia già nel deserto ad abbattere i loro piedistalli. Quando gli vien detto: "Se sei figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane", 7 gli si vuol insinuare l'immagine di Dio padrone. Sarebbe come dire: "Dato che sei figlio di Dio, fa quel che vuoi, fatti padrone". Egli invece innalza l'immagine di Dio Padre, come se dicesse: "Se sono figlio di Dio, resto figlio, voglio dipendere da Lui, che mi ama e sa ciò di cui ho bisogno".
    Poi Gesù continua ad abbattere gli idoli, false immagini di Dio, quando parla alle folle sul monte. Là Egli, come nuovo Mosè, anzi, più che Mosè, con gioia dice: "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli"! 8 Dio cioè non è un Dio lontano e immobile, ma è un Dio che si compiace della compagnia dei poveri, di coloro che non fanno affidamento sulla forza o sulla ricchezza, ma solo su di Lui!

    Vivendo da figlio Gesù ci mostra sempre il Padre e lo Spirito d'unità e fiducia e umiltà che fa di loro Uno solo.

    Dio è Padre: un papà che ama il Figlio. Tra di loro brilla un Amore che si espande su tutto il creato!

    Guardando Gesù che si offre a portare l'amore verso gli uomini fin sulla croce posso dire anch'io: ho visto Dio! Dio è amore.

    Chi vuol vedere Dio non può più esimersi dal guardare l'unica vera immagine: Gesù è "l'icona del Dio invisibile".9

    Da Lui riceviamo la conoscenza del vero Dio, vita eterna per noi. Conoscerlo è vita, perché conoscerlo significa iniziare a rispondere al suo amore e iniziare a partecipare al suo amore per l'uomo peccatore.



    Grazie, o Dio, che mi mostri il tuo Volto, Volto di Figlio e Volto di Padre,

    Volto di Figlio, che si illumina della luce del Volto del Padre,

    Volto di Padre, che fissa con predilezione il Volto del Figlio,

    Fuoco, che scaturisce dall'incontro degli sguardi d'amore fiducioso e obbediente!
    "Non c'è amore più grande di chi dona la vita per gli amici" (Gv 15,13)

  3. #3
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    Predefinito Re: Icone sacre

    Icona della Santa Sofia






    “Quanto sono mirabili le tue opere Signore! Tu le hai fatte tutte con Sapienza!”
    Salmo 104,24

    “Questo maestoso essere, di natura regale e femminea, che non è Dio e neppure il Figlio eterno di Dio, né un angelo, né un santo, onorato da chi portò a compimento l’antico testamento e dai progenitori del nuovo - chi è se non il vero e puro ideale dell’umanità stessa, la più elevata e onnicomprensiva forma, come anche l’anima vivente della natura e del cosmo, eternamente collegata a Dio e che nel mondo temporale tutta si unisce a Lui e in Lui unisce tutto ciò che è. … Verità fondamentale della collettività o dell’anima del mondo, il cui nome più semplice nel linguaggio cristiano è 'Chiesa'.”
    Vladimir Solov’ev, L’idea dell’umanità in Auguste Comte (traduzione dall’edizione tedesca: Deutsche Gesamtausgabe der Werke von W. Solowjew, hrsg. V. L. Müller, Vol. 8, pp. 357/362)


    La Santa Sofia

    Quando mi dissero: "andremo alla casa del Signore", il mio spirito si è rallegrato e il mio cuore ha esultato (cfr. Sal 121, 1), cantò Costantino, poi San Cirillo, malato e stanco. Fu allora che ebbe dal Signore il dono di una meravigliosa visione: in un prato delle giovani ragazze danzavano, ma una in particolare gli apparve bellissima e degna d’essere amata. La scelse così come sposa. Lei, accortasi del grande amore del giovane Costantino, gli svelò il suo nome: “Sofia”. Costantino le giurò amore per tutta la vita, divenendo così φιλόσοφο (filosofo), dall’unione delle parole φιλειν (filèin), "amare", e σοφία (sofìa), "sapienza".
    Il giorno dopo Costantino vestì il santo abito monastico ed assunse il nome di Cirillo. "Da questo momento non sono più servo né dell'imperatore né di alcun uomo sulla terra, ma solo di Dio onnipotente. Non esistevo, ma ora esisto ed esisterò in eterno. Amen", proclamò Cirillo.
    Intensi furono i rapporti di Cirillo con il patriarca Fozio, fin tanto che, dopo essere stato ordinato diacono, partì per l’evangelizzazione dei paesi slavi. Il giovane, da autentico innamorato, riuscì a trasmettere il proprio amore per la Sofia ai popoli slavi convertiti al cristianesimo, stimolando in essi un particolare rapporto con la Creatura sapienziale, al punto da consacrarle le loro prime chiese a Kiew, Novgorod, Polotzk ed in molte altre località.
    A partire dalla visione avuta in Egitto, fino al giorno in cui si ricongiunse al Padre, Cirillo meditò assiduamente sulla Sofia nei suoi saggi e temi e la decantò come regina divina e come diletta nelle sue accese poesie.
    Il Monfort medita a lungo sulla Sofia nel suo scritto “L'Amore dell'eterna Sapienza”, egli esordisce dicendo: “Stando al significato della parola, sapienza vuol dire in genere «scienza sapida», cioè gusto di Dio e della sua verità (S. Tommaso, Summa theol., II-II, q. 45, ad 1). Vi sono diversi tipi di sapienza. Bisogna, anzitutto, distinguere la vera dalla falsa sapienza: la vera è il gusto della verità senza menzogna o travestimento; la falsa è il gusto della menzogna velata dall'apparenza di verità. Quella falsa è la sapienza o prudenza del mondo, e lo Spirito Santo (Cfr. 1Cor 2,6) la distingue in terrena, carnale e diabolica. La vera sapienza si distingue in naturale e soprannaturale. Quella naturale è la conoscenza delle cose naturali viste in modo eminente nei loro principi; la soprannaturale è la conoscenza delle cose soprannaturali e divine nella loro origine.

    La sapienza soprannaturale si divide in sostanziale e increata, ed in accidentale e creata. Quella accidentale e creata è la comunicazione che la sapienza sostanziale ed increata fa di se stessa agli uomini, cioè è il dono di sapienza. La sapienza sostanziale ed increata, invece, è il Figlio di Dio, la seconda Persona della SS. Trinità , cioè la Sapienza eterna nell'eternità , e Gesù Cristo nel tempo.”(L' Amore dell'eterna Sapienza, S. Luigi Maria Grignion de Montfort, capitolo I).
    Questa precisazione è necessaria in considerazione delle più disparate interpretazioni che sono state date negli ultimi due millenni della Sofia.
    Nel capitolo 8 dei Proverbi, si legge come Dio abbia creato la Sapienza prima fra tutte le Sue creazioni, all’origine dei tempi “αρχη” (principio) della Creazione: “Il Signore mi ha creato all'inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, fin d'allora. Dall'eternità sono stata costituita, fin dal principio, dagli inizi della terra” (Prov. 8,22-23). La nuova creatura è tutta donata a Dio, domina il cosmo e prende dimora in tutti e in tutto. “allora io ero con Lui come architetto ed ero la Sua delizia ogni giorno, dilettandomi davanti a Lui in ogni istante;”(Prov.8,30) La Sapienza viene donata da Dio stesso come sommo atto d’amore al genere umano “ponendo le mie delizie tra i figli dell'uomo”(Prov 8, 31). e abita in mezzo al popolo santo di Dio e in Sion, e passa di generazione in generazione alle anime sante.
    La Sapienza sarà la creatura di Dio che non cadde e non cadrà mai nell’errore, come accadde ad alcuni angeli o all’uomo stesso. Ella non tradirà mai il suo Creatore ed in Essa abiterà sempre la Gloria del Signore, ecco perchè Sant’Agostino Le si rivolge con queste parole: “O dimora luminosa e graziosa, amai la tua bellezza e il luogo dove abita la gloria del mio Signore, che ti edificò e possiede. A te i miei sospiri nel mio pellegrinaggio; al tuo Creatore la preghiera che possegga me pure in te, poiché creò me pure.” (Conf. lib. XII c. 15). Sempre nelle sue Confessioni Agostino definisce la Sapienza come: “(…) è certo una creatura in qualche modo intelligente, però affatto coeterna con te, Trinità, e tuttavia partecipe della tua eternità. La soavità della tua beatifica contemplazione trattiene fortemente le sue mutazioni, e l’aderire a te senza alcun cedimento dal giorno della sua creazione la eleva sopra ogni vicenda passeggera di tempi” (Confessioni, lib. XII)

    Le credenze precristiane dei popoli slavi unitamente alla venerazione per la “Madre Terra” contribuirono a conferire alla Sofia lineamenti femminei. In suo onore furono elevate le chiese più grandi del periodo dell’evangelizzazione slava, e la stessa Santa Sofia in Costantinopoli. Tutte queste chiese hanno il loro patrocinio nelle principali festività della Madre di Dio (8 settembre, nascita di Maria, oppure 15 agosto, giorno dell’Assunta).
    Nella tradizione cristiana Solov’ev identifica la Sofia nella donna “Sapienza”, che si presenta nella seconda metà dell’Antico Testamento, ove viene con una certa frequenza nominata. Come se, attraverso la Sofia si volesse in modo coerente ed organico introdurre la figura del Redentore. Si noti ancora come la tradizione cristiana vuole che questi libri siano letti nelle liturgie delle festività mariane nella chiesa d’Oriente e d’Occidente. In questi libri la Sapienza si rivela come la sposa diletta di Dio, gioia di Dio e degli uomini, dimora della presenza di Dio tra gli uomini, ad essa si riferiscono tutte le altre figure dell’Antico Testamento come “Sion, la figlia vergine”, “Gerusalemme” e specialmente la figura della Sposa nel Cantico dei Cantici. “Anche se non é di per sé eterna, ella partecipa della natura di Dio come pura creatura. Con amore casto si unisce al Dio vero e veramente eterno così strettamente, da non staccarsi mai da Lui, senza mai cadere in peccato” (S. Agostino Confessioni lib. XII).

    Il volto della Sapienza splende senza dubbio nella Chiesa Universale. La Chiesa si orienta alla preminenza dello Spirito di Dio e da Esso è santificata. In questo modo la Chiesa guida il mondo sulla via della realizzazione e venuta del regno di Dio, “dal regno di grazia al regno di gloria, nel cuore della storia e al di là dei suoi confini”(Sergij N. Bulgakov). La Chiesa è sulla terra la "custode" della santità del mondo. La santità è la caratteristica ed al contempo la forza della Chiesa, nella santità si esprime la vera divinizzazione dell’umanità, l’innesto di elementi divini nella vita naturale. Ma la personificazione più bella della Sapienza va cercata nel Santissimo volto della Vergine Maria, che secondo la sua natura è la Madre della Chiesa e di conseguenza la sua personificazione. “Maria, che è nel mondo e condivide con noi la natura umana, ma contemporaneamente nell’assunzione condivide l’umanità glorificata di Cristo per mezzo della Risurrezione e Ascensione del Suo Figlio divino. Da qui deriva la posizione di altissima sublimità che la Madre di Dio assume nella schiera dei santi.”(Sergij N. Bulgakov). Ed ancora Chiara Lubich in un suo articolo scrive: “L’Antico ed il Nuovo Testamento formano un solo albero. La fioritura avvenne nella pienezza dei tempi. E l’unico fiore era Maria. Il frutto che ne seguì fu Gesù. Anche l’albero dell’umanità era stato creato ad immagine di Dio. Nella pienezza dei tempi, alla fioritura, avvenne l’unità fra Cielo e terra e lo Spirito Santo sposò Maria. Abbiamo dunque un solo fiore: Maria. Ed un solo frutto: Gesù. Ma Maria, seppure una, è la sintesi della creazione intera al culmine della sua bellezza, quando si presenta come sposa al suo Creatore. Oggi ho capito che tutta l’umanità fiorisce in Maria. Maria è il Fiore dell’umanità. Ella, l’Immacolata, è il Fiore della Maculata. L’umanità peccatrice è fiorita in Maria, la tutta bella! Che bella, Maria! È la creazione che va in fiore, la creazione che va in bellezza. Tutta la creazione fiorita, come la chioma di un albero, è Maria.” (Nuova Umanità, 18 (1996/1), n.103, pp.15-17.)
    Secondo il pensiero dei filosofi russi la Chiesa non è quindi un’organizzazione umano-terrena, ma un organismo vivo, amato da Dio e a Lui soavemente unito attraverso Maria per mezzo di Cristo.
    Sant’Agostino dibatte a lungo su questa questione fino ad affermare che: “Chi si sorprende del fatto che Gesù compie il suo primo miracolo proprio durante le nozze di Cana e lì rivela la Sua gloria? Lui che è venuto nel mondo per l’unione sponsale: lo Sposo è il Verbo e la sposa del Verbo è la natura umana assunta da Maria. (Carne umana e anima umana, sponsus Verbum - sponsa caro).”
    Il teologo Rumeno Ioan Ica crea in modo più che brillante un parallelo con la moderna fisica, dimostrando concretamente che la scienza nel suo ultimo stadio finisce sempre per confermare ciò che la Sapienza nella contemplazione di Dio elargisce agli uomini: “La fisica moderna parla di ologrammi: ogni punto dell’universo contiene e riflette il tutto ed il tutto si riflette in ogni punto dell’universo.
    L’intera umanità forma un unico ologramma, o meglio l’intera creazione. Ogni ologramma è formato secondo un altro ologramma, ossia l’ologramma di Dio, della santissima Trinità. I Padri greci conoscevano questo legame. Essi affermavano: in realtà, contro ogni apparenza, esiste un unico essere umano, nel quale vivono migliaia, miliardi di persone, così come nella Trinità vi è una sola natura e allo stesso tempo le tre divine persone. Attraverso l’incarnazione Cristo appartiene ad entrambi gli ologrammi, che Egli unifica in sé. L’ologramma della creazione è formato secondo l’ologramma della Trinità, come Sapienza increata e sapienza creata. In questo modo si potrebbe vedere Maria come l’ologramma della creazione, nel quale sin dall’inizio è compiuto ciò che noi riceviamo alla fine dei tempi.
    Così la Trinità è l’ologramma perfetto, ”ologramma nell’eternità”; l’ologramma nel tempo è anche universale, in quanto noi formiamo un’unica creazione, panumana, pancosmica, divino-umana, un mistico “olo - το ολον”, che può essere inferno (nell’egoismo) e paradiso (nell’amore).” (tratto da “Mystagogia Trinitatis” di Ioan Ica Jr.)

    La Sofia si rivolge in modo particolare al genere umano: “A voi, uomini, io mi rivolgo, ai figli dell'uomo è diretta la mia voce.”(prov. 8, 4). Solov’ev sostiene che nel genere umano, nella sua sacrale natura, divinizzata nella Chiesa, la Sofia trova finalmente l’attuazione della sua incarnazione. La Sofia pertanto si manifesta all’umanità in Gesù “l’essere divino-umano uno e allo stesso tempo trinitario, nel quale si realizza l’unità mistica dell’uomo (dell’umanità) con Dio”. Continua Solov’ev “Come centrale e personale “rivelazione” della Sofia appare nel mondo il Logos incarnato, il Figlio di Dio Gesù Cristo, con il completamento femminile della Santa Vergine, Madre di Dio, e in estensione universale della Chiesa” (XI 308). In questo modo, l’intera umanità è in unione con Dio, perché se è vero che solo l’uomo-Dio Gesù è in perfetta unità con Dio (Ologramma eterno), allora attraverso Lui anche la Santa Vergine è in unione con Dio (Consubstantialis Patri secundum divinitatem, consubstantialis Matri secundum humanitatem, Papa Leone il Grande), quindi anche la Chiesa (Corpo mistico di Gesù) è in unione con il Padre. I Tre in effetti sono nell’Uno. Ed è per questo che la “Sapienza” della Scrittura gioì nel vedere dispiegarsi il suo disegno.
    “La Sofia è la Grande Radice dell’intera creazione (πασα η κτισις, Rom 8,22) cioè il creato tutto integrale – e non semplicemente il tutto. Per mezzo suo la creazione scaturisce dall’intimo della vita trinitaria e riceve vita eterna dall’unica fonte di vita. La Sofia è il primo essere creato, l’amore divino poetico, riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Rom 5,5); perciò il vero “Io” divinizzato, il suo “cuore” appare come amore divino simile alla natura di Dio – all’amore divino delle tre persone della Trinità. Poiché tutto esiste veramente solo come parte dell’amore divino, della fonte dell’essere e della verità. Se la creazione viene strappata dalla sua radice, allora è destinata alla morte: “Infatti chi trova me – dice la Sapienza – trova la vita e ottiene favore dal Signore; ma chi pecca contro di me danneggia se stesso; quanti mi odiano trovano la morte.(Prov 8, 35-36)”(Pavel Florenskij, La colonna e il fondamento della verità, p 326).
    Il medesimo concetto di unità dell’universo sulla base dell’Ologramma eterno lo ritroviamo anche nelle intuizioni di Chiara Lubich, “Avevo l’impressione di percepire, forse per una grazia speciale di Dio, la presenza di Dio sotto le cose. Per cui, se i pini erano indorati dal sole, i ruscelli cadevano nelle loro cascatelle luccicando, se le margherite e gli altri fiori ed il cielo erano in festa per l’estate, più forte era la visione d’un sole che stava sotto a tutto il creato. Vedevo in certo modo, credo, Dio che sostiene, che regge le cose. Le cose erano tutte collegate fra loro dall’amore, tutte – per così dire – l’una dell’altra innamorate. Per cui se il ruscello finiva nel lago era per amore. Se un pino s’ergeva accanto ad un altro era per amore.
    … io sono stata creata in dono a chi mi sta vicino e chi mi sta vicino è stato creato da Dio in dono per me. Come il Padre della (nella) Trinità è tutto per il Figlio ed il Figlio è tutto per il Padre.
    Sulla terra tutto è in rapporto di amore con tutto: ogni cosa con ogni cosa. Bisogna essere l’Amore per trovar il filo d’oro fra gli esseri. Le creature dell’universo sono in marcia verso l’Unità, verso Dio per "indiarsi" (cioè: essere deificate, divinizzate) e s’indiano (vengono divinizzate) attraverso l’uomo: piccola creazione in miniatura.”(Chiara Lubich, Come un arcobaleno, vita e natura fisica, Roma gennaio 2000, pp. 120-122)
    "Non c'è amore più grande di chi dona la vita per gli amici" (Gv 15,13)

  4. #4
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    Predefinito Re: Icone sacre

    Icona della Presentazione di Gesù al Tempio






    “Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la legge di Mosé, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore: "ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore"; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.”
    Luca 2,22-24


    La "Presentazione di Gesù al Tempio" è una delle dodici Grandi feste bizantine. Le notizie storiche più antiche risalgono, come vediamo dal Diario di Viaggio di Egeria, al IV secolo. A Gerusalemme presso la chiesa della Resurrezione (Anastasis), 40 giorni dopo l'Epifania, veniva celebrata la memoria della festa semplicemente con un sermone che verteva sulla presentazione al Tempio di Gesù. Nella tradizione Orientale, questa rilevante festa prese il nome di "festa dell'Incontro" (Hypapànte). Soltanto tra la fine del V e gli inizi del VI secolo le Chiese orientali dell'impero bizantino fecero propria tale festività. La festa venne introdotta nella Chiesa occidentale intorno alla fine del settimo secolo, durante il pontificato di papa Sergio I, un siciliano proveniente dalla tradizione bizantina, con il titolo di "Purificatio Sanctae Marie", cioè purificazione di Maria. Solo dopo la riforma liturgica (Concilio Vaticano II), divenne una festa del Signore e prese il nome di "Presentazione di Gesù al Tempio".
    La legge ebraica, contemplata nel Levitico, prevedeva che se non fossero stati compiuti i giorni della purificazione previsti per le puerpere, queste non potevano toccare alcunchè di sacro, né tantomeno potevano partecipare a funzioni sacre. "Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni; sarà immonda come nel tempo delle sue regole. L'ottavo giorno si circonciderà il bambino. Poi essa resterà ancora trentatre giorni a purificarsi dal suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione." (Levitico 12,1-4). Compiuti che furono i giorni della purificazione, Giuseppe condusse la sua sposa e il Bambino al tempio del Signore, così come prescriveva la legge. Molto frequentemente il modulo iconografico prevedeva la rappresentazione di Giuseppe nella posizione più esterna alla scena, volendo così mettere in evidenza il suo ruolo di protettore della Sacra Famiglia, colui che è pur sempre presente e con affetto e discrezione provvede ai bisogni della sua famiglia. Ma la famiglia di Gesù non è ricca, il povero falegname non ha i mezzi per acquistare un agnello, egli può permettersi di offrire soltanto due colombi. "Se non ha mezzi da offrire un agnello, prenderà due tortore o due colombi: uno per l'olocausto e l'altro per il sacrificio espiatorio. Il sacerdote farà il rito espiatorio per lei ed essa sarà monda". (Levitico 12,8).
    I valori teologici che caratterizzano questa festa sono molto forti, pertanto lo schema iconografico si è fin dall'inizio mantenuto abbastanza stabile. Da un lato la Beata Vergine che porge il bambino a Simeone, dall'altro il Santo vegliardo che lo riceve. Fanno contorno le figure di San Giuseppe e della profetessa Anna. L'unico elemento importante che può differenziare le icone sta nella rappresentazione di Simeone con il bambino in braccio, in altre la tensione del gesto di Simeone per prendere in braccio Gesù. In secondo piano, ma sempre al centro della scena, si intravedono gli elementi che schematizzano il concetto del Tempio: un baldacchino (ciborium), una rappresentazione del presbiterio (vima), o frequentemente una chiesa bizantina. Non è raro vedere sullo sfondo anche degli elementi architettonici esterni; si tratta di un richiamo visivo al pinnacolo su cui il diavolo portò Gesù per tentarlo. "Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio."(Matteo 4,5)
    Il centro della scena è comunque sempre dominato dalla Vergine, ella simboleggia il Tempio vivente.

    Inneggiando al tuo parto
    l'universo ti canta
    qual tempio vivente, o Regina!
    Ponendo in tuo grembo dimora
    Chi tutto in sua mano contiene, il Signore,
    tutta santa ti fece e gloriosa
    e ci insegna a lodarti:
    (Akathistos, XXIII Stanza)
    "Non c'è amore più grande di chi dona la vita per gli amici" (Gv 15,13)

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    Predefinito Re: Icone sacre

    Natività di Gesù - Icone Russe


    La Vergine dà oggi alla luce l'Eterno e la terra offre una grotta all'Inaccessibile. Gli angeli cantano gloria con i pastori, i magi camminano con la stella,poiché per noi è nato un tenero Bambino, il Dio che è prima dei secoli.
    dall'inno sulla Natività di Romano il Melode (sec. Vl)


    Nella nostra tradizione cattolica si dice che il presepe sia nato ad opera di San Francesco, ma egli certamente conosceva e riprodusse i motivi della composizione che la primitiva tradizione iconografica cristiana ha conservato nelle icone ortodosse.
    Alle origini del nostro tradizionale e popolare presepe si trovano quindi gli elementi che compongono anche la iconografia bizantina e poi russa, della scena: Maria, il bambino, Giuseppe, la stella, gli angeli, gli animali, i pastori e anche i Magi (nella tradizione ortodossa, infatti, la memoria della nascita di Gesù comprende anche l’episodio dei Magi). Lo schema della composizione di tale icona risale ai sec. III - IV, e, pur tenendo conto degli elementi descrittivi del racconto evangelico, lo reinterpreta teologicamente.
    Questa icona della Natività della scuola di Rublev (1410-1430), attualmente presso la Galleria Tretjakov di Mosca, costituisce in sè un riassunto della storia della salvezza. Dal VI sec. in poi viene dipinta con un chiaro riferimento alla centralità della Theotokos, la Madre.
    Tre sono i livelli di lettura principali: il primo, nella sfera superiore, si riferisce alla sfera del divino, il secondo, nella sfera di centro, riguarda il mistero dell'incarnazione, il terzo, nella sfera inferiore, illustra il livello dell'umanità. Lo sfondo della scena è quasi tutto occupato da una grande montagna di forma piramidale, rappresentata nel classico stile a balze della prospettiva bizantina. La montagna, con tutte le sue valenze simboliche, unifica i tre livelli mettendoli in comunicazione tra loro.

    La Grotta e il Bambino.
    Nella parte alta dell'icona, un fascio di luce che comprende in sé la stella che guida i Magi, scende come per illuminare l'oscurità della caverna che si apre nel centro della montagna e si suddivide in tre raggi che intendono manifestare l'unità e la trinità di Dio. Al centro della montagna si apre la caverna oscura, la grotta del racconto di Luca, che qui si pone come un riferimento preciso alle fauci dell'abisso, degli Inferi (così come viene rappresentato anche nella icona della resurrezione). Infatti all'ingresso della grotta, centro dogmatico dell'icona, si trova la testa del bambino Gesù, sullo stesso asse di simmetria del fascio di luce. Il bambino è posto in una culla che sembra un sepolcro, avvolto in bende incrociate che rimandano alla sepoltura. il triangolo scuro della grotta, apertura tenebrosa delle viscere, è l’inferno. Il bambino coricato nelle tenebre è la discesa del Verbo agli inferi, “la luce splende nelle tenebre” (Gv 1,5). Per penetrare l’abisso il Cristo nasce all’ombra della morte. Egli è già l’uomo dei dolori di Isaia. Quelle stesse fasce che ora sono indicate dagli angeli ai pastori come un segno di riconoscimento del bambino divino, saranno l’unico segno del risorto per le donne, per Pietro e per Giovanni davanti al sepolcro vuoto. Tutto richiama ed indica la vittoria sulla morte e sugli inferi resa possibile dall' incarnazione.


    La Madre di Dio.
    Fuori della grotta, in primo piano, è rappresentata la madre di Dio, distesa su di un manto rosso fuoco - che è il simbolo del sangue, della vita e quindi dell’amore divino - che la contorna e quasi la isola. La Madre, sfinita, poggia la testa sulla mano e ha lo sguardo perduto nella contemplazione del mistero. Non è rivolta verso il bambino, ma verso di noi: ci accoglie tutti e riconosce in noi la nascita del suo Figlio. Colei che ha generato il suo Creatore, rappresenta la nostra umanità. Il suo grembo è nello stesso asse di simmetria della stella e quindi del bambino, la sua maternità essendo divenuta maternità universale, in un atteggiamento di riflessione e contemplazione interiore dei misteri che stanno svolgendosi: “Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19). Ai lati di questa scena centrale si trovano infatti, tre angeli e due pastori che accolgono l’annuncio angelico: i due mondi (divino ed umano) che sono coinvolti nel mistero. A questi misteri che la coinvolgono si riferiscono le tre stelle che si scorgono sul manto regale che tutta la avvolge e la racchiude, simboli della sua verginità prima, durante e dopo il parto.

    I pastori.
    Nel gruppo di angeli di destra, due sono rivolti verso i Magi ed uno verso i pastori, infatti dice Luca: "vi erano in quella medesima regione dei pastori che pernottavano in mezzo ai campi per fare la guardia al proprio gregge. Or un angelo del signore apparve loro e la gloria del Signore li avvolse sicché furono presi da gran timore" (Lc 2, 6-7).
    I pastori rappresentano "il popolo che camminava nelle tenebre e vide una gran luce"( Is 9,1) l'umanità che riceve l'annuncio dell'avvenimento salvifico, che credono e seguono l'angelo. Ad essi, come a noi, si rivolge lo sguardo materno e pensoso di Maria.

    Il bue e l'asino.
    Nell’icona sono presenti anche degli elementi che non si trovano direttamente nei Vangeli dell’infanzia ma che provengono dai racconti dei Vangeli apocrifi, molto popolari nell’antichità, da cui gli iconografi hanno attinto largamente – senza mai snaturare il messaggio evangelico - tutto ciò che serviva a sottolinearlo e a renderlo più evidente e comprensibile. Il bue e l'asino, per esempio, che non sono citati nei Vangeli, devono la loro presenza alla tradizione del Vangelo dello Pseudo Matteo. Secondo gli autori cristiani raffigurano la parola del profeta Isaia: “Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone; Israele invece, non comprende, il mio popolo non ha senno” ( Is 1,5) e simboleggiano quindi i Gentili. E' interessante osservare come il bambino posto nella mangiatoia per l'asino ed il bue raffigura l’Agnello Eucaristico, come cibo per i nuovi uomini (i gentili ed i greci simboleggiati dai due animali) - anch’egli “fattosi alimento” per la salvezza degli uomini.

    San Giuseppe.
    Nella parte inferiore si trova San Giuseppe rinchiuso anch’esso nel mantello dei propri pensieri, nel suo umanissimo dubbio di fronte al mistero. I vangeli apocrifi si dilungano dettagliatamente sui dubbi e sulle reazioni incredule di Giuseppe davanti al concepimento di Maria, e anche il Vangelo di Matteo lo dipinge mentre è in preda all’incertezza “Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto” (Mt 1,19) Giuseppe, dunque, è l’uomo che si interroga davanti al mistero e di fronte a lui la tentazione del dubbio si materializza e si personifica in una figura di pastore coperto di pelli, la cui vera natura si rivela in alcune rappresentazioni, come in una cupola della Cattedrale dell’Annunciazione a Mosca, attraverso due piccoli corni che gli spuntano sul capo. La tradizione dà al pastore–diavolo il nome di Tirso, che è anche il nome del bastone di Dioniso e dei satiri.

    Le donne.
    Nella parte inferiore, a destra, vi è anche un'altra scena: una o due donne preparano il bagno del Bambino: questo gesto (anch’esso molto sviluppato negli apocrifi, in cui una delle donne è addirittura Eva la progenitrice, reintegrata nella sua antica dignità per la venuta del Redentore) sottolinea da un lato la perfetta umanità del Cristo, e dall'altro è prefigurazione del battesimo, sacramento in cui il discendere nell’acqua ed il risalirne simboleggia la discesa agli Inferi e l’uscita da questi (Rm 6,1-4).

    I Magi.
    In alto a sinistra da lontano giungono, a cavallo, i Magi. Essi rappresentano i santi ed i giusti che, pur estranei al popolo di Israele, saranno compresi ora nel nuovo regno messianico. Così il Cristo è presentato fin dalla nascita come colui che estende l’ Alleanza, iniziata con Israele, a tutti gli uomini. I Magi sono infatti il simbolo dell’umanità alla ricerca del Paradiso perduto, di età diverse, la tradizione iconografica attribuisce loro come caratteristica costante un aspetto giovanile, adulto e senile, riproducendo in una unica sintesi visiva le tre età dell’uomo, viene rappresentata anche la diversità delle razze – simbolo della ricerca di tutto l’uomo e di tutti gi uomini.

    Il Creato.
    Infine in tutta la scena ricorrono elementi vegetali e animali: alberi e arbusti, pecore e agnelli, talvolta un cane. Tutti hanno lo sguardo rivolto verso l’alto come i pastori. Essi esprimono lo stupore del creato in quel momento prodigioso, così come viene descritto in un brano tra i più poetici dei vangeli apocrifi, il protovangelo di Giacomo: “Io, Giuseppe, cercavo di camminare e non mi muovevo. Guardai verso il cielo e vidi che era immobile e verso l’aria e vidi che era piena di stupore e gli uccelli del cielo fermi nel loro volo. E vidi che sopraggiungevano delle pecore e le pecore restarono immobili. E guardai verso la riva del fiume e vidi dei capretti e la loro bocca piegata sull’acqua e non bevevano. E tutto, in un momento, riprese il suo corso normale.” Questa immobilità misteriosa e stupita si riproduce nel nostro presepe, nell’incanto leggiadro e poetico delle statuine che ci ricordano ancora quest’anno e in ogni notte di Natale, la grande tenerezza di Dio per gli uomini che Egli ama.
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    Predefinito Re: Icone sacre

    L'Icona della Natività della Madre di Dio




    Novgorod fine del XV inizio del XVI secolo – 24 x 19.5 cm.




    “(..)giachè una dimora ospitale è stata disposta per il Verbo creatore di tutte le cose; una nube di luce avvolge il Sole di giustizia; allo Sposo immortale viene eretto un talamo di divino splendore; per colui che intreccia le stagioni con i tempi e gli anni viene preparato un incontro nuziale”
    Teodoro Studita, Sulla natività della Signora nostra Madre di Dio.


    Nella tradizione bizantina la Natività di Maria segna l’inizio delle grandi feste liturgiche: “La celebrazione odierna è per noi l’inizio delle feste” esordisce Sant’Andrea di Creta nel suo sermone in occasione di tale festa(omelie,43). La nascita della Tutta Pura, “Tabernacolo dell'eterna gloria” e “Dimora tutta consacrata a Dio” stabilisce l’elemento essenziale per la successiva venuta del Salvatore.
    Probabilmente la festa della Natività ebbe origine nella Chiesa di Gerusalemme intorno al V sec. ove era molto forte la tradizione che voleva la casa natale di Maria situata vicino alla piscina probatoria. La prima traccia sicura risale però al VI secolo, durante il regno di Giustiniano I, e consiste in una composizione di Romano il Melode datata fra il 536 e il 556. Verso la fine del VI secolo - inizi del VII, la Chiesa Costantinopolitana fissò per i primi di settembre la festa della Natività di Maria, non per motivi storici, ma per un semplice parallelismo simbolico. Nel mese di settembre, infatti, iniziava l’anno ecclesiastico e civile nell’impero bizantino, è plausibile quindi che la Chiesa Costantinopolitana abbia voluto identificare questo inizio con l’avvio di tutta l’economia della Salvezza, partita appunto con la nascita di Maria. Una ipotesi vuole che la scelta di questa data sia stata influenzata dalla coincidenza delle feste che onoravano le divinità matriarcali pagane. “Per la Chiesa bizantina, che doveva confrontarsi con l'astrologia (anche nel proprio interno) e con il mito degli astri dei Bogomili, questa scelta esprimeva non soltanto la sostituzione di una festa pagana, ma soprattutto la vittoria di Cristo su satana e i suoi adepti, vittoria a cui partecipava Maria, sua madre.” (Egon Sedler, La Natività della Madre di Dio, in "Le Icone bizantine della Madre di Dio" Ed. Paoline).
    La Chiesa di Roma iniziò a celebrare questa festività soltanto a partire dal 688, quando il papa Sergio I, lo testimonia il Liber Pontificalis, stabilì che l’8 settembre si dovesse celebrare la festa con una processione dalla Chiesa di sant’Adriano al foro, alla Basilica di Santa Maria Maggiore.
    "Non c'è amore più grande di chi dona la vita per gli amici" (Gv 15,13)

 

 

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