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    Predefinito Intervista sul conservatorismo a Spartaco Pupo

    Intervista sul conservatorismo a Spartaco Pupo/1: “Dobbiamo dire grazie a Edmund Burke”



    Il professor Spartaco Pupo insegna Storia delle dottrine politiche all’Università della Calabria ed è membro del comitato scientifico della “Rivista di Politica”, edita da Rubbettino e diretta da Alessandro Campi. È esperto di conservatorismo e comunitarismo. Ha introdotto al pubblico italiano il pensiero conservatore del sociologo americano Robert Nisbet, di cui ha anche tradotto i più importanti scritti politici. Tra i suoi volumi recenti: La comunità e i suoi nemici (Firenze, 2008), La politica senza Noi (Roma, 2011), Robert Nisbet e il conservatorismo sociale (Milano, 2012).

    Professor Pupo, come nasce il pensiero conservatore e chi sono i suoi padri fondatori?

    Il conservatorismo moderno ha un solo padre fondatore: Edmund Burke, il più grande e coerente avversario della Rivoluzione francese e delle sue pretese universalistiche. È difficile rintracciare nella storia del pensiero politico un corpo di idee così strettamente dipendente dal pensiero e dall’azione di un solo uomo. Direi che Burke sta al conservatorismo come Marx sta al comunismo. Tutti i temi delle diverse varianti del conservatorismo che si sono susseguite sino ad oggi appaiono come estensioni degli enunciati originali di Burke, che valgono sorprendentemente in qualsiasi area geografica e situazione storica in cui c’è da combattere l’esasperato progressismo, il radicalismo e le pratiche conseguenze del razionalismo politico. Grazie a questa forte identificazione con il suo fondatore, il conservatorismo, come movimento intellettuale, prima ancora che politico, non è rimasto confinato nella sola Francia “reazionaria” dei Bonald e dei Maistre, ma ha trovato sin da subito rappresentanti autorevoli in tutto l’Occidente, come Coleridge e Southey in Inghilterra, Hegel e Savigny in Germania, Donoso Cortes e Balmes in Spagna, Adams, Hamilton e Randolph di Roanoke negli Stati Uniti, e molti altri ancora.

    In Gran Bretagna e negli Stati Uniti i conservatori vantano una lunga tradizione politica e culturale. Quali sono le differenze tra i due conservatorismi e quali pensatori ne hanno condizionato maggiormente la diffusione?

    Gran Bretagna e Stati Uniti vantano una tradizione conservatrice anche fortunata, direi, se si pensa soprattutto alla forte influenza che le idee dei conservatori hanno spesso esercitato sugli elettori e sulle leadership politiche occidentali. Nell’area di lingua inglese il conservatorismo ha avuto fortuna soprattutto perché si è imposto come una vera e propria ideologia politica, una delle più importanti della storia politica moderna, insieme al socialismo e al liberalismo. Altrove il conservatorismo è stato interpretato come orientamento culturale di singoli intellettuali o vissuto come inclinazione psicologica, attitudine caratteriale propria di singoli uomini politici, come ad esempio Bismarck, per la Germania, de Gaulle, per la Francia. In Inghilterra il conservatorismo ha avuto sin da subito una connotazione popolare, poiché ha costantemente richiamato l’attenzione contro l’assalto giacobino alla proprietà privata, il cui disprezzo è per Burke l’origine di tutti i mali del mondo, e contro la redistribuzione e suoi effetti devastanti sulla varietà dei corpi sociali. Il pronunciato antiegalitarismo, inoltre, non impediva ai conservatori inglesi di criticare il capitalismo sfrenato, la tecnologia e il “nuovo ordine” economico borghese. Coleridge e Southey, conservatori dichiarati, si mostravano talmente diffidenti nei confronti del commercio “impersonale” e degli effetti alienanti della società industriale sui legami comunitari e le lealtà tradizionali da far dire al poeta Shaw che le critiche conservatrici al capitalismo nell’Ottocento erano addirittura più feroci di quelle dei socialisti. Scruton, l’ultimo dei conservatori britannici, sostiene ancora oggi che essere conservatore è l’unico modo per essere antisocialisti senza essere liberali. Gli intellettuali conservatori più famosi d’Inghilterra furono, tra gli altri, il giurista Henry Maine, il poeta Thomas S. Eliot, l’esploratrice Freya Stark e il filosofo Michael Oakeshott, uno dei padri della filosofia politica moderna. Ma il conservatorismo inglese vanta una tradizione di tutto rispetto anche nella politica pratica, per la quantità e la qualità degli statisti “conservatori” che ha conosciuto, tra cui Disraeli, Churchill, Thatcher. Quello inglese è stato un conservatorismo più secolare e pragmatico rispetto a quello americano, che invece si è caratterizzato come movimento prettamente culturale, accademico. Gli americani hanno risentito dell’estetismo religioso e del passatismo romantico proprio dei controrivoluzionari francesi, ma si sono contraddistinti nella costante e ferma opposizione alle tendenze relativistiche e progressistiche del liberalismo e nella rigorosa costruzione di una credibile alternativa culturale al comunismo, grazie a un’organizzazione movimentistica senza precedenti, una “rete” di conservatori che, a partire dagli anni Cinquanta, ha dato del filo da torcere all’intellighenzia liberal, in tutti i settori, dall’editoria al giornalismo, dalle università agli istituti di ricerca e alle fondazioni private. Il movimento studentesco conservatore negli anni Sessanta e Settanta riuscì in molti atenei statunitensi a tenere testa agli esagitati radicali della New Left. La “rinascita” conservatrice americana è stata opera soprattutto di intellettuali come Hallowell, Kirk, Weaver, Viereck, Voegelin, Nisbet, Himmelfarb, Meyer che, sui capisaldi del pensiero di Burke e di Tocqueville, le cui opere proprio in quel periodo iniziarono a circolare in tutti gli ambienti culturali americani, hanno costruito quella solida struttura conservatrice trentennale che ha portato allo storico successo elettorale di Reagan, passato alla storia come il primo presidente degli Stati Uniti a dichiararsi fieramente “conservatore”. La critica alla burocrazia federale e al debito pubblico, i due peggiori mali della centralizzazione politica inaugurata dal New Deal, l’attacco all’individualismo liberale colpevole di aver creato una società di alienati, la conservazione delle comunità naturali e locali, la strenua difesa del costume nazionale, l’indispensabilità della religione e del valore del sacro nella vita degli uomini, il ruolo vitale del rango sociale e della gerarchia, la preservazione dell’autonomia della società e dell’economia dal “potere arbitrario” dello Stato “omnicomprensivo” e l’anticomunismo militante sono sempre stati i punti di forza del conservatorismo americano.

    In che modo queste differenze hanno influito sulle politiche economiche e sociali dei due campioni del conservatorismo degli anni ottanta, Ronald Reagan e Margaret Thatcher?

    Hanno influito principalmente nei cambiamenti sostanziali di tipo sociale e politico introdotti nelle rispettive nazioni. Reagan ha risanato l’economia americana e ha vinto la guerra fredda, senza peraltro sparare un sol colpo, perché è riuscito a identificarsi con il “carattere” e la tradizione della nazione che guidava. La Thatcher fece del contrasto al socialismo, vissuto come il “male della Gran Bretagna”, una missione portata a compimento con successo. Ad unire i due conservatorismi e le loro rispettive manifestazioni storiche, rimane, ad ogni modo, la difesa del localismo, del pluralismo, della divisione del potere, del decentramento amministrativo e, soprattutto, la devozione alla tradizione, carattere tipico del conservatorismo che non è dato trovare né nel pensiero liberale né in quello radicale.

    Generazione Italia |
    Ultima modifica di Florian; 28-10-13 alle 09:01

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    Predefinito Re: Intervista sul conservatorismo a Spartaco Pupo

    Intervista interessante che contiene però delle inesattezze. Pupo, traduttore in Italia di Robert Nisbet, prende spunto da questi per affermare che "nell’area di lingua inglese il conservatorismo ha avuto fortuna soprattutto perché si è imposto come una vera e propria ideologia politica, una delle più importanti della storia politica moderna, insieme al socialismo e al liberalismo." Questa affermazione è senz'altro impegnativa e a mio modo di vedere non veritiera.

    Infatti, come scrive Roger Scruton: "Il conservatorismo inglese ha le sue radici nel retaggio dei ceti alti, nel pacato buonsenso della vecchia costituzione e nelle abitudini senza pretese della gente comune che, nella vita di un Tory, sono un sostituto pratico della riflessione". E va da sé che senza riflessione non possa esserci un'ideologia.

    Continua Scruton: "Nella tradizione britannica i conservatori sono gli eredi di una cultura isolana, nella quale la consuetudine, quale definitiva corte d'appello, prevale sulla ragione (...) Interpellati sull'equità o la razionalità di una qualunque componente del loro retaggio - sia esso il diritto comune, la monarchia, la natura e i meccanismi del parlamento, la Chiesa anglicana e le sue propaggini non conformiste - tendono ad assumere uno di questi due atteggiamenti: o scrollano le spalle, affermando che le cose sono così oggi perché erano così nel passato, o si rifugiano nell'ironia, si prendono in giro da soli, e ammettono l'assurdità di un sistema il cui più grande merito sta nel fatto che nessuno sa perché esista e, di conseguenza, nessuno sa bene perché non dovrebbe esistere".

    Scruton si dice altresì preoccupato dal fatto che "i conservatori britannici, in generale, abbiano preferito evitare di discutere le loro dottrine e continuato a mantenere lo status quo, pur pretendendo, come Margaret Thatcher, di seguire un'agenda progressista e di "ammodernamento", che vede la libertà come meta e lo stato come nemico". "I Tories britannici stanno diventando famosi per l'inconsistenza della loro filosofia, l'irresolutezza della loro politica e i loro ripetuti insuccessi nel lasciare un segno nel mondo delle idee".

    (Roger Scruton, Manifesto dei conservatori, Introduzione)

    Il rappresentante di questo toryismo non ideologico, che potremmo anche definire il toryismo tout court, è Michael Oakeshott per il quale il conservatorismo si sostanziava in un particolare modo di agire nella vita privata e nella prudenza circa l'azione politica.

    Dice Oakeshott: "Essere conservatori significa essere disposti a pensare e comportarsi in determinate maniere; sono preferibili certi tipi di comportamento e certe condizioni negli avvenimenti umani rispetto ad altri... la caratteristica generale di questa inclinazione... si concentra nella proprensione ad utilizzare e gioire di ciò che è disponibile oggi, piuttosto di ciò che lo era prima o lo potrebbe essere in futuro. Ciò che si valuta è il presente; e lo si valuta non in base alle sue relazioni con un remoto passato, né perché lo si ritiene migliore di qualsiasi altra alternativa possibile, ma per via della sua consuetudine... essere conservatori, dunque, è preferire la consuetudine all'ignoto, preferire lo sperimentato al non sperimentato, il dato di fatto al mistero, il qui e ora all'impossibile, il limitato all'illimitato, il vicino al distante... l'utile alla perfezione, il sorriso presente all'utopica risata".

    (Michael Oakeshott, On Being Conservative, citato in Irving Kristol, Neoconservatorismo, autobiografia di un'idea).


    Oakeshott pone dunque quale base del conservatorismo la consuetudine e non l'ideologia. A considerare ideologico il conservatorismo è solo Nisbet ponendo quale alfa e omega di un "pensiero" conservatore le idee di Edmund Burke. Quel Burke che sarebbe stato alla base dell'azione politica di tories inglesi, tradizionalisti latini, romantici tedeschi e infine della "new right" statunitense.
    A mio avviso Nisbet forza un po' quest'interpretazione storica del conservatorismo che alla fine sembra più che altro un tentativo per inserire l'esperienza "eccezionale" del conservatorismo USA in una più ampia dimensione occidentale. Spartaco Pupo, studioso di Nisbet, ci consegna forse un po' acriticamente un'interpretazione del conservatorismo che è principalmente quella del sociologo americano e che essendo stata formulata negli anni ottanta sente oltre che il peso degli anni soprattutto dell'influenza che ebbero "quegli anni" (gli Ottanta) sullo sviluppo e persino la ridefinizione del conservatorismo politico.
    Ultima modifica di Florian; 28-10-13 alle 09:47

 

 

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