Elogio della donna "senza palle"
di Stenio Solinas

Il Giornale 26 Agosto 2009

«Maestà, volete morire zitella?». Così, nel film La regina Cristina chiedeva il primo ministro a Greta Garbo. «Morirò scapolo» era la risposta, una risposta al maschile in sintonia con la “divina” dello schermo e la regina della realtà storica. Quanto testosterone c’era in loro?
Il fascino della Garbo era fatto di tante piccole grandi cose, imperfette, ma uniche. La bellezza di un tipo tutto particolare. Un fisico alto e da spalle larghe, seno piccolo, grandi mani e piedi in proporzione, non ambigua, terribilmente femminile e tuttavia sfuggente, eterea e non carnale. La voce, poi, una bionda con la voce di una bruna, profonda e malinconica, non cristallina e non gutturale, gelida ma attraversata da vampe di calore, seducente senza volerlo, scostante senza sforzo. Il modo di muoversi, un incedere rallentato ma deciso, una sorta di souplesse fatta di leggeri passi lunghi, da puledro di razza più che da felino. E infine, e naturalmente, il volto, un viso di neve luminoso, modellato come quello di una divinità pagana, una sorta di lago limpido con grandi occhi neri a fare da àncore, moderno ed eterno. Quanto testosterone c’era in lei?
Quando i maschi vogliono fare un complimento a una donna, a sottolinearne il carattere e l’indipendenza, se ne escono con una frase ambigua e un po’ infelice. «È una con le palle», dicono. Adesso la ricerca di due studiosi italiani, Paola Sapienza e Dario Maestripieri, pubblicata sul Proceeding of the Natural Academy of Sciences, ci spiega che un alto livello di testosterone nel sesso femminile aumenta l’aggressività e la competitività sul lavoro e che quindi in quel modo di dire c’è una verità biologica. Secondo lo studio, il segreto delle donne in carriera, insomma, è avere nel corpo qualcosa di maschile: quelle con tanto testosterone sono portate a scegliere carriere più rischiose in settori molto competitivi, come al finanza o la politica.
Non essendo scienziati, ci fidiamo, ma ci sarà consentito di aggiungere che in quell’affermazione c’è anche e non solo il retaggio di un’educazione e di una visione del mondo e, se si vuole, l’anelito verso quell’unità degli opposti che nel mondo antico aveva le sue statue e le sue divinità.
In quella fabbrica di miti moderni che è il cinema, il miglior esempio in tal senso resta forse quello di Marlene Dietrich, la cui immagine nella sua epoca d’oro fu tutta giocata sull’ambiguità, sull’androginia, sulla trasgressione... Nata come femme fatale, mantide religiosa che umilia e distrugge il povero professor Unrath dell’Angelo azzurro, la Dietrich evolse poi nel ruolo di avventuriera seducente e misteriosa, amante ma anche amica, troppo ironica per essere solo sexy, troppo sexy per essere solo una compagna. Si guardi anche alle sue storie d’amore o di amicizia: l’estrema virilità di alcuni, da Gary Cooper a Jean Gabin, a Ernest Hemingway, ne sottolineerà la sua componente femminile, l’estrema femminilità degli altri, da Josef von Sternberg a Eric Marie Remarque, farà risaltare il suo côté maschile.
Visto con gli occhi spregiudicati dell’oggi, il meccanismo appare talmente semplice da sembrare banale: un frac, uno smoking, un’uniforme, una sigaretta accesa e il gioco della trasformazione è compiuto. Eppure, nell’immagine maschile-femminile della Dietrich c’è qualcosa di più e di diverso. Non c’è il travestitismo equivoco, che può portare alla confusione dei generi: è un’ambiguità, caso mai, di testa, non fisica, è un modo di essere, più che di apparire. In La taverna dei sette peccati, dove Marlene è Bijou, cantante di night che si esibisce con la divisa della marina americana, il tenente Brent, John Wayne sullo schermo, sa perfettamente cosa si cela sotto l’uniforme. Vestiti più o meno allo stesso modo, lui una camicia bianca con le maniche rimboccate e il nodo del papillon slacciato, lei una camicia bianca con la cravatta, entrambi una mano in tasca e una Camel in bocca, facevano sì che il film trasmettesse all’immaginario maschile, che è quello che qui ci interessa, il sogno di una donna con cui ridere e scherzare come se fosse un uomo, mantenendo però quella femminilità che fa la differenza... La differenza, appunto.Dicono i due ricercatori che la competitività femminile in campo finanziario deve molto al testosterone di chi la incarna ed è un segno dei tempi che il rischio, l’azzardo, la mascolinità, se si vuole, siano oggi appannaggio di ciò che nelle società classica era considerata un’attività mercantile, in quanto tale secondaria rispetto al mestiere delle armi o alla speculazione intellettuale, religiosa e no. L’aristocrazia era il governo dei migliori, non dei più ricchi, gli affari, il commercio non erano il fine ultimo della vita, né ciò da cui una vita traeva lustro. Il «folle volo» dell’Ulisse dantesco era fatto per seguir virtute e canoscenza non per mettere su una multinazionale. E spiega perché Penelope rimanesse comunque in paziente attesa del ritorno di un uomo simile... Anche se per tenere a bada i Proci dimostrava di avere testosterone da vendere.