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  • 1 Post By Gianky

Discussione: Suggestioni per il nuovo millennio: il cosmismo russo, questo sconosciuto

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    Ghibellino
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    Predefinito Suggestioni per il nuovo millennio: il cosmismo russo, questo sconosciuto

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    1. Introduzione

    Con il termine “Cosmismo” s’indica un vasto movimento culturale nato e sviluppatosi in Russia a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Una corrente che unisce filosofi, scienziati ed artisti, che amalgama elementi radicati nella tradizione spirituale dell’anima russa con la scienza e la tecnica occidentale moderna. Una corrente sorprendentemente creatrice, fertile ed eclettica, che è stata capace di partorire ed influenzare alcune delle più importanti personalità russe del novecento, cresciuto in quell’humus culturale unico da cui è germogliata anche l’altra grande rivoluzione del tempo, l’ ‘assalto al cielo’ del bolscevismo, influenzandosi reciprocamente. Fino alla scomparsa dell’URSS, il cosmismo è stato oggetto di scarsa considerazione in Occidente, vittima indiretta della Guerra Fredda. Ancor oggi non ci sono studi approfonditi, e in Italia mancano anche le traduzioni dei principali scritti dei maggiori cosmisti.
    Come suggerisce il nome – il termine filosofia ‘cosmica’ fu impiegato per la prima volta da Konstantin Tzjolkovskij – il minimo comune denominatore delle diverse personalità del cosmismo è dato dalla prospettiva cosmica entro la quale inseriscono la Terra e l’umanità: la prima – un granello di polvere sparso nell’universo e con questo inestricabilmente legato – è abitata dalla specie umana a cui spetta il compito di procedere, attraverso un uso coraggioso della scienza e della tecnica, i suoi strumenti più importanti ed efficaci, all’armonizzazione della vita sulla Terra fino alla conquista del sistema solare e degli sterminati spazi galattici. E’ questo il compito cosmico che si apre all’homo faber del XX secolo. La Pale Blue Dot (in italiano pallido punto blu o pallido puntino azzurro) è una fotografia del pianeta Terra scattata nel 1990 dalla sonda Voyager 1, quando si trovava a sei miliardi di chilometri di distanza

    Questa dimensione cosmica e la centralità attribuita all’azione tecnico-scientifica umana, sono il minimo comune denominatore che però non esaurisce la complessità di questa corrente culturale: il cosmismo è infatti caratterizzato anche da una forte componente di afflato spirituale variamente espressa e più in generale tutti i cosmisti erano dei talenti riconosciuti nel proprio campo specifico – fosse questo quello filosofico, religioso, scientifico o artistico – pensatori originali ed autonomi che richiederebbero ognuno un’analisi individuale approfondita. Tra le tantissime personalità russe che si possono ricondurre al cosmismo, primeggiano quelle di Nikolaj Fjodorovich Fjodorov (1829-1903), Konstantin Tzjolkovskij (1857-1935) e Vladimir Vernadskij (1863-1945). E’ su queste tre figure che concentreremo la nostra attenzione partendo da quello che, primo in ordine cronologico, è stato considerato dai suoi contemporanei il ‘Socrate di Mosca’, padre fondatore del cosmismo russo, al quale ha associato un profondo ed indelebile carattere religioso-spirituale unito ad una temerarietà tecnico-scientifica senza precedenti; una personalità che con il suo pensiero, come vedremo, manda in cortocircuito il modello occidentale di inconciliabilità tra tecnoscienza da una parte - anche la più audace – e religione dall’altra.



    2. Nikolaj Fjodorovich Fjodorov «La più piena e profonda assimilazione del concetto di dovere è necessaria per non cadere nell’afflizione e perdere la speranza, per restare sempre fedeli a Dio e agli antenati, perché l’umanità dovrà superare delle difficoltà di tale portata che terrorizzerebbero anche le immaginazioni più temerarie. Solo un lavoro duro e prolungato ci purificherà nel compimento del nostro dovere, portandoci alla resurrezione e alla comunione con la Trinità dell’Essere, mentre noi rimaniamo, come Lui, persone immortali e indipendenti, capaci di sentire e consapevoli della nostra unità. Solo allora avremo la prova definitiva dell’esistenza di Dio e saremo faccia a faccia con Lui».
    Un bibliotecario ascetico
    Nikolaj Fjodorovic Fjodorov è stato il pioniere del cosmismo e come tale ha lasciato un segno profondo nella storia della Russia. La sua ‘filosofia della causa comune’ ha influenzato i lavori di tantissimi scienziati come Konstantin Tzjolkovskij, Vladimir Vernadskij e Alexander Chizhevsky, e il pensiero filosofico-religioso di Vladimir Soloviev e Nikolaj Berdjaev; ha avuto un profondo impatto sul lavoro dei maggiori esponenti della letteratura russa del novecento come Fëdor Dostoevskij e Lev Tolstoj, Valery Brjusov e Vladimir Majakovskij, Nikolai Klyuev e Velimir Chlebnikov, Maxim Gorky e Mikhail Prishvina, Andrej Platonov, Boris Pasternak e Aleksandr Bogdanov.
    Ma chi era Fjodorov, il ‘Socrate di Mosca’?
    Nikolai Fjodorov nacque nel 1829 nel villaggio di Kliuchi, nella provincia di Tambov, nel sud della Russia. Fu il figlio illegittimo che il principe Pavel Gagarin ebbe con Elizaveta Ivanova, della quale si hanno scarse notizie. Molto presto il piccolo Nikolai sarebbe stato costretto a separarsi dalla madre a causa delle politiche matrimoniali del padre. L’infanzia di Fjodorov ha lasciato profonde impronte sul suo pensiero filosofico-religioso. Ecco come Fjodorov ricorda i suoi anni d’infanzia: “Degli anni dell’infanzia, tre ricordi mi rimangono chiari in mente: ho visto un pane nero, molto nero, di cui (ho sentito dire), i contadini si nutrivano in quelli che probabilmente erano anni di carestia. Fin da bambino ho sentito una spiegazione della guerra (in risposta ad una mia domanda) che mi ha messo una confusione terribile: ‘In guerra la gente si spara uno all’altro’. E, infine, ho imparato che alcune persone non sono nostri parenti, ma estranei, e anche tra i propri parenti alcuni non sono parenti, ma estranei”. La lotta contro la natura matrigna, contro la distruzione reciproca degli uomini – soggetti a questa natura – e la ricerca di una causa comune che sia in grado di unire e rendere fraterni l’uno all’altro gli uomini, sono i cardini del pensiero di Fjodorov – che analizzeremo in dettaglio più avanti – che emergono in nuce già in questi brevi ricordi d’infanzia. Il monumento dedicato a Nikolai Fedorovic Fedorov di fronte alla biblioteca di Borovsk (? ????? ???????. | ??????? XPEH-13

    Nel 1869 Fjodorov si trasferì a Mosca e dal 1874, per venticinque anni, avrebbe lavorato come bibliotecario presso il Museo Rumyantsev della città.
    Fjodorov condusse una vita ascetica, cercò di non possedere alcuna proprietà, una parte rilevante dei suoi stipendi veniva distribuito ai suoi ‘compagni’ e si muoveva sempre a piedi. Rifiutava di farsi fotografare e ritrarre. L’unica immagine che ci è pervenuta è quella segretamente dipinta da Leonid Pasternak.
    Fjodorov considerava immorale la proprietà privata delle idee e dei libri. Tutto ciò che faceva la mente umana era patrimonio comune di tutte le persone, perché era la continuazione dei pensieri e degli scritti delle generazioni precedenti.
    Pertanto Fjodorov lasciò solo appunti e note di testo che, dopo la sua morte avvenuta nel 1903, furono conservate e sistematizzate da due suoi discepoli nel libro, distribuito nel 1906, che aveva per titolo: ‘La filosofia della causa comune’.
    Una filosofia dell’azione contro la natura matrigna
    La ‘filosofia della causa comune’ di Fjodorov era una visione del mondo che, mescolando elementi religiosi del cristianesimo ortodosso con le scoperte della scienza e della tecnica del tempo, chiamava l’umanità a fraternizzare unendosi in una lotta comune per vincere la morte, per dominare le forze cieche della natura, per ridare la vita agli antenati e per essere infine degni, incarnado la volontà divina, di portare la razionalità nell’intero universo. Una filosofia religiosa pragmatica e proiettiva che, con estrema veemenza, poneva di fronte agli uomini compiti titanici – anche se in Fjodorov non c’è niente di ‘titanico-prometeico’ nel senso che gli viene comunemente attribuito in Occidente, come una rivolta contro il divino, perché la ‘causa comune’ è invece conforme alla volontà di Dio – compiti grandiosi come la resurrezione, o rianimazione, dei padri e degli antenati ad opera dei figli. Qui raffigurati nel dipinto di Leonid Pasternak sono Nikolay Fedorov, Vladimir Solovjev e Lev Tolstoy

    Secondo Fjodorov questa ‘causa comune’ è così straordinaria che sarebbe in grado di assorbire e mobilitare tutte le energie di coloro che, attualmente, le spendono in discordie e guerre reciproche; la pace e la fraternità tra gli uomini saranno possibili solo quando l’umanità unirà le sue forze per questo compito comune. La ‘causa comune’ è “un’attività totalizzante, ampia, pura”, che dà un senso all’esistenza dell’uomo sulla Terra, che altrimenti è costretto a “ricorrere a fantasie, rapimenti estatici e all’abuso di droga”. “L’oggetto di quest’azione saranno le forze cieche della natura, le ceneri dei padri o le molecole e gli atomi provenienti dalla decomposizione dei loro corpi, perché queste sono le forze cieche ed irrazionali che devono essere comprese e controllate”. Solo allora la storia cesserà di essere la saga delle battaglie fratricide umane, “per diventare la cronaca della battaglia comune contro le forze cieche della natura che agiscono fuori e dentro di noi; non una battaglia contro gli altri, ma una lotta che porta all’unione contro la morte, per la resurrezione e la vita”. E’ compito dell’umanità quello di arrivare finalmente a governare le forze cieche della natura come i terremoti, le inondazioni, i diluvi, le siccità, le malattie, che portano la distruzione, la carestia e la morte; quest’ultima per Fjodorov – e lo vedremo meglio in seguito – è solo un fenomeno naturale che può e deve essere superato dalla “conoscenza e dall’azione” dell’uomo; anzi, dovere dell’uomo – dei figli – è riportare in vita i padri, gli antenati, vittime delle forze cieche della natura, utilizzando la scienza e la tecnologia, strumenti della ragione umana.
    Per Fjodorov non c’è niente di più naturale dell’uso razionale dell’intelligenza per dominare le forze cieche della natura, mentre è innaturale il continuo dispiegarsi di queste forze cieche di fronte alla ragione, perché mostrano l’inattività della ragione stessa. All’operosità dell’umanità guidata dalla ragione e unita nella ‘causa comune’, si aprono campi d’azione sterminati non limitati dal tempo: “Per un grande intelletto capace di abbracciare in una formula i movimenti sia dei più grandi corpi celesti dell’universo che degli atomi più piccoli, niente rimarrà sconosciuto, il futuro e il passato gli saranno accessibili”; l’oggetto dell’azione non avrà neanche confini spaziali, “sarà l’intero universo, che oggi soggiace alle forze cieche della natura; che oggetto straordinario!!”. (…) “I problemi di carestie ed epidemie ci spingono a trascendere i confini del mondo. Il lavoro umano non dev’essere limitato dai confini del pianeta, in particolar modo dal momento che non esistono confini né frontiere. Il pianeta Terra è aperto da tutti i lati. I mezzi di trasporto, e le modalità con cui viviamo in ambienti diversi, possono e devono essere cambiati”. “La peste”, Gaetano Zumbo, (XVII secolo) conservata al museo della Specola di Firenze

    Questa lotta contro le forze cieche della natura, contro la “natura portatrice di morte”, non è qualcosa di anomalo, peculiare della modernità e sviluppatosi solo negli ultimi secoli dei ‘lumi’ – caratterizzati dall’affermazione del pensiero scientifico – rompendo con un presunto stato precedente fatto di equilibrio armonioso tra l’uomo e l’ambiente, ma fin dalle sue origini la specie umana ha sempre sentito e riconosciuto “l’imperfezione della natura, e non l’ha mai accettata come una legge. Ha rotto questa legge quando ha fatto il suo primo passo, perché la sua postura verticale ha sfidato la forza di gravità, la legge più universale della natura. Questa posizione verticale non è naturale per l’uomo – è sovrannaturale – e l’ha raggiunta artificialmente, attraverso lo sforzo (con fasciature e altri metodi di adattamento)”.
    L’uomo deve costruire il suo futuro con il sudore della fronte ed il lavoro creativo; lo condanna a questo destino la sua mancanza di specializzazione naturale, diversamente da tutti gli altri esseri animali. Alcune considerazioni di Fjodorov su quest’argomento ricordano quelle dell’antropologia filosofica sviluppata successivamente da Arnold Gehlen. Scrive infatti Fjodorov: “Non si può dire dell’uomo che è una creazione della natura. Al contrario, è il risultato di una sotto-creazione, di privazione, di un pauperismo naturale che è condiviso dai ricchi e dai poveri, è un proletario, un paria tra le creature viventi. Eppure, in questo sta l’origine della sua futura grandezza; privo di protezione naturale e mezzi di difesa, ha dovuto crearli da sé con il proprio lavoro. Pertanto l’uomo valorizza solo ciò che è stato creato dal lavoro, o che espande l’area di applicazione del lavoro; non è difficile immaginare che il culmine di questo movimento in avanti dev’essere che tutto ciò da cui la vita umana dipende sarà conseguito attraverso il lavoro, in modo che gli esseri umani dipenderanno unicamente dal loro lavoro”. All’uomo si apre sempre di più, con il trascorrere del tempo, la necessità di ampliare il proprio campo d’azione: “Tutto il mondo, i processi meteorologici, tellurici e cosmici, ricadranno sotto la responsabilità dell’uomo, e la natura sarà il suo lavoro. L’uomo è spinto verso quest’obiettivo dalla fame, dalle malattie e da altre calamità, in modo che ogni volta che ritarda ad espandere l’area di applicazione del lavoro, la portata dei disastri si amplia. Così la natura punisce l’uomo con la morte per la sua ignoranza e la sua pigrizia, e lo spinge ad espandere sempre di più la sua attività lavorativa”. Di fronte a questo destino insieme tragico ed eroico, l’uomo rischia di non riuscire a sopportare il carico psicologico di questo fardello di cui è sempre più consapevole, e di non essere pertanto all’altezza degli obiettivi della ‘causa comune’, rinunciando all’azione creatrice e accettando timorosamente la subordinazione alla natura: “L’attuale generazione è troppo spaventata dalla grandezza del tempo e dello spazio rivelato dalla geologia e dall’astronomia, ed è stata così condizionata da quattro secoli di culto della natura, che percepisce solo la sua insignificanza, e teme addirittura a contemplare uno sforzo come quello del controllo del tempo”. Illustrazione della carestia Finlandese, 1866-1868

    Per Fjodorov il compito della regolazione della natura da parte dell’uomo non ha niente a che vedere con l’attuale spogliazione capitalistica delle risorse naturali del pianeta: “La natura è il nostro nemico provvisorio, ma il nostro amico eterno, poiché non vi è alcuna ostilità eterna, e la rimozione del provvisorio è il nostro compito”.
    L’attuale relazione tra l’uomo e la natura, in particolare negli Stati Uniti, è per Fjodorov caratterizzata dallo sfruttamento e guidata dalle logiche individualistiche del profitto e dei brevetti, per la produzione di oggetti – ‘giocattoli’ nella terminologia di Fjodorov – meschini, inutili ed infantili, e per la produzione di micidiali armi da guerra per la distruzione reciproca: “I capitalisti considerano la natura come un magazzino da cui estrarre i mezzi per una vita confortevole e piacevole, per distruggere e sperperare la ricchezza della natura accumulata nel corso dei secoli”. Fjodorov crede, invece, che questo rapporto dovrebbe essere di regolazione e ricreazione – contrario allo sfruttamento predatorio del capitalismo industriale e del militarismo – e porsi compiti degni della maturità, dell’età adulta dell’uomo, come il governo dei processi meteorologici e ‘tellurico-solari’, la lotta contro la morte e la resurrezione degli antenati. Essere maturi significa saper ascoltare la natura, “questa forza cieca che non ci chiede altro se non quello di dotarla di ciò che gli manca: una direzione razionale, una regolamentazione”. Raggiungere l’età adulta significa rifiutare le logiche individualiste e comprendere che finchè l’umanità sarà disunita, sarà impossibile la regolamentazione della natura: “La nostra disunione persiste perché non c’è un compito comune capace di unire gli uomini. Il regolamento, il controllo della forza cieca della natura, può e deve diventare il grande compito comune a tutti noi”.
    Nei paesi industrializzati come gli Stati Uniti “la scienza non può venire a pieno compimento perché non riesce a trovare applicazioni sufficientemente grandi per accordarsi con l’ampiezza della conoscenza. Negli USA la realtà non coincide con la conoscenza perché la realtà è limitata dalla produzione d’inezie e frivolezze, mentre la conoscenza tende a comprendere la natura come un tutto. Chiaramente, la scienza ha superato la sua culla. La fabbrica e l’officina sono troppo costrittive; la scienza ha bisogno di più spazio”. Fjodorov rimarca pertanto l’indispensabilità dell’unione planetaria di tutti i popoli nella causa del compito comune: “Il compito di trasformare la forza cieca può essere realizzato solo da una comunità di tutti i popoli e le nazioni”, nella fraternità e nell’unione dell’umanità. E’ necessario infatti che i popoli del mondo si uniscano ed obbediscano ad un piano scientifico unitario: “La storia non può essere la nostra azione, il risultato della nostra attività, fintanto che viviamo in discordia. Anche quando siamo uniti, la nostra vita tribale non può essere governata dalla ragione, finché l’uomo dipende dalle forze cieche della natura e finchè non riesce a farne lo strumento di una ragione e di una singola volontà collettiva”.
    Quest’unione comporterà la trasformazione di tutti i popoli, con l’aiuto degli intellettuali, in una forza scientifica collettiva. Ovviamente gli intellettuali e gli scienziati dovranno essere disposti a riunirsi in una “commissione atta all’elaborazione di un piano d’azione comune”, senza il quale l’umanità non può agire come un singolo essere, non può raggiungere l’età adulta.
    I popoli riuniti saranno guidati da un capo carismatico, che Fjodorov, di impostazione monarchica, individua nello Zar di Russia, a cui spetterà un compito universale: “Solamente l’imperatore dell’Impero indiviso, che porta il suo esercito non a confrontarsi con gli esseri umani, ma con la forza cieca ed oscura della natura, può entrare con i suoi compagni d’armi nel paradiso che stanno creando”.
    Gli eserciti – che dispongono di strumentazioni e mezzi tecnici all’avanguardia – dovranno essere radicalmente trasformati, data l’impossibilità della loro abolizione, come sperano invano i pacifisti: “Di rilevante importanza sarà la trasformazione delle attività militari nello studio della natura; un nuovo scopo sarà dato agli eserciti – quello della ricerca scientifica. Così inizierà il passaggio da un’attività innaturale ed ostile – la lotta contro i propri consanguinei – ad un’azione naturale e razionale sulle forze cieche ed irrazionali della natura, che ci infliggono siccità, inondazioni, terremoti e altre catastrofi, e ci riducono, esseri razionali che siamo, ad una dipendenza innaturale da queste forze”. “Il trionfo del tempo”, Gaetano Zumbo, (XVII secolo) conservata al museo della Specola di Firenze

    Il servizio militare, così trasformato da forza negativa a forza positiva, esteso a livello mondiale, viene visto come una preparazione “per una lotta sacra e comune, non contro gli altri, ma per gli altri, contro la forza della natura che agisce al di fuori e dentro di noi”.
    Allora finalmente “un’umanità unita diventerà la coscienza del pianeta Terra e dei suoi rapporti con gli altri corpi celesti”.
    L’avversario dei misticismi
    Come risulta evidente da quanto fin qui visto, la filosofia della ‘causa comune’ di Fjodorov si pone in modo antitetico rispetto all’attività meramente mistica-contemplativa, al ruolo passivo dell’uomo di fronte al mondo e alla natura e a chi cerca di porre limiti al campo d’azione del lavoro umano. I suoi attacchi al misticismo, considerato come una forma infantile o minore dell’umanità – che dovrà presto lasciare il posto ad una fase di maturità in cui la specie umana si unirà attorno alla ‘causa comune’- si rivolgono in particolare contro Solov’ev, Kant, Dante e Tolstoj, e alle forme religiose inattive e passive di fronte alla natura come il paganesimo e il buddismo, o alle attività ridondanti ed inconcludenti dei dotti; la ‘causa comune’ indica invece all’uomo la necessità di cominciare a costruire, qui ed ora, grandi piani d’azione per realizzare migliori – e infine paradisiache – condizioni di vita, che portino alla fraternità degli uomini e alla resurrezione dei padri.
    Secondo Fjodorov non è un caso che Solov’ev abbia abbandonato la facoltà di fisica e matematica preferendo le ‘parole’ e la filosofia, perché “la potenza attiva portata all’uomo dalla fisica è sembrata a Solov’ev assolutamente insignificante in confronto al potere immaginario conferito dal misticismo, dalla magia e dalla Kabbala”. Eppure, i mezzi tecnico-scientifici attuali non sono apparenti, “e anche se oggi solo pochi di essi sono effettivamente operanti, in futuro saranno incomparabilmente maggiori: tentativi di regolazione del processo meteorologico, della pioggia, della grandine, della radiosità polare; tentativi di scongiurare minacce sotterranee, terremoti; tentativi di eradicazione delle malattie epidemiche, di contrastare il declino dell’organismo e, infine, i tentativi di rianimazione. (…) Il percorso da attuare non è attraverso l’abolizione del reale, ma piuttosto verso il perfezionamento del mondo materiale e verso la reale, non mistica, esecuzione dello spirituale e della rianimazione”.
    Anche Kant finisce nel mirino di Fjodorov. Nel filosofo della “Critica della ragion pratica” non si trova traccia di un grande progetto e di un vasto piano capace di mobilitare l’umanità: “Per Kant la pace è solo il nostro pensiero, non la realtà”, mentre per Fjodorov il pensiero deve diventare pianificazione, altrimenti l’uomo cade vittima di attività illusorie come “l’ipnotismo, lo spiritualismo e così via”. C’è bisogno invece di una grande azione comune realizzabile solo da tutta l’umanità nel suo insieme. “Kant invece cerca solo di spiegare i sistemi dell’universo senza partecipare ed agire in questi mondi con la forza creatrice della ragione”.
    Anche la “Divina Commedia” del ‘nostro’ Dante è in conflitto con la filosofia della ‘causa comune’ di Fjodorov: “La prima carenza del Paradiso di Dante – questo paradiso per minori, per coloro che considerano l’immortalità e la beatitudine come un loro diritto di nascita e non come il risultato del lavoro – è che questo paradiso non è stato creato da loro; esiste già, è stato creato per loro ma non da loro. (…) Eppure la felicità risiede in primo luogo nel lavoro di creazione, e la regolazione del processo meteorologico è la prima fase del compito celeste – la creazione di paradiso”.
    Seguendo il filone delle precedenti critiche è facile intuire i rimproveri che vengono mossi da Fjodorov a Tolstoj, accusato di voler cambiare l’umanità solo con il potere delle parole, ma il “pio desiderio non è di alcuna utilità, perché cause profonde e potenti – che affondano nella forza cieca della natura che è presente sempre e dappertutto, dentro e fuori di noi – spingono le persone ad assumere atteggiamenti ostili gli uni verso gli altri”.
    In ultimo, anche i dotti finiscono sotto l’accetta di Fjodorov. Gli intellettuali, che risiedono negli agi e nelle comodità della città, lontano dai duri campi di lavoro dei villaggi delle campagne esposti alle intemperie naturali e alle sofferenze, si dilettano a “studiare la natura così com’è senza pensare a quello che dovrebbe essere affinché il mondo diventi perfetto. Hanno studiato le cause senza considerare i fini. Nessuno scopo superiore guida la loro ricerca scientifica, che spesso è puramente casuale”. Solo quando i dotti passeranno dalla conoscenza all’azione, solo allora “progrediranno da una conoscenza di ciò che è a quella di ciò che deve essere”.
    La vera religione
    Al contrario del buddismo e del paganesimo, accusati di essere mistici e passivi di fronte alla natura, per Fjodorov l’unica vera religione è quella cristiana anche se, qualora il cristianesimo si rifiutasse di incarnare “il compito divino della causa comune” contro le forze cieche della natura, finirebbe per diventare indistinguibile dal paganesimo, un errore che si è già verificato in passato, in particolare nel cattolicesimo, dove la contemplazione ed il mistero sono stati abusati fino a negare l’attività creatrice dell’uomo. Eppure il cristianesimo rimane “l’unica religione vivente ed attiva, per il quale il problema della vita e della morte è un problema religioso, quello della resurrezione; così è quando ogni venerdì chiede: ‘Perché soffrono i viventi?’, quando ogni sabato domanda: ‘Perché gli esseri viventi muoiono?’ e infine quando ogni domenica chiede: ‘Perché i morti non sono tornati in vita? Perché quelli che sono nelle loro tombe non sono risorti?’”. Pertanto per Fjodorov una religione vivente, come quella cristiana, è quella che trasforma in religione il problema della vita e della morte, del ritorno della vita, della resurrezione, che pone l’uomo di fronte ai suoi doveri di creazione e di lotta contro le forze cieche della natura. Questo è il senso profondo della religione cristiana, annunciata una volta per tutte con la venuta di Cristo. Per Fjodorov la rivelazione divina è finita ed è ora iniziato il tempo dell’azione dell’uomo; le profezie apocalittiche servono solo a spronarne le energie per il lavoro creativo, non sono il monito di un destino ineluttabile: “Il pauroso Giudizio Universale è solo una minaccia per l’immaturità del genere umano“. Fjodorov esprime quindi la possibilità di evitare il giudizio universale e le sue conseguenze irrevocabili, grazie al lavoro attivo dell’uomo. Se gli obiettivi della ‘causa comune’ saranno fatti propri dal genere umano, allora non ci sarà la fine del mondo; l’umanità, con una natura trasformata e definitivamente dominata, avrà esperienza diretta della vita eterna.
    Per Fjodorov la creazione del mondo non è stata terminata da Dio, ma è continuata dall’uomo, a cui spetta il compito di completarla: “Dio-Creatore creò l’uomo in corrispondenza ad un’idea creativa, quella che fosse un ri-creatore”; “Dio è lo Zar, che fa di tutto non solo semplicemente per l’uomo, ma anche attraverso l’uomo; (…) il Creatore attraverso di noi ricrea il mondo”. Ma l’uomo – e questa è l’interpretazione che Fjodorov fornisce del peccato originale – “preferì il piacere e non riuscì a sviluppare, a creare organi adatti a tutti gli ambienti, e i suoi organi divennero atrofizzati e paralizzati, e la Terra diventò un pianeta isolato. Il pensiero e l’essere si separarono”. Il peccato originale dell’uomo sta nel non essersi applicato a dovere nel suo lavoro creativo che avrebbe dovuto trasformare anche la sua corporeità fisica per permettergli di muoversi a piacere, come un angelo celeste, negli spazi sconfinati del cosmo. La ‘causa comune’ ha pertanto il compito di ridare all’uomo la consapevolezza del suo compito creativo divino, perché “gli esseri umani sono stati creati per essere i poteri celesti in sostituzione degli angeli caduti, per essere strumenti divini di Dio al fine di governare l’Universo e ripristinarne la magnificenza incorruttibile che aveva prima della Caduta”.
    Fjodorov usa spesso anche il termine ‘supramoralismo’ per determinare l’essenza della ‘causa comune’: “Supramoralismo, o la risposta alla domanda, ‘Per cosa è stato creato l’uomo?’, indica che la razza umana, tutti i figli dell’uomo, attraverso la regolamentazione dei mondi celesti, diventerà essa stessa una forza celeste che regola i mondi dell’Universo”.
    Fjodorov vuole un cristianesimo operante hic et nunc, non una religione che accetta come un dato di fatto la subordinazione dell’uomo alle forze cieche della natura. Il ‘Socrate di Mosca’ esige che il paradiso, “il regno di Dio, non siano qualcosa di un altro mondo, ma di questo mondo, qui ed ora; una trasfigurazione di questa realtà terrena, che si estenda a tutti i mondi celesti e ci conduca vicino al mondo ignoto. (…) Il Paradiso, o il regno di Dio, non è solo dentro di noi, non è solo un regno mentale e spirituale, ma anche visibile, tangibile, percepibile ai nostri organi”.
    Per Fjodorov la giustificazione religiosa dell’attività creatrice dell’uomo e del suo compito divino, trovano una totale corrispondenza in uno dei dogmi principali del credo cristiano, quello delle due nature di Cristo, che dev’essere inteso praticamente e come un comando: anche l’uomo può e deve diventare un essere semi-divino, un angelo celeste, raggiungendo l’immortalità e l’eternità, resuscitando i propri antenati: “Supramoralismo è sinonimo del più grande comandamento, di diventare perfetti come il Padre nostro che è nei cieli; ci chiama al compito di ri-creazione e rianimazione per paragonarci al Creatore, perché così ha pregato Cristo nella sua ultima preghiera, ‘Perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’ essi in noi una cosa sola’”.

    La resurrezione dei padri e la vittoria sulla morte
    Il compito della resurrezione dei padri affonda nella mirabile testimonianza della resurrezione di Cristo e della Pasqua, perno di tutta l’impalcatura dottrinaria cristina, ma è anche una speranza ed un afflato spirituale universale che trova riscontro nelle credenze pagane dell’umanità, a testimonianza di un sentimento assoluto, primordiale, non ancora contaminato dal misticismo e dal culto delle leggi di distruzione-procreazione della natura: “Nel cristianesimo l’arte e la conoscenza sono riunite nella Pasqua, e anche nel paganesimo il culto degli antenati può portare la religione alla perfezione, alla realtà e all’attuazione. La religione come una simbiosi tra conoscenza e azione è il culto dei morti, o la Pasqua della sofferenza e della resurrezione. La religione è la preghiera universale di tutti i viventi di fronte alla sofferenza e alla morte, una preghiera per il ritorno alla vita di tutti i defunti. Il Cristo sofferente e risorto è il prototipo di tutti i figli dell’uomo. Due settimane nel corso dell’anno sono dedicate a Cristo, ma le altre cinquanta sono solo la ripetizione di queste due”. San Tommaso mentre tocca il costato di Cristo risorto

    Anche il sacramento dell’Eucarestia, altro fulcro della religione cristiana, è un messaggio contro la morte e per la resurrezione degli antenati: “Allora diventerà chiaro ed evidente anche il mistero del pane e del vino, ottenuto dalla polvere dei padri e trasfigurato nella loro carne e nel loro sangue”.
    Non seguire gli insegnamenti di Cristo significa non accogliere la volontà del Signore; solo quando l’uomo sarà in grado di resuscitare i morti, solo allora “l’antagonismo tra l’umanità e il Divino finirà”.
    Sarà un compito sacro ed universale, che sarà esteso a tuttti gli esseri razionali, non necessariamente credenti: “Supramoralismo è un problema sacro e naturale per tutti i figli, e soprattutto per coloro che credono nel Dio dei loro padri. Infine, supramoralismo è il problema più naturale per tutti gli esseri razionali, poiché la morte è causata da una forza irrazionale. Pertanto tutti i viventi, tutti i figli e le figlie, tutti gli esseri razionali, devono prendere parte alla soluzione del problema, il compito di restituire la vita. E’ infatti un dovere morale naturale trasformare l’astratto ‘Perché esiste l’esistente?’ in conoscenza ed arte vivente, non in riproduzioni di morti, ma in realtà viventi e nella conoscenza della vita di tutto il passato, di tutto ciò che è esistito”.
    L’uomo, con il potere della scienza, deve imparare non solo a migliorare se stesso, ma anche a resuscitare i suoi antenati – fino a quelli del più lontano passato – dalla polvere e dalle tracce che hanno lasciato; infatti “tutta la materia è la polvere degli antenati”, atomi e molecole sparse per il mondo e per il cosmo. “Proponiamo la possibilità e la necessità di raggiungere, attraverso il lavoro comune dell’umanità, il completo apprendimento e la capacità di manipolazione di tutte le molecole e gli atomi del mondo esterno, in modo da raccogliere quelli dispersi, di riunire quelli dissociati, quindi ricostituire i corpi dei padri com’erano stati prima della loro fine. E’ necessario impostare degli esperimenti psico-fisiologici di rianimazione, sotto la guida di medici e sacerdoti, cioè in un’unificazione di scienza e religione”.
    Le conoscenze scientifiche necessarie per quest’operazione di assemblamento molecolare non si possono limitare allo studio dell’infinitamente piccolo ma, dal momento che queste particelle sono sparse negli anfratti della Terra e nelle distese del sistema solare e negli spazi ignoti dell’universo, risulta necessario unire le conoscenze fisiche a quelle astronomiche, trasformando il lavoro della resurrezione in un compito di studio e azione “tellurico-cosmico”.
    La catena della rianimazione andrebbe avanti a ritroso fino al primo uomo comparso sulla Terra e annichilito dalle leggi della natura: il figlio contribuisce così a resuscitare il padre, perché porta le tracce del suo aspetto, e il padre farà così con suo nonno, fino alle origini. Si chiede Fjodorov: “Cosa diventerà la natura – che nel suo stato attuale di incoscienza è una forza che procrea e uccide – quando raggiungerà la coscienza, se non una forza che restaurerà tutto quello che ha distrutto nella sua cecità?”.
    La resurrezione per Fjodorov è il bene più prezioso perché la morte è il male più grande che affligge universalmente tutti gli uomini – un vero e proprio “crimine”, che ha accompagnato l’uomo fin dalle sue origini; è infatti “nei tormenti della consapevolezza della morte che nacque l’anima dell’uomo”. Monumento funerario al cimitero di Firenze

    La morte, e la sua accettazione passiva, sono un’espressione dell’immaturità – d’infantilismo – dell’uomo, del suo essere in balìa delle forze cieche della natura dentro e fuori di lui, della sua mancanza di autosufficienza, della sua incapacità di ripristinare la vita, della mancanza di reciproco sostegno tra gli uomini. Soprattutto nell’Europa occidentale si riscontra una forma di puerilità cripto-pagana di matrice rinascimentale che accetta ed esalta la morte, considerata naturale, e “la paura della morte porta a considerarla come una forma di liberazione da questa paura angosciante, a scriverne inni elogiativi e a glorificarla”.
    Noi sappiamo di essere i figli di una moltitudine di antenati defunti. Ma per quanto sia grande il numero dei defunti, questo non può essere la base per l’accettazione incontrovertibile della morte, perchè comporterebbe la rinuncia del nostro dovere filiale. La morte è una proprietà, uno stato condizionato da cause, non è una qualità che determina ciò che un essere umano è e deve essere”.
    Alcune delle riflessioni più profonde e toccanti di Fjodorov sono quelle dedicate alla morte e al suo significato universale per l’anima degli uomini.
    Il dolore di un figlio in lutto per la morte di suo padre è veramente universale, perché la morte – come la legge di una natura cieca – non può non suscitare un dolore intenso in un essere che abbia raggiunto la coscienza, e che può e deve realizzare il passaggio da un mondo dominato da questa forza cieca della natura a un mondo governato dalla ragione, dove non c’è posto per la morte. Questo dolore universale è sia obiettivo, a causa dell’universalità della morte, sia soggettivo, perché il lutto per la morte di un padre è comune a tutti. Il dolore veramente universale è il rammarico per essere stati mancanti di amore per i padri, e per l’eccessivo amore di sé”. Monumento funerario presso il cimitero di San Paolo, Brasile

    La lotta contro la morte è vecchia tanto quanto l’uomo e le sue più alte espressioni artistiche sono intimamente legate alla speranza di sconfiggerla e di rivedere di nuovo in vita gli amati padri: “L’uomo, era consapevole del male della morte, della propria imperfezione. Così la ribellione dei vivi (la postura verticale) e la resurrezione dei morti, in forma di lapidi, sono atti naturali di un essere razionale. E’ stato quando i vivi (che avevano subìto una perdita) si ribellarono e si voltarono verso il cielo, e quando i morti furono resuscitati sotto forma di lapidi, che l’arte ebbe inizio. La preghiera fu l’inizio dell’arte. L’orazione, e la preghiera compiuta in postura verticale, costituivano i primi atti d’arte, di arte sacra”.
    E’ così che l’arte si affianca alla scienza e alla religione nel compito di traghettare l’uomo nella nuova era della maturità, dell’età adulta. Dolmen e menhir in Italia, risalenti all’età neolitica

    La natura cosciente, cioè la sua regolamentazione da parte della ragione umana, porterà alla padronanza dei mezzi tecnico-scientifici necessari alla rianimazione degli antenati, strumenti che implicano anche la risoluzione del problema della morte; entrambi si basano infatti sulla conoscenza dei meccanismi atomico-molecolari che stanno alla base del funzionamento fisiologico del corpo: “L’organismo è una macchina e la coscienza vi si riferisce come la bile al fegato; se si rimonta la macchina, la coscienza vi tornerà”. Ai fini dello studio scientifico i luoghi di sepoltura e le tombe saranno trasformati in oggetti di ricerca attiva. Sarà dalla graduale acquisizione del processo di rianimazione che sarà possibile ottenere la chiave per la vita eterna. Infine, gli esseri resuscitati ed immortali, andranno a vivere sui pianeti del sistema solare, aprendo la strada alla sua regolamentazione.
    Così il tema della resurrezione finisce per disvelare il senso generale e grandioso implicito nel supramoralismo e nella filosofia della ‘causa comune’: “La resurrezione è la trasformazione dell’universo – dal caos verso il quale si sta muovendo – nel cosmo, in una grandezza di incorruttibilità e indistruttibilità”. Si rivela all’uomo la grandiosità del suo compito: “Una sapienza profonda e rigogliosa che trova la sua miglior espressione nella salvezza dell’universo infinito, una salvezza che proviene da un insignificante granello di polvere, la Terra”.

    Suggestioni per il nuovo millennio: il cosmismo russo, questo sconosciuto - Stato & Potenza


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    Predefinito Re: Suggestioni per il nuovo millennio: il cosmismo russo, questo sconosciuto

    Signore dell’universo e conquiste cosmiche
    All’homo faber del XX secolo, che ha riscoperto con il supramoralismo il proprio compito creativo divino, si apre il campo d’azione delle sterminate steppe e degli oceani stellari.
    L’uscita nel cosmo è vista da Fjodorov come indispensabile per diversi motivi, alcuni dei quali abbiamo già intravisto in precedenza: la piena padronanza dei processi meteorologici richiede la capacità di operare su una scala tellurico-cosmica, cioè di saper dominare i fenomeni naturali che sono sulla Terra e nel sistema solare e oltre, data la loro inestricabile interdipendenza; per resuscitare i padri, sarà necessario andare alla ricerca delle particelle atomiche sparse sulla Terra e nello spazio; per la necessità, dovute a questioni di sovraffollamento della Terra, di rendere abitabili i pianeti che ruotano intorno al sole agli uomini che hanno finalmente raggiunto l’immortalità grazie alla conoscenza dei processi che portano alla decomposizione dei corpi e alla resurrezione degli antenati, resi anch’essi immortali; per portare razionalità ed ordine sul caos verso il quale si muove la natura e l’universo, trasformando e armonizzando i pianeti del sistema solare alla stregua di un nascente apparato nervoso; infine, per la necessità umana di scoprire cosa c’è in cielo, cosa si nasconde dietro il buio degli spazi siderali e le luci incandescenti delle stelle. Fedorov immaginato mentre osserva gli sterminati spazi cosmici

    L’uomo infatti, a seguito del crollo della visione del mondo tolemaica e con la rivoluzione copernicana, con la quale ha scoperto definitivamente la dimensione cosmica della propria esistenza, ha perso le certezze che reggevano i suoi bisogni spirituali, come quello della “padrificazione” del cielo – cioè la rappresentazione dei corpi celesti come le abitazioni dei propri padri defunti – ed è alla disperata necessità di avere delle risposte: “I figli che venerano i loro padri hanno non solo conservato e difeso la polvere dei loro padri con il massimo del valore, ma hanno visto i loro padri in cielo e le loro chiese rappresentare il cielo – cioè, il mondo così come appare ai nostri sensi. Tuttavia, quando gli studiosi hanno respinto la visione del mondo tolemaica, che aveva reso la “padrificazione” del cielo possibile, e si rallegrarono che tutto era morto, che non ci fosse più il cielo e che la “padrificazione” fosse impossibile, è diventato evidente che la visione copernicana richiedeva, come prova, una “padrificazione” effettiva, vale a dire, la regolazione di tutti i mondi da parte delle generazioni passate, non nate ma ricreate, perché ogni proposizione (e la visione copernicana era e rimane un’affermazione), se non è suffragata da prove tangibili, cessa di essere un’ipotesi e diventa superstizione. Come può la visione del mondo copernicana essere concretamente provata, se non acquisiamo la facoltà di vivere al di là della Terra, in tutto l’universo? Senza la possibilità non solo di visitare, ma anche di abitare tutti i corpi celesti, non possiamo essere convinti che essi sono sistemati così come viene postulato dalla visione copernicana e non come appaiono ai nostri sensi”. Una volta che i mondi celesti saranno abitati dalle generazioni immortali riportate alla vita, ecco allora che il cielo ritornerà ad essere di nuovo “padrificato”. La scena conclusiva del film “2001: Odissea nello spazio” (1968)

    Fjodorov è consapevole che, insieme alla resurrezione dei padri, l’esplorazione spaziale rappresenta una delle sfide più potenti nella capacità di catalizzazione delle energie degli uomini, perché “tutte quelle forze vitali che ora vengono sprecate in litigi, avrebbero trovato un campo di applicazione sconfinato. Ora gli uomini sarebbero gli esploratori, i nuovi esploratori dello spazio celeste. Il pregiudizio che la distesa celeste è irraggiungibile per l’uomo è cresciuto gradualmente nel corso dei secoli, ma non può essere esistito ab initio. Solo la perdita della tradizione e la separazione degli uomini di pensiero dagli uomini d’azione ha dato vita a questo pregiudizio”. Un compito sovrumano che richiederà all’uomo di dotarsi di una disciplina morale adeguata e di munirsi di nuovi e più efficienti organi corporali: “La diffusione dell’umanità sul pianeta è stata accompagnata dalla creazione di nuovi (artificiali) organi e rivestimenti. Lo scopo dell’umanità è di cambiare tutto ciò che è naturale, un dono gratuito della natura, in quello che viene creato dal lavoro. Lo spazio esterno, l’espansione al di là dei limiti del pianeta, richiede appunto un tale cambiamento radicale. (…) Tutto lo spazio celeste ed i pianeti diventeranno accessibili all’uomo solo quando sarà in grado di ricreare sè stesso dalle sostanze primordiali, dagli atomi e dalle molecole, perché solo allora sarà in grado di vivere in qualsiasi ambiente, assumere qualsiasi forma e visitare tutte le generazioni in tutti i mondi, dal più antico al più recente, il più remoto e il più vicino. (…) La grande prova di coraggio che sta innanzi all’umanità richiede le più alte virtù marziali come l’audacia e il sacrificio di sé, escludendo però ciò che è più orribile in guerra – l’uccisione di altre persone. Il destino della Terra ci convince che l’attività umana non può essere circoscritta dai limiti del pianeta”.
    Nella colonizzazione degli spazi siderali sta anche una delle forme artistiche più elevate che potrà mai raggiungere la specie umana: “La capacità di vivere in tutto l’Universo, consentendo alla razza umana di colonizzare tutti i mondi, ci darà il potere di unire tutti i mondi dell’universo in un tutto artistico, in un’opera d’arte, della quale gli innumerevoli artisti, come nell’immagine del Creatore Uno e Trino, sarà l’intera razza umana, la totalità delle generazioni risorte e ricreate ispirate da Dio, dallo Spirito Santo, che non parleranno più attraverso certi individui, i profeti, ma agirà attraverso tutti i figli dell’uomo nella loro (supramorale) totalità etica o fraterna, attraverso i figli dell’uomo raggiungerà la perfezione divina (‘Voi dunque siate perfetti, come il Padre vostro che è nei cieli è perfetto’) per la causa, l’opera di restaurazione del mondo fino all’incorruttibilità sublime che aveva prima della Caduta”.

    ***
    Questo il pensiero dirompente ed impressionante di Fjodorov, che è solo apparentemente discordante con la vita ascetica che soleva condurre. La sua morte, avvenuta nel 1903, fu a causa di una polmonite che si prese per il rifiuto di indossare abiti pesanti durante un inverno particolarmente rigido.
    Fjodorov, durante gli anni centrali della sua esistenza, ebbe modo di conoscere molto da vicino un giovanotto che frequentava avidamente la sua biblioteca in cerca di libri da leggere; il ragazzo non andava a scuola e stava compiendo la sua formazione da autodidatta. Il ‘Socrate di Mosca’ gli procurava e gli passava i libri che considerava migliori… Quel ragazzino si chiamava Konstantin Tzjolkovskij.




    3. Konstantin Tzjolkovskij

    «La Terra è la culla dell’umanità, ma non si può vivere per sempre in questa culla».


    Una vita, un solo scopo: conquistare lo spazio
    Konstantin Tzjolkovskij è nato nel 1857 a Izhevskoe ed è morto nel 1935 a Mosca, è sicuramente più conosciuto di Fjodorov per via dei suoi lavori di carattere tecnico-scientifico che hanno dato un contributo fondamentale allo sviluppo della missilistica e all’astronautica a livello mondiale e al primato del programma spaziale sovietico; a fondamento di questi suoi lavori stava una visione del mondo altrettanto importante e significativa ma meno conosciuta, la filosofia cosmista, che lo rendono d’ufficio un esponente di primo piano del cosmismo.
    Ma partiamo dall’inizio.
    Nato da una famiglia della classe media, all’età di nove anni Konstantin prese la scarlattina e subì delle forti menomazioni all’apparato uditivo che in seguito non gli avrebbero permesso di proseguire regolarmente gli studi alle scuole elementari.
    Poco dopo perse la sua amata madre, lutto che contribuì a renderlo sempre più chiuso in se stesso. Cominciò poi ad imparare da autodidatta, studiando i libri della biblioteca del padre, interessandosi di matematica e fisica. Tzjolkovskij ricorda così quel periodo: “C’erano pochissimi libri, e non ho avuto nessun insegnante, quindi ho dovuto creare e ideare piuttosto che assorbire e assimilare da altri. Non ci sono stati suggerimenti, nessun aiuto da qualunque parte; c’erano tantissime cose che non riuscivo a capire in quei libri, e ho dovuto comprenderle tutte da solo. In poche parole, l’elemento creativo, l’elemento di auto-sviluppo e di originalità, erano predominanti”.
    All’età di sedici anni il padre lo inviò a Mosca per completare la sua formazione con un’educazione privata. Qui il giovane Konstantin cominciò a frequentare per tre anni ininterrottamente la biblioteca della città dove lavorava Nikolai Fjodorov. Il ‘Socrate di Mosca’ l’avrebbe aiutato nello studio della matematica e nella sua formazione culturale riservandogli i migliori libri della biblioteca. Non si sa comunque molto di più in merito al rapporto intercorso tra i due, non sappiamo se discussero mai di esplorazioni spaziali o se Tzjolkovskij sottopose al vecchio filosofo la prima storia di science fiction che andava scrivendo e che sarà pubblicata solo molti anni più tardi. Di certo alcune idee di Fjodorov, soprattutto la sua propensione cosmica che si esprimeva nella conquista dello spazio e nella volontà di regolamentazione ‘tellurico-solare’ della natura attraverso il lavoro creativo dell’uomo, trovarono convinta accoglienza in Tzjolkovskij, che si è prodigato per tutta la vita a dare loro un fondamento tecnico-scientifico. E benché in seguito Tzjolkovskij prenderà le distanze dalla visione filosofica complessiva di Fjodorov, da lui assorbe definitivamente l’idea che la vera casa dell’uomo debba essere nell’universo; Tzjolkovskij si definirà cittadino del cosmo e si dedicherà anima e corpo a gettare le fondamenta per la conquista dello spazio, guidato da un profondo senso di ottimismo e fiducia nelle capacità umane. “L’uomo non resterà sempre sulla Terra, la ricerca della luce e dello spazio lo porteranno a penetrare i confini dell’atmosfera, dapprima timidamente, ma alla fine a conquistare l’intero sistema solare”. Francobollo sovietico dedicato a Tsiolkovky

    Fu in quegli anni 1873-1876 della permanenza a Mosca, che cominciò a germogliare nella mente di Tzjolkovskij l’idea che non l’avrebbe mai più abbandonato per il resto della sua vita, l’idea della possibilità di esplorare le distese infinite del cosmo. A quel tempo il giovane Konstantin aveva già pensato di raggiungere le velocità cosmiche utilizzando gli effetti della forza centrifuga. Tzjolkovskij ricorderà così i momenti in cui per la prima volta provò la vertiginosa ebrezza di aver a portata di mano le sterminate steppe galattiche: “Ero emozionato e sbalordito a tal punto che non riuscii a dormire per tutta la notte; vagai per Mosca e continuai a pensare alle grandi conseguenze della mia scoperta. Ma già dalla mattina mi convinsi che la mia invenzione non era sostenibile. La delusione fu intensa tanto quanto era stato l’incanto precedente. Quella notte lasciò un’impronta che è durata per tutta la vita; trent’anni dopo mi capita ancora di sognare che mi sto sollevando verso le stelle nella mia macchina e provo la stessa gioia, come ho fatto quella notte indimenticabile”.
    Raggiunta l’età adulta, Tzjolkovskij diventerà insegnate di scuola e dopo la rivoluzione bolscevica, ottenuto un aiuto economico diretto dallo stato per il sostentamento della sua ricerca scientifica, potrà dedicarsi esclusivamente ai suoi lavori, continuando ad essere uno scienziato autodidatta sui generis, passando la maggior parte della propria vita in una casetta immersa nella natura vicino alla piccola cittadina di Kaluga.
    L’eredità di Tzjolkovskij consiste in più di 400 opere scientifiche tra saggi sulla dinamica dei razzi e disegni sui missili, problemi di geofisica ed astronomia, calcoli e previsioni, investigazioni su problemi di fisica come le proprietà della materia, l’energia e la struttura dell’atomo; studi di ingegneria energetica e lavori di geologia, geochimica e biologia; sono altrettanto significative le sue opere di carattere filosofico e i suoi romanzi di science fiction sui viaggi interplanetari. Anzi, è in questi ultimi racconti di fantascienza – a cui Tzjolkovskij attribuiva un’importanza fondamentale - che si riesce a comprendere la sua visione del mondo, l’idea che gli ha fatto da fondamento per tutta la vita, e che ha dato nutrimento e linfa ai suoi lavori più strettamente scientifici; sarà lo stesso Tzjolkovskij a sottolineare con forza quest’aspetto: “All’inizio c’è necessariamente un’idea, una fantasia, una fiaba, e poi vengono i calcoli scientifici; alla fine l’esecuzione corona il pensiero. Il mio lavoro ha a che fare con la fase centrale della creatività. Più di chiunque altro, sono consapevole del baratro che separa un’idea dalla sua realizzazione, perché per tutta la mia vita ho fatto non solo molti calcoli, ma ho anche lavorato con le mie mani. Ma ci dev’essere un’idea; l’esecuzione dev’essere preceduta da un’idea, i calcoli precisi dalla fantasia”.
    Fin dall’inizio il problema più pressante di Tzjolkovskij fu quello di trovare un metodo per superare la forza di gravità della Terra. Quando aveva 15 anni imparò su un libro di testo di fisica che per farlo era necessario sviluppare una velocità di almeno 28 mila chilometri all’ora. Ma Tzjolkovskij non sapeva che forma dovesse avere questo veicolo volante.
    Arrivò alla soluzione diversi anni dopo quando nel 1903 pubblicò la sua opera scientifica più importante, “L’esplorazione dello spazio cosmico per mezzo di dispositivi a reazione”, nella quale spiegava in dettaglio la sua idea, descrivendo, tra le altre cose, la relazione matematica – oggi comunemente nota come ‘formula di Tzjolkovskij’- relativa al movimento di un razzo ideale con la sua massa, la massa del carburante e la velocità di scarico. “Come mezzo d’investigazione dell’atmosfera, propongo un dispositivo a razzo, ma di dimensioni immense e costruito in modo particolare. L’idea non è nuova, ma i calcoli ad esso relativi sono così sorprendenti che sarebbe un delitto non parlarne. (…) Un razzo-missile può allontanarsi dalla Terra, navigare nello spazio interplanetario e nello spazio interstellare, visitare i pianeti e i loro satelliti, anelli, o altri corpi celesti, e poi tornare a Terra. L’unica condizione è che ci sia abbastanza propellente”. La formula matematica di Tsiolkovsky

    Due decenni prima che Robert Goddard lanciasse il primo razzo a propellente liquido al mondo, Tzjolkovskij aveva pensato di alimentare il motore del razzo con una miscela di ossigeno e idrogeno liquido; una miscela che ancora oggi è considerata come il propellente più efficiente per i razzi. Non deve quindi sorprendere che la dinamica dei missili sia una scienza del XX secolo i cui principi fondamentali si ritrovano quasi tutti nei libri di Tzjolkovskij.
    Tzjolkovskij era consapevole dell’importanza dei suoi lavori, che considerava come le fondamenta di un percorso entusiasmante i cui sviluppi futuri erano difficilmente immaginabili: “Il mio lavoro non si occupa di tutti gli aspetti del problema e non cerca di proporre la sua realizzazione concreta, ma attraverso la nebbia del tempo si può discernere nel futuro le più belle ed emozionanti prospettive, che oggi quasi nessuno oserebbe sognare”. Francobollo sovietico dedicato a Tsiolkovky

    Tzjolkovskij non ha mai detto una parola sulla possibilità di utilizzare questi razzi come mezzi di attacco per scopi bellici, per lui tutto era per il bene dell’umanità, per l’ulteriore progresso della scienza, per padroneggiare le leggi della natura. Tzjolkovskij riconosceva solo una forma di guerra, la guerra contro l’ignoranza e l’imperfezione della natura e dell’uomo. “E’ necessario lottare contro la pressione dei gas, i raggi assassini del sole, l’imperfezione della natura dell’uomo e delle piante. E’ inevitabile che l’umanità debba lottare per il benessere, per la conoscenza e la perfezione degli esseri umani, e così via”.
    Uno degli obiettivi finali di tutta la sua ricerca missilistica era quello di trovare la soluzione scientifica al problema dei viaggi nel cosmo, e di dotare l’umanità di un metodo tecnico affidabile per padroneggiare lo spazio all’interno del sistema solare. Per raggiungere questo scopo “dobbiamo cominciare a studiare, come primo passo, le principali leggi che regolano l’universo. Per farlo, dobbiamo avere esperienza diretta dell’universo che sarà possibile solo una volta che vivremo nello spazio. Per dare inizio a questo lungo periodo della nostra evoluzione, dobbiamo progettare grandi razzi spaziali con equipaggio”. Per Tzjolkovskij, l’esplorazione spaziale ha un significato epocale nella storia dell’umanità e rappresenta l’inizio di una nuova fase evolutiva dell’uomo: “Il primo volo spaziale sarà l’inizio, non solo della nuova era dell’esplorazione dello spazio; sarà l’inizio della cultura spaziale nella storia dell’umanità; sarà l’inizio della nostra evoluzione verso la felicità”.
    Il volo interplanetario avrebbe offerto infinite possibilità per la ricerca scientifica. L’immenso laboratorio della natura sarebbe diventato di più facile accesso, e sarebbe diventato più semplice comprendere cosa vi accadeva. Anche ai tempi di Tzjolkovskij era pieno di scettici, e di coloro che si rifiutavano di accettare la corsa senza sosta del lavoro creativo dell’uomo, ponendogli davanti limiti ritenuti invalicabili; a loro pensava Tzjolkovskij quando scriveva: “C’è stato un tempo – non molto tempo fa - quando la possibilità di conoscere la composizione dei corpi celesti veniva considerata senza speranza dal meglio degli scienziati e dei pensatori. Ora quel tempo è passato e andato. Ma penso che oggi l’idea di un più vicino e diretto studio dell’universo sarebbe considerata ancora più folle. Mettere il piede sul suolo di un asteroide, sollevare con una mano un sasso sulla superficie della luna, stabilire basi orbitali nello spazio, creare anelli abitati intorno alla Terra, alla luna e al sole, osservare Marte da una distanza di pochi chilometri, posarsi su uno dei suoi satelliti o anche sul pianeta stesso – può esserci qualcosa di più pazzo? Ma l’impiego dei dispositivi a razzo aprirà una nuova era in astronomia – l’era di uno studio più approfondito del cielo. Che l’enorme forza di gravità ci paia più terribile di quanto dovrebbe essere? (…) Un proiettile di artiglieria sparato ad una velocità di 2 km/sec non ci meraviglia. Perché, allora, dovrebbe inspirarci terrore un proiettile che viaggia ad una velocità di 16 km/sec e lascia per sempre il sistema solare per l’infinito, dopo aver superato la gravità della terra, del sole e dell’intero sistema solare? Sono i numeri 2 e 16 così lontani? Quest’ultimo è solo 8 volte superiore al primo. Se un’unità di velocità è raggiunta, perché non può essere l’8 questa unità? Non osserviamo un progresso e uno sviluppo mozzafiato in tutte le cose? (…) Erano così lontani i tempi in cui le nostre nonne erano terrorizzate a muoversi sul terreno ad una velocità di dieci km/h? E non è vero che le automobili al giorno d’oggi si muovono ad una velocità di 100-200 km/h, cioè dieci, venti volte più velocemente che ai tempi di Newton? Erano così lontani i tempi in cui qualsiasi altra forza che non fosse quella dei muscoli, del vento e dell’acqua pareva contro natura? Una volta che si è partiti, non si finisce mai!”.
    Nelle sue opere tecnico-scientifiche Tzjolkovskij ha anche gettato le basi di una disciplina fisica che in seguito sarà definita come quella della ‘gravità zero’. Tzjolkovskij aveva compreso che l’ambiente spaziale non avrebbe ucciso un essere umano ed era sicuro che l’uomo sarebbe riuscito ad adattarsi allo spazio e sarebbe riuscito a neutralizzare gli effetti pericolosi dell’assenza di gravità. “Abbiamo intrapreso il nostro viaggio cosmico con un interrogativo radicato nell’infanzia della nostra specie e che ogni generazione si è sempre riproposto, con meraviglia immutata: ‘Cosa sono le stelle?’. L’esplorazione è nella nostra natura. Abbiamo cominciato come viandanti, e lo siamo ancora oggi. Abbiamo indugiato abbastanza lungo le rive dell’oceano cosmico. Siamo finalmente pronti a salpare per le stelle”. Carl Sagan (Carl Sagan '100 Billion Galaxies each w100 Billion Stars - YouTube)

    Negli anni ’20, nella Russia sovietica, Tzjolkovskij pubblicò un’ardita scaletta in sedici punti che, in ordine cronologico, prefiguravano le tappe che la civiltà umana avrebbe percorso nella conquista del sistema solare, prima che la sua stella, il sole, si fosse spenta. Il primo passo era l’utilizzo di aerei a razzo, poi la costruzione di serre orbitanti per l’allevamento delle piante e di grandi habitat orbitali intorno alla Terra; in seguito l’uso della radiazione solare per la produzione di cibo, per il riscaldamento degli ambienti spaziali e per il trasporto in tutto il sistema solare; poi, in successione, la colonizzazione della fascia degli asteroidi e di tutto il sistema solare, mentre sulla Terra si avviava la realizzazione della perfezione individuale e sociale. Nel momento in cui si verifica una condizione di sovraffollamento del sistema solare, sarà necessario proseguire con la colonizzazione della Via Lattea fino a quando, per via della progressiva morte del sole, anche le persone rimaste nel sistema solare si sposteranno verso altre stelle. Così per Tzjolkovskij, “con ogni probabilità, la parte migliore dell’umanità non morirà mai, ma si muoverà da sole a sole parallelamente alla loro estinzione. Tra molte decine di milioni di anni l’umanità potrebbe vivere vicino ad un sole che oggi non è neppure accesso ma esiste solo in embrione, in forma di materia nebulosa progettata per l’eternità e per alti scopi”.
    Altre teorie di Tzjolkovskij sui viaggi e le esplorazioni spaziali prevedevano la creazione di stazioni orbitali alimentate da energia solare e un ascensore orbitale che avrebbe ridotto notevolmente i costi di trasporto dalla Terra allo spazio. Francobollo sovietico dedicato a Tsiolkovky

    Da queste brevi informazioni sui lavori di Tzjolkovskij, da quelli tecnico-scientifici a quelli di futurologia, si capisce come molti ingegneri missilistici che hanno segnato la storia dell’astronautica a livello mondiale, da Wernher von Braun a Sergey Korolev, lo abbiamo considerato come una stella polare che gli ha indicato la direzione da seguire. Per esempio, anche il noto scienziato tedesco e ricercatore della propulsione a reazione nello spazio, Hermann Oberth, non resistette a comunicargli, nel 1929, le seguenti parole: “Voi avete acceso un fuoco, e noi non lo lasceremo morire, ma compieremo ogni sforzo per far sì che il più grande sogno dell’umanità si avveri“. Kaluga. Monumento raffigurante Tsiolkovsky e Korolev

    Ma Tzjolkovskij sarà soprattutto la pietra angolare su cui sarà edificata la scienza spaziale e missilistica sovietica, che raggiungerà primati indiscussi a livello mondiale, il più famoso dei quali fu l’invio del primo uomo nello spazio, Jurij Gagarin.
    Oltrechè su Koroljov, Tzjolkovskij ebbe infatti un enorme influenza anche su un altro grande ingegnere aeronautico sovietico. Nell’autunno del 1923, ricevette una lettera da un ragazzino allora quindicenne, Valentin Glushko, che gli chiedeva le copie dei suoi scritti tecnico-scientifici. Seguirono diversi anni di corrispondenza tra Tzjolkovskij e Glushko; il giovane Valentin sarebbe poi cresciuto fino a diventare il padre del razzo a propulsione sovietico.
    Il nuovo governo bolscevico riconobbe fin da subito l’importanza dei lavori scientifici di Tzjolkovskij fornendogli assistenza e sostegno. Tzjolkovskij ne sarebbe stato riconoscente fino agli ultimi giorni della sua vita.
    Nel settembre del 1935, pochi giorni prima della sua morte, scrisse una lettera al comitato centrale del PCUS: “E ‘stato il sogno di tutta la mia vita poter contribuire, nel mio piccolo, al progresso. Prima della Rivoluzione il mio sogno non poteva avverarsi. Solo la Rivoluzione d’Ottobre ha dato riconoscimento al lavoro di un’autodidatta. Solo il governo sovietico e il partito mi hanno dato un’assistenza efficace. Ho potuto sentire l’affetto delle masse, e questo mi ha ispirato, uomo malato, con un nuovo desiderio di continuare il mio lavoro. Al momento, però, la mia salute mi impedisce di completare l’opera iniziata. (…) Tutti i miei lavori sull’aeronautica, la missilistica, e i viaggi interplanetari li lascio al partito bolscevico e al governo sovietico, i veri leader nel progresso della cultura umana. Sono sicuro che saranno in grado di portare a termine questi lavori con successo. Con tutto il mio cuore e la mia mente, e con i miei ultimi saluti più affettuosi. Konstantin Tzjolkovskij”. I funerali di Tsiolkovsky, 1935, Mosca

    Anche il clima di mobilitazione giovanile della rivoluzione aveva profondamente entusiasmato Tzjolkovskij, il quale poteva scrivere: “Sono orgoglioso del mio paese, sì, orgoglioso. I membri dell’Unione Comunista della Gioventù e i giovani uomini e le giovani donne studiano duro, senza perdere di vista per un solo momento il futuro del loro grande paese”.
    Tzjolkovskij – conformemente all’importanza che aveva sempre attribuito alla fantasia e alla diffusione di una cultura popolare favorevole all’esplorazione spaziale attraverso le sue novelle di science fiction – negli ultimissimi anni della sua vita fu consulente di uno dei primi film di fantascienza del cinema sovietico, “Viaggio cosmico”, diretto dal regista Vasilij Zhuravlev; il film sarebbe uscito nel 1936, solo quattro mesi dopo la morte di Tzjolkovskij. La storia narra l’avventuroso viaggio verso la luna di un’equipe sovietica che, contro lo scetticismo dei propri colleghi e solo dopo aver superato numerose difficoltà, riuscirà ad atterrarvi e a fare ritorno sulla Terra sana e salva; gli astronauti sovietici dell’equipe saranno poi accolti entusiasticamente in una Mosca dagli scenari architettonici futuristi e celebrati come gli eroi che hanno finalmente aperto la strada per il cosmo all’umanità. Una decina d’anni prima, sempre in Unione Sovietica, era uscito il film di fantascienza “Aelita: la regina di Marte”, ma il film del 1936 lo superava per certe caratteristiche peculiari dovute al contributo unico ed inimitabile di Tzjolkovskij, espressosi sia nell’esattezza e nella meticolosità delle ricostruzioni tecniche – dalla navicella spaziale “CCCP1 – Josef Stalin” ai materiali usati dagli astronauti durante il viaggio – sia per il potenziale utopico e mobilitante contenuto nella pellicola. Nel suo racconto sulla realizzazione del film, il regista Zhuravlev ricordò la collaborazione che ebbe con Tzjolkovskij e come fu impressionato dalla pazienza e dalla perseveranza con la quale il grande vecchio valutava tutte le bozze della sceneggiatura e preparava gli schizzi dell’astronave, i modelli e le formule matematiche. Per Tzjolkovskij, che aveva sognato di viaggiare nello spazio per tutta la vita, il film del giovane regista Zhuravlev ha rappresentato forse l’ultima occasione per dimostrare al mondo che la fantasia e la scienza sono i due strumenti fondamentali ed inseparabili di cui dispone l’uomo per raggiungere le stelle.
    La locandina del film “Viaggio cosmico” del 1936. Il film si può vedere su youtube: YouTube


    Il cosmismo di Tzjolkovskij tra panpsichismo ed eugenetica
    Se il grande uomo scienziato, padre della missilistica e futurologo, godette di assoluta fama e considerazione e, dopo la sua morte, di riconoscimenti e commemorazioni, lo fu meno per il Tzjolkovskij filosofo, ancora più eclettico ed ardito di quanto non fosse il Tzjolkovskij scienziato.
    Dal punto di vista filosofico Tzjolkovskij era un monista, faceva sua una visione del mondo secondo cui tutte le parti componenti dell’universo – anche quelle più distanti – erano le stesse e dove le medesime leggi naturali dovevano essere applicate dappertutto. Così descrive il monismo lo stesso Tzjolkovskij: “Noi sosteniamo il monismo nell’universo, e niente di più. L’intero processo della scienza è costituito da questa tensione verso il monismo, verso l’unità, verso la sorgente elementare. Il successo della scienza è determinato dal livello di avvicinamento all’unità. Il monismo nella scienza deriva dalla struttura dell’universo. (…) E’ impossibile negare l’unità o una specie di monotonia nella struttura e nella formazione dell’universo: l’unità della materia, della luce, della gravità, della vita, e così via“.
    Il monismo di Tzjolkovskij era legato alla sua visione panpsichista. Tzjolkovskij vedeva l’uomo e l’universo come costituito di atomi. “Non sono solo un materialista”, ha scritto Tzjolkovskij, “ma anche un panpsichista, che riconosce un senso di sensibilità in tutto l’universo”. Ogni atomo poteva essere scomposto nelle sue parti elementari, ed ognuno di questi elementi era in vita con una propria esistenza individuale. Tzjolkovskij considerava gli atomi e i loro componenti come immortali, e “perciò la materia decaduta si rinnova ancora una volta e riproduce la vita, una vita che è ancora più perfetta, secondo la legge del progresso. Così l’intero universo è vivo e dappertutto si trova la base per l’intelligenza, se non la sua espressione in esseri superiori”.
    Per Tzjolkovskij ogni sostanza ha una sensibilità – la capacità di percepire il piacevole e lo spiacevole – di grado diverso. La sensibilità si riduce dall’uomo all’animale fino alla materia, ma non scompare mai del tutto, perché non vi è alcun chiaro confine tra i corpi viventi e quelli non viventi. “Qual è la differenza tra le cose viventi e le cose che sono morte?”, si domanda Tzjolkovskij. “Si può veramente dire che nelle cose che sono morte ci sono atomi diversi, o che le collisioni tra gli atomi sono differenti?”. Per Tzjolkovskij “nell’universo, sia in quello vivente che in quello inerte, noi vediamo sempre la medesima cosa: movimento di sostanze e fenomeni fisico-chimici. Pertanto non può esistere alcuna differenza ‘qualitativa’ tra ciò che è vivo e ciò che è morto. Tutto vive, ma in modi diversi. Le differenze sono solo in quantità, forma o intensità. I termini di ‘vivo’ e di ‘morto’ sono solo condizionali”. Francobollo sovietico dedicato a Tsiolkovky

    Nel suo saggio intitolato “Sinossi di filosofia cosmica” Tzjolkovskij sostiene che “non c’è nessuna sostanza che non possa assumere la forma di un essere vivente. L’essere più semplice è l’atomo. Pertanto l’intero universo è vivo e non vi è nulla in esso che non sia vita. Ma il livello di sensibilità è infinitamente vario e dipende dalle combinazioni degli atomi”.
    L’‘io’ delle creature senzienti risiede in questi atomi indistruttibili e passeggeri – “mondi all’interno di mondi”, complessi come il sistema solare - e può trovare un’altra espressione o reincarnazione in ogni nuova combinazione di queste primordiali unità. “La morte è solo la distruzione del cervello come l’unione di una data organizzazione di atomi”. Quando un uomo ‘muore’, dice Tzjolkovskij, gli atomi del suo particolare regno si disperdono e formano nuove connessioni in altri corpi, creando così nuovi regni. In altre parole, dopo la morte del cervello, l’identità degli individui come una particolare organizzazione di atomi va distrutta, ma gli atomi stessi rimangono in vita, rendendo la morte solo un temporaneo occultamento della vita, perché gli atomi alla fine proseguono e diventano parte di un altro essere e queste “nuove organizzazioni razionali di atomi possono concretizzarsi in forme di maggiore o minore densità, anche in esseri quasi immateriali, in epoche infinitamente lontane”.
    Considerando l’universo – e l’uomo in particolare – come un complesso regno di atomi immortali, Tzjolkovskij giunse a considerare la morte solo come un’illusione dovuta alla debolezza della mente umana. Dato che l’esistenza dell’atomo e della materia inorganica non è segnata dalla memoria o dal tempo, non ci può essere un inizio o una fine alla loro esistenza, quindi neanche nessuna ‘morte’, così come comunemente intesa. Essi si fondono, da una vecchia vita, in una nuova vita “soggettiva, ininterrotta e felice”. Secondo Tzjolkovskij, questa percezione dell’universo avrebbe portato gioia assoluta all’umanità, perché “il cosmo contiene solo gioia, soddisfazione, perfezione e verità”. La ‘morte’ quindi non esiste perché i singoli atomi non muoiono; muore solo il particolare regno in cui esistevano e che ha cessato di funzionare.
    Mosso anche da queste considerazioni panpsichiste, Tzjolkovskij si spingeva fino ad interrogarsi sui limiti e l’essenza del libero arbitrio: “Siamo dipendenti dalla volontà e controllati dal Cosmo. Non c’è nessuna volontà assoluta – siamo marionette, pupazzi meccanici, macchine, personaggi del cinema”. E ancora, ormai vecchio, guardando a ritroso alla storia della sua esistenza individuale: “Ho visto nella mia vita una sorta di destino, il controllo di forze superiori. Qualcosa di misterioso, una fede in qualcosa di imperscrutabile – collegata con Cristo e ai principi primi – era miscelata con la mia visione puramente materialistica delle cose. Nonostante il fatto di essere immerso nello spirito del tempo, il materialismo, nello stesso momento c’era qualcosa d’incomprensibile che coesisteva con quello spirito e si agitava cupamente dentro di me”. Moneta sovietica dedicata a Tsiolkovky

    Tzjolkovskij non escludeva la presenza di esseri supremi ed onnipotenti in cielo, ‘divini’, infinitamente più intelligenti degli uomini e potenzialmente capaci di condizionarne la vita. Dalle premesse del monismo e del panpsichismo, e da quello che sapeva di astronomia e altre scienze, Tzjolkovskij arrivò alla conclusione dell’inevitabile esistenza d’intelligenze extraterrestri nell’universo, che potrebbero senz’altro aver sviluppato forme più alte e perfette di vita: “Milioni di miliardi di pianeti esistono da tanto tempo, pertanto i loro animali hanno raggiunto una maturità che noi raggiungeremo in milioni di anni della nostra futura vita sulla Terra. Questa maturità si manifesta con un’intelligenza perfetta, con una comprensione profonda della natura, e da un potere tecnologico che permette a questi abitanti del cosmo di accedere ai pianeti dell’universo”.
    Interrogandosi sulle intelligenze extraterrestri, Tzjolkovskij arrivò ad anticipare il paradosso di Fermi – “Dove sono tutti quanti? Se ci sono così tante civiltà evolute, perché non abbiamo ancora ricevuto prove di vita extraterrestre come trasmissioni di segnali radio, sonde o navi spaziali?” - e alla fine arrivò alla sua personale soluzione che, se non siamo ancora entrati in contatto con delle intelligenze superiori, è perché l’umanità ha la potenzialità di sviluppare – in autonomia – forme di vita originali e più elevate che possono interessare anche i nostri vicini galattici; in altre parole l’umanità sarebbe stata messa da parte come una riserva d’intelligenza al fine di consentire alla nostra specie di evolversi verso la perfezione e quindi di portare qualcosa di unico alla comunità cosmica delle intelligenze extraterrestri. “Perché gli esseri dei pianeti felici non si sono degnati di venire qua giù? Perché non hanno pietà di noi e ci sostituiscono con esseri superiori, perché non ci distruggono in modo che possiamo risorgere nella loro perfezione? (…) Se non si fossero aspettati niente di alto livello, non ci avrebbero tormentati per così tanto tempo. Evidentemente, c’è la speranza che qualcosa di fruttuoso si svilupperà grazie a noi. Loro conoscono in modo superiore. Noi dubitiamo, ma loro sanno. Siamo in grado di portare un nuovo e meraviglioso flusso di vita che rinnova ed integra la loro esistenza già perfetta”.
    Questa soluzione al paradosso di Fermi di Tzjolkovskij affondava nel suo ottimismo – caratteristica comune a tutti i cosmisti – circa le capacità evolutive della specie umana. La gente di oggi, secondo Tzjolkovskij, era ancora immatura, e l’umanità stava affrontando un periodo di transizione. Era convinto che gli uomini dovessero attivamente dirigere la propria evoluzione biologica per rendere le persone indipendenti dalla natura e potenzialmente immortali. Il futuro sviluppo dell’umanità era strettamente legato alla capacità di attuare un programma eugenetico in grado di far aumentare il tasso di nascita degli uomini dotati di un altissimo grado d’intelligenza, i geni, a cui dovevano essere affidate le redine del progresso umano. Queste idee furono sviluppate da Tzjolkovskij nel suo libro “Dolore e geni”. “Un gran numero di uomini di genio, che hanno spinto l’umanità verso la conoscenza e la felicità, è vissuto in mezzo a noi in tempi diversi! In ogni momento della vita della Terra ci sono uomini meravigliosi, il grande tesoro del pianeta. Tanti di loro sono stati dimenticati, o morti nell’oscurità, senza aver compiuto la loro benefica missione! L’ordine futuro delle cose sulla Terra sarà di farla finita con questa calamità, con questo spreco incommensurabile, e gli uomini più utili e perfetti saranno posti a capo dei governi”.
    Pertanto, per Tzjolkovskij, ogni città ed ogni villaggio avrebbero dovuto predisporre le case migliori per il matrimonio e la procreazione degli uomini più talentuosi tra i due sessi, mentre agli esseri umani meno dotati sarebbe stato vietato di procreare. In questo modo, in un paio di generazioni, sarebbe aumentata rapidamente la quota dei geni e dei talenti.
    La Terra sarebbe così stata in grado di istituire un sistema sociale felice, con l’unità e l’associazione universale dell’umanità, la fine della guerra, lo sviluppo della scienza e della tecnologia, cambiando radicalmente l’ambiente ed abolendo le catastrofi, controllando la natura ed eliminando le sofferenze umane come esseri mortali, raggiungendo la felicità per tutti.
    A questa nuova ‘razza’ di uomini, migliorata attraverso la selezione artificiale spetterebbe il compito di portare a conclusione il processo di conquista del sistema solare e della galassia; fino a quando l’intero universo sarebbe popolato solo da gente felice e perfetta.
    Ma il processo di ‘perfezionamento’ della razza umana non avrebbe mai conosciuto una conclusione definitiva. Per Tzjolkovskij “non c’è fine alla vita, alla ragione e alla perfezione del genere umano. Il suo progresso è eterno”.

    ***
    Per tutta la vita ho sognato che, grazie al mio lavoro, l’umanità avrebbe progredito almeno un po”; così disse Tzjolkovskij verso la fine dei suoi giorni sulla Terra. Oggi possiamo dire che il suo sogno s’è sicuramente avverato: grazie al suo lavoro filosofico e scientifico l’umanità ha posto le basi per incominciare ad avverare il suo sogno più recondito, l’esplorazione e la conquista dell’universo; un esito ineluttabile di un percorso storico che ha visto l’uomo diventare sempre più consapevole e responsabile del proprio destino cosmico o – per usare la terminologia di Vladimir Vernadskij – la naturale conseguenza del passaggio dalla biosfera alla noosfera. Il monumento ai “Conquistatori dello spazio”, a Mosca, eretto nel 1964. Una statua di Konstantin Tsiolkovsky, il precursore degli astronauti, si trova di fronte all’obelisco. Una poesia in lingua russa sulla parte anteriore della base in pietra del monumento dice: “La ricompensa per i nostri sforzi è stato che, dopo aver trionfato l’oppressione e l’oscurità, abbiamo forgiato ali di fuoco per la nostra terra e il nostro secolo”.
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  3. #3
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Suggestioni per il nuovo millennio: il cosmismo russo, questo sconosciuto

    4. Vladimir VernadskijLa noosfera è un nuovo fenomeno geologico nel nostro pianeta. In essa l’uomo è divenuto per la prima volta la più importante forza geologica. Egli può e deve ricostruire con il proprio lavoro e il proprio pensiero l’ambiente in cui vive, ristrutturarlo e riedificarlo in modo radicalmente diverso rispetto a ciò che era prima. Di fronte a lui si aprono possibilità creative sempre più estese. E può darsi che la generazione di mio nipote riesca ad avvicinarsi alla piena fioritura di queste possibilità”.

    Vernadskij: una vita d’amore per la scienza e per il sapere
    Vladimir Ivanovich Vernadskij è nato nel 1863 a San Pietroburgo ed è morto a Mosca il 6 gennaio del 1945. E’ stato geochimico e mineralogista, ed è considerato tra i fondatori della geochimica e della biogeochimica. Come scienziato si è occupato attivamente di radiogeologia di cui riconobbe, tra i primi, la grande importanza e di cristallografia. Si occupò anche di storia del pensiero scientifico e d’epistemologia. E i suoi interessi – conosceva quindici lingue – spaziavano dalla chimica alla medicina, dalla filosofia alla letteratura. Vernadskij è però oggi noto soprattutto per essere stato il primo ad avere scientificamente sviluppato il concetto di biosfera. Quest’idea, negli scorsi decenni, è stata ampiamente diffusa – ma anche fortemente distorta e strumentalizzata – dai movimenti verdi, mentre veniva nel contempo accantonata non solo l’impostazione rigorosamente scientifica con la quale Vernadskij l’aveva concettualizzata, ma soprattutto veniva dimenticato di citare l’altro fondamentale pensiero di Vernadskij – strettamente connesso alla biosfera – quello della noosfera. Il concetto di noosfera pone Vernadskij e la sua opera scientifica all’interno della corrente cosmista; come vedremo, infatti, in quest’idea si condensa la sua interpretazione sul ruolo storico dell’uomo, destinato a diventare, attraverso l’uso del pensiero scientifico e degli strumenti tecnologici, l’artefice del destino del pianeta, proiettato verso l’esplorazione e la conquista degli spazi cosmici.
    Vernadskij cominciò a frequentare l’università di San Pietroburgo alla fine del 1870. In quest’università subì soprattutto il fascino e l’influenza di due docenti che operavano all’interno della facoltà di fisica-matematica, Vasilij Vasil’eivc Dokucaev e Dmitrij Ivanovic Mendeleev, dei quale Vernadskij ricorderà così gli insegnamenti: “Le lezioni di molti professori – in primo luogo quelle di Mendeleev, Beketov, Dokucaev – aprirono davanti ai nostri occhi un mondo del tutto nuovo, e ci indussero a gettarci a capofitto, con grande passione e con tutte le nostre energie, nel lavoro scientifico, al quale negli anni precedenti eravamo stati preparati in modo così incompleto e poco sistematico. (…) Mendeleev aveva la straordinaria capacità di tratteggiare in modo chiaro e particolarmente attraente, appropriato e forte le sterminate e praticamente infinite frontiere della conoscenza esatta, il loro significato e la loro incidenza nella storia e nello sviluppo dell’umanità e di far risaltare in rapporto a esse la totale mancanza di consistenza e inutilità della formazione ginnasiale, che ci aveva oppresso e soffocato nei lunghi anni della nostra infanzia ed adolescenza. Le sue lezioni avevano su di noi l’effetto della liberazione da una morsa e ci introducevano in un nuovo, straordinario mondo: il clima che si respirava in quell’aula 7, sempre gremitissima, dove Mendeleev teneva i suoi corsi, era tale da stimolare le più profonde e riposte aspirazioni della personalità umana verso la conoscenza e la sua applicazione attiva e pratica e da indurre molti di noi a giungere a conclusioni logiche e ad assumere posizioni del tutto inattese anche per noi stessi e lontane dai nostri rispettivi punti di partenza”. Una foto di Vernadsky con la figlia Nina, negli anni intorno al 1910

    Nel giovane studente Vernadskij si faceva sentire fortissima la sete di conoscenza e sapere. In una lettera scritta negli anni universitari scriveva: “Non c’è nulla di più forte e intenso del desiderio di sapere, della forza del dubbio: sai, quando nella conoscenza dei fatti ti spingi sino a chiederti ‘perché, per quale ragione?’, a queste domande devi a tutti i costi trovare una risposta e una spiegazione; in un modo o nell’altro, ai problemi che stanno alla base di esse devi riuscire a dare una soluzione, qualunque sia. E questa ricerca e questa brama sono il fondamento di ogni attività scientifica”.
    Spinto da questa sete di conoscenza Vernadskij prenderà la laurea in scienze naturali nel 1886. Poco dopo divenne curatore della collezione mineralogica dell’università, dato che inizialmente concentrò i suoi lavori nel settore mineralogico, dove svolse studi molto dettagliati sugli alluminosilicati e fu il primo a descriverne correttamente la loro chimica e la loro struttura, che costituisce la base di molti altri minerali. Negli anni seguenti fu pioniere nella geochimica, la misurazione e lo studio della distribuzione e della migrazione degli elementi chimici e degli isotopi nella crosta terrestre; a questo scopo raccolse dati dettagliati sugli strati della crosta, descrivendone la migrazione degli atomi, cercando di spiegare la presenza di certi elementi chimici in queste croste, e in generale studiando la formazione dei composti chimici sotto l’influenza dei processi geologici.
    Nel 1898 divenne infine docente di mineralogia e cristallografia all’università di Mosca, dove restò in carica fino al 1911. La sua attenzione intanto si andava concentrando sui minerali radioattivi; dal 1908 cominciò ad intraprendere un grande lavoro di organizzazione di spedizioni di ricerca in giro per la Russia, l’Europa e l’Asia e nel 1909 istituì a Mosca un laboratorio radiologico.
    Vernadskij è stato uno dei primi scienziati a riconoscere l’enorme potenziale della radioattività come fonte di energia termica, ed è stato anche uno dei primi ad ipotizzare come l’accumulo, a lungo termine, del calore dovuto alla radioattività fosse una forza trainante di molti processi geochimici. Negli anni successivi darà vita all’Istituto del Radio, modellato su quello dei coniugi Curie di Parigi e al primo ciclotrone dell’URSS, su cui Igor Kurchatov e altre figure di spicco del programma della bomba atomica sovietica avrebbero conseguito la loro formazione iniziale.
    La prima guerra mondiale influì in modo decisivo sul personale lavoro di scienziato di Vernadskij, che ricorda come “essa abbia in particolare radicalmente sconvolto la mia concezione geologica del mondo. Fu proprio l’atmosfera di quella guerra, infatti, a spingermi a una visione della natura, nuova per me e anche per i contemporanei, in quanto totalmente dimenticata, a una visione a un tempo geochimica e biogeochimica, che comprendeva sia la materia vivente sia quella inerte e le considera a partire da un unico punto di vista”.
    Dal 1915 Vernadskij fu il presidente della ‘Commissione per lo studio delle forze produttive naturali della Russia’, un gruppo di lavoro che diede un enorme contributo all’esplorazione delle risorse minerali della Russia: “Questa Commissione”, ricorda Vernadskij, “ha avuto un ruolo cruciale nel periodo critico della prima guerra mondiale: in piena guerra, infatti l’Accademia delle Scienze dovette prendere atto di un fatto totalmente inatteso, e cioè che nella Russia zarista non si disponeva di dati precisi su ciò che ora si chiama la materia prima strategica, per cui fummo costretti a raccogliere in tutta fretta dati sparsi qua e là e a porre rapidamente e alla bell’è meglio rimedio a queste lacune della nostra conoscenza. Applicando un approccio geochimico e biogeochimico allo studio dei fenomeni geologici procedemmo a far rientrare tutta la natura circostante in un quadro complessivo considerato sotto l’aspetto atomico. Ciò, senza che io allora me ne rendessi conto, coincideva con quello che ora, a posteriori, si è pienamente manifestato come il tratto caratteristico della scienza del XX secolo, ciò che la distingue da quella dei secoli passati. Il nostro è infatti il secolo dell’atomismo scientifico”. Francobollo sovietico raffigurante Vernadsky


    Più tardi, negli anni della guerra civile russa, Vernadskij fuggì nelle proprietà di famiglia in Ucraina. Qui, nel 1918, fu il fondatore e il primo presidente dell’Accademia Ucraina delle Scienze di Kiev (1918) lavorando a stretto contatto con l’Università Tauride in Crimea.
    Nel 1921 tornò a San Pietroburgo e cominciò a studiare i meteoriti e la polvere cosmica. Nel periodo 1922-1926 lavorò spesso all’estero, a Praga e a Parigi, tenendo conferenze alla Sorbona, lavorando presso il Museo di Storia Naturale e all’Istituto Curie; fu a Parigi che in quegli anni uscì, in francese, la sua prima opera fondamentale: ‘Geochimica’.
    Nel 1926 uscì il suo libro più noto ‘La Biosfera’, nel quale Vernadskij, da un punto di vista planetario e globale – olistico - studiò gli effetti che la massa totale degli organismi viventi avevano sull’ambiente, esaminando i contributi dei processi vitali nell’atmosfera e sulla chimica della crosta terrestre, arrivando alla conclusione che non esisteva, sulla Terra, forza chimica più attiva, forte e costante di quella che era esercitata dalla materia vivente presa nella sua totalità. Così scriveva Vernadskij nella sua prefazione al libro: “In tutta la letteratura geologica manca un saggio organico sulla biosfera, considerata nella sua interezza come manifestazione necessaria di un meccanismo planetario della crosta terrestre. La stessa esistenza della biosfera quale prodotto di leggi ben definite non viene presa di solito in considerazione, la vita sulla Terra viene considerata come un fenomeno casuale e di conseguenza le nostre concezioni scientifiche disconoscono l’influenza della vita sulla continua evoluzione dei fenomeni terrestri; non riconoscono cioè il carattere non casuale dello sviluppo della vita sulla Terra e della formazione sulla superficie del pianeta, ai confini con il suo ambiente cosmico, di un involucro particolare impregnato di vita, la biosfera”.
    Dal 1927, fino alla sua morte, Vernadskij fondò e diresse il laboratorio biogeochimico dell’Accademia delle Scienze di San Pietroburgo, dove sarà il maestro di un’intera galassia di geochimici sovietici.
    Durante gli anni Venti e Trenta mantenne strette relazioni e scambi con Otto Hahn, Lise Meitner, e Arthur Sommerfield in Germania, Frederick Soddy a Montreal, e con i coniugi Curie di Parigi.
    Anche se Vernadskij mal sopportava le ingerenze e le limitazioni dello stato sovietico nel campo scientifico e il materialismo dialettico elevato a dogma tanto quanto l’ateismo di stato, non venne mai meno il suo appoggio alle aspirazioni internazionaliste e progressiste dello stato dei Soviet e il suo lavoro nel rafforzamento e nella difesa della nazione. A testimonianza di ciò fu l’impegno profuso nella ricerca dello sviluppo dell’energia atomica. Nell’estate del 1940 su sua iniziativa, cominciò la ricerca dell’uranio per l’energia nucleare anche se, a causa dello scoppio della guerra, fu costretto ad evacuare in Kazaksthan. Dopo che venne a sapere che gli USA avevano avviato un programma di sviluppo della bomba atomica, Vernadskij formò una commissione di lavoro con due dei suoi più stretti collaboratori e contribuì alla formazione del Comitato Uranio, che negli anni seguenti avrebbe tracciato il corso del programma atomico sovietico. La malattia e la vecchiaia – Vernadskij era allora ottantenne – non gli avrebbero permesso di acquisire un ruolo importante nello sviluppo della bomba, anche se era spesso consultato su numerosi aspetti del programma. Il suo ruolo di pioniere nel campo gli avrebbe in seguito conferito il titolo di ‘padre del programma nucleare sovietico’. Vernadskij mise però in guardia da un uso distorto del potere dell’uomo sull’atomo; già nel 1938 poteva lanciare una delle prime messe in guardia circa il cattivo uso dell’energia atomica: “Ben presto l’uomo avrà la potenza atomica nelle sue mani. Questa è una fonte di energia che gli darà la possibilità di costruire la sua vita proprio come lo vuole. Sarà in grado di usare questa forza per scopi buoni e non per auto-distruzione?”.
    Nel 1943, in occasione delle celebrazioni per il suo 80° compleanno, ‘per il lavoro intrapreso a lungo termine nel campo della scienza e della tecnologia’ fu insignito del Premio Stalin di primo grado e di una somma di 200.000 rubli; la metà fu da lui destinata al sostentamento degli sforzi bellici nazionali. Nell’occasione scrisse una nota a Stalin: “Caro Joseph Vissarionovich, chiedo che 100.000 rubli del premio che ho ricevuto e a voi intitolato, siano indirizzati alle esigenze della difesa, ovunque lo riteniate necessario. La nostra causa è giusta, e in questo momento coincide spontaneamente con la comparsa della Noosfera – un nuovo stato del settore della vita, la biosfera – l’inizio di un processo storico in cui la mente umana diventa un’enorme forza geologica planetaria”.
    L’uomo nella biosfera, piccolo ma determinante
    Per Vernadskij gli organismi viventi – la ‘materia vivente’ – sono indissolubilmente legati all’ambiente in cui vivono. Così anche l’uomo, come gli altri corpi naturali viventi, è intimamente legato alla specifica pellicola geologica esterna che riveste la Terra, la biosfera, che si differenzia dagli altri suoi involucri proprio perché è caratterizzata dalla presenza della materia vivente. La biosfera ha pertanto dei limiti – misurabili in chilometri sopra e sotto il livello del geoide – superati i quali non si riscontra più la presenza della materia vivente. Ma questi confini sono dinamici e mutano nel tempo, soprattutto grazie all’azione dell’uomo e ai progressi della tecnologia, “e siccome la vita dell’uomo è inseparabile da quella degli altri organismi – insetti, piante, microbi – insieme all’uomo è l’intera materia vivente che dilata i propri confini”.
    Nella biosfera la materia vivente occupa – in peso ed in volume – una piccolissima percentuale rispetto a quella inerte, eppure sotto il profilo geologico essa è la forza di maggiore entità e significato nella biosfera, in quanto determina la maggior parte dei processi che vi si svolgono ed è causa di un’ininterrotta corrente bidirezionale biogenica di atomi – tramite la respirazione, l’alimentazione, la riproduzione, etc – verso la materia inerte. La biosfera è infatti contraddistinta da questo incessante scambio di atomi tra la materia vivente e quella priva di vita ed è l’unico involucro della terra nel quale penetrano anche l’energia e le radiazioni cosmiche che ne condizionano l’organizzazione interna.
    Nella biosfera un ruolo centrale spetta pertanto alla materia vivente, che nel corso del tempo geologico cresce di forza e quindi nella capacità di incidere sulla materia inerte e sulla biosfera stessa. Questo è dovuto alla peculiarità della materia vivente di avere una proprietà di evoluzione plastica, di mutare ed adattarsi ai cambiamenti. La sua crescita, l’evoluzione delle specie, ha un enorme riflesso sull’ambiente circostante, sulla materia inerte e su tutta la biosfera. “La materia vivente sprigiona una quantità di energia libera, quale non è dato riscontrare in nessun altro involucro terrestre. Si tratta di energia biogeochimica che interessa l’intera biosfera e costituisce l’elemento determinante della sua storia. Essa provoca e muta di continuo, soprattutto per ciò che concerne la sua intensità, la migrazione degli elementi chimici, che costituiscono la biosfera, e determina la sua funzione geologica”. Moneta russa raffigurante Vernadsky

    All’interno della materia vivente è l’umanità la specie dotata dell’energia di modificazione maggiore, di una vera e propria forza geologica: “Entro la materia vivente, nelle ultime decine di millenni, è comparsa ex novo e si è quindi sviluppata rapidamente, incrementando via via la sua incidenza, una nuova forma di energia, legata all’attività vivente delle società, costituite da individui del genere Homo e di altri a lui vicini (ominidi). Questa nuova forma di energia, che può essere chiamata energia della cultura umana o energia biochimica culturale, non è esclusiva dell’uomo, ma appartiene a tutti gli organismi viventi. In questi ultimi, però, essa è presente in modo pressoché insignificante rispetto all’energia biogeochimica consueta”. L’energia biochimica culturale è legata all’attività psichica degli organismi e allo sviluppo di un apparato nervoso centrale – il cervello – che ha infine dato vita, nell’uomo, alla ragione.
    L’energia biogeochimica culturale umana “con l’andare del tempo cresce e aumenta fino ad assumere il ruolo di primo piano. Questo incremento è forse da porre in relazione con lo sviluppo della ragione, processo, ovviamente, molto lento (se effettivamente ha luogo), ma dipende certamente e soprattutto dall’affinamento e dall’approfondimento del suo uso, a sua volta favorito dal mutamento cosciente della situazione sociale e, in particolare, dalla crescita della conoscenza scientifica. (…) La ragione è una struttura sociale complessa, costruita sia per l’uomo di oggi, sia per quello dell’era paleolitica sullo stesso substrato nervoso, ma in una ben diversa situazione sociale, che si è venuta via via evolvendo nello spazio-tempo”.
    La ragione dell’uomo è per Vernadskij il prodotto – passeggero e non definitivo – “di uno sviluppo durato presumibilmente centinaia di migliaia di anni, ma ha potuto rivelarsi come forza geologica soltanto a partire dal momento in cui l’Homo Sapiens ha cominciato ad incidere con il suo lavoro culturale sulla biosfera”. Il primo atto, di cui siamo consapevoli, in cui l’Homo Sapiens sprigiona la sua energia culturale è quando prende il controllo diretto di una forza della natura, padroneggiando il fuoco; quello fu il primo atto ‘scientifico’ dell’uomo, perché la scienza per Vernadskij – forse influenzato dal celebre motto “Im Anfang war die Tat” di Wolfgang Goethe, che considerava non un semplice scrittore ma un vero e proprio scienziato – era fondamentalmente caratterizzata dall’azione.E il prodotto peculiare della ragione umana è il pensiero scientifico, che opera nella biosfera, e nel corso del proprio sviluppo la trasforma. La preistorica lotta dell’uomo per ottenere il fuoco. Immagine tratta dal film “La guerra del fuoco” (1981)


    La forza e l’espansione del pensiero scientifico
    Vernadskij attribuisce un’enorme importanza alla conoscenza scientifica: “La sua comparsa nella storia del pianeta, che è iniziata in modo massiccio e intensivo (considerata dal punto di vista del tempo storico) alcune decine di migliaia di anni fa, è un avvenimento di enorme importanza nella storia del nostro pianeta e, con tutta evidenza, non appare qualcosa di casuale”.
    Il pensiero scientifico dell’umanità ha avuto, negli scorsi millenni, dei centri di sviluppo ed irradiazione importanti in epoche e luoghi diversi, come quello mediterraneo-ellenico, cinese, indiano e – fortemente isolato rispetto agli altri – il centro dell’Oceano Pacifico dal versante americano. Questi centri hanno conosciuto fortune alterne, ma dopo diversi secoli la maggior parte di loro ha finito per spegnersi di fronte alla reazione di forze contrarie, soffocati dai dogmatismi religiosi e filosofici che hanno tolto linfa vitale all’ambiente sociale entro il quale erano nati, indispensabile per la loro fioritura e la loro sopravvivenza.
    Nessuno di questi centri, neanche quello esplosivo greco-ellenico, riuscì ad imprimere una forza propulsiva alla conoscenza scientifica in qualche modo paragonabile a quella sviluppatasi a cavallo tra XIX e XX secolo. Raffigurazione artistica – tratta dal film “Agorà”, 2009 – di Ipazia d’Alessandria, ultima rappresentante dello splendore del centro mediterraneo-ellenico, soffocato dall’avvento del dogmatismo

    Per Vernadskij infatti, “ciò che caratterizza il movimento scientifico del XX secolo da quello che ha dato luogo alla scienza ellenica, è la sua organizzazione scientifica, concetto generale che può essere disaggregato, mettendone in luce le seguenti componenti: il ritmo – in primo luogo; l’ampiezza della superficie interessata, che oggi praticamente comprende l’intero pianeta; la profondità dei mutamenti registrati a proposito delle concezioni della realtà che la scienza ha assunto come proprio oggetto di indagine; la potenza del cambiamento che la ricerca scientifica ha prodotto sul pianeta”.
    La nuova scienza del XX secolo ha aperto nuovi ambiti di conoscenza, dallo spazio-tempo infinitamente grande (gli spazi cosmici) a quello infinitamente piccolo (le forze atomiche), ponendo il pensiero dell’uomo di fronte a campi radicalmente nuovi ed enigmatici, che potrebbero fungere da linfa vitale e nutrimento per il pensiero filosofico, altrimenti in crisi e fuori dai tempi.
    La scienza del XX secolo s’interroga e guarda anche in modo più distaccato e scientifico alla ragione e all’uomo stesso; dice Vernadskij: “L’Homo Sapiens non è il compimento del creato – non è il ‘coronamento della creazione’ – e non è neppure il detentore di un apparato di pensiero compiuto e definito. Egli è invece l’anello intermedio di una lunga catena di sostanze, che hanno un passato e avranno senza dubbio un futuro. I suoi antenati erano dotati di un apparato di pensiero meno perfezionato del suo, così come, presumibilmente, i suoi discendenti potranno invece disporre di un qualcosa di meglio. Le tribolazioni della conoscenza che noi stiamo attualmente attraversando sono la manifestazione visibile non di una crisi della scienza, come ritengono taluni, ma di un lento miglioramento dei metodi fondamentali di cui essa si serve, miglioramento che avviene tra mille difficoltà. E’ in corso un lavoro enorme in questo senso, mai sperimentato prima”.
    L’inizio di questa impetuosa ondata scientifica – che investe tutta la vita dell’umanità, dalle sue espressioni filosofiche a quelle religiose – sono rintracciate da Vernadskij nel biennio 1895-1897, quando vengono scoperti i fenomeni legati all’atomo e alla sua instabilità, che consente di spiegare sia i raggi X sia gli elettroni e la loro origine, dando luogo alla fisica del XX secolo. In seguito a quella scoperta – e nel clima scientifico contraddistinto dal progressivo logoramento delle vecchie concezioni e dall’affermarsi di quelle atomistiche da cui sorse anche la teoria della relatività di Albert Einstein – si registra un’accumulazione e un’esplosione scientifica senza precedenti, e ancora più importante, la metodologia e l’etica della scienza si diffondono universalmente a livello planetario, dando forma ad una scienza e ad una cultura scientifica veramente universale.
    Per Vernadskij una delle caratteristiche principali della scienza, che la distingue nettamente dalla filosofia e dalla religione – all’interno della quale inserisce anche l’ateismo – è quella di costituire “qualcosa di unitario, e di essere la medesima in tutti i tempi, per tutti gli ambienti sociali e le formazioni statali”. A differenza delle religioni e delle filosofie che sono necessariamente molteplici, la scienza ha la caratteristica di essere una ed omogenea per tutta l’umanità. Questo risultato è frutto di millenni di lotte, vittorie e sconfitte: “A questa conclusione l’umanità è giunta attraverso una dura esperienza storica, poiché sia le religioni, sia le strutture sociali e le formazioni statali per interi millenni hanno cercato, e cercano tuttora, di pervenire a una fittizia unità e di costringere con la forza tutti ad accettare un’unica concezione complessiva del senso e della finalità della vita. Ma in tutta la plurimillenaria storia dell’umanità mai si è riusciti a costruire una simile visione unitaria”. Monumento a Vernadsky a Kiev

    La scienza è un fenomeno dinamico in continua evoluzione nelle ipotesi e nelle teorie, ma il suo nocciolo interno, costituito dalla logica, dalla matematica e dall’apparato scientifico dei fatti, presenta un carattere vincolante ed imprescindibile per tutta l’umanità. “Questo carattere universalmente vincolante dei risultati della scienza nel suo campo di pertinenza costituisce il tratto distintivo fondamentale che la differenzia dalla religione e dalla filosofia, le cui conclusioni non hanno invece questa peculiarità”.
    La scienza, diffondendosi a livello mondiale, supera i confini e le linee di demarcazione degli stati e delle culture. “Ogni fatto scientifico, ogni osservazione scientifica, indipendentemente da chi li ha prodotti e dal luogo in cui sono stati rilevati o elaborati, vanno a confluire in un unico apparato scientifico, dove vengono classificati e ridotti ad una forma standard, divenendo rapidamente patrimonio comune e oggetto d’attenzione e di valutazione da parte dell’attività critica, della riflessione teorica e del lavoro scientifico nel suo complesso. (…) Gli scienziati dell’area indiana o cinese assumono in generale le medesime premesse in vigore in quella europea: lo stesso riconoscimento della realtà del medesimo cosmo, gli stessi metodi di controllo e di verifica dei concetti, basati non soltanto sull’analisi logica, ma anche e soprattuttto sull’osservazione e sull’esperimento. (…) Per la prima volta una quantità infinita di uomini diversi lavora contemporaneamente e in luoghi diversi, che coincidono praticamente con tutte le aree di insediamento dell’umanità, a un programma comune che ha di mira la creazione di una nuova condizione umana, ed è incentrato sull’attività di ricerca scientifica, sulla riconsiderazione delle concezioni filosofiche e religiose”.
    Di fronte a questa espansione senza precedenti del sapere scientifico, ha fatto da contraltare una stagnazione del pensiero religioso e filosofico; i risultati conseguiti da queste branche del pensiero umano non riescono a stare al passo con le conquiste del sapere scientifico; per Vernadskij la religione e la filosofia dovranno necessariamente sforzarsi di adattarsi alla nuova situazione, e le vecchie concezioni essere rielaborate e ricreate; solo allora, assisteremo ad un’esplosione di creatività anche in questi settori.
    Vernadskij guarda con grande interesse all’influenza del pensiero filosofico indiano ed orientale sui futuri sviluppi della scienza, e soprattutto quello indiano gli pare particolarmente in sintonia con le scienze della vita e potenzialmente capace di portare un grande contributo creativo al loro sviluppo.
    Lo scienziato, per Vernadskij, si deve “appropriare del lavoro di ricognizione e ricerca del filosofo, esserne costantemente al corrente, ma non può per questo dimenticare l’incompletezza dell’indagine filosofica e l’insufficiente precisione con la quale sono definiti i corpi naturali nel dominio di sua pertinenza”. L’unica via maestra per scoprire gli enigmi della natura rimane la dura strada della scienza.
    Il pensiero scientifico, con le sue caratteristiche di unità ed omogeneità, ha quindi praticamente esteso la sua sfera d’influenza su tutto il globo. Dovunque nel mondo sorgono centri di ricerca e di elaborazione del sapere scientifico mentre i governi spendono moltissime risorse per favorirne la crescita; questa diffusione planetaria del sapere scientifico è la prima ed indispensabile premessa per il passaggio dalla biosfera alla noosfera.
    Il passaggio alla noosfera
    Attraverso il trascorrere dei secoli e dei millenni la biosfera è gradualmente passata sotto l’influenza sempre più determinante e decisiva dell’uomo. Il fattore geologico decisivo della biosfera è il pensiero scientifico organizzato dell’uomo e del suo lavoro, che stanno determinando il passaggio della biosfera alla noosfera, il regno della mente dell’uomo.
    Secondo Vernadskij questo è un processo inevitabile e necessario, un processo naturale le cui radici affondano in tempi remoti e che è stato lungamente preparato attraverso un processo evolutivo la cui durata assomma a centinaia di milioni di anni, che ha visto la formazione del cervello e dell’ambiente sociale nel quale è potuto sorgere il pensiero scientifico, nuova forza geologica che si è formata spontaneamente, come fenomeno naturale, nel corso di alcune decine di migliaia di anni dell’evoluzione più recente e che ha in sé possibilità di sviluppo senza limiti nel corso del tempo.
    Il pensiero scientifico è un fattore geologico perché cambiamenti del “tipo di quelli che si sono verificati nella biosfera nel corso delle poche migliaia di anni in relazione con la sua comparsa e la sua crescita e dell’attività sociale dell’umanità non si sono mai registrati in precedenza nell’ambito di essa”.
    Negli ultimi cinque secoli si è poi assistito ad un’accelerazione di questa affermazione – unidirezionale e non reversibile, per quanto si possano verificare brusche interruzioni e rallentamenti – del pensiero scientifico, con la crescita del potere d’influenza dell’uomo sulla natura circostante, la sua comprensione sempre più penetrante e la creazione di macchine che crescono in progressione geometrica. “Nel XX secolo, per la prima volta nella storia della Terra l’uomo si è fatto una conoscenza precisa della biosfera ed è riuscito ad abbracciarla tutta quanta con gli occhi della sua mente, completando la carta geografica del pianeta ed insediandosi in tutta la superficie della Terra. L’umanità con la sua vita è diventata un’unità globale. Non c’è neppure un solo pezzetto della Terra, dove l’uomo non potrebbe vivere almeno per un certo tempo, se questo fosse necessario”. Contemporaneamente, grazie ai progressi tecnologici e del pensiero scientifico, si è assistito ad una rivoluzione nel campo delle comunicazioni interplanetarie e dei trasporti, grazie alla radio e alla televisione è possibile comunicare istantaneamente da una parte all’altra del pianeta e grazie ai trasporti aerei ci si muove a velocità di centinaia di km/h. Il pianeta Terra, visto dall’alto con il suo satellite, la Luna

    L’uomo ha cominciato a creare nuovi elementi artificiali mai prima esistiti sulla faccia della Terra: “Quello che una volta era una rarità mineralogica – il ferro allo stato naturale – viene ora prodotto in miliardi di tonnellate. L’alluminio puro non è mai esistito nel nostro pianeta e ora anch’esso viene prodotto in quantità illimitate. La stessa cosa accade per una quantità praticamente infinita di composti chimici artificiali prodotti ex novo. La quantità di questi ultimi crece di continuo. Tutte le risorse strategiche scaturiscono da questi processi di produzione”. Nuove razze di animali e piante, mai prima esistite, nascono per l’iniziativa dell’uomo.
    Con quest’aumento senza precedenti del potere umano e delle sue conseguenze sulla biosfera si apre all’uomo un futuro immenso; l’uomo non dovrà usare questo potere a fini autodistruttivi ma dovrà assolutamente aumentare la sua responsabilità e l’attenzione con cui opera e si muove sulla Terra, per preservarne le sue ricchezze naturali. Scrive Vernadskij: “In seguito alla crescita della cultura umana nel XX secolo hanno cominciato a subire mutamenti sempre più netti – sotto l’aspetto chimico e biologico – i mari marginali e parti dell’oceano. L’uomo deve ora prendere tutte le misure necessarie al fine di conservare per le generazioni future le ricchezze marine che non appartengono a nessuno”.
    I confini del pianeta appaiono ormai troppo stretti all’uomo del XX secolo e scenari fantascientifici si aprono sul suo orizzonte: “In futuro si presenteranno come possibili anche quelli che oggi appaiono i sogni più fantastici: l’uomo aspira ad uscire dai confini del proprio pianeta e ad entrare nello spazio cosmico, e con tutta probabilità riuscirà a farlo”.
    Come si vede Vernadskij era ottimista sul futuro dell’uomo. Anche durante gli orrori della seconda guerra mondiale, di cui fu amaramente testimone, non perse la fiducia nella vittoria del suo paese e nelle sorti progressive dell’umanità. Non era una fiducia riposta ciecamente, ma derivava dalla sua convinzione sull’inevitabilità del processo naturale in corso – del passaggio dalla biosfera alla noosfera – e del trionfo del pensiero scientifico a livello planetario, con tutto quello che questo comportava: l’affermazione degli ideali democratici e delle volontà delle masse popolari, della libertà di ricerca scientifica sciolta dai condizionamenti dei dogmatismi religiosi e filosofici, dell’unità biologica e dell’uguaglianza di tutti gli uomini, della ricostruzione e della riorganizzazione della biosfera negli interessi dell’umanità che pensa liberamente e si organizza a livello mondiale come un unico soggetto. Tomba di Vernadsky a Mosca

    Così, nel 1943, due anni prima di morire, Vernadskij potè scrivere: “Ora stiamo attraversando un nuovo cambiamento geologico evolutivo della biosfera: stiamo facendo il nostro ingresso nella noosfera. Questo ingresso coincide con un’epoca travagliata e tragica, segnata profondamente dalle distruzioni della guerra mondiale. La cosa importante, però, è che gli ideali della democrazia siano in sintonia con questo processo geologico spontaneo, con le leggi della natura, e corrispondano alla noosfera. Si può allora guardare al nostro futuro con fiducia. Esso è nelle nostre mani. Non dobbiamo lasciarcelo sfuggire”.

    ***
    Le previsioni ottimistiche di Vernadskij sull’esito del terrificante secondo conflitto mondiale furono esatte, anche se non visse a sufficienza per assistere alle sfilate dell’Armata Rossa sotto al Reichstag.
    E non visse a sufficienza per vedere l’esplosione scientifica del secondo dopoguerra, allo sbarco dell’uomo sulla Luna, all’invenzione dei computer e di internet, ma anche al contemporaneo protrarsi dei fratricidi conflitti umani, con gli stati sulla carta ‘democratici’ impegnati a fare la guerra in giro per il mondo contro stati civilizzati e progressisti, in difesa dei propri interessi meramente economici e geopolitici.
    La conoscenza del suo pensiero sul passaggio dalla biosfera alla noosfera -sulla forza geologica acquisita dall’uomo e sul valore della scienza – potrebbero indurre sempre più consistenti parti della popolazione mondiale a fermarsi a riflettere sulla direzione che intendono dare al destino della Terra, prima che gli ‘sfugga di mano’.



    5. EreditàL’eredità cosmista è ancora molto forte in Russia; il paese che ha dato i natali ai maggiori cosmisti vanta tuttora un grandissimo numero di scienziati ed intellettuali che procedono su quel solco, tracciato ormai più di un secolo fa. All’interno dell’élite scientifica nazionale – soprattutto nel nocciolo duro dell’Agenzia Spaziale Russa – e nei giovani studenti e ricercatori è ancora molto forte e vivo il richiamo del cosmismo, che ha direttamente o indirettamente influenzato le menti russe più rilevanti del XX secolo.
    Nella religione, nel pensiero e nella pratica ortodossa – in qualche modo rinata dopo il crollo dell’URSS – si ritrovano nuovamente mescolati insieme, in varia misura, le aspirazioni del cosmismo con gli afflati spirituali tipici dell’ortodossia russa.
    Recentemente lo stesso presidente Vladimir Putin ha ricordato l’importanza del pensiero di Vladimir Vernadskij per l’umanità intera, ordinando imponenti celebrazioni per il 150° anniversario della sua nascita: “All’inizio del XX secolo, il nostro connazionale Vernadskij ha creato una nuova teoria dello spazio, che unisce l’umanità, la noosfera. Questo concetto combina l’interesse dei paesi e delle nazioni, della natura e della società, delle conoscenze scientifiche e della politica statale. In realtà questa teoria è la base per la costruzione del concetto di sviluppo sostenibile”. Lo stesso Putin, lo scorso 12 Aprile – in occasione dell’anniversario dell’impresa di Jurij Gagarin – ha proposto di intitolare a Tzjolkovskij una città che sorgerà ex novo nei pressi del cosmodromo di Vostochnij.
    In generale, nel paese, si riscontra un proliferare di iniziative, pubblicazioni e conferenze sul cosmismo, sentito come un vanto nazionale di cui la Russia può andare fiera con il resto del mondo.
    Un interessante documentario è stato realizzato recentemente dal britannico George Carey, che è andato in Russia per rintracciare l’eredità dei cosmisti e del cosmismo; s’intitola ‘’, ed è disponibile su Vimeo anche se, purtroppo, è solo in lingua inglese:

    Accanto ai musei e alle attività divulgative dedicate alle principali figure del cosmismo, in Russia esistono numerose correnti culturali che sono diretta gemmazione del cosmismo, dai transumanisti agli immortalisti, solo per citarne alcune.
    Purtroppo il fatto che la lingua russa sia poco conosciuta in Europa, non permette di apprezzare e seguire a dovere il fermento culturale che contraddistingue ancora questo paese e che lo pone come un faro del cosmismo.
    Il cosmismo è comunque una filosofia universale, e come tale lo è anche la sua eredità. Non sorprende quindi di ritrovare richiami al cosmismo anche in altre parti del mondo. Citiamo solo il suggestivo ‘Manifesto Cosmista’ dello statunitense Ben Goertzel. In esso sono contenute anche 10 tesi cosmiste, scritte in sinergia con l’italiano Giulio Prisco, che aggiornano al 2000 molte delle aspirazioni dei cosmisti russi del ‘900. Eccole qui di seguito:
    1) Gli esseri umani si fonderanno con la tecnologia ad un ritmo sempre più crescente. Si tratta di una nuova fase dell’evoluzione della nostra specie, che sta prendendo velocità proprio in questo momento. Il divario tra naturale e artificiale sfocherà per poi, infine, scomparire. Alcuni di noi continueranno ad esistere come esseri umani, ma con una gamma radicalmente ampliata e sempre crescente di opzioni disponibili, aumentando drasticamente la diversità e la complessità. Altri si evolveranno in nuove forme d’intelligenza molto al di là del confine umano.
    2) Svilupperemo intelligenze artificiali senzienti e la tecnologia del caricamento della mente umana sui computer. Quest’ultima tecnologia permetterà una durata di vita indeterminata a chi sceglie di lasciare il proprio substrato biologico e di caricarsi sui computer. Alcuni umani ‘caricati’ sceglieranno di fondersi tra di loro e con le intelligenze artificiali. Questo richiederà riformulazioni delle attuali nozioni di ‘io’, ma saremo in grado di farvi fronte.
    3) Ci diffonderemo verso le stelle e vagheremo per l’universo. Ci incontreremo e ci fonderemo con altre specie là fuori. Allo stesso modo potremo vagare per altre dimensioni di esistenza, al di là di quelle di cui siamo attualmente consapevoli.
    4) Svilupperemo realtà sintetiche interoperabili (mondi virtuali) in grado di supportare esseri senzienti. Alcuni uomini ‘caricati’ sceglieranno di vivere in mondi virtuali. Il divario tra realtà fisica e sintetica offuscherà, poi scomparirà.
    5) Svilupperemo un’ingegneria spazio-temporale e una ‘magia futura’ basata sulla scienza, ben oltre la nostra attuale comprensione ed immaginazione.
    6) L’ingegneria spazio-temporale e la ‘magia futura’ potranno consentire di ottenere, con mezzi scientifici, la maggior parte delle promesse delle religioni, e molte cose incredibili che nessuna religione umana avesse mai sognato. Alla fine saremo in grado di resuscitare i morti, ‘copiandoli nel futuro’.
    7) La vita intelligente diventerà il fattore principale per l’evoluzione del cosmo, e lo guiderà verso un percorso pianificato.
    8) I radicali progressi tecnologici ridurranno drasticamente la scarsità materiale, in modo che l’abbondanza di ricchezza, la crescita e l’esperienza saranno a disposizione di tutte le menti che lo desiderino. Nuovi sistemi di autoregolamentazione emergeranno per mitigare la possibilità che la creazione mentale vada fuori controllo esaurendo le ampie risorse del cosmo.
    9) Nuovi sistemi etici emergeranno, sulla base di principi come la diffusione della gioia, della crescita e della libertà attraverso l’universo, così come nuovi principi che non possiamo ancora immaginare
    10) Tutti questi cambiamenti faranno fondamentalmente migliorare l’esperienza soggettiva e sociale degli esseri umani, delle nostre creazioni e dei nostri successori, portando a stati di consapevolezza individuale e collettiva caratterizzati da profondità, ampiezza e meraviglia molto al di là di quello che è oggi accessibile agli ‘eredi degli uomini’.

    In queste 10 convinzioni cosmiste il verbo futuro non è usato nel senso di inevitabilità, ma nel senso di intenzione: che vogliamo farlo, che siamo fiduciosi che possiamo farlo, e che noi faremo del nostro meglio per farlo.
    Rappresentazione di un immaginario spazio cosmico; tratta dal film di fantascienza “Contact” (1997)


    ***
    Il nuovo millennio si apre davanti a noi; il cosmismo, a più di un secolo dalla morte del suo fondatore Fjodorov, può essere una bussola di riferimento spirituale e d’azione per le nuove generazioni, in un mondo che – tuttora dilaniato da lotte fratricide di carattere militare ed economico – non è ancora riuscito a trovare una ‘causa comune’ sotto le cui bandiere unirsi e poter raggiungere l’unità. Il cosmismo può essere un punto di riferimento ancora più importante per quei giovani che lottano politicamente per un mondo migliore, contro la prepotenza del più forte e la ‘legge’ del profitto capitalista, per la giustizia sociale e per lo sviluppo scientifico dell’umanità, rispettando l’ambiente e le aspirazioni dei popoli, per un socialismo ed un internazionalismo che, facendo tesoro dei propri errori, possano ripresentarsi sulla scena mondiale più forti di prima.
    Dal 1945 – anno della morte di Vernadskij – ad oggi, l’uomo è diventato ancora più consapevole – con meraviglia e terrore insieme – del proprio ruolo geologico sul pianeta e dei suoi poteri su di esso. Con il telescopio Hubble è riuscito a fotografare l’origine dell’universo risalente a 15 miliardi anni fa, e le ricerche sui fossili gli testimoniano la straordinarietà della sua storia evolutiva sulla Terra in cui, al termine di un percorso tortuoso, incredibile e lunghissimo, è riuscito a dotarsi di un apparato cerebrale che gli permette - attraverso il pensiero scientifico – di intervenire artificialmente sul proprio corpo ed indirizzarne il percorso di sviluppo. Nuovi campi ed applicazioni del sapere come le biotecnologie, l’ingegneria genetica e l’informatica, le nanotecnologie, l’intelligenza artificiale e la robotica acquisiscono un ruolo sempre più importante aprendogli opportunità inedite e strabilianti. La scienza si diffonde senza sosta a livello planetario e con essa quei valori che il sociologo Robert K. Merton ha efficacemente sintetizzato nell’acronimo Cudos: comunismo delle conoscenze, internazionalismo, disinteresse per il proprio tornaconto, scetticismo organizzato. Cina, India – con le loro filosofie millenarie su cui nutriva tante speranze Vernadskij – Russia, Brasile e le nazioni emergenti, entrano da protagoniste nella storia scientifica del nuovo millennio: il ‘fuoco’ di Tzjolkovskij arde più che mai nei cuori dei taikonauti cinesi.
    Ma è anche altrettanto forte la resistenza degli strenui difensori delle formalità dogmatiche di certe religioni e di certe filosofie contro il nuovo stato noosferico della Terra, nel quale l’uomo – grazie agli sviluppi millenari del pensiero scientifico e delle sue capacità tecnologiche – è proiettato in una nuova dimensione, insieme spirituale e materiale, cosmica e creativa.
    Hugo de Garis, un ricercatore australiano nel campo delle intelligenze artificali, in un recente libro di science fiction, prospetta un futuro caratterizzato da una forte e sanguinosa contrapposizione tra i ‘Cosmisti’ e i ‘Terrestri’.
    Noi siamo più propensi a credere che – in sintonia con l’ottimismo che ha contraddistinto tutti i cosmisti – anche le religioni e le filosofie oggi più immobili e ferocemente ostili, sapranno rielaborare i propri pensieri e le proprie credenze e alla fine conciliarsi con lo spirito noosferico dei tempi, con il cosmismo che potrà fungere da luogo di sintesi tra punti di vista apparentemente divergenti. Questo per una serie di motivi: i dogmatismi, se non accettano di adattarsi e confrontarsi con i cambiamenti in corso, saranno inevitabilmente condannati a scomparire; la visione del mondo del cosmismo accoglie al proprio interno gli afflati spirituali più profondi dell’anima umana mantenendo una mente aperta ai contribui multiformi – religiosi e filosofici – del suo spirito; tutte le credenze – anche quelle che oggi si presentano come più dogmatiche ed inflessibili – sono fatte di uomini in carne ed ossa che non potranno sfuggire al destino cosmico che è iscritto nel proprio DNA, nella propria milionaria storia sulla Terra: evolversi – cadendo e poi rialzandosi – e progredire in eterno, dominare la natura matrigna e diventare creature sempre più perfette, unirsi in armonia e risolvere gli enigmi dell’universo, andare in cielo e ritrovare gli amati parenti e, infine, incontrare il Padre – il Programmatore – ‘faccia a faccia’. Una delle immagini conclusive del film di fantascienza “Tron” (1982)

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    Predefinito Re: Suggestioni per il nuovo millennio: il cosmismo russo, questo sconosciuto

    Se non l'hai letto e sei interessato all'argomento ti consiglio "il comunismo magico" di Dimitri.
    Preferisco di no.

  5. #5
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Suggestioni per il nuovo millennio: il cosmismo russo, questo sconosciuto

    Citazione Originariamente Scritto da Miles Visualizza Messaggio
    Se non l'hai letto e sei interessato all'argomento ti consiglio "il comunismo magico" di Dimitri.
    Per la verità fino all'altro giorno non sapevo nemmeno esistesse il cosmismo e non ho ancora letto, figurati, tutti i tre miei post iniziali. Ti ringrazio per la segnalazione. Interessantissimo argomento.
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  6. #6
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    Predefinito Re: Suggestioni per il nuovo millennio: il cosmismo russo, questo sconosciuto

    Cosmismo? Mai sentito sentito nominare? Comunismo magico? Neppure. Nella vita non si finisce mai di imparare.
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  7. #7
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Suggestioni per il nuovo millennio: il cosmismo russo, questo sconosciuto

    Il movimento Cosmista in Russia ha avuto la sua massima espressione dal 1933 al ‘38. Ma cosa è stato il Cosmismo? Partiamo dal romanzo di Alekxej Tolstoj, Aelita la regina di Marte, da cui è tratto l’omonimo film del 1924 con la regia di Jakov Protazanov; è il primo film di fantascienza dell’Unione Sovietica. Aveva avuto un enorme successo di pubblico, un colossal, ed è particolare perché venne finanziato dalla “Lega dei senza Dio militanti”. È il manifesto ufficiale di un curioso movimento che si afferma proprio in quegli anni, il Cosmismo russo. E’ l’ideologia di una setta minoritaria, ma solo apparentemente marginale, che ha origine nella gnosi ortodossa della fine del secolo XIX. Nasce con Georgy Fedorov, un filosofo della religione che diventa poi dirigente bolscevico, ed è ancora oggi diffusa in diversi ambienti della scienza russa, tanto che a Mosca è ancora presente, quindi sopravvissuta al regime sovietico, una Società Cosmista.
    Fedorov affermava che la morte è il male assoluto e la risurrezione avviene non per intervento divino, ma grazie all’Uomo nuovo, proletario con la successiva rivoluzione d’Ottobre. È qui chiara la connessione anche con l’ultima fase del comunismo, la liberazione totale dell’uomo come fine ultimo del socialismo. Le scienze diventano espressione sostitutiva della spiritualità del sacro. Il cosmismo, dunque, in sintonia con il materialismo comunista, teorizza la metafisica del corpo, non più dell’anima.
    Addirittura, l’utopia di Fedorov arriva al punto di immaginare viaggi interspaziali nel cosmo, da cui il termine cosmismo, per trovare mondi che possano accogliere tutti i corpi dei nostri antenati che tornano a rivivere, e danno vita, ad un universo socialista finalmente ugualitario, felice ed immortale. Mezzi scientifici sovietici grazie ai quali verrà acquisito il potere assoluto dell’Uomo nuovo sulla Natura che potrà consentire anche l’opera di resurrezione degli antenati, l’antico sogno dell’immortalità e infine la colonizzazione del Cosmo. Yuri Gagarin (foto) il primo uomo nello spazio fuori dalla Terra, il primo cosmonauta che anticipò l’astronauta americano, appena giunto in orbita, pronuncia alcune parole poi comprese alla luce delle idee del movimento Cosmista: “sono in cielo ma non vedo nessun Dio ringrazio Fedorov e il Cosmismo se oggi sono qui”. Queste le prime parole del cosmonauta sovietico prima di mandare i saluti e i baci ai dirigenti del Partito comunista e ai suoi familiari. Il messaggio non venne capito ad Ovest oltre Cortina, e dalla maggioranza dei cittadini del mondo intero, era una sorta di codice cifrato per gli scienziati che contribuirono al successo della missione spaziale sovietica. Fedorov era un pensatore amico di Toltstoy e di Gorky, anche costoro cosmisti. Il loro era un progetto metafisico, laico e materialistico: ridare vita ai morti, a tutti i morti, anche agli antenati, genitori, progenitori e vincere la morte col tempo della ricerca della Scienza sovietica, ringraziare i progenitori del fatto di esserci, noi qui, esistere e convivere insieme i loro corpi ed i nostri, vinta la morte, il principale nemico da abbattere “nemico laico” dello sviluppo umano.
    Andrej Platonov (1859 - 1951) era un cosmista più impegnato nel sociale, in quello che poteva fare la scienza per l’Uomo nuovo comunista. La sua era una fede incrollabile nella tecnologia. Aveva studiato un metodo per far saltare e radere fino al livello del mare o poco più le montagne del Pamir, calcolando “esattamente” la quantità di dinamite necessaria, per aprire così la “via” ai venti caldi del Sud che avrebbero reso fertile il gelido suolo della tundra siberiana. Interessante è il dialogo tratto da un suo romanzo “Kotlovan:
    - Phrushevsky!”: “I successi più alti della scienza renderanno capace questa di far risorgere i corpi decomposti degli uomini?” - No risponde Phrushevsky. - Stai mentendo – obbiettò Zachev – il marxismo può fare tutto. Perché credi che Lenin giaccia a Mosca perfettamente intatto? Attende la scienza, vuole risorgere dai morti.
    Andrej Platonov in questo passo lascia emergere tutta l’influenza del credo leninista: “La dottrina di Marx è onnipotente perché è vera”. Ma questa è in realtà solo una vernice “indorata” sopra antiche tradizioni religiose ed esoteriche russo ed ortodosse. Lo sviluppo per noi europei occidentali di una cieca fiducia dei russi nella scienza, nel materialismo e nell’onnipotenza umana è intimamente connessa ai legami profondi con la sfera occulta e magica che aveva messo profonde radici già nell’ultima epoca zarista. Rasputin influiva enormemente sulle vicende di corte e dello Stato zarista. Rasputin solo per citare il maggiore tra i numerosi occultisti, fenomeni irrazionali ma molto estesi e profondi e che è in quel contesto culturale finiranno per influenzare anche le personalità del partito bolscevico che entrano in contatto con la cultura occultista, che si riverserà nella componente più rilevante che è quella dei Costruttori di dio - “Bogostroitely”.
    Il movimento Cosmista diventa minoritario sotto Stalin e con Laurenti Beria, per quasi trent’anni, ma è proprio con la missione di Gagarin il 12 aprile 1961che sembra l’idea si realizzi con la storica impresa nel Cosmo. La stessa imbalsamazione dei grandi capi del comunismo, che inizia con Lenin, il suo Mausoleo nei pressi dalla Piazza Rossa a Mosca, e poi di Stalin, che verrà da lì rimosso da Krusciov, riprende le idee dei Cosmisti; come anche la necropoli pensata da Nikolai Setnitsky (1888 - 1937), da realizzare a rivoluzione mondiale avvenuta, vista appunto come necropoli mondiale – “mirovoi nekropol”, da posizionare nelle regioni congelate dell’estremo nord dell’Urss, che doveva servire per l’immortalità di tutto il popolo dei Soviet, un estremo sviluppo della tecnica di imbalsamazione dei leader comunisti dopo la loro morte, come la salma di Lenin la sola ancora custodita nel celebre Mausoleo della Piazza Rossa a Mosca.
    Il superamento della morte sarà una delle costanti del comunismo magico, cioè l’idea che l’uomo in quanto unico dio possa anche diventare proprio come un vero Dio immortale. Fedorov questo lo ha teorizzato in modo molto serio e importante, sostenendo che l’immortalità umana sarebbe arrivata nel momento in cui tutti gli esseri si fossero uniti in una società di tipo comunista perseguendo un loro scopo comune: il superamento della morte. Una sola persona fuori da questo movimento unico della società di eguali e il superamento della morte non sarebbe stata possibile. La cosa interessante è che questo superamento della morte non va solo verso il futuro, ma va anche verso il passato, ovvero i progenitori come su detto.
    La ricerca cosmonautica russa è dunque intimamente legata al Cosmismo di Fedorov, mentre l’astronautica americana nasce dallo sviluppo della scienza del gruppo segreto Italo-tedesco voluto nel 1933 da Mussolini e denominato Gruppo di Studio “Guglielmo Marconi”, da cui anche i progetti missilistici V1, V2 (questi lanciati su Londra in piena guerra) fino alle V3, V4, V5, V6 e le V7 quest’ultime dette anche le “Trottole volanti” a forma di dischi volanti, tutti studi e progetti che con von Braun, “bottino di guerra” intellettuale degli americani, finiranno per trasmigrare in Nordamerica e nei piani astronautici della Nasa.

    https://www.ariannaeditrice.it/artic...articolo=27966
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    Predefinito Re: Suggestioni per il nuovo millennio: il cosmismo russo, questo sconosciuto

    BOLSCEVISMO E COSMISMO: SCIENZA, MAGIA E RIVOLUZIONE

    Walter Catalano

    Articolo riprodotto per gentile concessione dell'autore che ne detiene i diritti. riproduzione vietata con qualsiasi mezzo.



    "Uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro del comunismo"

    (Karl Marx – Manifesto del partito comunista)





    "Phrushevsky ! I successi più alti della scienza renderanno questa capace di far risorgere i corpi decomposti degli uomini ?"

    "No" – disse Prushevsky.

    "Stai mentendo" – obbiettò Zhachev…."Il marxismo può fare tutto. Perché credi che Lenin giaccia a Mosca perfettamente intatto ? Attende la scienza, vuole risorgere dai morti." (1)

    Questo passo significativo tratto da Kotlovan, un romanzo dell’ingegnere e scrittore cosmista Andrei Platonov (1899/1951), rivela in modo preciso ed efficace uno dei nuclei programmatici principali del cosmismo: l’abolizione della morte. Un progetto piuttosto ambizioso ma, tutto sommato, perfettamente coerente con le ossessioni escatologiche del credo leninista che aveva incontrovertibilmente sentenziato: "La dottrina di Marx è onnipotente perché è vera". (2)

    Il termine Cosmismo russo come caratterizzazione di una tradizione nazionale di pensiero affine per molti versi al New Age americano, compare nei primi anni ’70, ma espressioni più generiche come "pensiero cosmico", "coscienza cosmica", "storia cosmica", "filosofia cosmica", risalgono al misticismo e all’occultismo russo del diciannovesimo secolo. (3)



    Lenin. Un'immagine dai funerali



    Eppure definire questa dottrina, che il filosofo sovietico Vladimir Filatov descrisse come un esempio di "scienza alternativa", (4) occultismo sarebbe un’esagerazione. Il cosmismo sottolinea piuttosto la fede nell’onnipotenza della scienza e della tecnologia, radicata nell’idea del potere magico della conoscenza (occulta). Non troppo lontane dalla tradizione gnostica sono poi altre concezioni cosmiste, quali quelle dell’autoperfezionamento e dell’ autodeificazione, della realizzazione dell’immortalità e della resurrezione dei morti. La fede e la pratica della scienza come mezzo per rivelare tutto ciò che è nascosto, governando le onnipotenti energie psichiche, nervose e cosmiche, rappresenta per il cosmista una sorta di gnosi secolarizzata, sintesi del positivismo evoluzionista e del messianismo escatologico occultista: una visione olistica e antropocentrica dell’universo che vede l’uomo come fattore decisivo nell’evoluzione del cosmo. L’uomo per i cosmisti è autoconsapevolezza cosmica collettiva che deve favorire la transizione del mondo dalla "biosfera" (la sfera della materia vivente) alla "noosfera" (la sfera della ragione), sconfiggendo malattia e morte e dando origine finalmente ad una razza umana immortale.



    Un'immagine della salma di Lenin



    Come sostiene Alexandr Dugin - ideologo dell’estrema destra russa e preteso metafisico e cospirologo, nel suo saggio Le Complot idéologique du Cosmisme Russe (5)- la prima apparizione delle dottrine cosmiste risale alla seconda metà del diciannovesimo secolo, quando lo spiritismo e le dottrine neo-spiritualiste venute dai paesi anglosassoni si diffusero presso l’intellighentsia russa influenzando soprattutto i pensatori positivisti.

    Il vero e proprio padre del Cosmismo è però Nikolai Fedorovic Fedorov (1828/1903), autore che influenzò profondamente la filosofia sottesa alle grandi opere di Dostoevsky, Tolstoi, Soloviev ed a quelle meno grandi dello scrittore "proletario" Gorky. Pensatore enigmatico, come lo definì Sergei Bulgakov, Fedorov lavorò nella biblioteca di un importante museo moscovita, dove la sua eccentricità e la sua erudizione erano leggendarie. Viveva asceticamente in una cameretta grande come una cella, dormendo su una panca, indossando gli stessi abiti in inverno e in estate, mangiando pochissimo, rifiutando le promozioni e donando il suo magro salario ai poveri. Venne soprannominato "il Socrate di Mosca" perché non aveva voluto pubblicare quasi niente, in vita, preferendo la diffusione orale delle sue idee presso ristrette ma devote cerchie di seguaci. I tratti generali della dottrina di Fedorov si possono ricavare dalla sua opera principale La filosofia della Causa Comune, pubblicata dopo la sua morte da due discepoli e distribuita gratuitamente a chiunque ne facesse richiesta. I punti principali sono i seguenti:



    •La Morte è il Male Assoluto. Essa deve essere vinta per l’evoluzione generale dell’umanità.




    •La resurrezione sarà operata non da Dio ma dall’Uomo: l’ "Uomo Nuovo" teurgico.




    •La resurrezione sarà compiuta per mezzo di processi scientifici e psichici. Tutta l’Umanità dovrà partecipare a questo Atto Supremo.




    •L’Uomo Nuovo dovrà acquisire potere assoluto sulla Natura, controllando anche i fenomeni atmosferici.




    •Il Tempio come spazio del Sacro per eccellenza dovrà trasformarsi in Museo (ove Sacro e Scienza saranno alleati).




    •L’evoluzione dell’Umanità ha raggiunto il suo acme. Gli uomini dovranno iniziare l’opera di resurrezione dei propri antenati qui e ora.




    •La Cristianità dovrà allearsi con l’Arianità degli antenati per creare una Umanità Nuova, unita, teurgica, comunitaria.




    •La Causa Comune è la lotta scientifica, sociale, economica, culturale, psicologica, spirituale, industriale, cosmica contro la Morte e per la Vita Assoluta e Infinita. Fedorov chiama la strategia di questa lotta Il Progetto e se ne considera il profeta (ne avrebbe ricevuto l’Illuminazione nel 1851).



    Dal suo posto di bibliotecario presso una delle istituzioni culturali più importanti della Russia, Fedorov intrattenne contatti con tutti i maggiori intellettuali del suo tempo: i socialdemocratici, i socialisti rivoluzionari e infine i bolscevichi videro nel Progetto, il sinonimo della Rivoluzione Mondiale. La forte tendenza dualistica che Fedorov riprese dallo zoroastrismo - l’antica religione iranica da lui considerata l’anticipatrice del cristianesimo ed ammirata per la netta contrapposizione fra bene e male, luce e tenebra, enfatizzando l’idea di immortalità e risurrezione – ben si sposava con la dialettica marxista tra proletariato e borghesia.

    Dugin segnala anche una singolare analogia fra il Cosmismo Russo di Fedorov e le concezioni di tipo cosmista in Occidente: seguendo René Guénon, nota che il termine "dottrina cosmica" viene usato in Occidente dalla Hermetic Brotherhood of Luxor - gruppo esoterico che sta alla base di tutti i movimenti spiritualisti moderni, dalla Società Teosofica fino ai seguaci di Aurobindo (6) - e rileva notevoli affinità filosofiche - come il panteismo, l’evoluzionismo, lo sperimentalismo scientista, l’attenzione per i livelli "psichici" e "atmosferici" del mondo sottile, ecc. – tra le due concezioni. Esisterebbe inoltre attualmente un luogo geografico di incontro tra le tendenze occultistiche di scuola occidentale e quelle cosmiste: la città di Kaluga, contemporaneamente centro storico di diffusione della Società Teosofica in Russia e capitale del pensiero cosmista.

    L’influenza di Fedorov segna profondamente ideologi importanti del bolscevismo come Aleksandr Bogdanov (1873/1928) e Anatoly Lunacharsky (1875/1933). Soprattutto Bogdanov - considerato da Lenin il "cervello numero uno" del Partito Bolscevico; fondatore, già prima della Rivoluzione di Ottobre, del Proletkult (Cultura Proletaria), organizzazione esterna al partito volta alla liberazione culturale e spirituale del proletariato, e membro del movimento intellettuale bolscevico dei bogostroitely o costruttori di dio (7) - identifica nella società comunista quella Vita Cosmica Assoluta che avrebbe segnato la vittoria sociale sulla morte.

    Il comunismo utopico, teurgico e magico di Bogdanov esalta la sostanza vitale (e Lenin lo accusò di "approccio borghese e idealista"). Bogdanov è convinto che la nuova scienza proletaria vincerà la morte poco dopo la realizzazione della Rivoluzione Bolscevica, glorifica spesso Satana come "dio del proletariato" e scrive vari romanzi fantascientifici. Il più noto s’intitola La Stella Rossa: vi si descrive l’instaurazione del comunismo su Marte - pianeta che cabalisti e gnostici hanno identificato con Samael, figura analoga a Satana (8) - e la ripartizione e condivisione in porzioni uguali fra tutti gli abitanti, del sangue di tutta l’umanità, bene comune e sostanza della vita, essenza materiale dell’essere. Per mezzo di questa continua comunione attraverso il sangue, i "marziani" hanno sconfitto la morte "la più grande nemica del comunismo". Il racconto ricorda le storie di vampiri e quelle di Lovecraft. Lo stesso Bogdanov, ossessionato dall’idea che il sangue potesse produrre la resurrezione dei morti, fondò e diresse a Mosca un Istituto per la trasfusione del sangue e morì in seguito ad un esperimento di trasfusione sanguigna.

    Un altro cosmista bolscevico fu il già citato Andrei Platonov che, sviluppando le idee di Fedorov sul controllo assoluto dell’uomo sulla Natura, proponeva di fare esplodere le montagne del Pamir per fare strada ai venti del sud in modo che potessero sciogliere i ghiacci eterni della tundra del nord trasformando quel territorio immenso in una terra fertile. Calcolò precisamente la quantità di dinamite necessaria per realizzare l’opera, inoltre teorizzò la possibilità di una colonizzazione comunista del sottosuolo terrestre e, non contento, elaborò una dottrina mistica del "vuoto dell’anima proletaria" affine al sunnyata buddhista. (9)

    In realtà i tentativi pratici dei cosmisti per realizzare le loro teorie non furono molto soddisfacenti: l'ambizioso progetto della resurrezione dei morti (se si deve prestare fede ad alcuni resoconti) non andò mai oltre la rianimazione di pesci e anfibi congelati ma l’ottimismo era ancora abbastanza forte da motivare l’imbalsamazione del corpo di Lenin per preservarlo in vista di un futuro ritorno. (10) Secondo i Biocosmisti: "La coscienza dei lavoratori e degli oppressi di tutto il mondo non si riconcilierà mai con il fatto della morte di Lenin" (11). Fu lo stesso Stalin a proporre la conservazione del corpo: Trotsky, Bukharin e Kamenev si opposero sostenendo che "trasformare le spoglie di Lenin in reliquia rappresenterebbe un insulto alla sua memoria" (12). Ma non si trattava di creare solo un culto di stato: anche Stalin e poi Dimitrov – capo del Partito Comunista Bulgaro, Gottwald – capo del Partito Comunista Ceco, ed in tempi più recenti, Ho Chi Minh e perfino Neto, capo della Repubblica Popolare d’Angola, furono tutti mummificati nel Mausoleo Lenin.

    Secondo le teorie di Nikolai Setnitsky (1888/1937) bisognava abbandonare la pratica moderna della cremazione o della sepoltura fuori città e tornare a forme più tradizionali che preservassero il cadavere in attesa della resurrezione. Setnitsky proponeva la creazione di un "cimitero mondiale" (mirovoi nekropol) situato nelle regioni gelate dell’estremo nord. Ci si accontentò del solo Mausoleo Lenin, presso il Kremlino, riservato alla nomenklatura del partito.





    Una famosa immagine di Gorky

    Furono i Biocosmisti-Immortalisti di Pietrogrado, sotto il motto di "Immortalismo e Interplanetarianismo", a proclamare l’immediata abolizione dei limiti di tempo e spazio: ora che si era ottenuta la rivoluzione sociale, era venuto il momento di inserire nell’agenda l’immortalità fisica per tutto il genere umano, la resurrezione dei morti e la colonizzazione dello spazio. I fatti erano strettamente collegati fra loro: le moltitudini di risuscitati e di immortali avrebbero popolato i pianeti dell’universo. Lo studio scientifico della mummificazione, della tanatologia e della cosmonautica dovevano procedere in parallelo.


    Non a caso i maggiori scienziati cosmisti furono K. Ziolkovsky, padre dell’aereonautica e della cosmonautica russe, e Vladimir Vernadsky, celebre geo-chimico. Ziolkovsky sfiorò i temi dell’ufologia e tentò di elaborare apparecchi per comunicare con creature extraterresti; fondò l’ "hylosoismo" - una disciplina che intendeva rivelare l’intelligenza innata della materia – e partecipò attivamente al movimento spiritico, avendo visioni incessanti di "entità di mondi paralleli". Molte sue idee insolite e soprattutto quella che concepiva tutta la materia come vivente - concezione rigettata dalla scienza sovietica ufficiale staliniana negli anni ’30 - si radicarono profondamente fra gli studiosi che si occupavano di aereonautica e fra gli stessi cosmonauti. Perfino Yuri Gagarin - il primo uomo lanciato nello spazio - nel corso del suo volo intorno alla terra, trasmise, con grande scandalo, un saluto simbolico a Nikolai Kostantinovic Rerikh, pittore e occultista russo, le cui opere erano strettamente proibite al pubblico sovietico e che risiedeva all’epoca presso l’Hymalaya. Rerikh era teosofo e membro dell’A.M.O.R.C. (un’organizzazione neorosicruciana), studioso di yoga e vicino alla sensibilità cosmista. E’ assai improbabile, conoscendo le dinamiche del sistema totalitario sovietico, che Gagarin avesse compiuto quel gesto di omaggio di sua iniziativa: i suoi superiori, gli scienziati che si occupavano della cosmonautica russa, erano ben coscienti della loro missione "cosmista", escatologica e mistica. Ancor oggi, nella città nativa di Gagarin, circola la voce che egli non sia mai morto e molti aspettano il suo ritorno (da una prigione segreta o da un manicomio dove lo hanno rinchiuso i "nemici"): la figura dell’astronauta è entrata a pieno titolo nel mito cosmista.

    Il geo-chimico Vernadsky infine, è considerato il più grande scienziato sovietico: le sue idee hanno influenzato la chimica, l’ingegneria, la filosofia e soprattutto la fisica atomica; il suo concetto di "noosfera" è passato fra le nozioni degli ecologisti contemporanei oltre che nel pensiero di importanti filosofi occidentali come il discepolo di Henri Bergson, Edouard Le Roy e soprattutto il gesuita "eretico" Theillard de Chardin. Anche Vernadsky condivise i miraggi di Fedorov sul Progetto e sulla Causa Comune, fantasticò dei prossimi contatti con entità cosmiche extraterrestri nella futura epoca "noosferica" e, come molti altri cosmisti, morì pazzo.

    Nell’apparente sistema ateo e materialista della Russia sovietica, il cosmismo è stato l’ideologia semi-segreta della scienza comunista: (13) la più o meno occulta dimestichezza con discipline eterodosse come la parapsicologia, la radioestesia, l’ipnosi, l’ufologia, ecc. ha caratterizzato sempre le ricerche di un gran numero di studiosi e intellettuali inseriti nelle strutture di partito e spesso in precario equilibrio fra allucinazione e raziocinio. Dagli anni della Rivoluzione fino al periodo staliniano e poi, in modo sempre meno sotterraneo, dall’epoca del disgelo kruscioviano fino alla perestroika di Gorbaciov, il cosmismo ha accompagnato indissolubilmente il pensiero sovietico (14) . Oggi che l’URSS è tornata Russia e che il comunismo sembra decisamente morto, il cosmismo, fratellastro nascosto, continua invece a godere di sempre miglior salute.



    (1) Citato in AA.VV., The Occult in Russian and Soviet Culture, a cura di Bernice Glatzer Rosenthal, New York, Cornell University Press, 1997, pag. 189.

    (2) Citato in AA.VV., The Occult in Russian and Soviet Culture, cit. , pag. 189.

    (3) Già con le riforme dello zar Pietro I, vengono introdotti, con l’Illuminismo, nuovi modelli filosofici e culturali di matrice occidentale. Fra le nuove suggestioni importate da Ovest, si radica in Russia anche la Frammassoneria e, all’interno di questa, si propagano le molte logge di frangia che praticano e diffondono l’occultismo. A questi elementi esogeni si intreccia sempre più strettamente un’altra antica tradizione già presente sul territorio, quella della Kabbala ebraica che va a sostenere e rafforzare l’ideale cristiano ortodosso della sobornost, la molteplicità nell’unità e l’unione fra Micro e Macrocosmo.

    Soprattutto dal regno di Caterina la Grande in poi, la tradizione massonica si rafforza e si espande: l’aristocrazia e l’intellighentsia russe vengono permeate largamente da dottrine come il Rosicrucianesimo e il Martinismo. Massone sarà anche Aleksandr Pushkin, il poeta nazionale romantico russo.

    Dal 1850, dopo il boom nei paesi anglosassoni, anche lo spiritismo si diffonde rapidamente nell’Impero dello zar. Da prima limitato a piccoli gruppi legati al salotto del conte Kushelev-Bezborodko - amico personale del medium Daniel Dunglas Home (1833/1886), che in seguito avrebbe sposato la cognata dell’aristocratico (il matrimonio si celebrò a Pietroburgo, testimone del medium era il celeberrimo scrittore francese Alexandre Dumas) – ebbe un’immensa fortuna presso la corte imperiale coinvolgendo anche molti membri della famiglia dello zar Alessandro II. Lo spiritismo interessò anche i fratelli Tolstoi e il teologo e filosofo Vladimir Soloviev (1853-1900).

    E proprio ispirandosi alle speculazioni di Soloviev, oltre che a innumerevoli altre influenze come il buddismo, il neoplatonismo, le teorie di Boehme o di Swedemborg, l’eccentrica espatriata russa Helena Petrovna Blavatsky (1831/1891) fondò la Società Teosofica, uno dei più importanti movimenti occulti del mondo moderno. La Teosofia non ebbe una sede ufficiale in Russia fino al 1908 (a Pietroburgo), ma era ben nota e operante nel paese fino dal 1880, nonostante la forte opposizione della Chiesa. Teosofi, almeno per un certo periodo della loro vita, furono, fra i molti, gli scrittori e filosofi P. D. Ouspensky (1878/1947) – in seguito portavoce di un altro grande ierofante russo di origine greco-armena G. I. Gurdjieff (1866 – 1949) – e Nicolai Berdiaev, seguace neognostico della Sophia; il compositore Alexandr Scriabin e il pittore Vasily Kandinsky che, con il suo basilare testo Lo Spirituale nell’Arte, ribadì l’innegabile relazione fra avanguardie artistiche e congreghe esoteriche.

    Con l’assassinio in un attentato dello zar Alessandro II nel 1881 e con la diffusione dell’ideologia rivoluzionaria dei nichilisti, si estese sempre più anche una notevole fascinazione per il demoniaco che ben si inserì nel fiorente contesto del Simbolismo e del Decadentismo russo. Importando i modelli maledetti dei Decadenti francesi – dai Fiori del Male di Baudelaire a Una stagione all’Inferno di Rimbaud, dalle Diaboliche di Barbey d’Aurevilly al Là-bas di Huysmans – ed aggiungendovi le copiose letture dei testi magici ed occultistici di Eliphas Levi, di Papus o di de Guaita, i Simbolisti russi produssero una letteratura densa di suggestioni arcane e di motivi faustiani.

    Fra i molti autori interessanti ricorderemo: Dmitry Merezhkovsky (1865/1941) che compose una trilogia Cristo e Anticristo, piena di riferimenti ai sistemi occulti e alla magia nera e pervasa dall’ossessione dell’ambiguità della scelta fra bene e male; Aleksandr Blok (1880/1921) che usava il diabolismo come segno di rivolta all’ordine sociale; Andrei Bely (1880/1934) che amava scandalizzare i borghesi con ostentazioni estreme di satanismo e pornografia; Vasily Rozanov (1856/1919) affascinato dall’Egitto e dalla magia sessuale; Viacheslav Ivanov (1866/1949) sostenitore dell’ardita tesi che "senza opposizione alla Divinità" non può esistere alcuna vita mistica; e soprattutto Valery Briusov (1873/1924) autore dello splendido L’Angelo di Fuoco grande romanzo sulla magia e la stregoneria, ambientato nella Germania del ‘500, che nel tempestoso e tragico amore fra il Lanzichenecco Ruprecht, reduce dal Sacco di Roma, e la strega Renata, adombra il menage a trois condotto dallo scrittore con la poetessa diciannovenne Nina Petrovskaia (1884/1928) e con il già citato Andrei Bely, relazione fatta di rituali magici, fissazioni ossessive, dedizione alla morfina e patti suicidi. La Petrovskaia dopo sette anni lascerà Briusov fuggendo a Parigi, dove si convertirà al cattolicesimo prendendo, guarda caso, il nome di Renata e infine si suiciderà.

    Il fascino sulfureo dell’Angelo Nero si estenderà dalla letteratura alla musica ispirando La notte sul Monte Calvo di Musorgsky; L’Angelo di Fuoco (dall’omonimo romanzo di Briusov) di Prokofiev o la Sonata n. 9 (detta "La Messa Nera") di Scriabin.

    L’attuazione non estetica ma operativa del diabolismo è rappresentata però da Maria de Naglowska (1883/1936), aristocratica pietroburghese, cresciuta in quell’ambiente culturale decadente e "satanico", che dopo aver avuto contatti con la setta dei khlisty (gruppo mistico messianico che praticava riti sessuali orgiastici), avrebbe portato con sé nel suo esilio occidentale (prima a Roma, dove frequentò Julius Evola, poi a Parigi) una curiosa forma di "luciferismo" basato sulla magia sessuale.

    Anche la corte dello zar in quegli anni subirà forti influssi da parte di personaggi legati al mondo dell’occulto. Maitre Philippe de Lyon (1849/1905) prima e Gerard Encausse in arte Papus (1865/1916) poi, si stabilirono a Pietroburgo fondandovi logge martiniste e ottenendo grande considerazione da parte di Nicola II e della zarina; aprirono la strada a colui che sarebbe divenuto per molti anni il vero e proprio consigliere della famiglia reale, lo staretz (santone, monaco errante) siberiano Grigorij Efimovic Rasputin (cioè "crapulone") (1871/1916). Il "Monaco Nero" è stato grandemente diffamato: l’eccezionale influenza sull’isterica zarina e sull’irresoluto zar, gli derivava dalla riconoscenza che i due regnanti gli serbavano per le effettive facoltà taumaturgiche esercitate per curare le crisi di emofilia dello Zarevich Alessio. Se Rasputin non fosse stato assassinato (con estrema difficoltà vista la sua resistenza quasi sovrannaturale a veleni e revolverate) da un gruppo di aristocratici invidiosi – questa è l’ardita ma non impossibile teoria di alcuni storici attendibili - avrebbe probabilmente ottenuto il ritiro della Russia dall’impegno bellico a fianco delle Potenze Alleate (esisteva un preciso progetto in proposito), evitando così le condizioni per lo scoppio della Rivoluzione del 1917 e risparmiando ai Romanov il loro tragico destino.

    Anche dopo la Rivoluzione Bolscevica la Russia Sovietica non viene meno alle sue tradizioni esoteriche e spiritualistiche. Il preteso materialismo storico e dialettico del marxismo ed il dichiarato ateismo dei nuovi governanti non impedisce la prosecuzione sotto altro nome di quelle stesse dottrine che avevano caratterizzato il precedente periodo. Molti uomini di cultura, artisti ed intellettuali esteriormente bolscevichi nascondono in realtà altri interessi: il grande regista Sergei Eisenstein (1898/1948) era profondamente e attivamente coinvolto nello studio dell’alchimia e della tradizione rosicruciana e gnostica; lo scrittore Vsevolod Ivanov (1895/1963), cantore della Guerra Civile in Siberia, sosteneva di preferire alle sue opere militanti il suo romanzo semiautobiografico Avventure di un Fakiro, infarcito di magia, ipnosi, misticismo orientale e sistemi di pensiero esoterici; il grande Michail Bulgakov (1891/1940), che ne La Guardia Bianca si era permesso di guardare con affetto e nostalgia agli uomini del vecchio regime, percorreva temi faustiani e demonologici nel suo capolavoro Il Maestro e Margherita e ne La Diavoleide, oltre a inserire in tutte le sue opere enigmatici riferimenti ai codici numerologici e alla gematria cabalistica; perfino il Realismo Socialista di Maxim Gorky (1868/1936), era debitore per molti aspetti di una sorta di occultismo positivista basato sugli studi moderni sul trasferimento del pensiero, sulla suggestione ipnotica, sulla teoria delle emanazioni energetiche psicofisiche e sulla parapsicologia.

    (4) Citato in AA.VV. The Occult in Russian and Soviet Culture, cit. , pag. 187.

    (5) Il saggio è scaricabile, in traduzione francese, su internet al sito Arktogaia di Dugin e accoliti. Ampi stralci ne sono comunque riportati in: Giorgio Galli, La politica e i maghi, Milano, Rizzoli, 1995, pagg. 183-189. Anche noi seguiremo i punti principali del testo parafrasandolo.

    (6) Per uno studio obbiettivo della H. B. of Luxor, superando le opinioni preconcette e talvolta erronee di Guénon, si può leggere: Joscelyn Godwin, Christian Chanel, John P. Deveney, The Hermetic Brotherhood of Luxor: Initiatic and Historical Documents of an Order of Practical Occultism, York Beach, Samuel Weiser, 1995. Su uno dei probabili fondatori e ispiratori dell’Ordine, in particolare, è assai interessante: John Patrick Deveney, Paschal Beverly Randolph: A Nineteenth-Century Black American Spiritualist, Rosicrucian, and Sex Magician, Albany, State University of New York Press, 1997. Più in generale anche: Joscelyn Godwin, The Theosophical Enlightenment, Albany, State University of New York Press, 1994, pagg. 199-200; 282-283; 291-292; 346-350; 358-359.

    (7) Bogdanov, Lunacharsky e Gorky, influenzati dalla Teosofia, praticavano un surrogato di religione marxista basato su un’interpretazione para-occultista dell’empiriocriticismo e dell’energetismo. I ‘costruttori di dio’ credevano nell’umanità collettivizzata, considerata un dio vivente; il loro energetismo, derivato da una singolare interpretazione del dionisismo nietzschiano, attribuiva alle masse la capacità di canalizzare energia e passione. Questa energia comune delle masse assicurava un’immortalità collettiva piuttosto che personale, giustificando l’auto-sacrificio per il bene della Rivoluzione.

    (8) Insospettabili interessi astrologici non sono estranei a Lev Trotsky che in Materialismo dialettico e scienza (1925), traccia un’ellittica analisi oroscopica della nascita del marxismo e delle rivoluzioni del 1848, collegandole entrambe alla scoperta di Nettuno sull’orbita di Urano. Urano è il pianeta della rivoluzione e Nettuno è associato con gli ideali e le ispirazioni nate dall’inconscio.

    (9) La mistura di retorica comunista e immaginazione religiosa operata da Platonov è evidente in questo passo citato in AA.VV. The Occult in Russian and Soviet Culture, cit. , pag. 209: "Compagni e cittadini, non sprecate fiato seguendo il corso impoverito della noia universale. Il potere della scienza si staglia come una torre e la Babilonia degli antichi con le sue lucertole e siccità sarà distrutta dalla mano esperta dell’uomo. Non siamo stati noi ad aver creato l’infelice mondo di Dio, ma noi finiremo di costruirlo…La ragione del comunista non dorme e nessuno disimpegnerà la propria mano. Al contrario egli soggiogherà tutt’intera la terra all’influsso della scienza".

    (10) "La tomba di Lenin ebbe forma di cubo piuttosto che di piramide perché il cubo significava la quarta dimensione della vita, che, secondo i teosofi, sopravviveva alla disintegrazione del corpo. Kazimir Malevich, l’artista che propose la forma cubica, riteneva che la quarta dimensione permettesse di sfuggire alla morte. Lenin, dichiarò, era stato risuscitato dalla materia soggetta al tempo e si trovava ora nel mondo dell’arte e della religione vere, il ‘regno super-materiale dello spirito ideale’. Perciò Lenin doveva essere deposto in un cubo, il simbolo dell’eternità. Per Malevich, il cubo, significando la metamorfosi, significava non solo l’immortalità di Lenin ma una cultura interamente nuova. Davvero il cubo avrebbe creato questa cultura muovendo attraverso lo spazio, perché possedeva proprietà teurgiche. Il cubo, possiamo aggiungere, esprimeva il prometeismo e l’orientamento verso il futuro dei bolscevichi molto meglio della piramide, che rimandava alla remota antichità ed era stata costruita grazie al lavoro di schiavi…La formula triadica di Majakovskij ‘Lenin è vissuto ! Lenin vive ! Lenin vivrà !’ divenne un mantra del culto". In AA.VV. The Occult in Russian and Soviet Culture, cit. , pag. 406.

    (11) Citato in AA.VV. The Occult in Russian and Soviet Culture, cit. , pagg. 195-196.

    (12) La citazione e le notizie sono riprese da: Il’ja Zbarskij, Samuel Hutchinson, All’ombra del mausoleo: La storia dell’uomo che imbalsamò Lenin, Milano, Bompiani, 1999.

    (13) I rapporti intercorsi in Svizzera tra Lenin e Trotsky e la colonia utopista e progressista di "socialisti vegetariani" fondata nel 1899 sul Monte Verità ad Ascona, che raccoglieva, fra gli altri, personaggi come l’anarchico Kropotkin, lo scrittore Hermann Hesse, gli artisti dadaisti Hugo Ball e Hans Arp, il pittore Paul Klee, il poeta Stefan George, la ballerina Isadora Duncan ed il filosofo Martin Buber, potrebbero costituire un ulteriore fattore di prossimità fra pensiero occultista ed utopia rivoluzionaria. A questo proposito Cfr. James Webb, Il sistema occulto, Milano, Sugarco, 1989, pag. 49. Altri spunti utili possono trovarsi in: Nicola Fumagalli, Cultura politica e cultura esoterica nella Sinistra russa 1880-1917, Milano, Società Editrice Barbarossa, 1997.

    (14) "Nell’attualizzare l’antico mito di Prometeo, Marx non è forse stato l’officiante di un mito saturo ? Sebbene possa suonare stonato per i propugnatori del disincantamento del mondo ammettere che la peculiarità di una dottrina risieda essenzialmente nel suo potenziale simbolico, può avere qualche interesse domandarsi come mai l’edificio teorico marxiano abbia potuto, con qualche sorta di irrazionalità, motivare le masse moltiplicando a profusione le pratiche parareligiose indotte dalla teoria: pellegrinaggio a Mosca, culto della personalità di Stalin, riferimento incessante alle sacre scritture di Marx, Engels, Lenin, e alle esegesi dei padri conciliari (Plechanov, Bucharin, Riazanov, ecc.), sfilate grandiose, consegne di decorazioni, battesimi di città e di fabbriche, protocollo ieratico dei grandi capi del Cremlino… Può sembrare a prima vista contraddittorio, ma tutto sommato evidente, il fatto che una politica antireligiosa abbia potuto produrre un culto del partito…L’entrata nel Partito suppone l’adozione di una visione del mondo totalizzante con una speranza escatologica di trionfo del proletariato". In: Claude Rivière, Liturgie politiche, Como, Red Edizioni, 1998, pagg. 80-81.

    Airesis : Il Giardino dei Magi - Catalano - Bolscevismo e Cosmismo
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  9. #9
    Laico-moralista
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    Predefinito Re: Suggestioni per il nuovo millennio: il cosmismo russo, questo sconosciuto

    Molto interessante questo thread, finalmente qualcosa di "eurasiatista" bello.
    Il postribolo e il fascismo sono termini inseparabili. La prostituzione è una disgrazia, nessun paese civile e democratico può ammettere e tollerare l'esistenza di luoghi dove migliaia di disgraziate sono tenute in schiavitù.
    P. PERGOLI, partigiano

  10. #10
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    Predefinito Re: Suggestioni per il nuovo millennio: il cosmismo russo, questo sconosciuto

    Argomento ancora sconosciuto ai più, e tra i "più" ci metto anche il sottoscritto.
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

 

 

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