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Discussione: Auto-mummificazione

  1. #1
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    Predefinito Auto-mummificazione



    Questa è l’opzione perfetta se vuoi farti il funerale da solo. Praticata in Giappone dai monaci buddisti fino al tardo 19esimo secolo, fu resa illegale all’inizio del novecento. È importante notare che qui non stiamo parlando soltanto di avvolgersi in garze. Questa roba non è per qualunquisti; richiede più di cinque anni di preparazione. Per un migliaio di giorni devi sbarazzarti di tutto il grasso che hai sul corpo mangiando soltanto nocciole e semi. Lo scopo durante i mille giorni è questo: sbarazzarti di tutta l’umidità che c’è nel tuo corpo. A chi importa se siamo fatti per la maggior parte di acqua? Devi solo mangiare pezzettini di pino ogni giorno e poi, alla fine di tutto, celebri con una bella tazza di tè fatta con la linfa di un albero di urushi. Naturalmente, il tè è straordinariamente velenoso. Ma non ti preoccupare, se arrivano vomito e diarrea esplosiva, sei sulla strada giusta. Questo significa che il tè sta facendo effetto e che la linfa sta proteggendo il tuo intestino dai vermi. Ora tutto quello che devi fare è metterti nella posizione del loto e lasciarti chiudere ermeticamente in una piccola stanza di pietre. Prossima fermata: La morte! E se tutto va bene, un incontro con Budda.

    La Top Ten dei riti di morte - Vice IT

  2. #2
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    Predefinito Rif: Auto-mummificazione

    E' un abominio
    Non c'entra nulla col Dharma, con la "via di mezzo".
    Tra l'altro il suicidio per un monaco è considerato dalla tradizione un atto estremamente grave.
    Credo che questa procedura sia stata messa in atto molto molto raramente.
    La frase "E se tutto va bene, un incontro con Budda" non ha senso
    Quando lo stato ti insegna ad uccidere si fa chiamare patria. (Friedrich Dürrenmatt)
    Non ti affrettare ad attaccarti a nessun punto di vista. (Kodo Sawaki)

  3. #3
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    Predefinito Rif: Auto-mummificazione

    anche buddda mangiò un fungo prima di morire

  4. #4
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    Predefinito Rif: Auto-mummificazione

    Citazione Originariamente Scritto da dedelind Visualizza Messaggio
    anche buddda mangiò un fungo prima di morire
    La morte del Buddha

    Traduzione dell'originale sito in:
    Buddhism Today - Dda.o Pha^.t Nga`y Nay, default page-english
    Tradotto da: Alessandro Selli nel luglio 2005
    Ultima revisione: 17 maggio 2008


    Come morì il Buddha
    Venerabile dott. Mettanando Bhikkhu
    Bangkok Post, 17 maggio 2000
    © The Post Publishing Public Co.


    1 - Quello che sappiamo
    2 - Cronologia
    3 - Diagnosi
    4 - Infarto mesenterico
    5 - Evoluzione della malattia
    6 - Analisi retrospettiva
    7 - Conclusione

    -oOo-

    Il dott. Mettanando Bhikkhu è stato medico prima di entrare nell'ordine monastico. Risiede adesso al monastero Wat Raja Orasaram.

    -oOo-

    I testi antichi hanno intessuto due storie sulla morte del Buddha. Fu una morte pianificata e voluta dal Buddha, oppure causata da avvelenamento da cibo, o fu forse scatenata da tutta un'altra causa?

    Il Mahaparinibbana Sutta, della sezione "I discorsi lunghi" del Tipitaka Pali, è senza dubbio la più affidabile fonte di informazioni dettagliate sulla morte di Siddhattha Gotama (563-483 aC), il Buddha. È scritto in uno stile narrativo che permette al lettore di seguire le vicende degli ultimi giorni del Buddha, a partire da pochi mesi prima della sua morte.

    Capire cosa veramente successe non è una faccenda semplice, però.

    Il sutta, o discorso, rappresenta due personalità reciprocamente in conflitto del Buddha, ciascuna escludente l'altra. La prima personalità è quella di un operatore di miracoli, capace di proiettare sé stesso e il suo seguito di monaci al di là del fiume Gange (D II, 89), capace di avere la visione divina dell'accampamento degli déi sulla terra (D II, 87), capace di vivere fino alla fine del mondo a condizione che qualcuno lo invitasse a farlo (D II, 103), capace di determinare il momento della sua morte (D II, 105) e la cui morte fu glorificata da una pioggia di petali celesti e di polvere di sandalo e musica divina (D II, 138).

    L'altra personalità è quella di un vecchio uomo, che lamentava il declino della sua salute e la senilità incombente (D II, 120), che fu quasi ucciso da un intenso dolore durante il suo ultimo ritiro a Vesali (D II, 100), e che dovette arrendersi alla sua inattesa malattia e morte dopo aver consumato un pasto speciale offerto da un ospite generoso. Queste due personalità si alternano in diversi punti del racconto. Inoltre, compaiono anche due diverse spiegazioni della causa della morte del Buddha: una è che il Buddha morì perché il suo assistente, Ananda, mancò di invitarlo a prolungare la sua vita fino alla fine del mondo o ancora più a lungo (D II, 117). L'altra è che morì a causa di un'improvvisa malattia che lo colpì dopo aver mangiato un cibo chiamato "sukaramaddava" (D II, 127-157).

    La prima storia è probabilmente una leggenda, oppure il risultato di un conflitto politico interno alla comunità buddhista durante uno stato di transizione, mentre la seconda appare molto più realistica ed accurata nella sua descrizione degli ultimi giorni del Buddha. Alcuni studi si sono concentrati sulla natura del cibo che il Buddha mangiò come suo ultimo pasto quale agente della sua morte. Tuttavia, c'è ancora un altro modo di affrontare la questione, che la conoscenza medica moderna ci mette a disposizione, che si basa sull'analisi dei sintomi e dei segni come sono descritti nel sutta. C'è un dipinto murale nel Wat Ratchasittharam dove il Buddha è prossimo alla morte, eppure dedica ancora del suo tempo a rispondere alle domande che gli sono rivolte dall'asceta Subhadda, il suo ultimo convertito che, dopo essere stato ammesso nell'ordine buddhista, divenne un arahant (un monaco illuminato).


    1. Quello che sappiamo

    Nel Mahaparinibbana sutta si racconta che il Buddha si ammalò subito dopo aver mangiato una speciale prelibatezza, sukaramaddava, letteralmente tradotto in "maiale morbido", che fu preparato dal suo generoso ospite, Cunda Kammaraputta.

    Il nome del piatto ha attirato l'attenzione di molti studiosi ed ha costituito il tema di ricerche accademiche sulla natura del pasto o degli ingredienti utilizzati nella preparazione di questo piatto speciale. Lo stesso sutta fornisce alcuni dettagli sui segni e sui sintomi di questa malattia oltre ad alcune informazioni affidabili sulle sue circostanze nei quattro mesi precedenti, dettagli che sono rilevanti dal punto di vista medico. Il sutta inizia con il complotto del re Ajatasattu per conquistare uno stato rivale, Vajji. Il Buddha era stato in viaggio nel Vajji per entrare nel suo ultimo ritiro delle piogge. Fu durante questo ritiro che si ammalò. Il sintomo del malessere fu un dolore improvviso e acuto. Tuttavia, il sutta non dice dove si manifestò o quale caratteristica avesse questo dolore. Fa un breve cenno al suo male e dice che il dolore fu intenso e che quasi lo uccise.

    In seguito il Buddha ricevette la visita di Mara, il dio della morte, che lo invitò ad estinguersi. Il Buddha non accettò subito il suo invito. Fu solo dopo che Ananda, il suo attendente, mancò di comprendere il suo suggerimento perché fosse invitato a rimanere che morì. Questa parte del messaggio, sebbene tenuta insieme dal mito e il sovrannaturale, ci fornisce alcune informazioni significative dal punto di vista medico. Quando il sutta fu scritto, il suo autore aveva l'impressione che il Buddha morì non a causa del cibo che aveva mangiato, ma a causa di una malattia pregressa che era sia grave che acuta - e che aveva gli stessi sintomi della malattia che alla fine lo uccise.


    2. Cronologia

    La tradizione buddhista theravada ha accettato l'assunto che il Buddha storico si sia estinto nella notte di luna piena del mese lunare di Visakha (tra maggio e giugno). Ma questa cronologia contraddice le informazioni che ci sono fornite dal sutta che dichiara che il Buddha morì poco dopo il ritiro della stagione delle piogge, molto probabilmente durante l'autunno o a metà inverno, cioè tra novembre e gennaio.

    La descrizione del miracolo dello sbocciare delle gemme di foglie e fiori fuori stagione negli alberi di sala, quando il Buddha fu deposto ai loro piedi, è compatibile con la stagione dichiarata nel sutta. L'autunno e l'inverno, tuttavia, non sono stagioni favorevoli alla crescita dei funghi, che alcuni studiosi ritengono essere stati causa di un avvelenamento del quale il Buddha sarebbe stato vittima consumando il suo ultimo pasto.


    3. Diagnosi

    Il sutta ci dice che il Buddha si sentì male immediatamente dopo aver mangiato il sukaramaddava. Siccome non sappiamo nulla sulla natura di questo cibo, è difficile dirlo causa diretta del malore che colpì il Buddha. Ma dalla descrizione che ne è data, l'instaurarsi della malattia fu rapido. Mentre mangiava, sentì che c'era qualcosa che non andava nel cibo e chiese all'ospite che seppellisse il cibo [avanzato]. Subito dopo soffrì un dolore acuto allo stomaco e perse sangue dal retto. Possiamo ragionevolmente assumere che la malattia si scatenò mentre stava consumando il pasto, facendogli pensare che ci fosse qualcosa che non andava nella prelibatezza alla quale non era abituato. Per compassione degli altri lo fece seppellire. La causa del suo malessere fu forse avvelenamento alimentare? Sembra improbabile. I sintomi descritti non fanno propendere all'avvelenamento da cibo, che può sì essere molto acuto, ma che difficilmente causa diarrea con perdita di sangue.

    Normalmente l'avvelenamento alimentare batterico non si manifesta immediatamente, ma richiede un'incubazione dalle due alle dodici ore prima che si manifesti, normalmente con diarrea e vomito, ma senza efflusso di sangue. Un'altra possibilità è l'avvelenamento chimico, che pure può avere un effetto immediato, ma una grave emorragia intestinale non è tipica dell' avvelenamento chimico. L'avvelenamento alimentare accompagnato da un'immediata emorragia intestinale può solamente essere causata da agenti chimici corrosivi quali sono gli acidi forti, che possono produrre effetti immediati. Ma agenti chimici corrosivi avrebbero dovuto causare un'emorragia nel tratto intestinale superiore, cosa che avrebbe provocato il vomito di sangue. Di nessun tale grave segno [di avvelenamento] si fa menzione nel testo.

    Anche le malattie correlate ad ulcere peptiche possono essere escluse dalla lista dei possibili mali. Nonostante queste si manifestino immediatamente, è raro che siano accompagnate da feci sanguinose. Un'ulcera gastrica con emorragia intestinale causa feci sanguinose nere quando l'ulcera penetra un vaso sanguigno. Un'ulcera più in alto nel tratto digestivo è più facile che si manifesti con vomito sanguinoso che non con la perdita di sangue per il retto.

    Un altro elemento contro questa possibilità è che un paziente con una vasta ulcera gastrica solitamente non ha appetito. Avendo accettato l'invito a pranzo dell'ospite, possiamo ritenere che il Buddha si sentisse tanto sano quanto può sentirsi un uomo che abbia appena raggiunto gli ottant'anni. Data la sua età non possiamo escludere che non avesse una qualche malattia cronica quale il cancro o la tubercolosi oppure un'infezione tropicale come la dissenteria o il tifo, che dovevano essere frequenti al tempo del Buddha. Queste malattie possono provocare emorragia del basso intestino, a seconda di dove colpiscono il fisico. Sono anche compatibili con i malori pregressi che lo colpirono durante il ritiro. Ma anche loro possono essere scartate, perché sono di regola accompagnate da altri sintomi quali letargia, perdita di appetito, perdita di peso e perdita di massa corporea nell'addome. Di nessuno di questi sintomi si fa cenno nel sutta. Una vasta emorroide può sì causare una grave emorragia rettale, ma è improbabile che un'emorroide possa causare dolori addominali intensi a meno che non sia strangolata. Ma in questo caso per il Buddha incamminarsi dalla casa del suo ospite avrebbe dovuto essere stato considerevolmente disagevole, oltre al fatto che è raro che un'emorragia emorroidale sia scatenata da un pasto.


    4. Infarto mesenterico

    Una malattia che corrisponde ai sintomi descritti - accompagnata da dolori addominali acuti e dall'efflusso di sangue, caratteristica dell'età avanzata e scatenata da un pasto - è l'infarto mesenterico, causato dall'ostruzione di un vaso sanguigno del mesentere. È letale. L'ischemia mesenterica acuta (una riduzione del flusso sanguigno al mesentere) è un malore grave che ha un'elevato tasso di mortalità. Il mesentere è una zona della parete intestinale che collega l'intero tratto intestinale alla cavità addominale.

    Un infarto dei vasi del mesentere normalmente causa la morte del tessuto di un'ampia sezione del tratto intestinale, che comporta la lacerazione della parete intestinale. Questo normalmente causa un dolore addominale acuto e la perdita di sangue. Il paziente di solito muore di emorragia acuta. Questa catena di eventi corrisponde alle informazioni fornite dal sutta. È confermata anche nel seguito quando il Buddha chiese ad Ananda di prendergli dell'acqua da bere, che indica un'assetamento intenso. Stando alla narrazione, Ananda rifiutò, che non trovava nessuna sorgente d'acqua limpida. Sostenne di fronte al Buddha che il vicino torrente era stato reso fangoso dal recente passaggio di una grande carovana. Ma il Buddha insistette perché lo stesso gli procurasse dell'acqua.

    A questo punto sorge una domanda: perché il Buddha non andò lui stesso al corso d'acqua, invece di insistere perché lo facesse il suo attendente evidentemente non accondiscendente? La risposta è semplice. Il Buddha stava soffrendo lo shock causato dalla sua forte emorragia. Non poteva più camminare e da quel momento fino alla sua morte dovette con ogni probabilità essere stato trasportato su una barella. In ogni caso il sutta non dice nulla sul tragitto che il Buddha percorse fino ad essere deposto sul suo letto di morte, forse perché l'autore sentì che la cosa sarebbe stata imbarazzante per il Buddha.

    Dal punto di vista geografico, sappiamo che la distanza tra il luogo che si ritiene fosse la casa di Cunda e il luogo dove il Buddha morì sia tra i quindici e i venti chilometri. Non è possibile che un paziente con una così grave malattia possa aver percorso a piedi una tale distanza. Con ogni probabilità il Buddha dovette essere stato trasportato su di una barella da un gruppo di monaci verso Kusinara (Kushinagara). È un punto dibattuto se il Buddha avesse veramente intenzione di trapassare in questa città, probabilmente non molto più grande di un paese. A giudicare dalla direzione che il Buddha seguiva mentre era in viaggio, che ci è fornita dal sutta, [capiamo che] era diretto a nord, proveniente da Rajagaha. È possibile che non intendesse morire là [a Kusinara], ma nella città dov'era nato, che avrebbe potuto raggiungere dopo un viaggio di tre mesi. Dal sutta è chiaro che il Buddha non aveva pronosticato il suo improvviso malessere, altrimenti non avrebbe accettato l'invito del suo ospite. Kusinara probabilmente era la città più vicina dove si sarebbe potuto trovare un dottore che lo potesse assistere. Non è difficile immaginarsi un gruppo di monaci affrettarsi per portare di corsa il Buddha su di una barella alla città più vicina per potergli salvare la vita. Prima di estinguersi il Buddha disse ad Ananda che Cunda non doveva essere biasimato e che la sua morte non era stata causata dal sukaramaddava che aveva mangiato.

    Questa dichiarazione è importante. Il pasto non fu la causa diretta della sua morte. Il Buddha sapeva che il sintomo era un ripetersi dell'esperienza che aveva subìto pochi mesi prima, quella che lo aveva quasi ucciso. Il sukaramaddava, quali che fossero i suoi ingredienti o come fosse stato cucinato, non fu la causa diretta del suo improvviso malore.


    5. Evoluzione della malattia

    L'infarto mesenterico è una malattia che colpisce di frequente le persone anziane, causata dall'ostruzione dell'arteria principale che fornisce di sangue la sezione media delle viscere - il piccolo intestino. La causa più comune dell'ostruzione è la degenerazione della parete del vaso sanguigno, l'arteria mesenterica superiore, che causa un forte dolore addominale, noto anche come angina addominale. Normalmente il dolore è scatenato da un pasto abbondante, che richiede un flusso sanguigno più elevato verso il tratto digestivo.

    Con il persistere dell'ostruzione le viscere sono private del loro flusso sanguigno, che di conseguenza causa un infarto, o cancrena, di una sezione del tratto intestinale. Ciò a sua volta provoca una lacerazione della parete intestinale, un'emorragia diffusa nel tratto intestinale e quindi diarrea sanguinosa. La malattia peggiora quando il liquido e il contenuto dell'intestino invadono la cavità peritoneale, causando una peritonite o un'infiammazione delle pareti addominali. Questa è già una condizione letale per il paziente, che di solito muore a causa della perdita di sangue e di altri liquidi corporei. Quando non è curata chirurgicamente la malattia di solito evolve in uno shock settico a causa delle tossine batteriche che penetrano nella circolazione sanguigna.


    6. Analisi retrospettiva

    Dalla diagnosi esposta possiamo essere piuttosto certi che il Buddha sia stato affetto da un infarto mesenterico causato dall'occlusione dell'arteria mesenterica superiore. Questa fu la causa del dolore che quasi lo uccise pochi mesi prima durante il suo ultimo ritiro della stagione delle piogge. Con il progredire della malattia una parte del rivestimento delle mucose intestinali si dovette staccare, dando qui origine ad un'emorragia. L'arteriosclerosi, l'indurimento del vaso sanguigno causato dall'età, fu la causa dell'occlusione arteriosa, un piccolo blocco che non causò la diarrea sanguinosa, ma è un sintomo noto oggi anche con il nome di angina addominale. Subì quindi un secondo attacco mentre stava mangiando il sukaramaddava.

    Il dolore probabilmente non fu intenso all'inizio, ma gli dette l'impressione che ci fosse qualcosa che non andava. Sospettando del cibo, chiese al suo ospite di farlo seppellire, così che altri non ne dovessero patire. Presto però il Buddha comprese che la sua malattia era grave, accompagnata da perdita di sangue e dolori ancora più forti nell'addome. A causa della perdita di sangue subì uno shock. La disidratazione fu così grave che non poté più stare eretto e dovette riparare ai piedi di un albero lungo la via.

    Sentendosi molto assetato ed esausto, chiese ad Ananda di prendergli dell'acqua da bere, pur sapendo che l'acqua [più vicina] era infangata. Fu lì che subì un collasso fino a che quanti lo accompagnavano lo portarono alla città più vicina, Kusinara, dove ci sarebbe stata una possibilità di trovargli un dottore o un alloggio dove potesse essere ricoverato. Fu probabilmente vero che il Buddha si sentì meglio dopo aver bevuto per reintegrare i liquidi persi ed aver riposato sulla barella.

    Avendo già avuto esperienza degli stessi sintomi si rese conto che la sua improvvisa malattia era il secondo attacco di una malattia preesistente. Disse ad Ananda che il pasto non era la causa della sua malattia e che
    Cunda non ne doveva essere biasimato. Un paziente che subisce uno shock, disidratazione e una forte emorragia di solito sente molto freddo. Questa fu la ragione per la quale chiese al suo attendente di preparargli un giaciglio usando quattro strati di sanghati. Stando alla disciplina monastica un sanghati è un mantello, o una veste supplementare, molto grande, delle dimensioni di un lenzuolo, che il Buddha aveva permesso ai monaci e alle monache di indossare durante la stagione fredda. Questa informazione ci dice quanto il Buddha sentisse freddo a causa della sua emorragia. Clinicamente non è possibile che un paziente in uno stato di shock con un forte dolore addominale, con molta probabilità una peritonite, pallido e tremante, possa mettersi in cammino. Il Buddha con ogni probabilità fu messo in un alloggio dove fu curato e riscaldato, vicino alla città di Kusinara.

    Questo quadro è confermato anche dalla descrizione di Ananda che, piangente, barcolla e si afferra alla porta del suo alloggio dopo aver appreso che il Buddha era prossimo alla morte. Normalmente un paziente con infarto mesenterico può vivere dalle dieci alle venti ore. Dal sutta apprendiamo che il Buddha morì dalle quindici alle diciotto ore dopo l'attacco. In questo intervallo di tempo i suoi attendenti devono aver fatto del loro meglio per procurargli qualche conforto, ad esempio riscaldandogli la stanza mentre riposava, oppure sgocciolandogli dell'acqua nella bocca per calmargli la sete perdurante, o dandogli da bere erbe medicinali. Ma è molto improbabile che un paziente tremante necessiti di qualcuno che lo sventoli com'è descritto nel sutta. Di tanto in tanto potrebbe essersi ripreso dalla spossatezza, riuscendo a continuare i suoi dialoghi con alcune persone. La maggior parte delle sue ultime parole possono essere autentiche, e sono state apprese mnemonicamente da generazioni di monaci fino ad essere state trascritte. Ma alla fine, in tarda notte, il Buddha morì di una seconda ondata di shock settico. La sua malattia ebbe origine da cause naturali combinate alla sua tarda età, come può succedere a chiunque altro.


    7. Conclusione

    Le ipotesi fin qui delineate spiegano molti eventi narrativi del sutta ossia: l'insistenza perché Ananda prendesse dell'acqua, la richiesta del Buddha di un quadruplo mantello per la preparazione di un giaciglio, l'ordine dato perché il cibo fosse seppellito e così via. Rivela anche un'altra possibilità sui veri mezzi di trasporto sui quali il Buddha arrivò a Kusinara e la collocazione del suo letto di morte. Sukaramaddava, qualsiasi cosa fosse, è improbabile sia stata la causa diretta della sua malattia. Il Buddha non morì per avvelenamento alimentare. Piuttosto fu la quantità del pasto, relativamente troppo abbondante per il suo tratto intestinale già in difficoltà, che scatenò il secondo attacco di infarto mesenterico che portò a conclusione la sua vita.


    -oOo-

    Un sincero ringraziamento al dott. Binh Anson per averci procurato questo articolo.




    I diritti d'autore sono detenuti dall'Autore dell'originale.
    I diritti della traduzione in italiano sono del traduttore.
    La traduzione italiana è coperta, ove compatibile con la licenza dell'originale,
    dalla licenza Creative Commons versione 3.0 Attribuzione - Non commerciale - Condivisibile alle stesse condizioni
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    Quando lo stato ti insegna ad uccidere si fa chiamare patria. (Friedrich Dürrenmatt)
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  5. #5
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    Predefinito Sokushinbutsu

    Sokushinbutsu

    ago11
    I Sokushinbutsu erano dei monaci buddhisti giapponesi che, applicando una tecnica antichissima, forse importata dalla Cina, causavano la propria morte nel tentativo di divenire dei Buddha. Fin qui, niente di strano: quale religione non conta fra i suoi proseliti degli asceti pronti a tutto pur di raggiungere il Paradiso?
    Ma i Sokushinbutsu hanno qualcosa che li rende unici. La loro tecnica consisteva nel raggiungere uno stato di auto-mummificazione che avrebbe reso il loro corpo incorrotto e virtualmente eterno.


    Tutti conosciamo le mummie egiziane, o quei corpi antichi recuperati dai ghiacci siberiani. Ma qui siamo di fronte a una vera e propria arte della preparazione della salma, mentre questa è ancora in vita.

    Il procedimento era complesso e richiedeva una forza di spirito e una pazienza notevoli. Per 1000 giorni (poco meno di tre anni) i preti dovevano nutrirsi con una dieta speciale consistente in noci e semi, prendendo inoltre parte a un regime di attività fisica che eliminava ogni traccia di grasso dai loro corpi. In seguito, dovevano mangiare soltanto corteccie e radici per altri mille giorni, bevendo unicamente tè velenoso tratto dalla linfa dell’albero Urushi, normalmente usato come lacca per verniciare le tazze. Questo causava vomito e una rapida perdita di fluidi corporei, ma soprattutto rendeva il corpo troppo velenoso per essere divorato dagli scarafaggi.
    Infine, il monaco auto-mummificante si chiudeva in una tomba di pietra di poco più grande del suo corpo, e lì restava senza muoversi mai dalla posizione del loto. I suoi unici collegamenti con l’esterno erano un tubo per l’aria e una campana posta all’esterno della tomba. Ogni giorno il monaco suonava per far sapere che era ancora vivo.


    Quando la campana smetteva di suonare, il tubo veniva rimosso e la tomba sigillata. Dopo altri 1000 giorni, i monaci aprivano la tomba per controllare che la mummificazione fosse andata a buon fine.

    Se i corpi mostravano una perfetta mummificazione, venivano immediatamente esposti nel tempio per l’adorazione. Spesso, però, quello che i monaci trovavano era un semplice cadavere decomposto. Anche se non erano considerati veri Buddha, questi resti venivano onorati per la loro dedizione e la loro forza di spirito.


    Questa pratica sembrava estinta da secoli, finché un mese fa è stato rinvenuto un corpo di un vecchio che avrebbe tentato di raggiungere lo status di Buddha seguendo questa ricetta.

    http://bizzarrobazar.com/

  6. #6
    Sospeso/a
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    Predefinito Re: Auto-mummificazione

    ho unito questa discussione ad una più vecchia con lo stesso argomento

 

 

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