Un assurdo processo alla Germania
di LINO TERLIZZI - La notizia dell’apertura di un’indagine della Commissione UE sul surplus della Germania può far ben stropicciare gli occhi a chi non ha seguito i contrasti politici che percorrono l’Unione europea e si può dunque chiedere se siamo nella realtà o nel regno della fantasia. Ma anche chi conosce bene questi contrasti politici, che sono poi la vera causa della mossa della Commissione,
fatica a credere che a Bruxelles si sia in effetti arrivati realmente ad una sorta di processo non a chi si comporta male dal punto di vista economico, bensì a chi si comporta bene o comunque meglio di molti altri.
In sostanza, la Germania viene accusata perché ha troppo successo economico. A scapito degli altri membri dell’Eurozona ed in parte dell’Unione europea, si aggiunge.
E qui l’assurdo si completa. I presupposti dell’apertura dell’indagine da parte della UE, che durerà mesi e che rischia di non servire a nulla dal punto di vista pratico, non hanno infatti fondamento né in termini di principio, né da un punto di vista economico. Per quel che riguarda il principio, il fatto che la Commissione UE si dedichi ad indagini sui cosiddetti squilibri commerciali dei Paesi membri anche sul lato dei saldi positivi, come nel caso della Germania, appare francamente fuori luogo.
In pratica, è come se il responsabile di un ufficio indagasse non tanto sui motivi per cui alcuni addetti non lavorano bene, ma mettesse invece sotto accusa chi lavora troppo bene. In questo modo si creano le condizioni per un abbassamento dei risultati, non per un miglioramento.
Tutti più vicini ma verso il basso, non verso un livello più alto di qualità del lavoro e della vita.
Ma anche da un punto di vista direttamente economico, di scenario di crescita, la mossa della Commissione UE non sta in piedi. L’attivo tedesco delle partite correnti è vicino al 7% del Prodotto interno lordo, sopra quel 6% all’insù o all’ingiù, per un periodo di tre anni, che viene considerato teoricamente come un allarme da parte della UE. Questa percentuale positiva è frutto della forza dell’economia tedesca ed in particolare di un export decisamente molto robusto.
E questo export, al contrario di ciò che viene affermato oggi da un buon numero di esperti, non gioca solo a favore della Germania, bensì anche dell’Eurozona e dell’Unione europea. In due sensi: perché rafforzandosi la Germania può fare da locomotiva per l’intero continente in termini generali; perché prima di esportare prodotti finiti la Germania importa merci semi-lavorate dai suoi vicini.
Le esportazioni tedesche verso l’Eurozona sono rimaste sostanzialmente stabili tra il 2006 ed il 2012,
mentre sono cresciute verso altre aree del mondo; le importazioni tedesche dai Paesi vicini dell’area euro, Italia compresa, sono invece aumentate dal 2009 in poi. È la fotografia di un’industria tedesca che non fa tutto da sola,
che si affida anche a fornitori europei, che traggono così la loro parte di beneficio quando la locomotiva germanica viaggia a buona velocità. I Paesi dell’Eurozona possono in sintesi fare export sia con prodotti finiti per il mercato tedesco, sia con semi-lavorati utilizzati dall’industria tedesca.
Ora l’invito rivolto alla Germania dalla UE, ma anche dagli Stati Uniti e dal Fondo monetario, suona in pratica così: esportate di meno, consumate di più, nell’interesse dell’Europa. L’infondatezza dell’invito sta su entrambi i versanti:
se la Germania esporta di meno, ci rimette appunto anche l’Europa (compresa la Svizzera, che ha come partner commerciale numero uno proprio Berlino); la Germania d’altronde ha già consumi elevati e trattarla come la Cina o altri Paesi emergenti (dove in effetti occorre aumentare i consumi interni) è nuovamente fuori luogo. L’unico punto su cui l’invito della UE può avere un fondamento è quello relativo alla necessità di una maggiore concorrenza nel settore dei servizi in Germania. Un punto che peraltro non riguarda la sola Germania.
La forza dell’economia tedesca, la linea di Berlino favorevole al rigore, alla riduzione sostanziosa dei debiti pubblici, a riforme strutturali per il rilancio delle economie,
sono tutti elementi che nei rapporti di forza politici danno fastidio, all’interno ed all’esterno della UE. In questo c’è attualmente una convergenza tra Paesi UE come la Francia e l’Italia, gli USA e l’FMI al di là dell’oceano.
Il messaggio politico è chiaro: anche la Germania può esser messa sotto esame, tutti ne tengano conto. Probabilmente da questo esame non verrà fuori nulla di valido. Ma intanto Bruxelles ha perso un’occasione, incorrendo in un errore di principio e di analisi economica.