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gianfiniano
LA TENTAZIONE DEL PRESIDENTE
Testamento biologico, Fini voterà no
E così prepara lo strappo con i cattolici
E’ quel che il presidente della Camera intende fare se il testo della legge non verrà modificato. Se dovesse dar corso ai suoi propositi non ci sarebbero precedenti nella storia repubblicana
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Gianfranco Fini ROMA, 24 agosto 2009 - NON CI SAREBBERO precedenti. Autunno, palazzo di Montecitorio, aula della Camera, è il giorno in cui passerà la legge sul testamento biologico. I capigruppo formulano le loro indicazioni di voto, il Pd prende atto del baratro che lo separa dalla maggioranza, l’Udc si acconcia a votare in linea con Pdl e Lega. E’ il momento decisivo: le dita dei deputati si agitano nervosamente sui tasti del dispositivo elettronico in attesa del via libera quando Gianfranco Fini, improvvisamente, si alza, fa cenno a uno dei vicepresidenti perché lo sostituisca sullo scranno più alto, scende lentamente i gradini della presidenza e prende posto tra i deputati del suo partito.
Brusio in aula, facce sgomente, occhiate interrogative. Gianfranco Fini voterà contro.
NON E’ un film, non è l’inconfessabile sogno di uno qualsiasi dei leader dell’opposizione. E’ esattamente quel che il presidente della Camera intende fare se, come sembra, il testo della legge non verrà sostanzialmente modificato. Un gesto motivato da questioni ideali, ma un gesto di rottura. Uno strappo difficile da ricucire.
Anche perché destinato a fornire un’adeguata copertura politica a quanti, nel Pdl, vivono con disagio una certa acquiescenza nei confronti del Vaticano e ardono dal desiderio di dare un segnale al premier Berlusconi. Il voto di Fini, insomma, potrebbe non restare isolato nel partito.
Oltre ai finiani Perina, Raisi e Granata, potrebbero associarsi Della Vedova, Calderisi, Pecorella, Stracquadanio, Costa, Gava, Lella Golfo, Margherita Boniver... Idealmente, dunque, Gianfranco Fini non è il solo ad invocare una legge meno prescrittiva su idratazione e alimentazione artificiali, che vieti l’accanimento terapeutico così come l’eutanasia attiva ma che lasci la decisione finale ai pazienti, ai loro familiari e ai medici. E quando tra medici e familiari un’intesa non si trova, che a decidere sia un giudice. O un comitato etico.
CHE SIMILI modifiche siano possibili, è però irrealistico. Buona parte del governo e della maggioranza considerano infatti necessario corrispondere alle aspettative del Vaticano. E Berlusconi, che già deve fronteggiare l’offensiva della Cei sul doppio fronte immigrazione ed escort, non ha in questa fase alcun interesse a marcare la caratura laica della maggioranza. Si immagina dunque che se il premier ne farà una questione di fedeltà personale molti dei deputati potenzialmente inclini a seguire Fini desisteranno. E il presidente della Camera risulterà ancor più ‘straniero’ nel Pdl.
Dopo vent’anni di quasi ininterrotta egemonia sul proprio partito, per la prima volta l’ex leader di An si trova infatti in minoranza. E non solo sui temi etici. Ma Gianfranco Fini è convinto d’essere maggioranza nel Paese. Più a sinistra che a destra, però. La scommessa è dunque quella di «formare» (o forse semplicemente «liberare») una nuova opinione pubblica di destra. Scommessa coraggiosa se riuscirà, velleitaria se invece fallirà. Quanto tutto questo c’entri con le sue presunte ambizioni quirinalizie, è difficile dire. Anche perché il Capo dello Stato è votato non dagli elettori ma dai partiti: alienarsi le simpatie del Pdl vorrebbe dunque dire rinunciare al Quirinale.
A FAR DESISTERE Fini dallo strappo sul testamento biologico, potrebbero essere solo pressioni politiche (la moral suasion di Gianni Letta) o la scelta di insabbiare la legge senza concluderne l’iter. Il presidente della Camera ben conosce infatti il timore che aleggia negli ambienti cattolici. Il rischio cioè che accada qualcosa di simile a quel che avvenne per la legge 40, quella sull’inseminazione artificiale: cioè che la Corte Costituzionale ne cassi le parti più prescrittive rendendola di fatto il contrario di quel che avrebbe dovuto. Il dibattito, anche se nell’ombra, è già in corso.
CERTO E’ che se Gianfranco Fini dovesse davvero dar corso ai suoi propositi non ci sarebbero precedenti nella storia repubblicana. Si ricorda che nel ’46 il capo dello Stato De Nicola minacciò di non firmare il trattato di pace, si sa che nel ’70 il democristiano Rumor mise pretestuosamente in crisi il suo governo pur di non licenziare la legge sul divorzio, ma mai un presidente della Camera ha fatto nulla di simile. Una mossa per certi aspetti uguale e contraria a quella di re Baldovino del Belgio, che nel 1989 rinunciò temporaneamente alla corona pur di non apporre la propria firma in calce alla legge sull’aborto.
di ANDREA CANGINI
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