Renzi, solo una scissione può salvare la sinistra
Piero Sansonetti
il 10 settembre 2013.
Sembra che Matteo Renzi abbia già vinto la sua battaglia dentro il Pd. Ha sgominato le correnti e imposto la sua legge. E sembra che sia destinato a prendere il comando del partito con una sola idea chiara in mente: che è finita l’epoca dei partiti. Il paradosso-Renzi, e forse anche il segreto della sua forza e del suo fascino, è tutto qui: volere fortemente la guida di un partito dichiarando la propria convinzione che i partiti non servono più e vanno rasi al suolo. Lo scontro, nel Pd, tra Renzi e Cuperlo avviene soprattutto su questo terreno: Cuperlo pensa che la politica debba avere ancora una dimensione collettiva – diciamo pure democratica: anzi, pensa che la politica sia lo strumento di realizzazione della democrazia – e dunque che i partiti vadano riformati ma salvati, e che la politica non possa ridursi a leaderismo e leadership. Renzi pensa esattamente il contrario, che la politica sia essenzialmente “scelta del leader” e che i partiti siano non “organismi viventi” e tantomeno “cervelli collettivi e pluralisti”, ma strumenti della leadership.
Renzi intende prendere possesso del Pd per distruggere il Pd e trasformarlo in un comitato a disposizione del leader. Per questa ragione non potrà mai accettare la distinzione – propostagli da D’Alema – tra leadership e premiership. Renzi non ammette che il premier possa poi essere condizionato da un partito “autonomo” e magari anche democratico, che dunque non risponde al leader ma interloquisce col leader e talvolta lo sopraffà. Renzi pensa che l’unica forma possibile di democrazia, in questa fase della modernità, sia di tipo leaderistico e che dunque la democrazia sia tanto più vera e funzionante quanto più è “assoluto” il potere del leader.
Non c’è grande differenza, in questo, tra il pensiero di Renzi, quello di Beppe Grillo e quello di Berlusconi. Cioè dei tre leader che – a occhio e croce – controllano attualmente più o meno l’80 per cento del parlamento.
Nella richiesta di Renzi di avere primarie “aperte” per la scelta del leader del Pd, e cioè non riservate agli elettori del Pd, non c’è solo un calcolo tattico o di convenienza: c’è la convinzione che bisogna impedire ai partiti di dipendere dai propri iscritti, bisogna “disarticolare” i partiti e lasciarli in vita senza però dare loro nessuna possibilità di autogoverno o di indipendenza e persino di identità. L’identità di un partito è il volto del proprio capo.
Il pensiero e la personalità politica di Renzi sono, più o meno, la riproposizione, estremizzata, del pensiero politico di Veltroni. L’uno e l’altro hanno avuto, e hanno, questa ossessione: Veltroni la chiamava “la democrazia di mandato”, Renzi la chiama “la rottamazione”, ma è la stessa cosa, e cioè la delega ad uno. La rottamazione non è un’ansia di rinnovamento, è un ansia di demolizione del partito e dunque dei suoi capi e in special modo dei capi legati ad un pensiero o a una tradizione o a una linea politica. Non ha importanza se questo pensiero e questa tradizione e questa linea politica sono più o meno di sinistra: quel che conta è impedir loro di esistere e di manifestarsi. Forse per questo Gianni Cuperlo è il nemico più organico ed evidente di Matteo Renzi. Cuperlo ha sempre fatto la politica pensando, elaborando, cercando linee, idee, progetti, concetti.
Il tardo-veltronismo di Renzi è stato accolto dal Pd con lo stesso entusiasmo e lo stesso spirito di sottomissione che ci fu ai tempi di Veltroni. Renzi però, rispetto a Veltroni, ha meno idee e soprattutto è del tutto privo di una storia politica personale. Questi, ad occhio, sono handicap. Ma – nell’epoca del berlusconismo e del grillismo – potrebbero diventare punti a suo favore. Oggettivamente Renzi ha più possibilità di vincere, rispetto a Veltroni, proprio perché è più semplice, più rozzo, e quindi più comprensibile di Veltroni. E forse anche perché al buonismo veltroniano ha sostituito una forma molto accattivante – scusate il gioco di parole – di “cattivismo”.
Cosa succederà se Renzi vince? Molti saranno contenti perché sarà la fine irreversibile della vecchia tradizione del Pci. Ma sarà anche la fine di quel che resta della sinistra italiana, del suo popolo, dell’eredità del movimento operaio. Ammenoché…
Ammenochè le correnti di sinistra – nel senso storico e tradizionale della parola – che esistono ancora nel Pd, non si limitino a sostenere Cuperlo ma lavorino concretamente per una scissione e per la nascita di un nuovo partito. Sarebbe una buona notizia.
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