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    Predefinito JFK in politica estera? Un guerrafondaio peggiore di George W. Bush

    JFK in politica estera? Un guerrafondaio peggiore di George W. Bush | L'Indipendenza

    Cinquant’anni sono un periodo abbastanza lungo per modellare la storia in mitologia, ma nel caso di John Fitzgerald Kennedy, ci sono voluti solo una decina di anni. Infatti, molto prima che Lyndon Johnson sgattaiolasse verso il tramonto, spinto via dal suo incarico dai manifestanti contrari alla guerra e da una ribellione all’interno del suo stesso partito, gli americani erano già nostalgici dei giorni apparentemente sereni di Camelot. Eppure lo sgraziato LBJ seguì semplicemente le orme del suo predecessore glamour: la differenza, soprattutto in politica estera, è stata solo nella forma.
    Kennedy non visse abbastanza a lungo per avere un grande impatto nell’ambito domestico, salvo l’introduzione di uno sfarzo nel suo incarico con annessi e connessi che in precedenza avrebbe scandalizzato pure Hollywood, in termini di presa di posizione degli Stati Uniti sulla scena mondiale, un comandante in capo può fare rapidamente danni reali se la sua avventatezza è quasi senza pari.
    Come membro del Congresso, Kennedy fu un sostenitore della linea dura nella Guerra Fredda, anche se con “abili” torsioni. Dopo un viaggio nel 1951 nel Sud-Est asiatico, disse che i metodi coloniali dei francesi facevano troppo affidamento sulla forza bruta, ma insistette che fossero necessari per costruire una resistenza politica al comunismo, la quale si basasse sul sentimento nazionalistico in tutto quello che chiamiamo sovente il Terzo Mondo. Eppure non era un tenerone.
    Mentre l’amministrazione Eisenhower si rifiutò di intervenire attivamente nel Sud-Est asiatico, i settori chiave dei Democratici al Congresso erano critici sulle esitazioni Repubblicane e Kennedy fu in prima linea nello spingere affinché si alzasse la posta nella guerra fredda: «il Vietnam rappresenta la pietra angolare del mondo libero nel Sud-Est asiatico», dichiarò nel 1956, è «la chiave di volta nell’arco, il dito nella diga».
    Eisenhower era quasi giunto al termine del suo secondo mandato, e i Democratici lo raffigurarono come un vecchio addormentato al volante. A questa narrativa fu data forza con l’aggiunta improvvisa di una preannunciato “gap missilistico”, ovvero la convinzione errata che i sovietici fossero avanti nella corsa agli armamenti e avessero la capacità di colpire gli Stati Uniti con missili balistici intercontinentali.
    Questa storia fu anticipata da due eventi significativi: nel 1957 fu lanciato lo Sputnik, il primo satellite artificiale ad andare in orbita intorno alla Terra, e il successo nel collaudo sovietico di un Icbm (missile balistico intercontinentale, n.d.t.) prima dell’estate. Nel mese di Novembre, un rapporto segreto commissionato da Eisenhower avvisava che i sovietici erano più avanti di noi nel campo delle armi nucleari.
    Il rapporto trapelò e i media andarono in delirio, con il Washington Post che affermò come gli Stati Uniti fossero in un disperato pericolo, diventando «una potenza di seconda categoria». L’America, secondo il Washington Post, si trovava «esposta a una minaccia quasi immediata da parte dei missili sovietici. La nazione poteva essere di fronte al pericolo catastrofico dei razzi militari sovietici».
    Il Gaither Report ipotizzò che vi potessero essere “centinaia” di missili balistici intercontinentali sovietici nascosti pronti a lanciare un primo attacco nucleare contro gli Stati Uniti. Come sappiamo, questi missili “nascosti” erano inesistenti, in quel momento i sovietici ne avevano molti di meno rispetto agli Stati Uniti. Ma l’accentuarsi della Guerra Fredda stava velocemente sedimentandosi nell’immaginario, e tra i Democratici nessuno più di Kennedy fece sua tale narrativa dato che era ormai attivamente in campagna per la presidenza. «Per la prima volta dopo la guerra del 1812, delle forze nemiche straniere sono diventate potenzialmente una minaccia diretta ed inequivocabile al territorio continentale degli Stati Uniti, per le nostre case e per la nostra gente», pontificò al Senato. Alle armi! I comunisti stanno arrivando!.
    Erano tutto sciocchezze. Appena un mese dopo Kennedy prestò giuramento, e il segretario alla Difesa Robert S. McNamara riconobbe davanti ai giornalisti che non c’erano «segnali di uno sforzo sovietico per costruire Icbm», e che «non c’è alcun divario missilistico». Gli apologeti di Kennedy hanno cercato di girare questo episodio per dimostrare che Kennedy fu tratto in inganno.
    Eppure Kennedy fu informato dalla Cia nel bel mezzo della campagna presidenziale del 1960, nel momento in cui la proiezione dei missili balistici intercontinentali sovietici secondo la Cia era scesa da 500 a soli 36. Kennedy scelse di credere molto più all’alta stima fornitagli dall’Air Force semplicemente perché si adattava ai suoi preconcetti, e perché essa gli era politicamente utile.
    Quando Eisenhower si insediò, rapidamente concluse la guerra di Corea ed istituì la sua politica di difesa, la ‘New Look’, la quale tagliò il budget militare di un terzo. Ripudiò la dottrina della sicurezza nazionale dell’era Truman, incarnata nel ‘Nsc-68′, un documento preparato dai consiglieri di Truman che affermava come gli Stati Uniti dovessero essere pronti a combattere contemporaneamente due grandi guerre su terreni diversi, quali “guerre limitate”.
    Gli Stati Uniti, invece, fecero affidamento sulla minaccia di una massiccia rappresaglia nucleare, una posizione difensiva che Kennedy e la sua cricca derisero a suo tempo definendola «isolazionista». In qualità di presidente, Kennedy rapidamente invertì la rotta di Eisenhower. McNamara riabilitò la Nsc-68 ed intraprese un massiccio accumulo di mezzi convenzionali di terra, di mare e per le forze aeree al fine di «prevenire l’erosione costante del mondo libero attraverso guerre limitate», come Kennedy inserì in un suo messaggio del 1961 al Congresso.
    La promessa di guerre “limitate” fu presto soddisfatta da due dei più grandi disastri della storia della politica estera americana: la Baia dei Porci e la guerra del Vietnam. Mentre i piani per rovesciare Fidel Castro furono originati durante l’amministrazione Eisenhower, il complotto della Baia dei Porci fu concepito dalla Cia poco dopo che Kennedy prestò giuramento da presidente.
    Durante l’ultimo dibattito presidenziale prima delle elezioni, Kennedy attaccò Eisenhower per la sua presunta compiacenza di fronte ad una “minaccia sovietica” a soli 90 miglia dalla costa della Florida. Questo lasciò il rivale di Kennedy, il vice presidente Richard Nixon, in posizione insolita di dover difendere una politica di cautela.
    Fu una manovra tipicamente in malafede da parte di Kennedy: il candidato Democratico fu informato dei piani per il cambio di regime da parte della Cia poco dopo la Convention Democratica. Kennedy, da parte sua, era entusiasta del piano per l’eliminazione di Castro. Una volta insediatosi approvò il progetto della Cia e le preparazioni cominciarono sul serio.
    L’operazione fu una farsa fin dall’inizio. Dipendeva da due eventi previsti, nessuno dei quali si verificò: l’assassinio di Castro e una diffusa rivolta contro il governo cubano. Questo fu l’argomento antesignano del «ci inonderanno di petali di rosa» avanzato 40 anni dopo da George W. Bush per la “liberazione” dell’Iraq. Ci sono voluti meno di due giorni affinché le forze cubane schiacciassero gli invasori.
    Barcollando dal disastro alla catastrofe, Kennedy dopo appena un anno di governo autorizzò un aumento degli aiuti al Vietnam del Sud ed inviò altri 1000 “consiglieri” americani. Mentre solitamente a Lyndon Johnson viene data la colpa per l’escalation della guerra del Vietnam, fu invece Kennedy che ordinò il primo aumento sostanziale di militari, coinvolgendo direttamente gli Stati Uniti.
    Nel suo famoso discorso inaugurale sul «pagare qualsiasi prezzo, sopportare qualsiasi fardello», Kennedy mise i sovietici in guardia, la sua amministrazione avrebbe proseguito al massimo la guerra fredda, dichiarando che «affronteremo ogni disagio, supporteremo qualsiasi amico, ci opporremo a qualsiasi nemico, al fine di garantire la sopravvivenza e il successo della libertà». In Vietnam questo significava sostenere il regime di Ngo Dinh Diem, la cui dittatura divenne sempre più repressiva coalizzando le forze vietcong d’opposizione.
    Mentre la strategia iniziale, nata sotto Eisenhower, si basava sul sostegno delle forze anti-comuniste indigene con l’aiuto di un massimo di 500 “consiglieri”, dal 1963 i soldati americani in Vietnam furono pari a circa 16 mila. Molto prima della teoria ‘Coin’ promossa dal generale David Petraeus in Iraq e in Afghanistan, il presidente Kennedy difese le dottrine di contro-insurrezione per combattere i comunisti sul loro proprio terreno: l’idea era quella non solo di sconfiggere il nemico militarmente ma anche di migliorare materialmente la vita della popolazione, i cui cuori e le menti dovevano essere vinti.

    Così nacque il programma ‘Strategic Hamlets’, che coinvolse forzatamente il trasferimento di milioni di contadini vietnamiti dai loro villaggi in recinti gestiti dal governo. L’idea era di isolarli dalla perniciosa influenza dei comunisti e di fornire a loro assistenza sanitaria, sovvenzioni alimentari, ed altri incentivi, compensandoli con denaro contante per la perdita delle loro abitazioni.
    Il programma fu un fallimento terribile: strappati dalle loro case, che furono bruciate sotto i loro occhi, i contadini del Vietnam furono accesi e vendicativi detrattori del regime di Diem. I fondi di compensazione, che avrebbe dovuto andare ai villaggi dislocati, finirono invece per riempire le tasche dei funzionari corrotti di Diem, e tali aree furono subito infiltrate dai vietcong, rivelandosi dopo tutto non così strategiche. Le fila dei comunisti aumentarono del 300%.
    Kennedy, invece di ritenere i suoi consiglieri o lui stesso quali responsabili di questo fallimento abissale, fece invece quello che ha sempre fatto: diede la colpa ad altri. Dopo la Baia dei Porci concluse quello che lo storico Trumbull Higgins chiamò «il fallimento perfetto», Kennedy mise l’onere delle responsabilità alla Cia anche se lui ne approvò il piano originale, chiedendo il supporto aereo degli Stati Uniti per le forze degli esuli cubani, salvo poi ritirare la sua promessa alla vigilia dell’invasione. Fece allo stesso modo quando dovette dipanarsi del Vietnam del Sud, accusò Diem.
    Nel 1963 Diem aveva aperto un canale per le trattative con il Vietnam del Nord, cercando di porre fine alla guerra con una soluzione negoziata, ma Kennedy non ne seppe niente. Il presidente concluse che l’impopolarità di Diem fosse la causa del fallimento degli Stati Uniti nella regione e, disdegnando l’avvertimento del Pentagono, accettò un piano del Dipartimento di Stato per rovesciarlo.
    Fu effettuato un pagamento in contanti da 40 mila dollari ad una cricca di generali sudvietnamiti, e il 2 Novembre 1963, il presidente della Repubblica del Vietnam venne ucciso, insieme a diversi membri della sua famiglia. I golpisti furono invitati all’ambasciata americana e ricevettero le congratulazioni dell’ambasciatore Henry Cabot Lodge. Ne seguì il caos, e i vietcong iniziarono la loro marcia. In risposta, i soldati americani presero sempre più spazio rispetto alle truppe Arvn sui campi di battaglia del Vietnam. L’americanizzazione della guerra era cominciata.
    Secondo Robert Kennedy, e contrariamente all’iperattiva immaginazione di Oliver Stone, JFK non prese mai in considerazione l’idea di andarsene via. La mitologia sull’«abbagliante» leadership di Kennedy, come l’agiografo Arthur Schlesinger Jr. una volta descrisse, non raggiunse una maggiore altezza della menzogna che nella versione ufficiale della crisi dei missili cubani.
    Nelle agiografie, l’eroico Kennedy stava “faccia a faccia” con i sovietici, i quali, improvvisamente e senza alcuna ragione al mondo, decisero di mettere i missili a Cuba. Dato che Kennedy rifiutò di fare marcia indietro, così vien raccontata la storia, l’America fu salvata da una sicura distruzione nucleare.

    Ma è l’opposto della verità. Per cominciare, Kennedy provocò la crisi dato che era stato preavvisato in anticipo delle possibili conseguenze delle sue azioni nel lungo periodo. Nel 1961, il presidente ordinò il dispiegamento dei missili Jupiter di medio raggio, considerati per un “primo attacco”, in Italia e in Turchia, essi avevano un raggio d’azione in grado di colpire Mosca, Leningrado ed altre grandi città sovietiche.
    In concomitanza con il suo massiccio programma di riarmo e i suoi continui sforzi per destabilizzare Cuba, questa fu una considerevole provocazione. Come Benjamin Schwarz riferisce su The Atlantic, il senatore Albert Gore Sr. portò la questione in un’udienza a porte chiuse un anno e mezzo prima dello scoppio della crisi, chiedendosi ad alta voce «quale sarebbe stato il nostro atteggiamento», se, come scrive Schwarz, «i sovietici avessero schierato i missili dotati di armi nucleari a Cuba»?.
    Kennedy registrò molti dei suoi incontri con i consiglieri, e quelli relativi alla crisi dei missili di Cuba sono stati declassificati nel 1997. Essi mostrano che Kennedy e i suoi uomini sapevano la vera posta in palio. Come Kennedy sarcasticamente osservò durante una di queste riunioni: «perché [il leader sovietico Nikita Krusciov] ha messo questi là?. (…) E’ proprio come se improvvisamente noi cominciassimo a mettere un maggior numero di Mrbm [missili balistici a medio raggio] in Turchia. Ora credo che ciò sarebbe dannatamente pericoloso». Il responsabile alla sicurezza nazionale McGeorge Bundy, non noto per il suo senso dell’umorismo, acutamente sottolineò: «beh, lo abbiamo fatto, signor presidente».
    Kennedy e la sua cricca si erano resi conto che il dispiegamento di missili sovietici a Cuba non pregiudicò l’equilibrio nucleare in un modo o nell’altro, anche se il presidente disse il contrario in pubblico. In un discorso televisivo alla nazione, alla vigilia della crisi, il presidente dipinse la mossa sovietica come «una minaccia esplicita per la pace e la sicurezza di tutte le Americhe». In consiglio con i suoi consiglieri, tuttavia, allegramente allontanò la minaccia: «non fa alcuna differenza se si alza in aria un Icbm dall’Unione Sovietica o uno a 90 miglia di distanza. La geografia non ha molta importanza». In conferenza con il presidente, McNamara dichiarò «sarò molto franco. Non credo che ci sia un problema militare qui. (…) Questo è un problema di politica interna».
    La “crisi” era simbolica più che reale. Non c’era un maggior pericolo di un primo attacco sovietico, Kennedy temeva di più forse un primo attacco dai Repubblicani, i quali erano sicuri di lanciarlo contro l’amministrazione accusandola di essere “morbida col comunismo”.
    Così, per ragioni di politica interna, piuttosto che affrontare una vera e propria minaccia militare, Kennedy rischiò una guerra nucleare totale con l’Unione Sovietica. Il suo embargo su Cuba e l’ultimatum pubblico consegnato ai sovietici, di ritirarsi o di rischiare una guerra, portò il mondo sull’orlo dell’impensabile. Eppure, per quanto si sapeva, sul momento funzionò: i sovietici ritirarono i loro missili, e il mondo tirò un sospiro di sollievo.

    Solo anni dopo, quando furono declassificati nuovi materiali, fu rivelato l’accordo segreto tra Kennedy e Krusciov: Kennedy accettò di ritirare i nostri missili dalla Turchia e promise di non invadere Cuba. Un altro aspetto della mitologia sulla famiglia Kennedy è questo: il fratello Robert, lungi dall’essere il pacificatore ragionevole come lui e i cronisti della sua famiglia lo hanno raffigurato nelle loro memorie e storie, fu il più ‘Stranamore’ dei consiglieri del presidente, colui che chiese una definitiva invasione di Cuba in risposta alla crisi.
    Il presidente Johnson fu lasciato a portare la bandiera della socialdemocrazia nella guerra fredda in quella che divenne “l’era del Vietnam,” ma quella bandiera sbrindellata fu riposta quando LBJ fuggì dal campo, i sostenitori di McGovern ascesero nel partito, e la piccola banda di falchi del senatore Scoop Jackson furono fatti fuori e andarono come neocon nel GOP.
    Forse Robert stava prendendo spunto da suo fratello, il quale durante il braccio di ferro su Berlino aveva effettivamente invitato i suoi generali a preparare un piano per un primo attacco nucleare contro i sovietici. Spogliato dello sfarzo, del glamour, e della miopia partigiana, la presidenza Kennedy fu il preludio logico agli anni di agitazione nazionale e di follia estera che seguì al suo assassinio.
    Questa è la vera eredità di Kennedy: non la mitica “Camelot” uscita dalla fantasia di qualche sceneggiatore, ma l’assurda ed iperbolica idea, fin troppo reale, che l’America debba e possa «pagare qualsiasi prezzo» e «sopportare ogni peso» al servizio dell’interventismo militante.


    http://uselectionatlas.org/RESULTS/
    Ultima modifica di von Dekken; 21-11-13 alle 10:51

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