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    Predefinito I grandi radicali del passato

    Pannunzio, Mario
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    Pannunzio, Mario (Lucca 1910 - Roma 1968), giornalista italiano, fondatore del settimanale “Il Mondo“ (1949), che diresse fino alla sua chiusura, nel 1966. Formatosi come giornalista collaborando al settimanale “Omnibus” di Leo Longanesi, diresse in seguito il settimanale “Oggi”, chiuso dal regime fascista nel 1941, e il quotidiano “Risorgimento Liberale”, che lasciò per dissidi con il Partito liberale. Nel 1956 abbandonò i liberali da posizioni di sinistra e fu tra i fondatori del Partito radicale, da cui si distaccò nel 1963.

    La sua solida esperienza professionale, insieme a una scelta oculata di validi collaboratori e a un’impostazione laica e democratica, fecero del “Mondo” una delle testate più autorevoli e anticonformiste di quegli anni.

    Come citare l'articolo:
    "Pannunzio, Mario," Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2009
    http://it.encarta.msn.com © 1997-2009 Microsoft Corporation. Tutti i diritti riservati.

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    Predefinito Riferimento: I grandi radicali del passato

    Mario Pannunzio
    Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.


    Mario Pannunzio (Lucca, 5 marzo 1910 – Roma, 1968) è stato un giornalista e politico italiano.


    Figlio di un avvocato abruzzese e nobildonna Lucchese nato a Lucca e trasferitosi a Roma, Pannunzio fin da ragazzo si interessò all'attività giornalistica e culturale, e fu uno dei frequentatori del caffè Aragno, un locale di via del Corso (al civico 180) presso il quale si raccoglievano gli intellettuali capitolini degli anni Trenta e che divenne un punto di incontro per la maggior parte degli esponenti della cultura del periodo.

    Nel 1933 fondò Oggi[1]., "settimanale di lettere ed arti" (poi "rassegna mensile"), una piccola rivista culturale che dovette chiudere dopo solo qualche numero per motivi di opportunità politica, avendo assunto una linea editoriale sgradita al regime. L'anno seguente, oltre a laurearsi in giurisprudenza, fondò insieme ad Alberto Moravia la rivista La Corrente.

    Negli anni successivi diversificò i suoi interessi, sperimentandosi nella sceneggiatura cinematografica e nella pittura (espose anche un ritratto della sorella Sandra alla Quadriennale di arte nazionale di Roma), tornando al giornalismo intorno al 1937, chiamato da Leo Longanesi, insieme ad Arrigo Benedetti, alla redazione de L'Omnibus; per questa testata tenne una rubrica di critica cinematografica fino al 1939, quando le pubblicazioni furono interrotte dalla censura.

    Il giornalismo politico [modifica]

    Con Benedetti cercò allora di ricostituire un riferimento editoriale per gli intellettuali dissidenti e, riprendendo il nome della sua prima testata, lo chiamò Oggi; stavolta però si trattava di un settimanale prodotto con l'ancora innovativa tecnica del rotocalco. Anche questa testata non ebbe vita lunga e nel 1941 fu chiusa, sempre per motivi politici.

    Durante la seconda guerra mondiale, sotto la fondante ispirazione di Benedetto Croce, fu fra i fondatori del Partito Liberale Italiano, insieme a, fra gli altri, Leone Cattani, Franco Libonati, Nicolò Carandini, Manlio Brosio, con i quali fondò Risorgimento liberale, quotidiano politico che diresse sino al 1947 con un'interruzione di pochi mesi per carcerazione alla fine del 1943.

    Il Mondo e il giornalismo d'opinione [modifica]

    Nel 1948 passò a L'Europeo, diretto da Benedetti, e nel 1949, ancora una volta riesumando un nome editoriale del passato, fondò Il Mondo, settimanale che avrebbe diretto sino alla chiusura (1966).

    Il Mondo da subito si distinse, secondo consolidata personale tradizione del suo ideatore, come una rivista idonea a fungere da centro di aggregazione e di trasmissione delle istanze intellettuali del periodo. Numero e qualità dei collaboratori e dei temi affrontati lo resero di fatto un inconsueto soggetto politico che dall'esterno si poneva come interlocutore dei gestori della vita politica, dando peraltro vita in Italia (almeno in una forma che ne consentisse influenza) al "giornalismo d'opinione".

    La politica giornalistica [modifica]

    Non potendo rimanere compresso e ristretto nei limiti della comunicazione editoriale, l'insieme delle istanze promosse da collaboratori e sostenitori (che in breve furono definiti e cominciarono ad aggregarsi sotto la denominazione di "Amici del Mondo") dovette tradursi in forme aggregative esterne che nei "Convegni del Mondo" ebbero spazio di sviluppo e modo di coinvolgimento della politica e della cultura italiane.

    Dai convegni nacque la scissione dal Partito Liberale che avrebbe condotto alla fondazione del nuovo Partito Radicale, cui nel 1955 Pannunzio prese parte insieme a, fra gli altri, Leopoldo Piccardi, Ernesto Rossi, Leo Valiani, Guido Calogero, Giovanni Ferrara, Paolo Ungari, Eugenio Scalfari, Marco Pannella; del comitato esecutivo provvisorio del partito Pannunzio fu anche, insieme a Valiani, uno dei principali esponenti.

    Il Mondo avrebbe in seguito sostenuto le prime battaglie dei radicali, ad esempio quella contro i "palazzinari", la speculazione edilizia e gli intrecci fra imprenditoria e politica, in particolare tra il mondo democristiano e la Federconsorzi, corroborato dall'analogo supporto che Benedetti assicurava con il neonato settimanale L'Espresso.

    Nel 1968 è stata fondata in suo onore, a Torino, l'associazione culturale Centro Pannunzio.

  3. #3
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    Predefinito Riferimento: I grandi radicali del passato

    Giornalista e uomo di cultura (Lucca 1910 - Roma 1968). Si trasferì ancora ragazzo a Roma, seguendo il padre, un avvocato abruzzese, costretto dai fascisti ad abbandonare la città toscana. A Roma nel 1933 si laureò in legge, ma fin dagli anni giovanili si interessò all'attività giornalistica e culturale. Nel 1932 fondò una piccola rivista di cultura, "Oggi", che chiuse per ragioni politiche dopo pochissimi numeri; la stessa sorte ebbe "La Corrente", fondata l'anno dopo con Moravia e Delfini. P. collaborò più tardi alla sceneggiatura di alcuni film e si dedicò anche alla pittura, esponendo alla Quadriennale di arte nazionale di Roma. Con Arrigo Benedetti fu successivamente redattore capo del primo rotocalco italiano, il settimanale "Omnibus", fondato e diretto da Leo Longanesi. Anche questo giornale (su cui P. tenne dal 1937 al 1939 la rubrica di critica cinematografica) fu costretto dalla censura fascista a cessare le pubblicazioni. Nel 1939 P., insieme a Benedetti, creò il secondo settimanale a rotocalco del giornalismo italiano, "Oggi", che venne soppresso dal regime nel 1941, poiché aveva raccolto attorno a sé l'ambiente più vivo e dissidente della cultura italiana.
    Durante la Resistenza P. fu tra i fondatori del Partito liberale con Nicolò Carandini, Franco Libonati, Leone Cattani, Manlio Brosio ed altri. Insieme ad essi diede vita al quotidiano "Risorgimento liberale" che diresse per tutto il periodo clandestino. Nel dicembre 1943 fu arrestato e rinchiuso nel carcere romano di Regina Coeli da cui uscì nel febbraio dell'anno successivo. Tornò subito al suo posto di lavoro curando, fino alla liberazione di Roma, l'uscita del giornale e l'organizzazione del movimento liberale antifascista. P. continuò a dirigere il quotidiano liberale fino al 1947.
    Nel 1948 collaborò a "L'Europeo" di Arrigo Benedetti e nel febbraio 1949 fondò "Il Mondo" settimanale che diresse ininterrottamente fino alla chiusura, avvenuta nel marzo 1966. Su iniziativa di P. attorno al "Mondo" si formò un gruppo di pressione per l'impostazione e il dibattito dei maggiori problemi della società e della politica italiana che organizzò i "Convegni del Mondo".
    Uomo di raffinata formazione umanistica, P. fu uno degli esponenti di spicco della cultura crociana su cui innestò la lezione di Gaetano Salvemini e di Luigi Einaudi. In tal modo seppe superare vecchi steccati ideologici, rinvigorendo l'idea liberale con nuovi apporti. Sotto questo punto di vista, si può dire che P. abbia contribuito in modo decisivo a far nascere in Italia una cultura liberal-democratica in un senso completamente nuovo anche rispetto alle esperienze gobettiana e amendoliana del primo dopoguerra. Nei riguardi della cultura marxista e di quella cattolica P. esercitò una funzione critica di stimolo al dibattito e al progressivo superamento delle pregiudiziali ideologiche degli anni cinquanta.
    Rispetto all'intellettuale "organico" di matrice gramsciana seppe delineare una figura diversa di uomo di cultura, impegnato sul terreno civile, ma non subordinato a discipline di partito. P. ha partecipato attivamente alla vita politica e ha esercitato anche un magistero importante su molti giovani: "Il Mondo" fu una straordinaria scuola di cultura in cui si formarono alcuni dei migliori intellettuali e giornalisti italiani degli anni successivi alla chiusura del giornale.

    Dal "Grande Dizionario Enciclopedico", U.T.E.T.

    http://www.centropannunzio.it/centro/f_centro.html

  4. #4
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    Predefinito Riferimento: I grandi radicali del passato

    "Il Mondo" è stato un settimanale di politica e cultura pubblicato a Roma negli anni 1949-66. Fondatore e direttore ne fu Mario Pannunzio che gli conferì una costante linea di impegno civile e di totale indipendenza rispetto al potere politico ed economico. Redattore capo fu Ennio Flaiano.
    "Il Mondo" nacque dall'incontro della cultura crociana con quella salveminiana ed einaudiana ed ebbe tra i suoi collaboratori più importanti Ernesto Rossi, Carlo Antoni, Vittorio De Caprariis, Nicolò Carandini, Luigi Salvatorelli, Ugo La Malfa, Arturo Carlo Jemolo, Giovanni Spadolini, Aldo Garosci, Vittorio Gorresio.
    L'obiettivo che il giornale cercò di realizzare fu quello di una terza forza liberale, democratica e laica, capace di inserirsi come alternativa ai due grandi blocchi, nati in Italia dalle elezioni del 1948, quello marxista e quello democristiano. L'impegno anticomunista de "Il Mondo" fu esemplare perché condotto in nome della libertà e non della difesa di privilegi economici precostituiti.
    A partire dal 1955 Pannunzio organizzò i "Convegni del Mondo" come risposta laica all'arretratezza settaria dei marxisti e alla crisi del centrismo in Italia. Essi affrontarono temi come la lotta ai monopoli, i problemi della scuola, dell'energia elettrica e del nucleare, dei rapporti tra Stato e Chiesa, dell'economia e della borsa, dell'unificazione europea.
    "Il Mondo" ebbe notevole importanza soprattutto sul piano culturale, in quanto fu la prima grande rivista di cultura stampata in rotocalco, rivolta quindi ad un pubblico notevolmente più ampio di quello tradizionale. Oltre a Croce, Salvemini ed Einaudi, collaborarono a "Il Mondo" scrittori come Mann ed Orwell, Moravia e Brancati, Soldati e Flaiano, Tobino e Comisso.
    Sul versante non marxista e laico della cultura italiana "Il Mondo" rappresentò l'unica voce importante estranea agli schematismi politici e culturali allora predominanti. Il suo antifascismo fu sempre vivo e costante, la sua laicità mai astiosa, il suo fermo anticomunismo mai preconcetto. Fu accusato di essere élitario, espressione di un'aristocrazia intellettuale refrattaria alle grandi masse. E' tuttavia certo che "Il Mondo" esercitò un'influenza di gran lunga superiore alla sua tiratura.
    Edito inizialmente da Gianni Mazzocchi, ebbe negli ultimi dieci anni di vita come editori l'industriale Arrigo Olivetti e l'ambasciatore Nicolò Carandini che parteciparono direttamente alla vicenda politica del giornale. Pannunzio non fu solo il direttore, ma il vero ispiratore del settimanale che curava con attenzione artigianale in tutti i suoi aspetti: leggeva ogni articolo, faceva i titoli e le didascalie, sceglieva le fotografie, impaginava personalmente. Soprattutto suggeriva i temi da trattare ai molti collaboratori, in quanto egli non firmò mai nessun articolo anticipando il ruolo del moderno direttore di giornale. Sotto il profilo grafico il giornale si presentava con una eleganza tutta longanesiana, ma c'erano anche un rigore ed uno stile che superavano il giornalismo di Longanesi, di cui pure Pannunzio aveva subito il fascino.
    Sono anche da ricordare le graffianti vignette di Mino Maccari e di Amerigo Bartoli e le fotografie che, insieme ad alcune vivaci rubriche, costituiscono un animato ritratto dell'Italia di quel periodo.

    p.f.q.
    http://www.centropannunzio.it/mondo/f_mondo.html

  5. #5
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    Predefinito Riferimento: I grandi radicali del passato

    Ernesto Rossi

    Ernesto Rossi fu un uomo difficile, spigoloso, non disposto ai compromessi, anche nei confronti dei suoi stessi amici.

    La sua morte per molti significò la fine di un incubo perché le sue implacabili polemiche non risparmiavano nessuno. Altri lo considerarono un ingenuo solo perché era onesto, vedendo in lui un solitario don Chisciotte incapace di fare i conti con la realtà. Anni fa un prete (che suscitò un certo scalpore perché inaugurò il dialogo tra cattolici e massoneria) parlò sprezzantemente di Ernesto Rossi come di un anticlericale "fanatico, cieco, integrale", dimenticando volutamente tutto ciò che egli aveva rappresentato nella storia di questo Paese.

    In effetti, il peso politico, il significato culturale e il magistero morale di Rossi ci portano oggi a conclusioni diametralmente opposte rispetto a quelle di chi ha ritenuto di poterlo liquidare con poche battute.
    Nato a Caserta nel 1897 e morto a Roma nel 1967, Rossi, dopo aver partecipato come volontario all I Guerra Mondiale, conobbe nel 1919 a Firenze l'uomo che decise il suo destino futuro: Gaetano Salvemini. Egli stesso scrisse con estrema modestia di sentirsi in debito nei confronti di Salvemini "di quel poco che (era) riuscito a fare per la giustizia e la libertà".

    Oppositore irriducibile del fascismo, fu tra gli animatori più coraggiosi e spericolati di "Giustizia e Libertà". Nel 1930 venne arrestato a Bergamo per la sua attività clandestina e condannato a vent'anni di carcere. Nel suo epistolario intitolato beffardamente "Elogio della galera" ci ha lasciato la testimonianza di cosa significasse per lui "Non mollare" (per dirla con il nome del giornale antifascista fiorentino che egli fondò insieme a Salvemini ed ai Rosselli nel 1925). Visse l'esperienza del carcere con una intransigenza ferrea che gli indurì il carattere, senza privarlo della sua arguzia scanzonata e senza impedirgli di abbandonarsi alla dolcezza dei sentimenti, quando scriveva alla "Pig", il diminutivo di "Pigolina" attribuito, con "catulliana" tenerezza, alla sua Ada.

    Successivamente relegato al confino di Ventotene, scrisse nel '41, con Altiero Spinelli, il famoso Manifesto da cui trasse impulso l'idea federalista di un'Europa libera ed unita; due anni dopo a Milano fondò il Mfe.

    Sottosegretario nel governo Parri, tra i fondatori del Partito d'Azione prima e del Partito Radicale dopo, collaborò a "Il Mondo" di Pannunzio, di cui fu una delle "colonne". Le sue inchieste appartengono ormai alla storia del giornalismo italiano ed alcuni suoi libri hanno sicuramente lasciato un segno; pensiamo, ad esempio, ai "Padroni del vapore", "Il manganello e l'aspersorio", "Borse e borsaioli", "Settimo: non rubare". Rossi rappresentò nella vita politica italiana l'esempio tipico del ribelle, del "rompiscatole", del "pazzo malinconico", come lo definì Salvemini.

    E' impossibile far rivivere il suo gusto per la battuta tagliente, per il paradosso, per la polemica feroce, ma nel contempo sempre lucidissima.

    Il momento migliore de "Il Mondo" fu quello rappresentato dalla feconda collaborazione tra Pannunzio e Rossi. Poi il sodalizio disgraziatamente si ruppe e si giunse al distacco traumatico che contrappose i due principali protagonisti di quell'esperienza. Ma al di là delle infuocate polemiche contingenti, Pannunzio riconosceva già nel '62 in una lettera indirizzata ad Alessandro Galante Garrone (che me ne fece dono prezioso): "Continuamente ripenso con nostalgia ai tanti anni in cui abbiamo lavorato insieme come due fratelli". Ed Ernesto Rossi, dal canto suo, scriveva nel 1966: "Da quattro anni non sono più collaboratore del "Mondo" ma il mio dispiacere per la fine del settimanale è profondo e sincero. Non posso non ricordare la libertà assoluta (.) di scrivere su ogni argomento quello che volessi e come lo volessi".

    Si trattava di uomini tutti di un pezzo, duri nel mantenere le proprie posizioni fino ad apparire testardi, ma c'era in loro un'onestà intellettuale ed una sensibilità umana che prevalevano anche sui dissensi più aspri.

    Nel buio morale dei nostri giorni la lezione scomoda di Ernesto Rossi è una di quelle che non devono andare disperse e vanno anzi ricordate soprattutto ai giovani che appaiono sempre più apatici e indifferenti nei confronti dell'impegno civile, dopo le drammatiche sbornie ideologiche di dieci anni fa. A questo riguardo, va segnalato il fatto incoraggiante che gli studenti dell'Istituto di Bergamo dove Rossi insegnava quando venne arrestato, continuano a ricordarlo con un'attenzione ed una costanza che ci sorprendono, se le si rapporta a certi studiati silenzi, oggi di moda.

    Rossi parlava spesso del "cerino acceso della nostra ragione" che rischiara il nostro agire. Egli stesso ci appare oggi una piccola luce che indica la rotta giusta da seguire per non lasciarsi sedurre dalle sirene dei conformismi vecchi e nuovi.

    Se Rossi fu un don Chisciotte, lo fu solo perché non dimise mai né le armi né l'armatura.

    Pier Franco Quaglieni

  6. #6
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    LA STAMPA 8/2/2008 (7:28) - PERSONAGGIO


    Pannunziani immaginari


    Il fondatore del "Mondo" moriva 40 anni fa ma la sua lezione non ha avuto veri eredi

    MASSIMO TEODORI


    E’ mancato un uomo «intransigentemente antifascista in nome dell’intelligenza, intransigentemente anticomunista in nome della libertà, intransigentemente anticlericale in nome della ragione»: così scrissero La Stampa, Le Monde e The Times alla morte di Mario Pannunzio, quarant’anni fa. Si rende necessario oggi, nel momento in cui tanti giornalisti e politici vogliono accreditarsi come eredi del grande laico-liberale, richiamarne alla memoria la singolarità umana ed intellettuale che rende vane tutte le rivendicazioni di continuità con Il Mondo, di cui Pannunzio fu iniziatore, regista e leader carismatico.

    Si è soliti qualificare Pannunzio grande direttore, maestro di giornalismo, raffinato uomo di cultura e continuatore dello «stile Longanesi». Attribuzioni tutte che hanno qualcosa di vero, insufficienti però a cogliere il nucleo più profondo ed autentico dell’opera sua, nitidamente iscritta nelle pagine di Risorgimento liberale (1944-47) e del Mondo (1949-66). Il direttore fu a tutto tondo un intellettuale antitotalitario che avvertì il dovere morale di farsi uomo politico per parlare alto e forte, in nome della libertà e della verità, contro gli integralismi e gli opportunismi: «L’uomo politico, se non vuole essere un puro faccendiere, è anch’esso un intellettuale, che vive pubblicamente e che fa con naturalezza la sua parte nella società».

    L’energia di Pannunzio si indirizzò soprattutto a rendere possibile il «miracolo politico» di colmare il grande vuoto della Repubblica, ossia la formazione di una terza forza liberale e democratica in grado di dare risposte europee ed occidentali all’Italia in trasformazione. Tale impresa, che non riuscì né agli azionisti, né ai liberali che si attestarono sulla sponda conservatrice, né ai socialisti democratici e ai repubblicani che coltivarono gelosamente le radici storiche, finalmente trovò ne Il Mondo il suo alto laboratorio. Solo Pannunzio riuscì a mettere insieme nelle pagine della rivista una terza forza che espresse, prima con l’appoggio critico al centrismo e poi nei prodromi del centro-sinistra, una linea pragmatica liberaldemocratica e riformatrice capace di confrontarsi con i giganti democristiani e comunisti e con i nani conservatori e reazionari. Certo Pannunzio diede vita solo ad una rivista, ma attraverso di essa e con i collegati convegni a tema (1955-62), fu possibile la preparazione di una piattaforma politica concreta, niente affatto utopistica o illuministica, che si addiceva ai bisogni del tempo, anche se poi fu tradita dal centro-sinistra.

    È vero, si trattò di un gruppo di pressione privo di quell’esercito partitico ed elettorale che fu sempre destinato al fallimento. Ma senza la determinazione intellettuale, la chiarezza politica e la forza carismatica di Pannunzio non sarebbe neppure esistito quell’isola liberaldemocratica in grado di mettere insieme persone di diversi orizzonti ideali - crociani e salveminiani, idealisti ed empiristi, cattolici liberali ed anticlericali volterriani.

    Continuano a circolare diversi luoghi comuni sul mito di Pannunzio. Ma il suo a-fascismo degli anni Trenta non ebbe nulla a che fare con il frondismo di Longanesi che nel dopoguerra divenne l’avversario qualunquista e Borghese del Mondo. Il suo anticomunismo non fece sconti agli «utili idioti» che fiancheggiavano il Pci calpestando la libertà e l’autonomia della cultura. Ed il suo laicismo ebbe come bersaglio quei clericali che anche allora volevano indicare cosa è la «vera laicità»: sicché viene oggi da sorridere quando un esponente di Forza Italia, che ha espresso il giudizio secondo cui «il laicismo è peggiore del nazismo e del comunismo», pretende di parlare sull’origine tocquevilliana del liberalismo di Pannunzio.

    A quarant’anni dalla scomparsa è meglio stendere un velo su quanti si proclamano eredi, e dedicarsi piuttosto a rileggere testualmente il legato del grande antitotalitario: «Per anni abbiamo sollecitato socialisti e repubblicani, liberali autentici ed indipendenti, a costruire alleanze democratiche, fronti laici, terze forze; abbiamo denunciato l’invadenza clericale, il sottogoverno delle maggioranze, i connubi tra mondo politico e mondo economico. Abbiamo deplorato con ostinazione la chiusura irrimediabile del mondo comunista alle sollecitazioni della libertà». Era il 1966, eppure sembra quasi la parola giusta per l’oggi.

  7. #7
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    Predefinito Riferimento: I grandi radicali del passato

    Mai testata giornalistica fu più liberale de "Il Mondo", il settimanale fondato e diretto da Mario Pannunzio dal 19 febbraio 1949 all'8 marzo 1966.
    Diciassette anni di battaglie laiche, liberali, libertarie e riformatrici in un'Italia da sempre (oggi ancor più di ieri, peraltro) pasticciona, burocratica, clericale, socialcomunista e socialfascista.
    Diciassette anni di denunce di un "sistema" corrotto e corruttore fatto di sottogoverno delle maggioranze (che videro protagonisti Dc e Pci in primis, abbracciati sino alla morte....ed oggi non a caso uniti nel Partito Democratico sostenuto dai Poteri Forti !); di ingerenza vaticana (per quanto allora fosse in qualche modo arginata dalla Dc alla quale va dato comunque il merito di essere un partito di gran lunga più laico degli attuali Pd, Forza Italia, Alleanza Nazionale e potremmo continuare nell'elenco dei partiti baciapile dell'Italia d'oggi) e di connubio fra mondo politico e mondo economico (aspetto che oggi ha raggiunto l'apice al punto che è l'economia - guidata da un capitalismo straccione, antiliberista ed antiliberale - a governare la politica !).
    I diciassette anni pannunziani de "Il Mondo", animati da spiriti liberi, da "pazzi malinconici" borghesi sino al midollo, da liberali, repubblicani, socialisti e laici senza tessera, furono forse gli anni più "utopici" proprio perché inusitatamente realistici e concreti dell'Italia del dopoguerra.
    Anni in cui i partiti laici Pri, Pli e Psdi (ai quali "Il Mondo" faceva per molti versi riferimento) avevano giustamente dato il loro sostegno alla politica filo-occidentale ed atlantica di De Gasperi e via via tentato di ricostruire un' Italia martoriata dalla guerra e dal fascismo. Il tutto con la feroce opposizione dei comunisti e dei socialisti nenniani allora sostenuti dalla dittatura sovietica.
    E così, gli "Amici de il Mondo", ovvero i suoi collaboratori e simpatizzanti (dai padri del Liberalismo italiano Benedetto Croce e Luigi Einaudi, agli azionisti Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini e Aldo Garosci; dal liberista Panfilo Gentile, ai repubblicani Ugo La Malfa e Adolfo Battaglia, sino ad un giovanissimo Marco Pannella, tanto per citarne alcuni) contribuirono a creare le basi per una cultura "alternativa" e "dell'alternativa" al monolitismo conservatore democristiano e marxista che permeava la società italiana da poco uscita dal fascismo di cui proprio democristiani e marxisti furono i diretti continuatori sotto il profilo ideologico, politico e culturale.
    E così "Il Mondo" ospitò fra le sue colonne intellettuali del calibro di Orwell, Thomas Mann, Ennio Flaiano e Alberto Arbasino, nonché, dal 1955, organizzò i "Convegni del Mondo" come risposta laica ai problemi che attanagliavano l'Italia di quegli anni (e, è il caso di dirlo, l'Italia di questi anni): dal rapporto fra Stato e Chiesa al nucleare; dalla lotta ai monopoli alla questione della scuola sino all'unificazione europea di cui "Il Mondo" fu tra i più accesi sostenitori.
    Mario Pannunzio, padre de "Il Mondo", fu rarissimo esempio di professionismo giornalistico: egli leggeva personalmente ogni singolo articolo, si occupava personalmente della stesura dei titoli e delle didascalie nonché della scelta delle foto e dell'impaginazione. Ogni settimana ne uscive così un giornale, a detta anche dei maggiori critici dell'epoca, "elegante", "raffinato" ed "europeo".
    Certo l'indipendenza dal potere economico e politico del giornale costò cara al punto che esso dovette chiudere prematuramente nel '66 con grande felicità di tutti i suoi denigratori (missini e comunisti in primo luogo).
    Certo "Il Mondo" lasciò il solco nel mondo laico. Esso fu il primo a teorizzare la costituzione di una Terza Forza comprendente liberali, repubblicani, socialisti e socialdemocratici capace di contrapporsi alla Dc ed al Pci (ricordiamo in questo senso l'articolo "Qualche sasso in capponaia" di Gaetano Salvemini, pubblicato nel dicembre del 1949).
    Grazie al contributo ideale di questo piccolo-grande settimanale liberale e attraverso una scissione del Partito Liberale Italiano, nacque il Partito Radicale dei Liberali e dei Democratici, il cui simbolo era la Minerva con il berretto frigio, e che recuperò la tradizione risorgimentale di Felice Cavallotti e prima ancora quella di Giuseppe Mazzini e le cui battaglie politiche si concretizzarono nella lotta alla speculazione edilizia (contro i cosiddetti "palazzinari", quelli che ci sono ancora oggi, guarda un po' !), nella lotta ai Poteri Forti (in particolare negli intrecci fra la Dc e la Federconsorzi) e nelle battaglie per uno Stato ed una scuola laica e pubblica.
    La battaglia radicale, rarissimo esempio di volontà di modernizzazione e di occidentalizzazione del nostro Paese, rimase tuttavia puro velleitarismo ed "Il Mondo" si trovò costretto a ripiegare nella teorizzazione del Centro-Sinistra (l'unico vero Centro-Sinistra che l'Italia conobbe mai) attraverso la proposta di far entrare il Psi nella coalizione di Governo, all'indomani della Rivoluzione d'Ungheria del '56 in cui esso aveva condannato lo stalinismo e si avviava verso l'abiura del marxismo).
    Sappiamo bene anche oggi che le istanze laiche, liberali, liberiste, anticlericali e libertarie, tipiche della storia e della cultura de "Il Mondo", vengono ancora bollate come astrusità velleitarie. Esse infatti sono da sempre un pericolo nei confronti dell'Ordine costituito dal monolitismo "catto-comun-clerical-fascista" che da un quindicennio a questa parte ha preso nomi e simboli pittoreschi, così, tanto per dare una mano di vernice: i già citati Partito Democratico, Forza Italia, Alleanza Nazionale, Sinistra Comunista Arcobaleno, Lega Nord, Udeur ecc...
    Nel rileggere oggi le pagine di quel bellissimo libro di Paolo Bonetti "Il Mondo 1949/66 - Ragione ed illusione borghese" edito nel 1975 da Laterza, viene una grande nostalgia.
    Forse allora erano altri tempi. Allora la politica (intesa a 360 gradi, non certo come mera ideologia) aveva un senso in ogni aspetto della vita ed era vissuta dai suoi militanti proprio come mezzo di confronto e d'elevazione financo intellettuale.
    Oggi, o meglio, dal '92 ad oggi, la politica fa veramente ribrezzo e chi se ne occupa ancora ha secondo me un grande stomaco.
    Parlando nello specifico della cosiddetta "area laica", vedo da troppo tempo solo grandi polveroni: tanto fumo e niente arrosto.
    I socialisti sono divisi e, se proprio esistono ancora, hanno messo in piedi un partito di reduci "sasso in capponaia" e "utile idiota" di Veltroni & Co. I repubblicani ancora non mi è chiaro che cosa vogliono fare: se rimanere con Berlusconi per ottenere ancora qualche posto in Parlamento (da inascoltati), oppure finalmente cercheranno di porsi come apripista di un Partito dei Liberali e dei Riformatori in Italia (nel frattempo personalmente ho dato la mia adesione al loro movimento giovanile - la Federazione Giovanile Repubblicana - perché senza di questi giovani il partito di La Malfa e Nucara sarebbe davvero perso per sempre); i liberali non si sa davvero più dove siano e, quanto ai radicali di Pannella e Bonino, dopo essere stati imbrogliati da Enrico Boselli e dallo Sdi nell'affaire Rosa nel Pugno, oggi sono inspiegabilmente i più accaniti sostenitori del cattocomunismo prodiano (ma non erano contro l'accanimento terapeutico ?).
    Un'alternativa, forse, ci sarebbe ancora (ma sottolineo il "forse" !): la nascita o la ri-nascita, all'interno di questi partiti, di nuclei di persone pensanti (in questo senso Beppe Grillo ha profondamente ragione, altro che antipolitica !), di spiriti liberi che non si lascino cooptare o raggirare dai "caporioni" dei loro rispettivi gruppi dirigenti.
    Se lo scanzonato ma concretissimo spirito di Ernesto Rossi e degli "Amici de Il Mondo" aleggiasse ancora in casa laica sono certo che tutti ne trarrebbero immenso e produttivo vantaggio.
    Peccato che...siamo pressoché totalmente pessimisti in questo senso.

    Luca Bagatin
    www.lucabagatin.ilcannocchiale.it

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    Predefinito Riferimento: I grandi radicali del passato

    mario pannunzio un' eredità molto ambita

    Repubblica — 13 marzo 2003 pagina 40 sezione: CULTURA
    Con la presentazione del Quaderno dell' Archivio storico che ne raccoglie l' indice del fondo privato, Mario Pannunzio è entrato ufficialmente alla Camera dei Deputati, per iniziativa del cattolico presidente Casini. Il volume si apre con i saggi di due testimoni quali Eugenio Scalfari e Marco Pannella. Come tutte le famiglie culturali, anche quella pannunziana non è esente da discussioni. E ieri mattina, nella sontuosa Sala della Lupa, a Montecitorio, Pannella sembra felice di figurare in quest' opera celebrativa accanto al fondatore di Repubblica. «Pensavo che Eugenio non accettasse di firmare una testimonianza vicino alla mia. Poi accade che, anche fuori stagione, germoglino fiori interessanti. E ora ne sono davvero lusingato». In platea, alcune firme del Mondo, Giulia Massari e Giovanni Russo, insieme a personalità politiche di diversa ispirazione come Giorgio Napolitano, Emilio Colombo, Antonio Maccanico, Emanuele Macaluso, Giorgio La Malfa. Pannella è contento di esserci, in questo rivisitato album di famiglia pannunziano. Ma, intervenendo ieri a Montecitorio più da politico militante che da conferenziere, finisce un po' per annettersi l' eredità del grande giornalista, facendone un precursore forse troppo letterale e profetico dei radicali di oggi (e dalle antiche stanze del Mondo ci trascina nella cronaca di questi giorni). Nel suo intervento, Nello Ajello - all' epoca giovane collaboratore del Mondo, poi condirettore dell' Espresso, oggi firma di Repubblica - mostra invece qualche diffidenza per le "interpretazioni antistoriche" che possono fiorire intorno a Pannunzio («Non oso immaginare il furore che l' avrebbe assalito alla vista di un "no global"»). Ne affiora il profilo di «personaggio difficilmente ripetibile» e «figura professionalmente anfibia, divisa tra politica e letteratura». Tutti, oggi, vogliono figurare nella schiera dei suoi ereditieri, "conservatori aperti al sociale", "laici morbidi" o "intransigenti paleocomunisti". «Perfino tanti di coloro che, avendo debuttato in politica proprio in quel '68 nel quale Pannunzio morì, formano oggi - cresciuti, rinsaviti o restaurati - gran parte dell' attuale classe dirigente». Eppure quest' ansia di assicurarsene le reliquie, conclude Ajello, non sembra insincera. «Nel richiamarsi al suo nome, c' è anche un po' di rimpianto per le élites, quando sono serie e pulite». - ROMA SIMONETTA FIORI

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    Predefinito Riferimento: I grandi radicali del passato

    Elzeviro Colma un vuoto il saggio di Mirella Serri
    MARIO PANNUNZIO LIBERALE COERENTE
    Con «Il Mondo» diede una voce forte e autorevole ai più diversi filoni del pensiero laico

    Nel 2010 ricorre il centenario della nascita di Mario Pannunzio e già ora si stanno organizzando iniziative in occasione della ricorrenza. Mentre si è molto parlato del settimanale Il Mondo da lui fondato, finora non era stato studiato Risorgimento liberale, che Pannunzio aveva diretto durante il periodo clandestino e fino al novembre 1948. Con il libro I profeti disarmati (Corbaccio), Mirella Serri colma un vuoto. Pur ammettendo che la continuità con Risorgimento liberale «si riconosceva perfino nell' identità delle rubriche», sostiene che, nel Mondo, Pannunzio «destinerà agli scantinati della memoria quegli argomenti-tabù per la sinistra italiana che il quotidiano aveva invece affrontato nella sua breve vita: dalla vera storia degli omicidi del triangolo rosso» ai «campi di concentramento in Jugoslavia, alle foibe, alla ricostruzione della "guerra guerreggiata" che aveva terremotato i mesi appena passati». Chi ha vissuto la nascita del Mondo sa però che con il settimanale Pannunzio non fece altro che proseguire la battaglia che aveva svolto nel quotidiano. A differenza dei liberali conservatori, non propendeva a destra. Come riconosce la Serri, anche su Risorgimento liberale tentò di aprire un colloquio costruttivo con la sinistra. Per far questo, occorreva però denunciare la connivenza del Pci con gli illegalismi, le violenze e i delitti delle squadre volanti rosse, rintracciarne la radice nelle vicende della guerra civile spagnola e le responsabilità di Togliatti nella guerra intestina che aveva condotto alle esecuzioni degli anarchici. Su queste tematiche, come dimostrano proprio gli scritti sul Mondo di Ernesto Rossi e di Gaetano Salvemini, non vi fu nessun ripensamento. Quando, nel febbraio del 1949, Il Mondo iniziò le pubblicazioni, Pannunzio aveva capito che esse erano diventate appannaggio delle forze neofasciste e di destra, che odiavano i comunisti, ma anche gli antifascisti democratici: «i profeti disarmati». Il suo obiettivo principale era raccogliere gli intellettuali e la parte sensibile della classe dirigente attorno a una prospettiva capace di porsi come alternativa sia al comunismo sia alla Dc, che il 18 aprile 1948 aveva conquistato la maggioranza assoluta. Se dal punto di vista politico il progetto non riuscì, in campo culturale Il Mondo raggiunse i suoi obiettivi: unì e mantenne uniti i rappresentanti di una cultura laica, che quando il settimanale nacque era debole e divisa, ed esercitò una profonda influenza intellettuale, e quindi indirettamente politica, fino alla nascita del centrosinistra. Ciò avvenne non solo per gli interventi dei due «dioscuri», Salvemini e Rossi, ma anche tramite i convegni del Mondo, che furono in grado di indicare i problemi principali del Paese riguardanti l' economia, la scuola, la sanità, il rapporto con la Chiesa. Giustamente Mirella Serri ricorda che fu Salvemini a coniare lo slogan, poi ripreso da Montanelli, di «turarsi il naso e votare per De Gasperi, Scelba, Villabruna», quando aderì alla cosiddetta legge truffa nel ' 53, la legge maggioritaria che lo storico Pietro Scoppola considerò un tentativo di rimedio alla debolezza dei governi. Il Mondo fece sempre una distinzione netta tra il ruolo dei comunisti nella Resistenza al fascismo e al nazismo, che non poteva essere né sottovalutato né misconosciuto, e quello che era invece il progetto di una rivoluzione guidata o protetta dall' Unione Sovietica, avversato e apertamente denunciato. Si deve alla personalità e alle capacità organizzative di Pannunzio, se si incontrarono sulle stesse pagine figure così diverse di idee e temperamento come Benedetto Croce e Gaetano Salvemini, Luigi Einaudi e Giuseppe Saragat, Ernesto Rossi e Ignazio Silone, Ugo La Malfa e Riccardo Lombardi (per fare solo qualche nome), in una fusione (che non era mai confusione) di liberali, crociani, salveminiani, ex azionisti e rappresentanti della migliore tradizione socialista, cioè tutta la cultura laica che contava. Pannunzio e gli intellettuali del Mondo furono politicamente sconfitti. L' idea di una terza forza non si realizzò mai e il centrosinistra, in cui tante speranze erano state riposte, non assolse il suo compito. Il Mondo cessò le pubblicazioni nel 1966, sia per difficoltà economiche, sia perché sembrava, nel cambiamento dei tempi, che non ci fosse alcuna possibilità di opposizione. Nel febbraio 1968, due anni dopo la chiusura del Mondo, Mario Pannunzio morì. Oggi, benché sia trascorso tanto tempo, ancora si sente il vuoto che ha lasciato. Ma ci resta il suo insegnamento.

    Russo Giovanni

    Pagina 47
    (19 dicembre 2008) - Corriere della Sera

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    Predefinito Riferimento: I grandi radicali del passato

    MARCELLO PERA
    MARIO PANNUNZIO EUROPA, GIUSTIZIA, SCUOLA, LAVORO: IL PRESIDENTE DEL SENATO RICORDA UN INTELLETTUALE CHE HA ANTICIPATO I TEMI POLITICI D´OGGI

    In primo luogo, a mo' di premessa, nel ricordare Pannunzio, permettetemi di ricordare un lucchese. Non lo faccio per spirito provinciale. Pannunzio stesso mostra che i migliori lucchesi non sono provinciali. Lo faccio perché sono convinto che la personalità di Pannunzio, soprattutto quel suo rigore intellettuale e morale, si comprendono meglio se si ricordano le sue radici in una città che dalla sua storia ha attinto le virtù repubblicane, lo spirito della tolleranza, il culto della libertà e dell'indipendenza, l'intransigenza etica, il dovere della comprensione degli avversari, il ripudio del manicheismo. Poi, una raccomandazione, soprattutto a me stesso. Diceva un mio compianto maestro e amico che le celebrazioni sono spesso un tentativo di celebrare i celebranti a spese delle idee dei celebrati. Vorrei evitare questo rischio, osservando però che, quando si celebra un uomo, non solo non si può prescindere dal proprio punto di vista, ma si deve anche ricordarne l'attualità, cioè l'eredità viva che egli ha lasciato a noi. Le mie opinioni di celebrante non possono dunque scomparire del tutto. Nell'Italia del centrismo e dei primi anni del centrosinistra, Pannunzio e il gruppo del Mondo seppero rappresentare uno sprone per la classe politica, incarnando un ideale di liberalismo moderno in grado di confrontarsi senza complessi d'inferiorità - e i meno giovani sanno quanto allora non fosse facile - sia con la cultura cattolica che con quella marxista. Come è stato giustamente osservato, il Mondo non ebbe mai una dottrina vera e propria, perché volle essere l'opposto delle ideologie e soprattutto delle escatologie. E però ebbe una visione della storia, che Pannunzio derivò da Tocqueville, Constant, Croce: dentro, c'era la filosofia (e non la religione) della libertà e della democrazia occidentale. Per questo, a differenza delle vene di giacobinismo degli azionisti, i liberali del Mondo si dimostrarono, sì, intransigenti, ma anche più pratici e più pragmatici. Essi si confrontavano molto di più con l'Italia reale - con critiche, pungoli, ironie, e anche sarcasmi e invettive - che con l'Italia ideale. In questo senso non furono mai "antitaliani", ma italiani fino in fondo, sia pure di una pasta diversa. Nel confronto con il cattolicesimo e il marxismo, il programma "terzaforzista" del Mondo poté all'epoca apparire "con i piedi saldamente piantati per aria" e persino velleitario. Ma era un giudizio ingeneroso, frutto della convinzione, che a lungo in Italia è stata senso comune, che i soli motori della storia politica siano i partiti di massa, e che al di fuori di essi si possa, al più, fare testimonianza. Il tempo si è rivelato giudice. Pannunzio e il Mondo furono fondamentali nel varo del centro-sinistra, e i più riconoscono che le indagini e le analisi del Mondo contribuirono ad alimentare la vena innovatrice di quella stagione, che, una volta lasciata alla gestione esclusiva dei partiti, ben presto si essiccò. Per quella parte in cui può dimostrare qualcosa, la storia ha inequivocabilmente accertato almeno due punti: la superiorità del modello liberaldemocratico rispetto ad ogni altro, e l'insostenibilità, nel lungo periodo, di politiche di espansione della spesa pubblica indirizzate prevalentemente alla formazione e al mantenimento del consenso. Sul primo punto, sembra (almeno, sembra) che siamo tutti d'accordo. Sul secondo, basterà osservare che, se non bastasse la globalizzazione, già quel pezzo di costruzione europea che abbiamo realizzato, con i suoi trattati e i suoi vincoli, non consente deroghe o scappatoie. Pannunzio e il Mondo avevano dunque ragione. Questo non significa però che il loro progetto debba oggi essere studiato solo per l'indiscutibile valore di testimonianza politica e morale. Il modo migliore per onorare la memoria del fondatore del Mondo, almeno da parte di coloro che si richiamano al suo insegnamento, non è, come dicevo all'inizio, quello di celebrare noi stessi, ma di trarre dal celebrato una lezione per l'oggi. In questo senso, c'è ancora strada da fare. L'Italia ha sperimentato, negli ultimi dieci anni, una salutare alternanza alla guida del governo. Credo che, pur apprezzando questa conquista, Pannunzio l'avrebbe considerata insufficiente. Mi spiego. La liberaldemocrazia è sia un programma politico che un metodo. Quanto al programma, se si rivisita lo scaffale dei convegni del Mondo, si trovano almeno tre temi che stupiscono per la loro attualità e che sono ancora in attesa: quelli della giustizia, della scuola e del mercato del lavoro. Mi limito a ricordarli nei loro dati essenziali. L'Italia ha oggi un sistema giudiziario palesemente inadeguato alle esigenze della società. La disputa infinita fra magistratura e politica sta diventando, o forse è già diventata, una controversia di potere. Di tutto si parla, fuorché del servizio. Si dimentica che la magistratura non deve essere soltanto autonoma e indipendente, ma autonoma, indipendente ed efficiente. Il gruppo del Mondo a questo mirava. E questo ancor oggi noi aspettiamo. La scuola. Anche se si lavora, non stiamo meglio in quanto ad efficienza. L'abbandono di qualunque criterio di autorità e di meritocrazia ha ridotto nel corso degli anni i docenti ad un ruolo subalterno e burocratico, privo di quel prestigio sociale, se non economico, tradizionalmente riconosciuto nei decenni precedenti alla professione. E, d'altra parte, gli studenti vengono quasi immancabilmente gratificati, al termine della loro carriera scolastica, con un diploma spesso non corrispondente alle conoscenze acquisite e quindi poco spendibile sul mercato del lavoro. Anche su questo i liberali del Mondo hanno lasciato riflessioni di lunga durata che ancora non abbiamo raccolto. Si aspetta. Infine, il lavoro. L'Italia ha un tasso di disoccupazione superiore alla media europea, con punte di particolare gravità nel Mezzogiorno e tra i giovani. Allo stesso tempo una quota consistente della ricchezza nazionale viene prodotta nell'economia "sommersa" da lavoratori non regolarmente assunti e pertanto privi delle dovute garanzie. Il Mondo aveva già individuato nella progressiva liberalizzazione del mercato del lavoro la via per porre rimedio a questo stato di cose. Forse non aveva immaginato che, per questa via, si dovessero mettere in questione i privilegi dei lavoratori garantiti e trovare nuove forme e nuovi strumenti per coloro che tali non sono. Qui pure si aspetta. Resta la liberaldemocrazia come metodo. Su questo versante la lezione di Pannunzio è anche più attuale. Non solo occorre ricordare che ogni posizione, quando è contenuta nell'alveo del civile confronto, ha una sua ragion d'essere, ma, soprattutto oggi che siamo entrati nell'epoca del bipolarismo e dell'alternanza, è necessario riscoprire il valore fondamentale dell'etica della responsabilità. Non sono pochi in Italia coloro che ancora vivono la lotta politica come un contrasto manicheo tra bene e male, nel quale tutti gli strumenti, compresa la violenza, possono essere legittimamente utilizzati per il trionfo della causa "giusta". Contro questa concezione, antidemocratica e antiliberale, occorre riaffermare, seguendo la lezione di tolleranza impartitaci da Pannunzio, il carattere sempre perfettibile delle soluzioni politiche di volta in volta proposte e sempre aperto al miglioramento, almeno nel senso della correzione di tali soluzioni. Sarebbe un grave errore ritenere che, dopo la caduta dell'impero sovietico, i valori dell'Occidente si impongano da sé, siano definitivi e possano difendersi da soli. Non è così. E un po', ma non troppo, paradossalmente mi sento di affermare che per fortuna non è così: la storia non ha leggi che consentano di predeterminarne gli eventi. In questo senso, la democrazia liberale rappresenta per tutti non un obbligo ma una scelta, e quindi una responsabilità. A priori non si può in alcun modo essere certi che un governo liberamente scelto dalla maggioranza degli elettori prenda senz'altro le decisioni più sagge per il bene della collettività e che l'insieme dei comportamenti degli individui all'interno di una economia libera conduca inevitabilmente alla massimizzazione del benessere collettivo. E però dalla coscienza della nostra fallibilità deve discendere anche la consapevolezza dell'importanza dei nostri valori ed il rigetto di ogni relativismo. Non si può essere orgogliosi di nulla, neppure della coscienza della propria fallibilità, se si è relativisti. Proprio Pannunzio ci ricordava che dalla coscienza dell'imperfezione della democrazia liberale deriva lo spazio per sviluppare il confronto tra soluzioni differenti, nonché la possibilità di modificare soluzioni e ricette, a cospetto della verifica empirica dei fatti. Per Pannunzio, l'empirismo critico era l'antidoto contro le derive totalitarie, e la garanzia del civile confronto tra le forze politiche. Anche sotto questo aspetto il Mondo di Mario Pannunzio resta un esempio di come la passione politica possa convivere con il rispetto delle opinioni e con un'analisi serena e scrupolosa della realtà. Quelle virtù che servono per un'Italia laica, liberale, civile, rigorosa, rispettosa. Giusto quell'Italia in attesa che auspico e che mi piacerebbe vedere realizzata meglio.

    DA LA STAMPA

 

 
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