Una tassa di scopo sul modello della carbon tax del ’98 o la rinegoziazione in sede Ue sul fronte delle quote massime di emissioni consentite?
L’allarme lanciato prima di ferragosto dal Comitato per l’attuazione del Protocollo di Kyoto che ha segnalato la necessità di 550 milioni solo nel 2009 per garantire l’acquisto di crediti di emissioni specie per gli operatori ‘nuovi entranti’, rischia di diventare il dossier più bollente alla ripresa dei lavori dopo la pausa estiva.
Esclusa da più parti il ricorso alla tassa di scopo, dal ministero dello Sviluppo economico si nega la devoluzione di fondi per l’acquisto di crediti di emissione dalla rivisitazione del finanziamento alle fonti rinnovabili, che pure ci sarà.
Apertura all’ipotesi invece della rinegoziazione con l’Ue per ottenere sconti rispetto agli impegni sottoscritti nel 2007 quando l’Italia si vide assegnare permessi di inquinamento per 201 milioni di tonnellate di Co2 all’anno a fronte del fabbisogno quantificato dai tecnici di almeno 230.
Il governò in quell’occasione si impegnò a garantire a titolo gratuito anche agli operatori penalizzati dal piano di assegnazione dell’Ue, i diritti di emissione per gli impianti.
E allo scopo fu previsto un Fondo istituito presso il ministero dell’Economia per garantire questa disponibilità di quote emissione ai nuovi operatori entranti nel periodo 2008-2012.
Che fine ha fatto quel fondo?
Sono molti a chiederselo anche alla luce delle altre ipotesi che circolano in queste ore sulle soluzioni che il governo si accingerebbe a valutare per scongiurare la multa da 5,6 miliardi prevista in caso di sforamento rispetto alle quote di assegnazione.
Si fa insistente l’ipotesi di un intervento, ma a titolo di anticipazione, da parte della Cassa depositi e prestiti, ma non si esclude comunque la necessità di aumentare le bollette.
Secondo il Sole 24 ore di oggi l’Italia starebbe lavorando in sede Ue per costituire un Fondo europeo che possa finanziare una parte dei costi sostenuti dai paesi messi peggio dal punto di vista delle quote di emissione assegnate due anni fa.
Nel solo 2009 si stimano 37 milioni di tonnellate di anidride carbonica di troppo, pari appunto a un costo di 550 milioni in termini di acquisto di quote aggiuntive.
Quale che sia lo stato delle trattative sul Fondo Ue per limitare le penalizzazioni derivanti dal sistema Ets è certo che il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo è da mesi a caccia di risorse.
Il ministro avrebbe sottoposto il nodo dei finanziamenti al ministero dell’Economia dopo gli incontri con i responsabili del Carbon finance della Banca Mondiale presso cui, nel 2004, il nostro governo aveva attivato l’Italian carbon Fund: i 286 progetti di cooperazione internazionale realizzati nel frattempo da imprese italiane in paesi in via di sviluppo hanno consentito di prenotare crediti di emissione di CO2 pari ad almeno 25 milioni di tonnellate/anno, ad un costo concordato di 10 dollari/tonnellata di CO2, contro un prezzo che si aggira attorno ai 30 dollari nel mercato europeo.
I crediti sarebbero stati disponibili a partire dal 2008 a condizione di proseguire - nel periodo 2008-2012 - il finanziamento regolare del Fondo.
Ma il finanziamento è stato interrotto nel 2006 per decisione del governo dell’epoca e di conseguenza non sono disponibili i crediti, a meno di non trovare le risorse che consentirebbero di utilizzarli nel mercato europeo almeno fino al 2016, come pattuito nell’ambito della negoziazione sul Pacchetto clima 20-20-20 approvato definitivamente a dicembre.
il VELINO Agenzia Stampa Quotidiana Nazionale | Leggi l'articolo




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