Le
fragili motivazioni dei ginecologi non obiettori
La grande maggioranza dei ginecologi
italiani (gli stessi dati sono paragonabili al resto dell’Occidente) ha preso
atto che l’embrione è un essere umano, anche se all’inizio della sua esistenza.
Per questo il 70% ha ovviamente concluso che non esiste alcun diritto di
sopprimerlo, anche se la legge lo permette.
I pochi medici non obiettori
resistono invece, sostenuti dall’apparato mediatico sempre più impotente di
fronte all’aumentare degli obiettori. Resistono con argomentazioni
deboli e contraddittorie, come è stato rilevato su “La
Stampa” che ha deciso di intervistarli.
Tra essi c’è Costantino Di Carlo,
dirigente medico del Policlinico universitario Federico II e professore
associato, il quale ha spiegato: «Io ero e sono un
appassionato di ricerca sulla contraccezione e per fortuna continuo. Prima non
facevo aborti. Ma tre anni fa è morto in un incidente il mio collega Francesco
Leone che mi era molto caro. Non potevo far morire anche il suo lavoro».
Così nel 2012 ha fatto mille interruzioni di gravidanza, anche
oltre i 90 giorni, commentando che «sono sempre figli
desiderati e cercati a lungo». Ha quindi concluso: «Sarebbe
bello il giorno in cui tutte le donne incinte fossero contente di
esserlo e questo lavoro non avesse più ragione d’essere».
Significativo che Di Carlo parli di “figli”, perché questo sono infatti i
bambini abortiti. Ed è coerente quando spera di non dover praticare il suo
lavoro, d’altra parte chi sarebbe contento di dover sopprimere i figli delle
donne infelici della loro gravidanza? Abortire e praticare aborti è un
dramma, al di là della legge, proprio perché si abortisce un essere
umano, non un grumo di cellule. Molti hanno fatto i conti con la loro coscienza
e sono diventati obiettori.
Il ginecologo non obiettore Gianni Fattorini
dice di sé: «mi definisco un medico
cattolico». La titubanza di questa frase (“mi definisco”, e non “sono”)
rende bene l’idea di una problematica a far convivere lavoro ed
etica personale, che infatti emerge subito: «Si può essere contro l’aborto
anche non obiettando». Pratica dunque qualcosa consapevole di essere
contrario a quello che sta facendo, ma sorprendentemente aggiunge: «mi
sentivo ipocrita a non farlo». Secondo Fattorini sarebbe dunque ipocrita non
fare ciò verso cui si è contrari, il che -ci scuserà- sembra una
supercazzola. Aggiunge anche: «dopo la decima settimana
è più dura perché l’embrione comincia ad avvicinarsi a una
struttura fetale», cioè anche visivamente ormai è chiaro di essere di fronte
a qualcuno, non qualcosa. Tuttavia è già dalla settima
settimana che si osservano i movimenti delle gambe, mani e
piedi sono nettamente separati ed è presente l’articolazione del ginocchio,
all’ottava ogni organo è presente e in azione e si parla già di
feto, il 90% delle strutture di un essere umano adulto sono già osservabili. A
9 settimane il feto succhia il pollice come il neonato e compie
salti mortali indietro e avanti. Alla decima settimana appaiono
unghie e impronte digitali uniche e fino ad ora (90 giorni) la legge consente di
uccidere tutto questo. Si capisce che per il dott. Fattorini possa essere
“dura”.
Anche Giovanna Scassellati,
responsabile del servizio Ivg del San Camillo, ribadisce lo stesso concetto: «La cosa
più bella è non vedere le donne tornare ad abortire». Nessuno non obiettore
è quindi contento del suo lavoro, ma perché? Perché sarebbe così brutto
praticare aborti? Evidentemente sono allora giustificati coloro
che scelgono, in coscienza, di rifiutarsi.
Non poteva mancare il radicale Silvio Viale,
ginecologo dell’Ospedale Sant’Anna, il quale si difende subito: «Non sono un fanatico
che fa le crociate contro la Chiesa, anzi quest’anno ho mandato un paio di
pazienti al consultorio del Movimento per la vita perché mi sembrava evidente
che il bambino volevano tenerlo». Avete letto bene? Anche
il crociato della RU486 ha parlato di “bambino”. Chissà se sarà
coerente e continuerà a parlare di “bambino” anche quando spiega che
cosa comporta il suo lavoro quando le donne non vogliono tenerlo.
L’apice della contraddizione probabilmente lo ha raggiunto nel 2011 Alessandra
Kustermann, storica ginecologa abortista e primario di
ostetricia e ginecologia della Mangiagalli di Milano: «In quel momento
so benissimo che sto sopprimendo una vita. E non un feto, bensì
un futuro bambino. Ogni volta provo un rammarico e un disagio indicibili. Sento
che avremmo tutti potuto fare di più. So che a me manca la fede per farlo, così
quando sono lì penso che la vita della madre, che soffre davanti ai miei occhi,
valga più di quella di suo figlio che non vedo ancora».
Lontano dagli occhi lontano dal cuore, questa è la ragione? Prima di concludere
così: «Amo il mio lavoro, quando non è concentrato sugli aborti, ma so che
quando andrò in pensione mi potrò permettere di pensare di nuovo a Dio. Quando
finirò di lavorare, spero solo di trovare un confessore
misericordioso».
Nessuno ha cercato di dire che è bello abortire,
da questo punto di vista sono stati onesti intellettualmente, non come Chiara Lalli.
Tuttavia rimane inevasa la domanda-chiave:
se l’embrione non è un essere umano, non è “uno di noi”, perché sarebbe un
dramma abortire (o praticare l’aborto)? E se è un essere umano, con quale
diritto etico e morale lo si uccide, violando così il suo diritto alla vita?
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