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    Ghibellino
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    Predefinito Bonum Dies Natalis Solis Invictus

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  2. #2
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Bonum Dies Natalis Solis Invictus

    Fra gli altri, a due risultati di non poco momento dovrebbe condurre la dottrina della razza sul piano spirituale: in primo luogo, con un ritorno alle origini, essa dovrebbe riportare alla luce i significati più profondi di tradizioni e di simboli, che si sono oscurati nei corsi dei millenni, sì da non sopravviverne che frammenti sparsi, decaduti in consuetudini e in feste convenzionali. In secondo luogo — e non senza relazione a ciò — la dottrina della razza dovrebbe ridestare la sensibilità per una concezione vivente del mondo e della natura, a limitare il potere di quella razionalistica, profana, scientista e fenomenicista, da cui l’uomo occidentale è stato sedotto ormai da secoli. E, in ordine a questo senso vivente e spirituale delle cose e dei fenomeni, i migliori punti di riferimento possono essere dati soprattutto dalle concezioni «solari» ed eroiche, che le più antiche tradizioni arie ebbero in proprio.Ben pochi sospettano che le feste di questi giorni, che ancor oggi, nel secolo dei grattacieli, della radio, dei grandi movimenti di folle, si celebrano e nelle cosmopoli così come fra trincee, macchine di guerra e masse combattenti, continuano una tradizione remota, riportandoci ai tempi ove, quasi all’aurora dell’umanità, s’iniziò il moto ascendente della prima civiltà aria; una tradizione, in cui peraltro si espresse meno una particolare credenza degli uomini, che la gran voce delle stesse cose. Volendo qui dir qualcosa in proposito, va anzitutto ricordato un fatto da molti ignorato, vale a dire, che in origine la data del Natale e quella dell’inizio del nuovo anno coincidevano, non essendo questa data arbitraria, ma connessa ad un preciso avvenimento cosmico, al solstizio d’inverno. Il solstizio d’inverno cade, infatti, nel 25 dicembre, che è la data del Natale successivamente conosciuto, ma che nelle origini ha avuto un significato essenzialmente «solare». Ciò appare ancora in Roma antica: la data natalizia in Roma antica era quella del risorgere del Sole, dio invitto — Natalis solis invicti —. Con essa, come giorno del sole nuovo — dies solis novi — nell’epoca imperiale prendeva inizio l’anno nuovo, il nuovo ciclo. Ma questo «natale solare» di Roma del periodo imperiale, a sua volta, rimanda ad una tradizione assai più remota d’origine nordico-aria. Del resto, Sol, la divinità solare appare già fra i dii indigetes, cioè fra le divinità delle origini romane, ricevute da ancor più lontani cicli di civiltà. In realtà, come diremo, la religione solare del periodo imperiale, in larga misura ebbe il significato di una ripresa e quasi di una rinascenza, purtroppo alterata da vari fattori di decomposizione, di un antichissimo retaggio ariano.Già la preistoria italica preromana è ricca di tracce del detto culto solare: carri solari, dischi radiati, stelle radiate, croci d’ogni tipo, non escluse le croci uncinate incise p. es. in asce arcaiche rinvenute in Piemonte e nella Liguria. Per tal via può constatarsi il passaggio, nell’Italia antichissima, della stessa tradizione, che lasciò fin dall’età della pietra tracce consimili lungo tutti gli itinerari delle grandi migrazioni ano-occidentali e nordico-arie. Simboli, segni, jerogrammi, notazioni calendariche o astrali rudimentali, figurazioni su vasi, armi od ornamenti, enigmatiche disposizioni di pietre rituali o di caverne, poi, più tardi, riti e miti sopravvissuti in civiltà più tarde, se studiati secondo i nuovi punti di vista propri all’indagine spirituale e razziale del mondo delle origini, forniscono peraltro testimonianze concordanti e univoche non solo circa la presenza di un culto solare unitario come centro della civiltà delle genti arie primordiali, ma altresì circa la speciale importanza che in esse aveva la data «natalizia», vale a dire quella del solstizio d’inverno, il 25 dicembre.Ad evitare degli equivoci, sarà però bene ricordare ad una certa classe dei lettori quel che in questa sede abbiamo già avuto occasione di rilevare, vale a dire, che parlando di un culto solare preistorico non si deve per nulla pensare a forme inferiori di una religione «naturalistica»e idolatrica. E’ una fola, che l’antica umanità, e soprattutto quella della grande razza aria, divinificasse superstiziosamente i fenomeni naturali — vero è invece, che l’antichità concepì i fenomeni naturali essenzialmente come simboli sensibili di significati superiori, spirituali — quindi, più o meno come sostegni spontaneamente offerti ai sensi dalla natura per poter presentire questi significati trascendenti. Che le cose fra la parte meno qualificata di un dato popolo antico talvolta possano anche esser andate altrimenti, ciò può esser concesso, ma evidentemente prova così poco quanto il fatto non raro del passare in forma di superstizioni bigotte perfino in alcuni culti cristiani, in certe popolazioni incolte e fanatiche del Sud. Prevenuto così un noto malinteso, il significato simbolico d’espressioni arcaiche arie, come «luce degli uomini», o «luce dei campi» — landa ljòme — date al sole, deve risultare chiaro ,e si può anche comprendere, che lo stesso intero corso del sole nell’anno, con le sue fasi ascendenti e discendenti, si presentasse parimenti nei termini di un grandioso simbolo cosmico. In questa vicenda solare il solstizio d’inverno costituì una specie di punto critico, vissuto secondo una particolare drammaticità nel periodo in cui le stirpi arie originarie ancora non avevano lasciate regioni, nelle quali era sopravvenuto il clima artico e l’incubo di una lunga notte. In tali condizioni, il punto del solstizio d’inverno — il più basso dell’eclittica — apparve come quello in cui la « luce della vita » sembrava estinguersi, tramontare, sprofondarsi nella terra desolata e gelata o nelle acque o fra le cupe selve, da cui però ecco che subito di nuovo si rialza a risplendere di nuovo chiarore.Qui sorge una vita nuova, si pone un nuovo inizio, si apre un nuovo ciclo. La «luce della vita», si riaccende. Sorge o nasce dalle acque l’«eroe solare». Di là dall’oscurità e dal gelo mortale viene vissuta una rinascita, una liberazione. Il simbolico albero del mondo e della vita si anima di nuova forza. E’ in relazione a tutti questi significati che già in tempi preistorici anteriori di millenni all’èra volgare una quantità di riti e di feste sacre andarono a celebrate la data del 25 dicembre, come data di nascita o rinascita, nel mondo così come nell’uomo, della forza «solare». Poco si sa che lo stesso tradizionale albero natalizio, ancora in uso in molti paesi e in parte anche in Italia, ma nella forma di una faccenda da bambini o, al massimo, da buone famiglie borghesi, è un’eco residuale proprio di quell’antichissima, severa tradizione aria e nordico-aria. Un tale albero, ricavato da un «sempre verde», semper virens, cioè da pianta che non muore nell’inverno, pino od abete, riproduce l’arcaico albero della vita o del mondo, che al solstizio d’inverno s’illumina di nuova luce, cosa espressa appunto dalle candelette che lo adornano e che vengono accese in quella data. E i «doni», di cui quell’albero è carico – oggi, semplici regali per bambini — raffiguravano effettivamente il simbolico «dono di vita» proprio alla forza solare che nasce o rinasce. Ma il momento in cui il semper virens, la pianta che non muore, si rinnova e si illumina è, nel simbolismo primordiale, anche quello in cui, come si è detto, l’“eroe solare” sorge dalle acque allo stesso modo che, secondo un rito continuatosi fino al Medioevo ghibellino dopo aver avuto una parte importante nelle leggende relative ad Alessandro Magno, l’albero cosmico è anche un albero «solare» avente un’intima relazione col cosiddetto «albero dell’impero» — arbor solis, arbor imperii.Ciò ci induce a considerare un altro aspetto assai interessante delle tradizioni in parola, per il quale vogliamo particolarmente riferirci all’antica romanità. Il mithracismo. o culto di Mithra, come è noto, è la tarda forma assunta dall’antica religione ario-iranica (mazdea), in una formulazione particolarmente adatta per una mentalità guerriera. Diffusosi questo culto nella Romanità, sotto Aureliano la data del «natale solare o solstizio d’inverno», il 25 dicembre, si identificò a quella della celebrazione del Natalis Invicti, cioè della nascita di Mithra considerato come un eroe «solare».Circa il mithracismo a Roma, come si è accennato, sarebbe assai superficiale, se non addirittura grossolano, parlare sic et sirnpliciter di «importazioni» o «influenze orientali»: l’Oriente di quel tempo fu una cosa assai complessa, nella quale figuravano elementi molto eterogenei— ma fra di essi, indubbiamente, anche parti importanti e incorrotte del più antico retaggio spirituale delle genti arie e indoeuropee. Nei riguardi della relazione che fu stabilita fra Mithra e il «natale solare» romano, un noto studioso ebbe dunque a rilevare assai giustamente, che con questo non si venne ad un’alterazione, ma piuttosto ad un rinnovamento del calendario romano secondo quel suo antico aspetto astronomico e cosmico, che esso aveva avuto ai tempi primi di Romolo e di Numa e che conferiva alle feste il significato di grandi simboli nella coincidenza delle date di esse con grandi epoche della vita del mondo.Dopo di che, è importante esaminare l’attributo di invictus-aniketos — dato a Mithra — all’eroe solare — e alla stessa forza solare nella nuova concezione romana. E’ un attributo « trionfale ». Nelle originarie tradizioni ario-iraniche e affini esso è l’attributo di ogni natura celeste e, eminentemente, del sole, in quanto luce che vince le tenebre, forza luminosa urànica su cui mai quelle della notte e della buia terra prevarranno. Ma, a Roma, noi vediamo che lo stesso epiteto invictus diviene titolo imperiale, cesareo, e noi sappiamo che mithracismo, più che esser culto di una divinità astratta, voleva «indurre » per così dire — la stessa qualità di Mithra negli iniziati, per mezzo di una certa trasformazione della loro natura. E’ in ciò evidente la tendenza a comprendere anche in modo simbolico e analogico l’attributo «solare», sì da poter farlo valere per l’uomo e, propriamente, a controsegnare il tipo e l’ideale di una superiore umanità —per non dire addirittura di una «superumanità». Come il sole risorge, perennemente vittorioso sulle tenebre, così pure, in una perenne vittoria interiore sulla natura mortale e istintiva si compie un essere, che una mistica virtù rende, in via normale, eminentemente atto alla funzione di re, di capo, di duce. E’ così che in Mithra, l’“eroe solare“, fu venerato a Roma un fautor imperii; è così che si stabilisce un’intima relazione del simbolismo solare con le idee di regalità e di impero, nella loro più alta forma. Siffatta relazione ebbe particolare risalto nelle tradizioni eroiche delle antiche genti arie, e noi, in questa stessa sede, ne abbiamo già parlato trattando della dottrina mistica della «gloria». Non volendo ripeter, dunque, cose già dette, ci limiteremo a ricordare la presenza degli stessi significati nell’antica Roma. La victoria Caesaris, cioè la mistica forza trionfale che, nel simbolo di una statuetta, dall’un Cesare veniva trasmessa all’altro, riflette esattamente le più antiche tradizioni ario-iraniche circa la regalità e il cosiddetto hvarenò: poiché, come già dicemmo nell’articolo ora ricordato, l’hvarenò valse come una misteriosa forza «solare» di invincibilità, e di «gloria», che investe i duci, fa di essi qualcosa di più che semplici uomini e li testimonia appunto con la loro vittoria.Un’antica effige romana di Sol raffigura questo dio simbolico con la destra levata nel gesto «pontificale» di protezione e con la sinistra che regge una sfera, simbolo del dominio universale. In un’altra immagine si ravvisa però lo stesso dio che trasmette il globo all’imperatore, presso ad iscrizioni, le quali riferiscono appunto alla «solarità» la stabilità e l’imperium di Roma: Sol conservator orbis, Sol dominus romani imperii. Un altro medaglione particolarmente interessante reca nel retto l’imagine laureata dell’imperatore — con la testa, cioè, cinta del semper virens, della fronda imperitura: a tergo si ha il dio solare con la sfera, ma in più, vicino, una croce uncinata (che noi vediamo dunque presente anche in Roma antica) e la scritta: soli invicto comiti cioè: al dio solare, compagno invincibile. Ancora un’imagine conservata nel Museo Capitolino — ci mostra l’associazione del simbolo di Sol sanctissimus con l’Aquila, con l’animale fatidico di Roma, che si pensava fosse anche quello, da cui lo spirito trasumanato degli imperatori morti veniva simbolicamente tratto dal rogo funerario in cielo. Testimonianze analoghe potrebbero esser facilmente moltiplicate. Non è azzardato dire, che esse ci parlano di un vero e proprio «mandato divino solare» quale anima viva di quella funzione imperiale cesarea, che, per noi, nel mondo antico, fu una specie di ultimo guizzo di significati arcaici a poco a poco perduti.Nella antica settimana romana il «giorno del sole» era il «giorno del signore» — e questo significato è sopravvissuto nei tempi successivi col termine di domenica, da dominus, signore, così come nella designazione germanica sontag o inglese sunday per lo stesso giorno di «festa» si e conservato letteralmente il significato di «giorno del sole» e, con esso, il riflesso dell’antica concezione solare ariana. Qualcosa della sapienza dei primordi sembra dunque essersi conservato, in un qualche modo, nella stessa festa attuale del Natale, per quanto la celebrazione dell’anno nuovo si sia da essa dissociata. Il simbolismo della luce vi si mantiene — si ricordino p. es. le parole del prologo del Vangelo di Giovanni: erat lux vera, quae illuminat omnem hominem venientem in hunc mundum -così come l’attributo di «gloria», che appare poco più sotto. In tracce monumentali del primo periodo romanica lo stesso simbolo della croce si unisce a quello solare.Nella tradizione aria e nordico-aria e nella stessa Roma lo stesso tema ebbe una portata non soltanto religiosa e mistica, ma sacra, eroica e cosmica ad un tempo. Fu la tradizione di una gente, alla quale la stessa natura, la stessa gran voce delle cose, parlò in quella data di un mistero di resurrezione, della nascita o rinascita di un principio non solo di «luce» e di nuova vita, ma anche di imperium, nel senso più alto e augusto del termine.* * *Tratto da La difesa della razza del 20 dicembre 1940. Julius Evola

    Roma e il "Natale solare" della tradizione nordico-aria | Julius Evola
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  3. #3
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Bonum Dies Natalis Solis Invictus

    Limpostura del Santo Natale

    di: Alberto B. Mariantoni ©


    Come nel corso degli ultimi 1670 anni, il prossimo 24/25 Dicembre si tornerà invariabilmente a festeggiare la nascita di Yehòshuà ben Yussef o Gesù bambino:


    <!--[if !supportLists]-->- <!--[endif]-->per i Cristiani, Iēsoûs, Iesus, il ‘Messia’ o il ‘Cristo (dall’ebraico ‘Mâschîà’’ e/o dal greco ‘Christos’ che vuole dire, ‘colui che è Unto’ o ‘Consacrato’), il ‘Salvatore’, il ‘Resuscitato’, il ‘Signore’, il ‘Figlio di Dio’, ecc.; le cui principali prerogative sono riassunte dall’acrostico ‘ichthýs’ (letteralmente: ‘pesce’ – in realtà: Iesous Christos Theou Uios Soter o ‘Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore’), forse in riferimento alle parole di Agostino di Ippona, nel suo De Civitate Dei (XVIII, 23), “Cristo è il pesce vivo nell’abisso della mortalità, come in acque profonde”;


    <!--[if !supportLists]-->- <!--[endif]-->per i Giudaiti (cioè, gli adepti del Giudaismo), Yehòshuà o Yeshuà HaNotsri (Gesù il Nazzareno o di Nazareth – attribuzione totalmente infondata, in quanto, la cittadina di Nazareth, secondo gli archeologi, sarebbe stata fondata all’incirca 40 anni dopo l’eventuale data di morte convenzionalmente assegnata a Gesù), Naggar bar naggar (il falegname figlio di un falegname), Ben charsch etaim (il figlio di uno che lavora il legno); oppure, con intenzioni palesemente denigratorie o offensive, Yeshù bar Pandira o Pandera o Panthera (Gesù il figlio di Pandira/Pandera/Panthera – che altri non sarebbe stato che un legionario romano, seduttore di Maria) o Yeshù bar Jochanan (Gesù il figlio di Jochanan – un altro presunto ed occasionale amante di Maria) o Yeshù bar Stada (Gesù il figlio della prostituta) o Otho Isch (quell’uomo) o Peloni (una certa persona) o Talui (quello che fu appeso), ecc. ; questo, naturalmente, senza contare che molti Rabbini, scomponendo studiatamente il nome Yeshù o Jeschù (che in ebraico significa ,‘YHWH è salvezza’) ed utilizzandone le sole iniziali – cioè, Immach SCHemo Vezikro (che, nella medesima lingua, sono traducibili con: ‘possano il suo nome e la sua memoria essere cancellati’) – preferiscono semplicemente pronunciare quell’acronimo;


    <!--[if !supportLists]-->- <!--[endif]-->per i Musulmani, Hazrat Issa ibin-e-Maryam (il ‘Rispettato’ o ‘l’Onorevole Gesù figlio di Maria’), al-Masih ibin-e-Maryam (il ‘Messia figlio di Maria), al-Nabi Issa (il ‘Profeta Issa/Gesù’ – il Nabi a cui Dio avrebbe concesso il particolare potere di resuscitare i morti, come sottolineato dal Corano, Sura 3, 49 e Sura 5, 110), Kalimat Allāh (‘Parola di Dio’), Ruash Elohim (‘Spirito che viene da Dio’ – senza essere ‘divino’), ecc.; aggiungendo, ogni, volta, al nome e/o all’epiteto di rispetto che gli viene sistematicamente attribuito, la sigla ‘A.S.’ o la dicitura, per esteso, ‘Alayhis Salâm o Alayhis-Salaam o Alayhi asSalam (che, in arabo, vuole dire: la ‘Pace sia su di Lui’);


    <!--[if !supportLists]-->- <!--[endif]-->per il cristologo Luigi Cascioli, invece – autore del libro, ‘La favola di Cristo: Dimostrazione inconfutabile della non esistenza di Gesù’ (www.luigicascioli.it - luigicascioli.it - Luigi Cascioli - Wikipedia) – si tratterebbe semplicemente di un “personaggio completamente inventato, a partire dalla vita di Giovanni di Gamala” (il figlio di Giuda il Galileo o Giuda di Gamala, uno dei fondatori del movimento zelota – ripetutamente citato dallo storico giudeo Joseph Ben Matthias o Iosephus Flavius o Flavio Giuseppe – che, dopo essere stato catturato nell'orto del Getsemani, sarebbe stato crocifisso dai Romani).


    Nel contesto di questa mia riflessione, non mi dilungherò affatto a cercare di stabilire se il ‘Cristo della fede cristiana’ (o l’eventuale e mai accertato ‘Yehòshuà ben Yosef/Yeshuà/ Yeshù /Iēsoûs/Iesus/Gesù della leggenda’) corrisponda o meno al ‘Giovanni di Gamala della storia’. Quello che tenterò di appurare, invece, è fino a che punto – a partire da fonti cristiane – gli aspetti formali e sostanziali, le ritualità, le usanze, le abitudini popolari e la simbologia che ordinariamente caratterizzano le tradizionali festività di fine anno, abbiano una qualsiasi attinenza o correlazione con la storia e la pratica originaria della religione cristiana.


    A. Prendiamo, per cominciare, la data di nascita di Gesù della fede (o ‘Theophania’).


    Secondo la tradizione cristiana, Yehòshuà/Gesù della fede, sarebbe nato nel corso del principato di Augusto (-31/14) e sarebbe stato crocifisso durante quello di Tiberio (14/37).


    In che anno, mese e giorno sarebbe nato, esattamente? Questo, nessuno lo sa, né può affermarlo con assoluta certezza. Nemmeno la Chiesa, con la sua notoria e mal celata prerogativa di assoluta infallibilità<!--[if !supportFootnotes]-->[1]<!--[endif]-->!


    Un breve giro d’orizzonte tra gli scritti degli autori che cercano storicamente di situare quell’avvenimento, ci offre l’ampiezza dell’estrema confusione che è sempre regnata a proposito dell’eventuale data di nascita (Matteo 1, 18; Luca 1, 14; 2, 7) del Gesù della fede.


    Flavio Giuseppe (37-100) e Svetonio (70/128 – Caius Suetonius Tranquillus), infatti, “lasciano dedurre”<!--[if !supportFootnotes]-->[2]<!--[endif]--> che Yehòshuà/Iēsoûs/Iesu/Gesù potrebbe essere venuto alla luce 194 anni, 1 mese e 13 giorni prima della morte dell'Imperatore Lucius Aelius Aurelius Commodus o Commodo (161-192 -morto il 31 Dicembre 192), cioè il 18 Novembre dell’anno 3 della nostra era.


    Per alcune Chiese orientali – secondo il resoconto fattoci pervenire da Clemente Alessandrino (150-215 – Titus Flavius Clemens)<!--[if !supportFootnotes]-->[3]<!--[endif]-->, in Stromates I, 21,146 – il medesimo Gesù potrebbe essere stato partorito un 25 Pashon (che corrisponde al nostro 20 Maggio) o un 15 Tybri (10 Gennaio) o un 11 Tybri (6 Gennaio).


    Se seguiamo, invece, le indicazioni forniteci dal ‘De pascha computus’ – attribuito a Tascio Cecilio Cipriano (199-258 – Thascius Caecilius Cyprianus ) – lo stesso Gesù potrebbe essere venuto al mondo un 28 Marzo. Diversamente, per Ippolito (m. 235 – in ‘Commento su Daniele’ IV, 23), quell’evento potrebbe essersi verificato un 23 Aprile.


    Al contrario, se teniamo conto dei punti di vista di Epifanio (315-403 – Epiphanius, Vescovo di Salamina), di Ephraem Syrus (306-373), di Cosma Indicopleuste (o ‘Viaggiatore delle Indie’ - P.G., LXXXVIII, 197) e di Abramo di Efeso (VIº secolo), l’identico Gesù potrebbe essere nato un 6 Gennaio (dalla data di quell’avvenimento, tra l’altro, si fa derivare il termine Epifania – dal greco Epiphàneja – manifestazione, nascita, comparsa, apparizione. Ed è in questa data, in ogni caso, che la Chiesa Ortodossa continua a festeggiare il Natale).


    Più vicino a noi, il Vescovo e teologo inglese John B. Lightfoot (1602-1675 – all’epoca vice cancelliere dell'Università di Cambridge: lo stesso personaggio che aveva minuziosamente “calcolato” che Dio avrebbe creato l’Universo alle 9 di mattina del 26 Ottobre -4004 !), ci informa che il Gesù della fede potrebbe essere stato generato un 15 Settembre.


    Dal canto loro, Henry Browne (‘Ordo saeclorum’, Londra, 1844) e Thomas Lewin (‘Fasti Sacri’, Londra, 1865), considerano più volentieri che la nascita di Gesù potrebbe essere avvenuta nel mese di Agosto.


    Da parte sua, il Reverendo Jack Barr (vedere When Was Jesus Christ Born?) è molto più propenso a credere che Gesù possa essere nato tra Aprile e Settembre dell’anno -5.


    Roger T. Beckwith (‘The Date of Christmas and the Courses of the Priests, in Id., Calendar & Chronology, Jewish and Christian, Leiden, 1996, pp. 79-92), invece, pensa che quell’evento possa essersi verificato nell’ultima decade di Settembre.


    Identica deduzione per Corrado Maggia che parla ugualmente del mese di Settembre. (vedere: http://www.incontraregesu.it/risposte/25dicembre.htm).


    Alcuni astronomi, invece – basandosi sull’indizio offerto dalla famosa ‘stella cometa’ che avrebbe indicato ai Re Magi l’esatta ubicazione del luogo di nascita del Gesù della fede, e costatando che in quel periodo della storia l’unico fenomeno astro-fisico che sia stato registrato è quello della congiunzione di Giove e di Saturno, nella costellazione dei Pesci – sono più propensi a credere che quell’evento possa essersi verificato il 13 Novembre del -7.


    Ultimo in data (ma si potrebbe continuare all’infinito…), Guido Pagliarino (‘Gesù, nato nel 6 a.C., crocifisso nel 30 d.C.: un approccio storico al cristianesimo, Collana Orione, Prospettiva Editrice, Civitavecchia, 2003) – che tiene conto, sia degli studi di Keplero che delle scoperte archeologiche di Schnadel – pretende che la nascita di Gesù possa essere avvenuta a Giugno o ad Agosto dell’anno -6.


    Inutile, dunque, cercare, da un punto di vista della Storia, la vera data di nascita del Gesù della fede!


    L’unica cosa indiscussa che ci è dato storicamente di conoscere, è che, nel 337 della nostra era, il Papa Giulio Iº (Pontefice dal 337 al 352), per ordine (sembra…) dell’Imperatore Costantino (Flavius Valerius Aurelius Claudius Constantinus o Imperator Caesar Flavius Constantinus Pius Felix Victor Augustus Maximus – 274-337), decretò che lo Yehòshuà/Iēsoûs/Iesus/Gesù della tradizione cristiana era nato nella notte tra il 24 ed il 25 Dicembre del 753 ab Urbe condita (a.U.c. – cioè, dalla fondazione di Roma). In altre parole, nell’Anno 0 della nostra era!


    Che cosa affermano, in proposito, i maggiori studiosi di questa materia?


    Convengono che la scadenza del 24/25 Dicembre del 753 a.U.c., è una data strettamente convenzionale che – oltre ad essere abbondantemente soggettiva ed arbitraria – è assolutamente svincolata da qualsiasi fondamento storico.


    Secondo l'Enciclopedia Italiana, infatti, i Padri della Chiesa, dei primi secoli, non sembrano affatto aver conosciuto una festa della ‘Natività di Gesù’.


    Nel 354, il ‘Calendario Filocaliano’, alla data del 25 Dicembre, continua ancora ad ignorare il ‘Santo Natale’.


    Identica considerazione per gli scritti lasciatici da Origene (185-254).


    Se teniamo conto delle ricerche del teologo Louis Duchesne (1843-1922 – ‘Histoire ancienne de l’Eglise’, in 3 volumi, del 1912), la prima celebrazione del Natale si sarebbe svolta a Roma, nel 354, nella basilica dell'Esquilino (in seguito divenuta Santa Maria ad Praesepe ed, in fine, Santa Maria Maggiore), per volontà dell’allora Papa Liberio (Pontefice dal 352 al 366).


    Altre notizie storiche a proposito del festeggiamento cristiano del Natale, si incominciano ad avere nel 375, ad Antiochia, e nel 430, ad Alessandria d’Egitto.


    Allora, come mai, a partire dal IVº secolo, la Chiesa di Roma sceglierà di celebrare la nascita del Gesù della fede, il 24/25 Dicembre?


    B. Cerchiamo di scoprire il perché della scelta di quella data specifica


    Come spiega Miranda Green (Le Divinità solari dell’antica Europa, Collana ‘Nuova Atlantide’, Serie Religiosità e sacro, Mito e conoscenza, Trad. di Massimo Ortello, ECIG, Genova, 1995), il 24/25 Dicembre era un’ancestrale ricorrenza che era spontaneamente e sistematicamente festeggiata dalla quasi totalità delle popolazioni dell’Europa.


    Nei paesi scandinavi, ad esempio, si festeggiava la nascita di Freyr, il figlio supremo di Odino (Odhinn-Wotan). Nell’estremo Nord, si celebrava Baldur (il candido e bellissimo ‘Dio della giustizia’ e del ‘bene’; un Dio che dopo essere stato ucciso, era resuscitato 40 giorni più tardi). In Danimarca, si festeggiava Trundholm (il ‘disco solare’). In Irlanda, si commemorava la venuta al mondo di Samhein (un Dio, guarda caso, che dopo tre giorni dalla sua morte, era ugualmente risorto). I Gallo-Celti glorificavano Alban Arthuan (la ‘rinascita del Sole’). I Troiani – secondo l’Iliade di Omero – adoravano il Sole-Apollo. I Greci, celebravano Helios (il ‘carro solare’ – figlio dei Titani Hypérion e Théia) ed in seguito Apollo Phoibos (‘Apollo raggiante’); ma onoravano ugualmente Adonis o Adone (allegoria della morte e della rinascita della natura) e Dionisio (figlio di Zeus e di Semele). A Roma e nel Lazio, si festeggiavano i Saturnali (feste in onore di Saturno, ‘Dio dell’Agricoltura’ dal 19 al 25 Dicembre) e la nascita di Bacco (l’equivalente di Dionisio, in Grecia); si onorava ugualmente il Sol Indiges e, più tardi – introdotto nel 273 (MXXVI a.U.c.) dall’Imperatore Aureliano (270-275) – il Dies Natalis Solis Invicti (il ‘giorno della nascita del sole invincibile’ – celebrazione fissata ante diem octavum Kalendas Ianuarias, cioè il nostro 25 Dicembre). I Germani, nello stesso periodo, solennizzavano il giorno di Yule (la ‘ruota solare’) e gli Anglo-Sassoni, l’equivalente Geola (il ‘giogo dell’anno’). Nei Balcani, tra le popolazioni Illiriche, si ossequiava Dupljaja (la ‘figura d’argilla’) e, tra gli Slavi, Dajbog. Il tutto, naturalmente, senza dimenticare che nello stesso periodo erano ugualmente festeggiati, Giove/Zeus/Juppiter (‘Dio Supremo’, ‘Padre dei Cieli’ e ‘Re degli Dei’) e Plutone/Hadès (Pluto, ‘colui che arricchisce’ in latino; Hadès, ‘colui che rende invisibile, in greco), nonché l’egiziano Osiride o Osiris (‘Dio della morte e dell’oltretomba’).


    Non parliamo del Vicino-Oriente.


    In quella regione, la radicata ritualità del 24/25 Dicembre è ugualmente comprovata dalla storia e dall’archeologia.


    In quella data, ad esempio, i Sumeri vi celebravano il culto di Utu Babba (il ‘Sole’ – ‘Dio della giustizia’) che era rappresentato dal disco solare e il numero 20. E vi commemoravano ugualmente la nascita di Dumuzi (chiamato Tammuz a Babilonia e considerato la ‘reincarnazione del Sole’), un altro Dio morto e resuscitato. Quel Dio era rappresentato, da bambino, in braccio alla madre Semiramis e/o a Istrar (la ‘Regina del Cielo’ babilonese che aveva una aureola di 12 stelle che svettava sul capo), alla stessa stregua dell’indiana Isi con suo figlio Iswara o dell’egiziana Isis con suo figlio Horus, ecc.


    Nell’antico Egitto, inoltre, si festeggiava il ‘Dio Sole’ o (più tardi, Amon-Râ), il ‘Dio Creatore’ che era rappresentato da un uomo che portava un disco solare sulla testa.


    Ad Heliopolis (la ‘città del Sole’), sempre in Egitto, il medesimo o veniva adorato sotto le sembianze di un falco e l’aspetto umano di Atum. Questo, naturalmente, senza dimenticare Serapide (altro nome del ‘Dio Sole’ egiziano), né il monoteistico Dio Aton voluto da Amenhotep IVº che, nel corso del suo breve e sfortunato regno, per meglio attribuirsi e dedicarsi al Sole aveva addirittura cambiato il suo nome in Akhenaton (l’efficienza di Aton).


    A Babilonia, nello stesso periodo, si commemorava Bel-Marduk (il ‘vitello del Sole’) e Shamash (il ‘Dio Sole’). Ad Emesa (l’attuale Homs), in Siria, si ricordava solennemente Elababalus o Invictus Sol Elagabalus (il ‘Dio Sole invitto’ – da cui prenderà spunto l’Imperatore Aureliano, per il suo Dies Natalis Solis Invicti). A Petra, tra i Nabatei, si onorava Dusares (il ’Dio Sole’). Nell’India vedica, si celebrava Surya (il ‘fuoco del cielo’ o ‘l’ultima verità’).


    Nella medesima data del 24/25 Dicembre, inoltre, si festeggiava la nascita del Dio Mitra o Mitra (l’invictus-aniketos, venerato ugualmente a Roma come il nome di fautor imperii), una delle più importanti divinità dell’induismo antico e dell’originaria religione persiana.


    Tra gli adepti della religione mazdeista (cioè, legati al Dio Ahura Mazda), si celebrava la nascita del Profeta Zarathustra. Tra i fedeli dell’induismo, si commemorava la nascita di Krishna, l’ottava incarnazione (o avatar) di Vishnu. E tra i buddhisti, quella di Buddha (Siddhartha Gautama o Siddhattha Gotama) o Çâkyamuni (dal Sansckrit, muni o ‘asceta silenzioso’, dei Çâkya, cioè il Clan a cui apparteneva la famiglia di Gautama o Gotama).


    In Frigia, nell’allora Asia Minore (l’attuale Turchia), si solennizzava la nascita di Attis o Atys (figlio ed amante dell’affascinante Dea Cibele o Cybele-Agditis).


    Identica considerazione per quanto riguarda buona parte del resto del mondo.


    Nel Messico pre-colombiano, ad esempio, veniva onorato Quetzalcoatl (il ‘serpente con le piume’ e ‘Dio della luce’) e Huitzilopochtli, il ‘Dio Sole’ degli Aztechi.


    Itzamnà (il ‘Dio del Sole’) e la nascita del Dio Bacab, nello Yucatan, erano commemorati dai Maya. Gli Incas festeggiavano Inti o Inti Raymi, un Dio che era rappresentato con una maschera d’oro, dal viso umano, ornato di raggi.


    In Cina, si commemorava il giorno di Scing-Shin. In Giappone, era la Dea Amaterasu o-mi-kami (la ‘grande e regale divinità che illumina il cielo’), a ricevere i medesimi onori.


    Dobbiamo ancora chiederci il motivo della scelta, da parte della Chiesa del 337, della data convenzionale del Gesù della fede, il 24/25 Dicembre?


    C. Parliamo di ‘Babbo Natale’


    Come sappiamo, il tradizionale omaccione con la lunga e canuta barba, vestito con una palandrana rossa dai bordi di pelliccia bianca ed il cappuccio, che se ne va a distribuire i doni ai bambini, nella notte di Natale, alla guida di una slitta volante trainata da otto renne (di cui si conoscono addirittura i nomi: Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet, Cupid, Donder e Blitzen) – e che tutti chiamiamo ‘Babbo Natale’… – è semplicemente il personaggio di una fiaba!


    Quella favola, fu descritta per la prima volta, nel 1809, dallo scrittore statunitense Washington Irvin. Fiaba che fu successivamente ri-elaborata dal pastore americano Clement Clarice Moore (detto Clarke Moore) e ripresa più tardi, il 23 Dicembre 1823, sul giornale “Sentinel” di Troy (Stato di New York).


    Stiamo parlando, insomma, dello stesso personaggio che con il nome di Saint Nick, a partire dal 1949, verrà platealmente volgarizzato e diffuso nel mondo, dal celebre disegnatore statunitense Haddon H. Sundblom (1899-1976), per scopi prettamente commerciali o, se si preferisce, per reclamizzare i tristemente noti prodotti della Coca-Cola.


    Inutile sottolinearlo: la Chiesa di Roma, da sempre impegnata a “recuperare” ogni cosa alla moda, pretende che il personaggio di quella favola abbia preso ispirazione dalla vita e le opere di San Nicola (Santus Nicolaus o Santa Claus o Sinterklaas), Vescovo di Myra (in Licia, l’attuale Anatolia, Turchia), vissuto nel IVº secolo e più conosciuto, in Italia, con il nome di San Nicola di Bari (ne parla Dante, nel Purgatorio XX, 31-33), dove gli è stata addirittura dedicata una basilica, edificata nel 1087.


    La Chiesa Ortodossa, dal canto suo, sostiene che il fiabesco personaggio raccontato da Irvin e da Moore, sia piuttosto San Basilio o Basilio Magno (330-379 - Vassilis), un altro Vescovo cristiano, sempre del IVº secolo, che avrebbe officiato a Cesarea (l’attuale città turca di Kaysery), in Cappadocia.


    In contraddizione con le Chiese di Roma e di Costantinopoli/Istanbul, i Cattolici delle Fiandre (Belgio) assicurano nientemeno che l’ispirazione per il ‘Babbo Natale’ che tutti conosciamo, sia venuta da Sint-Maarten o San Martino – l’ufficiale della cavalleria romana, originario della Pannonia (l’attuale Ungheria), che con la spada, avrebbe tagliato in due il suo mantello militare, per offrirlo ad un mendicante che stava soffrendo il freddo, e che più tardi sarà consacrato Vescovo di Tours (371), in Francia.


    Ancora una volta, ci troviamo confrontati ad una serie di ridicoli e pedestri tentativi di plagio del plagio…


    Il vero ‘Babbo Natale’ della Storia, in realtà, affonda le sue compatte ed ataviche radici nelle ancestrali leggende dei popoli dell’Europa politeista. Tra queste:


    <!--[if !supportLists]-->- <!--[endif]-->la leggenda di Donar (il ‘Dio della Fertilità’ dei tribù nordiche): un Dio che – in corrispondenza con il giorno del Solstizio d’inverno (Yule) ed echeggiando il suo corno da caccia – scendeva dal cielo su un carro trainato da due robusti caproni, per distribuire doni ai figli dei mortali;


    <!--[if !supportLists]-->- <!--[endif]-->la leggenda di Sleipnir (letteralmente: ‘colui che scivola rapidamente’): il grigio, octupede e velocissimo cavallo di Odino (Odhinn-Wotan) che galoppava in cielo e sulle acque di questo e di altri mondi; secondo le tradizioni veicolate dalla mitologia nordica o norrena (quindi, vichinga o scandinava), infatti, i bambini di quelle regioni, nella notte del Solstizio d’inverno, deponevano i loro stivali, riempiti di carote, di fieno e di paglia, accanto all’apertura del camino della loro abitazione, con la chiara intenzione di sfamare il cavallo volante di Odino; quel Dio, allora, scendendo dal cielo, dopo aver nutrito il suo cavallo, riempiva quegli stessi stivali, con diversi cibi prelibati, dolciumi e regali vari, in segno di manifesta e profonda riconoscenza.


    Quelle leggende – oltre a favorire la nascita di una serie di tradizioni popolari che, in concomitanza con il Solstizio d’inverno praticavano il rito del ‘dono’ nei confronti de fanciulli (a Roma, nel corso dei Saturnali, delle Sigillaria, del Dies Natalis Solis Invicti e delle Compitalia o Laralia, avveniva esattamente la stessa cosa!) – continueranno a perpetuarsi ininterrottamente fino a tutto il Medioevo. E nonostante il furore repressivo della colonizzazione cristiana a cui dovette assistere l’Europa di quegli anni, daranno vita, a loro volta, con qualche soggettiva variazione, ad altre tradizioni popolari, come quella di Väterchen Frost (il ‘Padre freddo’) dei Germani, quella di Julemand dei Danesi, quella di Julenissen dei Norvegesi, quella di Kaledu Senis dei Lituani, quella di Jouluvana degli Estoni, quella di Joulupukki dei Finnici, quella di Julgubben o Jultomten o Tomten degli Svedesi, quella di Karácsony Apó degli Ungheresi, quella di Djed Božicnjak dei Croati, quella di Bozicek degli Sloveni, quella di Mos Craciun dei Rumeni, quella di Gwiazdor dei Polacchi, quella di Diado Coleda dei Bulgari, quella di Djed Mraz o Died Maroz o Ded Moroz, (il ‘Nonno gelo’) dei Russi, ecc. Senza contare quella di Shengdan Laoren dei Cinesi.


    D. Proviamo ad indagare sul tradizionale ‘Albero di Natale’


    Informalmente, diversi ricercatori cristiani del nostro tempo pretendono che la paternità dell’uso dell’Albero di Natale debba essere attribuita alla città di Riga che, prima nella Storia, nel 1510, avrebbe innalzato un abete inghirlandato, per onorare la nascita di Gesù-Cristo.


    Altri, al contrario, preferiscono ufficiosamente attribuirla alle popolazioni alsaziane che, tra il 1521 ed il 1605, avrebbero preso l’abitudine di commemorare quel medesimo avvenimento, portandosi a casa degli abeti ed addobbandoli a piacimento, per vivacizzare i giorni della Teofania cristiana.


    Altri ancora, in contraddizione con i precedenti, privilegiano perentoriamente accollarla o ascriverla alla fede ed alla lungimiranza religiosa della Duchessa di Brieg, in Gemania, che prima tra tutti, avrebbe lanciato la ‘moda’ dell’Albero di Natale, a partire dal 1611.


    Naturalmente, gli stessi mestatori di “verità rivelate”, per convincerci della giustezza delle loro soggettive ed arbitrarie opinioni – oltre a parlarci dell’allora giovane e sicuramente non troppo cristiano Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) che nel suo Die Leiden des jungen Werthers (‘I dolori del giovane Werther’) del 1774, avrebbe introdotto il simbolismo dell’Albero di Natale nella grande letteratura di quell’epoca – ci elencano tutta una serie di ramificazioni ideali a proposito della diffusione di quell’usanza che – passando per la Principessa austriaca Henrietta von Nassau-Weilburg (1816), la Duchessa Elena D’Orleans in Francia (1840) ed il Principe Alberto di Saxe-Cobourg-Gotha (consorte della Regina Vittoria) in Gran Bretagna – fanno giungere la tradizione dell’abete decorato, fino ai nostri giorni. Addirittura, dal 1982 (per volere di Papa Giovanni-Paolo IIº), fin sulla Piazza San Pietro, a Roma!


    Allora, come spiegare, già dal 313 (epoca dell’Editto di Milano), l’accanimento terapeutico riservato dalla Chiesa alla proibizione sistematica, per più di mille e trecento anni, dell’allegorismo degli alberi in generale e degli abeti agghindati in particolare, praticato da sempre dalle popolazioni della nostra Europa?


    Come giudicare la condanna del culto degli alberi espressa dal Concilio di Cartagine del 397?


    Come interpretare la distruzione, ordinata da Roma nel 772, e fedelmente eseguita dalle truppe del neo-Imperatore “romano” Carolus Magnus o Carlo Magno (742-814), di Irminsul (il celebre ‘Albero del mondo’, personificazione del ‘Dio Hirmin’) e del relativo santuario di Externstein, in Sassonia? Come commentare, più o meno nel medesimo periodo storico, l’abbattimento ordinato da San Bonifacio (alias Wynfried) di Donar-Eiche, l’antichissima e sacra ‘Quercia di Thor’? Come inquadrare e comprendere le persecuzioni e le infinite ordinanze di repressione fisica (sfociate, in diverse occasioni, in delle vere e proprie condanne a morte!) e di biasimo morale destinate alle popolazioni europee, a causa della loro atavica e spontanea sollecitudine nei confronti degli alberi, come quelle volute, ad esempio, nel VIº secolo, dal Vescovo Martinus di Bracara; tra il 1000 ed il 1025, dal Vescovo di Limoges, Martialis, e dal Vescovo di Worms, Burchard; nel 1184, dal Vescovo di Munster; nel 1200, dal Vescovo di Fulda; nel 1525, dal Vescovo di Norimberga; nel 1755, dal Vescovo di Salisburgo, Sigismund; ecc.; fino a giungere, al 1935, dove un’inatteso e sorprendente articolo dell’Osservatore Romano, ancora continuava a considerare la tradizione dell’Albero di Natale come una consuetudine prettamente pagana?


    Diciamocelo francamente: la Chiesa ha davvero “sudato sette camicie”, negli ultimi 1700 anni, per tentare (senza riuscirci) di cancellare dall’immaginario collettivo delle popolazioni europee, il simbolismo della ‘vita eterna’, rappresentato dalle piante sempre verdi (semper virens), come l’abete (sacro ad Odhinn-Wotan), il pino (sacro ad Attis), il cipresso (che custodiva l’anima infelice di Attis), il cedro (l’ ‘albero degli Dei’ o Deodora degli Indù), la quercia (celebre – oltre Donar-Eiche, la sacra ‘Quercia di Thor’ – la ‘Quercia dodonea’ di Zeus, a Dodona, nell’Epiro, cantata da Omero – Iliade XVI, 233-238 e Odissea XIV, 327-330), il mirto (sacro ad Afrodite/Venere, ‘Dea dell'amore’ e della ‘bellezza’), l’alloro o il lauro (in cui si era fatta tramutare Dafne, la ninfa amata dal ‘Dio del Sole’, Apollo – il lauro o alloro era ugualmente sacro ad Asclepio, figlio di Apollo), il leccio (o alloro spinoso), l’ulivo (l’albero sacro ad Atena, a Minerva e ad Eirene, la ‘Dea della Pace’), il frassino (famoso l’Yggdrasil dell'Edda), il ginepro (utilizzato dalle popolazioni europee, per proteggere le loro stalle da eventuali sortilegi), il rosmarino (simbolo di immortalità per gli Egizi, era utilizzato dai Romani per ornare le statuette dei Lari o Lares familiares che rappresentavano i loro antenati), l’edera (pianta sacra a Dionisio, il corrispettivo di Bacco nella mitologia romana), il biancospino (sacro alla Dea Belisama, più tardi identificata con Minerva), il pungitopo, l’agrifoglio (che i Romani piantavano nei pressi delle loro case per scongiurare il malocchio e scacciare gli spiriti maligni), il vischio (il succo delle sue bacche era considerato, dai Druidi, il seme di vita del ‘Dio del Sole’), ecc.


    L’abete, in particolare, nella Grecia antica, era l’albero sacro ad Artemide (Diana, per i Romani), la ‘Dea della Natura’ che vegliava sulle nascite. Era l’albero ‘promessa di vita’ del Dio dei Galli, Gargan. Era l’albero della ‘tutela della vita’ dei Druidi (gli antichi sacerdoti dei Celti). Chiamato Dannenbaumen o Tannenbaum, il medesimo abete era l’albero che i Teutoni piantavano, riccamente ornato di ghirlande e di doni, davanti alle loro case, nei giorni corrsipondenti al Solstizio d’inverno (Yule). Era l’albero da cui i Romani recidevano dei rami per decorare le loro abitazioni, in occasione dei Saturnalia (Macrobiius, Saturnaliorum libri 1, 2).


    Il tutto, naturalmente, senza contare che già nel -1850, a Babilonia – come risulta da una tavoletta scoperta il secolo scorso dall’archeologo Moussan – si usava inghirlandare gli alberi con dei rombi metallici e luccicanti che rappresentavano gli astri, sovrastandoli, sul loro apice, da un sole scintillante in oro massiccio.


    E. Cerchiamo di trovare un “appiglio cristiano” al Presepe


    Conosciamo il significato della parola ‘Presepe’: dal latino praesepium o praesepe (da prae = innanzi e saepes = recinto, che vuol dire ‘luogo davanti al recinto’, per estensione, ‘greppia’, ‘mangiatoia’), il ‘Presepe’ è la ricostruzione liturgico-teatrale delle scene che si riferiscono alla natività di Gesù ed al successivo arrivo dei Magi.


    Secondo i racconti tramandatici dai cronisti, Tommaso da Celano (1190-1260 – in Vita Prima di San Francesco d'Assisi, Fonti Francescane, Assisi, 1978, pp. 472 e 476) e Bonaventura da Bagnoregio, alias Giovanni Fidanza, soprannominato Doctor Seraphicus (1217-1274 - in Leggenda Maggiore, Cap. De studio et virtute orationis, Fonti Francescane, Assisi, 1978, pag. 924), il primo Presepe (vivente) della Storia sarebbe stato ideato e realizzato da San Francesco d’Assisi, nella notte tra il 24 ed il 25 Dicembre 1223, a Greccio (un Comune attualmente in provincia di Rieti), con la collaborazione della popolazione locale, il supporto dell’allora Signore dei luoghi, Giovanni Velita (discendente dei Conti Celano e della famiglia Berardi), e l'autorizzazione ecclesiastica e formale di Papa Onorio IIIº (Pontefice dal 1216 al 1227).


    Ora, a parte il fatto che nei Vangeli canonici, ci sono due versioni della medesima nascita – in particolare, quella di Matteo (2, 11) che ci racconta della venuta al mondo di Gesù in una ‘casa’ (probabilmente, ‘l’abitazione dei parenti di Giuseppe’ che vivevano a Betlemme) e quella di Luca (2, 7) che ci parla, invece, di una ‘mangiatoia’ (“poiché non v’era posto nell’albergo…”); e che soltanto Matteo (2, 1-12) evoca la visita dei Magi (senza, tra l’altro, precisarne il numero o specificarne la provenienza) – da dove scaturirebbero o sarebbero state estratte le scene di ‘capanne’ e/o di ‘grotte’ e le tradizionali raffigurazioni del ‘bue’ e dell’ ‘asinello’ (che ordinariamente sono al centro di qualunque rappresentazione della Natività), nel Presepe della tradizione cattolica?


    I maggiori teologi cattolici – come Alfred Firmin Loisy (1857-1940), Ernesto Buonaiuti (1881-1946) ed Hans Küng (nato nel 1928) – e protestanti – come Rudolf Karl Bultmann (1884-1976) e Dietrich Bonhoeffer (1906-1945) – non sembrano avere dubbi. Oltre a spiegare le differenze oggettive che si riscontrano nelle diverse versioni del Vangelo di Matteo e di Luca, con la complementare esigenza di rivolgersi ad un pubblico giudaita (nel caso di Matteo) e ad un pubblico pagano o gentile (nel caso di Luca), lasciano praticamente intendere che la maggior parte delle scene (ad esempio, la ‘stalla’ o la ‘grotta’) o delle raffigurazioni (ad esempio, quella dei sedicenti ‘sacerdoti persiani’, Melkon/Melchiorre, Gaspar/Gasparre e Balthasar/Baltasarre) che formano buona parte del quadro coreografico della Natività del Cristo, potrebbe essere stata estrapolata da Vangeli apocrifi (dal greco, apokriphos – composto di apo e kripto – che significa ‘nascosto’, ‘occulto’, ‘arcano’ e, per estensione, Vangeli non riconosciuti da nessun Canone) e/o da tradizioni popolari che – scaturite a macchia d’olio nei primi anni della cristianità – sarebbero state, in seguito, accantonate o completamente dimenticate.


    Per quanto riguarda, invece, le immagini del ‘bue’ e dell’ ‘asinello’, solitamente rappresentati a fianco di Gesù bambino esposto sulla mangiatoia, i medesimi teologi pensano che si tratterebbe soltanto di contingenti allegorie che sarebbero state successivamente introdotte, nella liturgia natalizia, dalla propaganda cristiana dell’epoca dei Padri della Chiesa.


    A loro dire, infatti, quella specifica campagna pubblicitaria – facendo forzatamente derivare quelle immagini da un passo di Isaia 1, 3 (che recita testualmente: “ll bue ha riconosciuto il suo proprietario e l'asino la greppia del suo padrone"…) – tendeva semplicemente a divulgare ciò che i Padri della Chiesa avrebbero voluto che fosse il risultato della loro quotidiana opera di proselitismo. E questo, da un lato, rappresentando gli “Ebrei”<!--[if !supportFootnotes]-->[4]<!--[endif]--> (simbolicamente rappresentati dal bue) e, dall’altro, i Gentili o Goy<!--[if !supportFootnotes]-->[5]<!--[endif]--> (allusivamente rappresentati dall’asino), nell’atto di una loro mansueta ed incondizionata adorazione del vero Messia e dell’unico Salvatore del genere umano.


    Come il lettore lo avrà senz’altro già intuito, ancora una volta ci troviamo confrontati ad una serie di arzigogolate congetture che in definitiva – quantunque cerchino dottamente di convincere, attraverso la semplice dialettica… – non posseggono nessuna attinenza o correlazione con la reale Storia di questo genere di tradizioni.


    Chi possiede, infatti, un minimo di dimestichezza con i classici latini – per averne un’idea, Cicerone, De re publica libri 5, 7; In Verrem actio 3, 27; Epistule ad Atticum 2, 3, 4; Aulo Gellio, Noctes Atticae 10, 24, 3; Attio, Frag. Poet. Rom. 16, 4, 2; Tito Livio, Ab Urbe condita libri 40, 52, 3; Sallustio, De coniuratione Catilinae 20, 11; Orazio, Epistulae 1, 7, 58; 2, 2, 51; Odarum seu carminum libri 1, 12, 44; Nevio, Palliatarum frg. 100; Ovidio, Fasti 3, 242; Valerio Flacco, Argonautica 4, 45; Svetonio, Augustus 31; Plauto, Aulularia; Mercator; Macrobio, Saturnaliorum libri; ecc. – sa perfettamente che quella che noi, oggi, chiamiamo la ‘tradizione del Presepe’, possiede una sola ed incontestabile fonte storica: quella, in particolare, dei Lares (gli antenati defunti) di epoca romana.


    Di incerta origine etimologica (forse dall’etrusco Lar, ‘Padre’) e cantati, tra gli altri, da Albio Tibullo – (-54/19) - “…Sed patrii servate Lares: aluistis et idem, cursarem vestros cum tener ante pedes. Neu pudeat prisco vos esse e stipite factos: sic veteris sedes incoluistis avi. Tum melius tenuere fidem, cum paupere cultu stabat in exigua ligneus aede deus…” (Tibulli Elegiae Liber Primus, X, vv. 15-20)<!--[if !supportFootnotes]-->[6]<!--[endif]--> i ‘Lari’ (arcaicamente chiamati Lases) erano ponderati dai Romani, come dei Numi tutelari che possedevano la particolarità di proteggere le terre (in particolare l’ager romanus), i raccolti, le strade, gli incroci, le città, lo Stato, la famiglia, le mura delle abitazioni, la proprietà, le attività, ecc.


    Considerati da un punto di vista strettamente privato, i ‘Lari’ (Lares familiares) erano gli spiriti divinizzati (Numen, inis) degli avi defunti di ogni famiglia. Custodivano e tutelavano il focolare domestico, il benessere e l’agiatezza dei componenti del nucleo familiare, l’inviolabilità della proprietà, lo sviluppo e la floridezza dell’insieme delle loro attività quotidiane.


    I Lares familiares erano essenzialmente rappresentati da statuette scolpite nel legno o realizzate in semplice terracotta o in cera, nell’atto di tendere la mano in segno di pace. E quelle loro parvenze venivano custodite e onorate nel Lararium, una particolare cappella votiva che esisteva all’interno di ogni domus romana.


    Intesi, invece, da un punto di vista pubblico, a Roma c’erano tutta un’altra serie di ‘Lari’. Tra questi: i Patrii Lares (i ‘mitici antenati’, gli ‘eroi’, i maiores, cioè i fondatori e gli ispiratori della Societas romana) e/o i Lares Prestites (‘Lari pubblici’ - Lares Publici Populi Romani Quiritium) che erano considerati i ‘protettori di Roma’ (intesa come Nazione e Stato) ed i ‘tutori delle tradizioni sacrali dell’Urbe’; i Lares compitales che proteggevano i ‘crocicchi’ o i ‘crocevia’ (compita – da compitum, i: il ‘crocicchio’ o ‘incrocio di quattro strade’) e, contemporaneamente, il traffico, le ‘comunicazioni’ e gli ‘scambi commerciali’; i Lares viales che proteggevano le ‘strade’, i ‘viaggiatori’; ecc.


    Come sottolinea Ovidio, questo genere di ‘Lari’ – che vedranno la loro massima diffusione popolare e cultuale in epoca imperiale, con i Lares Augusti (i ‘Lari di Augusto’) – assicuravano “la sicurezza di tutto ciò che resta sotto i loro occhi e proteggono le mura della Città” (Fasti 2, 6, 15).


    Questi ultimi, in generale, erano rappresentati da dipinti, da piccole sculture o da statuette scolpite nel legno o realizzate in semplice terracotta o cera (sempre nell’atto di tendere la mano in segno di pace). Ed i loro rispettivi simulacri venivano solitamente esposti in speciali edicole (aediculae Larum o Larium) che erano erette agli angoli delle strade e che riproducevano, a loro volta, in scala ridotta, la facciata di un classico tempio romano.


    In casi particolari, invece - come nel culto, ad esempio, di Romolo-Quirino o di Acca Larenzia (moglie del pastore Faustolo che avrebbe allattato i gemelli Romolo e Remo – episodio citato da Lattanzio, Divinae Institutiones I, 1, 20), possedevano dei veri e propri Templi e/o degli Edifici sacri. Esempi celebri, sono il lucus Deae Diae (quello della Confraternita degli Arvales), a 7 km. da Roma, sulla via Campana ; il Tempio dei Lari (dell’epoca degli Emilii) ed il Pantheon di Roma (di età augustea); l'ara dei Lari di Ostia ; il Tempio di Vespasiano (dedicato al ‘Genio dell’Imperatore’) ed il Santuario dei Lari Pubblici, a Pompei (Pompeii Ruins: Santuario dei LAri Pubblici), ecc.


    Per farla breve, diciamo che quello che oggi avviene con la realizzazione pratica ‘Presepe’, avveniva esattamente in epoca romana, con le statuette dei ‘Lari’.


    Il 20 Dicembre di ogni anno, infatti, in occasione delle Sigillaria (‘festa delle statuette’ – che erano dette sigilla, dal latino sigillum, i, diminutivo di signum, statua), i bambini di ogni famiglia, sotto la guida dei loro genitori, erano incaricati di rimettere in ordine i Lararia (le cappelle votive dedicate ai ‘Lari’ che esistevano internamente in ogni casa), di spolverare e ripulire le effigi dei loro antenati, di ricomporre loro un certo habitat appariscente o accettabile, di abbellire la personale scelta coreografica con muschio e composizioni floreali, di offrire loro doni e cibo, ecc.


    In quella stessa occasione le famiglie romane – oltre a scambiarsi auguri e doni in forma di statuette (che secondo l’agiatezza della famiglia potevano essere – non solo di legno o di terracotta o di cera, ma addirittura – di bronzo, argento o oro) – regalavano aggiuntivamente, ai loro figli, dei pupazzetti e/o degli animaletti che erano stati precedentemente confezionati o modellati con pasta dolce o marzapane.


    Superfluo farlo notare: quel genere di ritualità, con qualche variazione sul tema, erano ugualmente ripetute:


    <!--[if !supportLists]-->- <!--[endif]-->il 23 Dicembre di ogni anno, in occasione delle Larentalia (feste in onore di Acca Larenzia e dei Lari);


    <!--[if !supportLists]-->- <!--[endif]-->tra il 2 ed il 5 Gennaio di ogni anno, in occasione delle Compitalia o Laralia (feste dedicate ai ‘Lari pubblici’ ed alle aediculae Larum o Larium). Quelle feste, se vogliamo, avvenivano in quasi coincidenza con le ritualità che – dopo l’avvento del Cristianesimo – ci siamo abituati a chiamare le ‘feste della Befana’.

    F. Che dire, in fine, delle strenne e dei tradizionali regali di fine anno?


    In questo caso, non è difficile dimostrare la non cristianità di questo tipo di tradizione.


    Come tutti sanno, nella Roma antica, in concomitanza con le feste invernali che si svolgevano tra i Saturnalia (17-23 Dicembre), il Dies Natalis Solis Invicti (25 Dicembre) e le Calendes (primo giorno del mese di Gennaio), era uso e costume, tra amici e conoscenti, offrire reciprocamente degli oggetti scolpiti nel legno che era stato appositamente prelevato dai boschi sacri dedicati alla Dea Strenia. Da cui – inutile sottolinearlo – la parola ‘strenna’ che, come sappiamo, è semplicemente sinonimo di ‘regalo’.


    Rebus sic stantibus (stando così le cose…), finiamola, allora, di prenderci in giro con i cosiddetti Auguri di Natale, e facciamoci semplicemente quelli che qualunque Romano, nel suo tempo, avrebbe sicuramente e sinceramente indirizzato o rivolto ai suoi più cari amici e camerati: Simul dies festos laetissimos Nativitate Solis Invicti atque Novum Annum faustum, felicem fortunatumque!
    ©Alberto B. Mariantoni
    15.12.2007

    <!--[if !supportFootnotes]-->

    <!--[endif]-->
    <!--[if !supportFootnotes]-->[1] L’infallibilità della Chiesa è stata imposta ai credenti, come dogma, nel 1075-1076, dal Papa Gregorio VII° (1073-1085 – alias Ildebrando di Soana),sulla base dei 27 articoli del Dictatus Papaedel 1075, a loro volta giustificati da questo testo evangelico: "E io ti dico che tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell'inferno non prevarranno contro di essa. E ti darò le chiavi del regno dei cieli. E tutto ciò che avrai legato sopra la terra sarà legato anche nei cieli; e tutto ciò che avrai sciolto sulla terra sarà sciolto anche nei cieli" (Matteo ,18-19). Mentre l’infallibilità del Papa è stata elevata a dogma, 18 Luglio 1870, da Pio IX° (1846-1878 – alias Giovanni Maria Mastai Ferretti),corso del Concilio Vaticano I° (1869-1870), in questi : Richiamandoci dunque fedelmente alla tradizione, come labbiamo assunta dalle prime epoche del Cristianesimo, noi insegniamo, ad onore di Dio, nostro Salvatore, per gloria della Religione Cattolica e per la salvezza dei popoli cristiani, con lapprovazione del sacro Concilio, e dichiariamo quale dogma rivelato da Dio: ogni qualvolta il Romano Pontefice parla ex cathedra, vale a dire quando nellesercizio del Suo Ufficio di pastore e Maestro di tutti i cristiani, con la sua somma Apostolica Autorità dichiara che una dottrina concernente la fede o la vita morale devessere considerata vincolante da tutta la Chiesa, allora egli, in forza dellassistenza divina conferitagli dal beato Pietro, possiede appunto quella infallibilità, della quale il divino Redentore volle munire la sua Chiesa nelle decisioni riguardanti la dottrina della fede e dei costumi. Pertanto, tali decreti e insegnamenti del Romano Pontefice non consentono più modifica alcuna, e precisamente per sé medesimi, e non solo in conseguenza all'approvazione ecclesiastica. Tuttavia, chi dovesse arrogarsi, che Dio ne guardi, di contraddire a questa decisione di fede, sarà oggetto di scomunica(Pastor Aeternus,18 luglio 1870).



    <!--[if !supportFootnotes]-->[2] Utilizzo l’espressione “lasciano dedurre”…, tra virgolette, per non appesantire il testo dell’articolo. In realtà, la data indicata (18 Novembre dell’anno 3 della nostra era) è il frutto di una semplice ricostruzione personale, a partire dalle informazioni che sono indirettamente fornite da due testi: “Bellum Iudaicum II, 8, 1“ (di Joseph Ben Matthias o Josephus Flavius o Flavio Giuseppe) e “Divus Augustus 27, 11“ (di Caius Suetonius Tranquillus). Nei loro rispettivi passaggi, infatti, Flavio Giuseppe e Svetonio (l’uno indipendentemente dall’altro e con le modalità di conteggio degli anni che sono le loro) ci forniscono delle precise indicazioni, per potere, oggi, riuscire a situare, con una certa attendibilità, il celebre censimento realizzato dai Romani, in Palestina, a cui fa diretto riferimento Luca (2, 1). E’ da quelle informazioni, dunque, che mi sono permesso, a mia volta, di dedurre, per semplice convergenza di avvenimenti, l’eventuale data di nascita di Yehòshuà/Iēsoûs/Iesu/Gesù della tradizione cristiana.



    <!--[if !supportFootnotes]-->[3] In margine al mio articolo, il cristologo Luigi Cascioli (luigicascioli.it), sul sito www.alateus.it - L'impostura del "Santo Natale", ha voluto precisare quanto segue: Le date attribuite alla nascita dai Padri della Chiesa, come Origene e Clemente, e da altri, quale Tascio Cipriano, non si riferiscono ad un Gesù partorito a Betlemme, ma alla sua discesa sulla terra (Cafarnao) ad unetà matura di 30 anni nel quindicesimo anno del Regno di Tiberio dietro ricopiatura del Vangelo gnostico di Marcione scritto nel 140. Per costoro la nascita si era realizzata allinizio dei tempi con quel parto operato dalla Vergine (Costellazione) nel deserto come da Apocalisse (cap. 12). La nascita terrena inventata agli inizi del IV° secolo era infatti ignorata da tutti i Vangeli canonici allorché uscirono nella seconda metà del II° secolo.

    <!--[if !supportFootnotes]-->[4] Metto la parola “Ebrei”, tra virgolette, poiché gli unici “Ebrei” che la Storia e l’Archeologia conoscono, sono gli “Ebrei della leggenda”, raccontati esclusivamente dalla Bibbia.



    <!--[if !supportFootnotes]-->[5] Cioè, non appartenenti ad una delle Confraternite che tendono a riconoscersi o ad identificarsi nella tradizione religiosa-culturale-storica del Giudaismo.



    <!--[if !supportFootnotes]-->[6] Libera traduzione : “…Salvatemi voi, Lari dei miei padri, voi che m'avete allevato quando bambino correvo innanzi ai vostri piedi. Non abbiate vergogna di essere scolpiti in un vecchio tronco: così abitaste l'antica casa degli avi. Meglio si osservava la fede, quando in una piccola nicchia con semplice rito s'alzava un dio di legno…”.

    EreticaMente: L?impostura del ?Santo Natale?
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  4. #4
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    Predefinito Re: Bonum Dies Natalis Solis Invictus






    Buon Natale ...
    Contro l' "estrema sinistra" degli SBIRRI!!!
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    Patriarcato e maschilismo, morte al nazifemminismo!
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  5. #5
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    Predefinito Re: Bonum Dies Natalis Solis Invictus

    ti adoro
    mi fa piacere se la gente come te esiste. altrimenti ci sentiremmo soli con la gente confusa attorno.

    come mai cattolici hanno scordato tutto e hanno deviato la retta fede, e addirittura l'hanno ribaltata, confusa, hanno tolto e hanno aggiunto ?
    forse potrei immaginare
    Ultima modifica di agape22; 14-02-15 alle 04:19

 

 

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