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  1. #1
    SENATORE di POL
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    Predefinito Per il Capitalismo Democratico

    Io non sono "un capitalista" (non ho un becco di un quattrino), ma ritengo che il capitalismo democratico, sia il miglior sistema per produrre ricchezza (e se non si produce ricchezza, come sapeva Marx, si distribuisce solo miseria), e sia largamente senza alterantive. E' sicuramente perfettibile, ma nel contesto della sua stessa linea di sviluppo.
    Per un liberale essere per il capitalismo non significa essere... per i capitalisti (ossia per i loro interessi particolari) anche se, ovviamente, non vuol dire neppure essere pregiudizialmente contro di loro. Von Mises precisava sempre con forza questo concetto!
    La povertà di tanta parte del mondo e le ingiustizie, spesso terribili, che vi regnano sovrane, non sono, per noi liberali, determinate dal capitalismo democratico, ma dalla sua assenza: ossia da un ritardo nello sviluppo del capitalismo medesimo, e/o da un suo sviluppo caotico e senza democrazia.
    Il capitalismo è pieno di "contraddizioni"? Certamente sì, ma anzichè esserne i suoi becchini, queste sono tutt'ora, contro le infinite profezie in contrario, i suoi motori.
    Il capitalismo deve essere governato? Senz'altro, è stato ampiamente dimostrato che il mercato capitalistico per svilupparsi e riprodursi ha bisogno di regole...
    Queste regole non devono tuttavia essere limitazioni del capitalismo o pastoie frapposte al suo sviluppo, ma, al contrario, regole poste a salvaguardia delle condizioni migliori per il suo funzionamento. E le condizioni migliori sono (come sapeva persino Lenin: si veda "Stato e Rivoluzione"), la "repubblica democratica", con la sua dialettica fra le forze politiche, le forze sociali, i diritti sindacali....
    Nessuna formazione sociale, in nessuna epoca storica ha garantito tanto benessere a tanta parte della popolazione come il capitalismo.
    Questo significa forse che il capitalismo sia perfetto, che sia una sorta di paradiso?
    Assolutamente no! Ma i problemi e le tragedie che vengono spesso e con faciloneria imputate "al capitalismo" in quanto tale, potranno essere risolti, o almeno attenuati, dal capitalismo democratico, e altrimenti da nessun altro sistema economico-sociale.
    Il comunismo ha dimostato ampiamente di non saper far niente di meglio, anzi. Si è dimostrato un sistema inefficiente per produrre ricchezza, inefficiente per distribuirla, e non privo di forti diseguaglianze, per quanto spesso mascherate o occultate, a favore della nomenklatura di partito e della burocrazia.
    Il comunismo si è dimostrato, inevitabilmente, come previsto dai contraddittori liberali di Marx ed Engels, fin da 1847, incompatibile con le libertà individuali, con la democrazia politica, con i diritti civili, sociali e politici dei cittadini.
    Certo, sebbene "la repubblica democratica sia il miglior involucro politico possibile per il capitalismo" (Lenin), a volte prevalgono involucri peggiori, ed allora i rapporti sociali si brutalizzano, come quelli politici. Le economie fondate sulla proprietà privata, ove non esiste una moderna ed efficiente democrazia politica e sociale, vedono prevalere i gruppi sociali ed economici, non sulle basi della libera concorrenza e delle sue regole, ma della violenza, dell'inganno, della brutalità.
    Le economie che aboliscono la moderna proprietà privata ed il libero mercato sono invece impossibilitate a raggiungere o mantenere la democrazia politica moderna e le libertà correlate, come da noi conosciute. Esse sono oppressive e trasformato il "libero lavoratore salariato" in un servo (quasi in senso medievale) dello Stato, come aveva rilevato il marxista "eretico" Bruno Rizzi nella sua teoria del "Collettivismo Burocratico".

    (Forum principale - 23.6.2001)

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  2. #2
    SENATORE di POL
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    Predefinito

    dal sito di "Ideazione":

    "Entrare nel mercato globale per superare il "gap"
    di Giuseppe Pennisi

    La "new economy" delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione crea nuove disuguaglianze? Solo qualche anno fa la "net economy" era ancora agli albori e si temeva che avrebbe comportato un processo di dislocazione ancora maggiore di quello verificatosi all'epoca della prima rivoluzione industriale. Allora l'ipotesi era che la tecnologia dell'informazione e della comunicazione avrebbe creato nuove esclusioni, sia per fasce di età sia per fasce di reddito sia, principalmente, tra paesi dotati e non dotati di infrastruttura di base. Si pensi che alla metà degli anni Novanta, in tutta l'Africa a sud del Sahara c'erano meno linee telefoniche di quante non ce ne fossero nella sola città di Tokio. I timori non sono del tutto fugati. Tuttavia, l'aumento del gap tra fasce di reddito appare contenuto anche nei paesi in cui il reddito viene comunemente giudicato "spettacolare". E appare, tutto sommato, moderato anche rispetto alle aspettative e alle impressioni iniziali.

    Studi più recenti collocano la new economy nel contesto del processo d'integrazione economica internazionale chiamato, giornalisticamente, "globalizzazione". In breve, essi concludono che l'apertura ai mercati e l'integrazione internazionale degli scambi, dei finanziamenti e degli investimenti diretti hanno comportato un aumento delle ineguaglianze mondiali (tra individui e famiglie, anche se non necessariamente tra paesi) dal 1960 al 1975. Da allora, però, si è rilevata una graduale diminuzione delle inuguaglianze, principalmente a ragione della rapida crescita economica di Cina e India: i paesi in via di sviluppo che hanno preso la strada della globalizzazione hanno registrato un tasso annuo di crescita economica del 5% negli anni Novanta (rispetto al 2% riportato dai paesi Ocse); tra il 1987 ed il 1998, la proporzione della popolazione mondiale in "povertà estrema", ossia con meno di un dollaro al giorno, è diminuita dal 28% al 23% - un "successo di proporzioni mai registrate in precedenza nella storia dell'umanità". Pur partendo da livelli di reddito inferiori, i paesi che hanno scelto la globalizzazione, hanno superato quei paesi che, invece, sono rimasti agganciati a politiche "chiuse".

    La storia economica, però, prova anche che l'integrazione economica internazionale e la diffusione delle nuove tecnologie non sono irreversibili: si è dovuto attendere sino alla fine degli anni Cinquanta perché si tornasse ad un grado di integrazione internazionale, quale quello prevalente nel 1910. Le fasi di rallentamento economico, come quella in atto nel 2001, aggravano la minaccia di un ritorno al protezionismo e al rallentamento della trasformazione tecnologica, fenomeni fortemente correlati all'aumento della povertà. I casi di successo negli anni Novanta, quelli di paesi in cui l'integrazione economica internazionale e il progresso tecnologico sono stati accompagnati da una riduzione della povertà, riguardano paesi (India, Cina, Vietnam, Messico, Uganda e molti altri) in cui l'apertura al mercato internazionale è stata sorretta dalla costruzione di istituzioni solide in materia di giustizia, pluralismo di stampa, lotta alla corruzione, sviluppo delle risorse umane ed infrastrutture di base nei trasporti, nell'energia e nelle telecomunicazioni, tutti campi in cui l'intervento pubblico è essenziale per creare e consolidare il capitale sociale.

    Molte aree del mondo non partecipano al processo d'integrazione economica internazionale e di diffusione della tecnologia, non in quanto chiudono le porte delle loro economie e della loro società, ma per ragioni geografiche, quali la distanza da reti di comunicazione e conseguenti alti costi di trasporto, prevalenza di malattie come la malaria e l'Aids ed alti tassi di mortalità e morbità. I flussi di scambi e di investimenti non risolveranno i problemi di questi paesi e le migrazioni possono farlo solo in parte, solo la strada degli aiuti, pubblici e non solo, può condurli, gradualmente, verso il mercato globale e quindi verso l'introduzione e diffusione della new economy.

    15 marzo 2002

    gi.pennisi@agora.it
    "


    Saluti liberali.

  3. #3
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    Predefinito

    dal sito di ideazione

    "Perché la globalizzazione ci fa bene
    di Cristiana Vivenzio

    Mentre ci s’interroga sui nuovi scenari globali dopo l’11 settembre e si prefigura un nuovo ordine internazionale; mentre si parla di globalizzazione come l’ultima delle ideologie dell’Occidente, contrapposta alla frammentazione del sistema non globale; mentre si prende atto dell’assoluta indecifrabilità di un pensiero unico sulla globalizzazione e s’incrina definitivamente quell’idea che lega la globalizzazione ad una visione esclusivamente economica di questo processo; mentre si moltiplicano gli interrogativi per cercare di spiegare un fenomeno in corso e i tentativi di ovviare ai mali di una globalizzazione senza regole, Paolo Del Debbio – docente di Etica sociale e dei media allo Iulm di Milano ed editorialista del Giornale – scrive: “Global. Perché la globalizzazione ci fa bene”. Un’analisi “sì-global” che affronta questo tema, tanto demonizzato quanto esaltato, partendo dall’assunto fondamentale che dalla globalizzazione non si torna indietro.

    Se globalizzazione significa interdipendenza – prima economica, commerciale e finanziaria poi dell’informazione – questa interdipendenza ha anche posto le basi “per una certa omogeneizzazione culturale, che parte dalla cultura popolare e dai consumi”. Del resto, alcuni studi analitici sull’argomento, condotti da gruppi di ricerca americani e riproposti dall’autore, hanno dimostrato che tanto più alto è il tasso di globalizzazione di un paese, tanto maggiori sono stati i tassi di crescita di quel paese. E, sebbene la maggior globalizzazione accresca anche il divario nella distribuzione del reddito, il beneficio derivante dalla crescita ha sostanzialmente fatto migliorare le condizioni di vita dei più poveri del mondo. Insomma, conclude Del Debbio, la globalizzazione può essere un’opportunità per tutti. Ad avvalorare tutto ciò un altro dato: anche in quei paesi investiti dalla globalizzazione in cui si sono verificati i maggiori problemi di esclusione sociale ed economica di fasce di popolazione, si è rilevato che quell’esclusione è stata dovuta “più all’impreparazione dei destinatari (gli stati nazionali) che non alla globalizzazione in se stessa”.

    Eppure, gli argomenti di protesta portati avanti dai no global, che hanno fatto dell’opposizione ad un pensiero unico, a loro volta, un’altra forma di pensiero unico, rimarcano un problema universalmente riconosciuto, che, in definitiva, è rappresentato dall’ampiezza dello spazio che separa globalizzazione e politica. Là dove finiscono le competenze direttamente attribuibili all’economia di mercato deve intervenire la politica: reti di protezione sociale, tutela e garanzia dei beni pubblici, riconoscimento dei diritti dei lavoratori, tutela ambientale, salvaguardia del patrimonio culturale locale. Un’analisi, questa, che Del Debbio conduce di pari passo con la riflessione che negli ultimi tempi ha investito la riforma dello stato sociale. Allo stato, quindi, il compito di favorire quanto più possibile la partecipazione dei cittadini alla competizione del mercato; allo stato il compito di assicurare la “copertura universale delle esigenze minime e offrire ciò che è necessario perché tutti possano essere messi in grado di entrare a pieno nella competizione della vita”; allo stato il compito di creare pari opportunità; il compito di favorire e sostenere le reti di solidarietà sociale. La risposta ai mali della globalizzazione può essere rintracciata nella ricerca in un principio etico globale che superi le facili strumentalizzazioni dell’universo no-global, e affermi un governo della globalizzazione nella libertà, in cui non venga meno l’individualità degli stati-nazione.

    25 aprile 2002

    c.vivenzio@libero.it
    "


    Saluti liberali.

  4. #4
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    Predefinito Antonio Martino: Solidarietà o Statalismo?

    dal sito di Ideazione:

    " Solidarietà o statalismo? [prima parte]
    di Antonio Martino

    Queste pagine, frutto di riflessioni sviluppatesi negli anni, erano state scritte come contributo alla campagna elettorale per le elezioni politiche del 13 maggio dello scorso anno. Si proponevano di illustrare la natura dei problemi che affliggono l’assistenzialismo di Stato non solo in Italia, in vista delle riforme che proponevamo in vista della nostra possibile vittoria elettorale. Com’è ovvio, data la sua origine e il suo obiettivo, l’analisi è presentata in forma semplificata, nell’intento di richiamare l’attenzione su quelli che considero gli aspetti più rilevanti degli errori del nostro welfare. Ma il tono non tragga in inganno: non si tratta di un divertissement intellettuale. Pubblicarle oggi, quando ci troviamo a dovere dare esecuzione ad un preciso mandato popolare, può servire a ricordarci la gravità del nostro impegno e le aspettative di cambiamento che la nostra battaglia politica ha determinato. Com’è ovvio, non riusciremo a risolvere in tempi brevi tutti i problemi del welfare – sono ancora insoluti in tutto o in parte in quasi tutti i paesi occidentali – ma può essere utile ricordare a noi stessi qual è la direzione verso cui gli italiani ci chiedono di muovere. Anche se riusciremo a realizzare solo un cambiamento parziale in questa direzione, si tratterà comunque di un’autentica rivoluzione.

    Per troppi anni “solidarietà” è stato uno di quei termini usati con grande frequenza, specie dai politici, perché “suonava bene”, aveva un connotato positivo, ma che non veniva quasi mai definito. C’era soltanto la vaga presunzione che essere solidali significasse prelevare quattrini ad alcuni cittadini (i contribuenti) per destinarli ad altri cittadini, beneficiari di quest’atto di solidarietà. Avendo assunto il termine un connotato positivo, c’è stata negli ultimi decenni una nobile gara fra i politici ad accrescere le spese destinate alla solidarietà, ad allargare le dimensioni dello Stato sociale. Questa estensione è stata particolarmente cara alle sinistre, che non hanno mai voluto essere seconde a nessuno in fatto di generosità a spese dei contribuenti. E alla fine ha prevalso l’assunto per cui un paese sarebbe stato tanto più solidale quanto maggiore fosse il livello di spesa pubblica da dedicare allo scopo. La conseguenza di questa idea è che un paese sarebbe tanto più solidale quanto maggiore è il numero delle persone che dipendono dalla carità pubblica per andare avanti. In quest’ottica, il massimo della solidarietà sarebbe la situazione in cui tutti dipendono dalla carità pubblica per sopravvivere.

    Noi siamo, invece, convinti che un paese è tanto più efficace e solidale quanto maggiore è il numero di cittadini indipendenti, che riescono ad andare avanti senza doversi affidare alla carità pubblica, e che il massimo di solidarietà si abbia, in realtà, quando nessuno dipende dalle elargizioni pubbliche. Accettando questa seconda impostazione, si perviene all’ovvia conclusione che 1) un paese è tanto più solidale quanto maggiore è il numero di persone che riesce a trovare un lavoro dignitoso che gli consente di essere autosufficiente e, 2) che un sistema assistenziale che, in nome della solidarietà, distrugge posti di lavoro, lungi dall’essere solidale, è in realtà nemico della solidarietà “vera”. Quello che ha prevalso in Italia negli ultimi decenni è stato, appunto, un assistenzialismo di questo tipo, perché le imposte necessarie a finanziare l’assistenzialismo di Stato hanno gravato sulla busta paga dei lavoratori configurando un’autentica imposta sull’impiego. La differenza fra il costo del lavoro (quanto il datore di lavoro spende) e la remunerazione netta (quanto il lavoratore incassa) – il cosiddetto “cuneo fiscale e contributivo” – è arrivato ad aggirarsi sul 50 per cento del totale. Questo significa che per ogni milione di remunerazione netta al lavoratore, il datore è stato costretto a pagare anche una “penale” di un milione allo Stato. È come se lo Stato avesse detto ai datori: «assumete pure, se volete, ma se vi permetterete di farlo, per ogni milione versato al lavoratore dovrete pagare una multa di un milione».

    Le conseguenze di questa insensata punizione inflitta all’occupazione sono state devastanti: un tasso di disoccupazione a livelli elevatissimi, un tasso di occupazione fra i più bassi al mondo, una percentuale di disoccupazione “cronica” sul totale inaccettabile (il 70 per cento contro l’11 per cento degli Usa e il 15 per cento del Giappone). Il risultato è stato che la “solidarietà” all’italiana ha avuto come ovvia conseguenza il fatto di avere creato un esercito di persone destinate a dipendere stabilmente dalla carità pubblica perché il costo di questa si è tradotta nella drastica diminuzione di opportunità di impiego produttivo. Il welfare italiano è stato quindi fino ad ora la causa del problema che avrebbe dovuto risolvere. Non sarebbe male, quindi, ripensare a fondo l’intera questione.

    L’incertezza ed il rischio sono caratteristiche ineliminabili della nostra vita: qualsiasi attività comporta assunzione di rischi. Quando attraversiamo la strada mettiamo inconsapevolmente a confronto la probabilità di essere travolti da un’automobile con l’importanza che attribuiamo al fatto di passare dall’altro lato della strada. Se decidiamo di attraversare è perché riteniamo la seconda considerazione più importante della prima. Tuttavia, com’è ovvio, la maggior parte di noi preferirebbe ridurre al minimo o eliminare del tutto il rischio dalla propria vita. Anche se si tratta di un auspicio irrealizzabile, gran parte delle decisioni di politica economica è ispirata proprio da quell’obiettivo. L’avversione al rischio sono forse determinati dall’ansia, dalla paura che la mancanza di certezze provoca in noi. Nell’osservare l’organizzazione della società, ci spaventa e rattrista il destino di quanti, senza loro colpa, vengono a trovarsi in condizioni di vita che riteniamo inaccettabili. Non ci sembra “giusto” che ci siano nostri concittadini ammalati privi di assistenza medica adeguata, poveri che non riescono a soddisfare neanche bisogni che ci appaiono elementari, giovani che non riescono a trovare lavoro, anziani privi di mezzi di sussistenza. Si sono trovati in quelle condizioni perché nel gioco della vita hanno estratto a sorte “una carta bassa”, il rischio ha giocato a loro danno. E se la stessa sorte fosse toccata a noi o ai nostri cari?

    Non ci rassicura molto la constatazione che la probabilità di un esito tanto triste sia bassa, nè che essa possa essere ulteriormente ridotta grazie al nostro impegno: la situazione è comunque inaccettabile, dobbiamo fare di tutto per eliminarla. Questo sentimento diffuso e nobile ci spinge in molti casi ad adoperarci in prima persona per alleviare le disgrazie dei nostri simili attraverso attività caritatevoli. Ma anche questo “rimedio” volontario, privato e diretto non appare sufficiente; nasce così la richiesta di intervento pubblico, in assenza del quale si ritiene che l’ammontare di mezzi volontariamente destinati allo scopo si rivelerebbe inadeguato per la soluzione dei problemi. In altri termini, riteniamo necessario che lo Stato faccia ricorso alla coercizione per costringere la collettività a dare a scopi di assistenza più di quanto darebbe spontaneamente. È questa l’idea di base del welfare state. Le origini sono controverse: la tesi sostenuta da diversi studiosi, secondo cui l’inventore dell’assistenzialismo di Stato nella sua forma moderna sarebbe stato Bismarck, che lo avrebbe introdotto (1881) per far perdere terreno all’opposizione socialdemocratica, non è accettata da tutti. Ma, anche se si preferisce credere che il welfare state abbia avuto origini nobili, che sia nato cioè per la sincera preoccupazione di venire incontro alle esigenze dei nostri concittadini meno fortunati, il giudizio difficilmente potrebbe essere oggi positivo.

    Questo non perché la desiderabilità degli obiettivi dichiarati dell’assistenzialismo sia venuta meno, ché anzi essa è ormai generalmente riconosciuta, ma perché lo strumento si è rivelato inadeguato allo scopo. Mentre il costo dei programmi di assistenza pubblica, infatti, ha ormai raggiunto livelli astronomici, compromettendo in molti casi la solvibilità dello Stato sociale, i risultati sono stati assai deludenti: l’assistenzialismo di Stato si è rivelato un pessimo affare, specie per coloro che si riprometteva di aiutare: i poveri e i deboli, proprio quelli che avrebbe dovuto liberare dalla paura. Il lettore, comunque, farà bene a non dimenticare che quanto vale per l’Italia vale anche, sia pure in misura diversa, per altri paesi: lo Stato assistenziale è ovunque sotto accusa, sia per il costo eccessivo che per i risultati ritenuti insoddisfacenti.

    Il costo dell’assistenzialismo

    Per avere un’idea delle dimensioni assolute e della crescita nel tempo dell’assistenzialismo di Stato, può essere utile guardare alla spesa per prestazioni sociali e alla sua evoluzione. Secondo i dati ufficiali, dal 1974 al ’99 la spesa per prestazioni sociali è aumentata di oltre ventiquattro volte in termini nominali, passando dal dodici per cento a oltre il diciassette per cento del Pil. In termini reali, tenendo conto cioè dell’inflazione, l’incremento è stato del 174 per cento; in tutti questi anni, oltre un terzo delle spese totali del settore pubblico è stato destinato appunto a questo scopo. Anche se altre categorie di spesa sono cresciute più rapidamente della spesa per prestazioni sociali, non c’è dubbio che la crescita di questa spesa costituisca una delle ragioni principali dell’iperfiscalità e della conseguente disoccupazione, per non parlare della protesta fiscale. Tanto per darne una illustrazione, nel ’99 la spesa per prestazioni sociali è stata il cinquantasette per cento del gettito combinato delle imposte dirette ed indirette!

    E ancora: la crescita della spesa “sociale” è stata in passato largamente responsabile del dissesto finanziario dello Stato: se l’incidenza della spesa “sociale” sul prodotto interno lordo fosse rimasta costante dal 1974 al 1991, nel 1991 il deficit pubblico sarebbe stato inferiore alla metù del suo valore: 68.076 miliardi anziché 151.242, il 4,77 per cento del Pil anziché il 10,6 per cento. Sarebbe stata sufficiente una modesta misura di contenimento della crescita della spesa sociale (non una riduzione del suo valore assoluto) per dare un significativo contributo al risanamento della finanza pubblica. Lo Stato assistenziale, quindi, è arrivato a costare troppo. Tuttavia, se a fronte del costo ingente dell’assistenzialismo di Stato si avessero risultati incontestabili in termini di socialità, la difesa di questo tipo di intervento sarebbe ancora possibile. Le cose, sfortunatamente per i superstiti sostenitori del welfare state, non stanno in questi termini.

    Per quanto possa apparire incredibile a chi abbia riflettuto anche solo per un istante sulla realtà della fornitura pubblica di servizi e sul loro costo, c’è ancora chi si dice convinto della natura “sociale” della spesa pubblica. Per difendere l’assistenzialismo di Stato, secondo taluno, basterebbe il richiamo all’articolo 2 della Costituzione, dove si accenna ai «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». La tesi è che le spese assistenziali soddisfano nobili esigenze di “socialità”. Evidentemente, qualcuno crede che l’assistenzialismo sia “sociale”, serva cioè gli interessi dei poveri. Sarà quindi meglio chiarire questo punto. Anzitutto, è perlomeno dubbio che la spesa per prestazioni sociali sia effettivamente motivata dal desiderio di migliorare le condizioni dei meno abbienti. Infatti, alla domanda: «chi ha più bisogno di assistenza, i ricchi o i poveri?» credo che tutti risponderebbero che sono i poveri ad avere più bisogno di aiuto. Ma, se sono i poveri ad avere più bisogno di aiuto, perché l’assistenzialismo di Stato è aumentato al diminuire della povertà? Oggi il reddito reale è enormemente più alto e più uniformemente distribuito che in passato, eppure, come detto sopra, le spese per lo Stato assistenziale non hanno smesso di crescere al crescere del reddito. Sembrerebbe proprio che l’assistenzialismo pubblico tanto caro alle sinistre non abbia avuto come fine quello di ridurre la povertà.

    Non basta. L’assistenzialismo di Stato di derivazione bismarckiana è basato su una concezione paternalistica della povertà: lo Stato individua alcuni bisogni ritenuti “essenziali” e si assume l’onere di fornire, spesso in condizioni di monopolio, i relativi servizi all’intera collettività. Indipendentemente da tante altre possibili considerazioni, questo modo di affrontare il problema della povertà è inefficiente, perché la ridistribuzione in natura, dal momento che viola la libertà di scelta dei beneficiari, ottiene, a parità di costo, un risultato inferiore dal punto di vista del benessere di questi ultimi; o anche, se si optasse per la ridistribuzione in moneta, si potrebbe conseguire un risultato uguale a quello attuale con un esborso complessivamente minore. Se a questo si aggiunge che il costo dell’assistenzialismo di Stato grava su tutti, anche sui poveri, mentre i benefici vanno spesso a tutti, anche a coloro che non sono poveri, ci si può rendere conto del fatto che la “socialità” dello Stato assistenziale è perlomeno dubbia, data la presenza di elementi regressivi di ridistribuzione.

    E ancora: dato che i servizi resi sono spesso assai insoddisfacenti, il bismarckismo nostrano, introdotto da forze politiche di centro-sinistra con il pretesto di garantire “uguaglianza di accesso” a servizi pubblici essenziali, finisce col realizzare una “ineguaglianza di uscita” dall’inefficienza pubblica. In genere, solo i benestanti possono, infatti, permettersi di pagare due volte gli stessi servizi, optando per la fornitura privata. Inoltre, occorre tenere presente una lezione ormai acquisita: lo Stato assistenziale costa enormemente più di quanto rende, il che è ovvio sol che si ponga mente alle modalità del suo funzionamento. Lo Stato, infatti, grava la collettività di costi per poter distribuire benefici, sotto forma di “servizi sociali”. Tuttavia, dal momento che il trasferimento ha un suo costo, quello che la collettività riceve dallo Stato è sempre meno di quello che la collettività deve pagare. Dal momento che è presumibile che i “costi di trasferimento” siano crescenti al crescere delle dimensioni dei programmi, la differenza fra costo dell’assistenzialismo e benefici da esso resi aumenta al crescere della “socialità”. In altri termini, dove vige l’assistenzialismo una gran parte delle somme va, in vario modo, dispersa nei canali burocratici, rappresentando una perdita netta per il Paese (ma non per politici e burocrati) e non raggiungendo mai i beneficiari dichiarati.

    Ci limitiamo a un’illustrazione approssimativa ma importante e relativa alla prassi dell’ultimo governo di centro-sinistra: se i 370.367 miliardi di spesa per “prestazioni sociali” nel 1999 fossero stati distribuiti al 25 per cento più povero dell’intera popolazione (supponendo per assurdo che un italiano su quattro sia povero), avrebbero trasformato l’Italia in un paese di soli benestanti, consentendo di elargire un reddito aggiuntivo di quasi 26 milioni (25.955.000) all’anno ad ognuno dei 14.269.500 italiani “poveri”: quasi 104 milioni (103.820.000) per ogni famiglia di quattro persone. Anche se si tratta di un calcolo sovrasemplificato, non c’è dubbio che esso illustra una considerazione importante: se le risorse per anni destinate all’assistenzialismo di Stato fossero state impiegate effettivamente ed efficacemente per venire incontro ai bisogni dei nostri concittadini meno fortunati, la povertà sarebbe oggi scomparsa. Il fatto che la povertà non sia ancora scomparsa, nel momento in cui illustra l’inefficienza dei programmi delle sinistre, fa sorgere il dubbio che, in realtà, scopo vero dell’assistenzialismo non fosse il benessere dei beneficiari. Del resto, se scopo dell’assistenzialismo fosse quello di migliorare le condizioni dei beneficiari dichiarati, si sarebbe ricorsi alla ridistribuzione in moneta come al metodo più efficace.

    E ancora: se l’assistenzialismo pubblico avesse avuto come scopo quello di aiutare chi ne ha bisogno, lo Stato assistenziale avrebbe dovuto adottare un criterio selettivo (dare solo a chi si trova, per esempio, in condizioni di provata indigenza) non universale. Così facendo, infatti, la riduzione del numero dei beneficiari avrebbe consentito di massimizzare le dimensioni dell’aiuto agli effettivamente bisognosi. Il criterio di elargizione universale, invece, si è sostanziato nel conferimento di benefici a tutti, anche ai ricchi, nel momento stesso in cui il costo dell’assistenzialismo è pesantemente gravato su tutti, anche sui poveri. È come se lo Stato avesse preso ai poveri per dare ai ricchi con una ridistribuzione regressiva; in ogni caso non sarebbe stato l’aiuto a chi ne ha bisogno a motivare l’assistenzialismo universale.

    25 aprile 2002"


    1/continua

  5. #5
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    Predefinito Solidarietà e Statalismo : seconda parte

    continua l'articolo di Antonio Martino :

    " Il punto fondamentale da tenere presente per capire la natura dell'assistenzialismo di Stato è che esso è servito agli interessi di burocrati e di politici legati all' "industria dell'assistenza" molto più di quanto non agli interessi dei poveri. Questo spiega perché si sia avuta crescita della spesa pubblica "sociale" al crescere del reddito. Prendiamo il caso dell'assistenza sanitaria pubblica.
    Com'è noto, il servizio sanitario nazionale storicamente è stato introdotto col nobile proposito di garantire a tutti, anche ai meno abbienti, un'assistenza adeguata. Questo scopo non è però stato realizzato: anche se non si condivide l'opinione espressa da diversi organi di stampa, secondo cui il sistema delle Asl (ex-Usl) costituisce "lo scandalo del secolo", non c'è dubbio che il fatto che circa la metà degli aventi diritto all'assistenza pubblica abbia comunque fatto ricorso a cure private fornisce una misura del fallimento dell'operazione.

    I più penalizzati dal sistema assistenziale sono stati proprio i meno abbienti, che ne hanno dovuto sopportare una parte del costo senza potersi permettere di rivolgersi ad alternative private all'inefficienza pubblica. Solo i benestanti, infatti, hanno sempre potuto disporre dei mezzi per pagare due volte l'assistenza sanitaria: una volta con le imposte ed una seconda volta con il costo delle prestazioni private o dell'assicurazione. Infine, il finanziamento del servizio sanitario ha provocato negli anni il risentimento dei contribuenti. Per rendersi conto delle dimensioni della ridistribuzione non necessariamente progressiva che il servizio sanitario nazionale ha comportato, invito il lettore a immaginare uno scenario alternativo rispetto al passato prossimo assistenzialista. Nell'analizzare il problema è bene tenere distinti due aspetti diversi: il finanziamento del servizio, che deve essere tale da garantire l'accesso anche ai meno abbienti, e la sua fornitura, che deve essere quanto più efficiente possibile.

    Cominciando col finanziamento, teniamo presente che l'assistenza sanitaria pubblica non è mai stata "gratis", costando come qualsiasi altro servizio. Il costo del servizio sanitario pubblico ha raggiunto negli anni un livello di spesa annua superiore ai 130 mila miliardi. Una cifra non disprezzabile: circa 2.300.000 lire a testa per ogni italiano, ricco o povero, giovane o vecchio, pensionato o disoccupato, ecc. Se si fosse ottenuto un dimezzamento di tale spesa, bloccandola a un valore massimo di 65 mila miliardi, si sarebbero "restituiti" gli altri 65 mila miliardi ai contribuenti: ogni cittadino italiano avrebbe ricevuto così un assegno di 1.150.000 lire, libero di spenderle come meglio credeva. Oppure, si sarebbe potuto usare quel risparmio per realizzare - già da anni - una riforma fiscale che avrebbe fatto apparire moderata quella attuata da Reagan: quella cifra è infatti superiore al 20 per cento dell'intero gettito delle imposte dirette. (Tante altre cose si potevano realizzare con 65 mila miliardi: si poteva, per esempio, costruire ogni anno 325.000 alloggi da 200 milioni l'uno, ospitando così un'intera città di oltre un milione di abitanti!).

    I restanti 65 mila miliardi di spesa sanitaria avrebbero potuto essere devoluti al 20 per cento più povero della popolazione italiana per garantire anche ai poveri l'accesso all'assistenza, attraverso l'acquisto di un'assicurazione sanitaria privata che avrebbe garantito la copertura di ogni tipo di spese mediche. La cifra sarebbe stata, infatti, ampiamente adeguata, consentendo di elargire ad ognuno degli 11.400.000 italiani "poveri" un assegno di 5.700.000 lire, ben 22.800.000 lire per la famiglia media di quattro persone. Con quella cifra i nostri "poveri" avrebbero potuto dotarsi di assicurazioni sanitarie onnicomprensive, adeguate a coprire qualsiasi spesa sanitaria e garantire quanto il servizio sanitario nazionale si è guardato bene dall'offrire negli ultimi decenni: un'assistenza medica di buon livello per tutti. Si sarebbe potuto, poi, obbligare l'altro 80 per cento della popolazione a stipulare un'assicurazione sanitaria con caratteristiche di copertura fissate per legge, pagandola di tasca propria (non dimentichiamo che tutti gli italiani riceverebbero, in qualche forma, quella famosa restituzione di 1.150.000 lire a testa, 4.600.000 lire per la famiglia media di quattro persone). Un finanziamento di questo genere sarebbe convenuto a tutti: ai poveri, che sarebbero stati dotati di una copertura assicurativa adeguata tale da garantire loro libertà di scelta nel campo dell'assistenza sanitaria; ai non poveri cui lo smantellamento del servizio sanitario nazionale avrebbe consentito di "restituire" reddito attraverso una autentica riforma fiscale e che sarebbero stati liberati dalla necessità di pagare due volte l'assistenza sanitaria.

    Quanto all'efficienza, è evidente che i problemi sanitari sono stati per un lungo periodo la conseguenza del fatto che i fornitori del servizio hanno operato in condizioni di irresponsabilità senza essere sottoposti alle regole della concorrenza e non rispettando il vincolo del bilancio. Se avessero dovuto finanziarsi sul mercato, coprendo i costi con gli incassi per le prestazioni fornite, avrebbero avuto un incentivo poderoso ad essere efficienti, correndo il rischio di perdere clienti a favore dei loro concorrenti. Disponendo, invece, di un finanziamento "a piè di lista", non hanno di fatto avuto nessuna ragione per migliorare la qualità delle loro prestazioni. Immaginate cosa fosse accaduto se il reddito del salumaio fosse stato fissato dallo Stato e se fossimo stati costretti ad effettuare tutti i nostri acquisti esclusivamente da lui, senza possibili alternative.
    Per ciò che riguarda la fornitura, quindi, sarebbe stato opportuno privatizzarla del tutto e costringere gli operatori a rispettare il vincolo del bilancio, finanziandosi esclusivamente con gli incassi connessi alla fornitura del servizio. Se questo progetto si fosse realizzato, tutti gli italiani avrebbero già goduto di un'assistenza sanitaria davvero adeguata, cosa che oggi la nostra spesa sanitaria non può fornire.

    In realtà, il vantaggio non riguarderebbe proprio tutti, ed è per questa ragione che quel progetto è stato di difficile realizzazione. In un sistema come quello delineato, l'offerta di servizi sanitari diverrebbe competitiva; le istituzioni relative (ospedali, cliniche, laboratori di analisi, ecc.) verrebbero disciplinate dalla concorrenza e dovrebbero far quadrare i bilanci. I medici e tutti gli operatori sanitari capaci guadagnerebbero forse più di adesso, i pigri e gli incapaci dovrebbero modificare le proprie abitudini o cambiare mestiere. Non ci sarebbe più burocrazia sanitaria e gli attuali burocrati dovrebbero trovare lavoro altrove; nè ci sarebbero più prebende per i politici della sanità, che si vedrebbero costretti a farne a meno. Le frodi si ridurrebbero drasticamente (le compagnie di assicurazione avrebbero interesse a vigilare per impedirle) e quanti per anni si sono "guadagnati da vivere" truffando l'erario nel settore della sanità sarebbero stati costretti a darsi ad attività socialmente meno dannose.

    Questo esercito di politicanti, burocrati inutili, operatori sanitari pigri o incompetenti, e profittatori ha goduto di una percezione corretta del proprio interesse: sapendo che la trasformazione dell'assistenza sanitaria nel senso delineato, se avrebbe giocato alla collettività, avrebbe comunque danneggiato il loro interesse privato. Si trattava, del resto, di una lobby potentissima, che difficilmente avrebbe reso possibile una seria riforma del settore. In questa chiave risulta evidente che i famosi 130 mila miliardi non erano affatto destinati all'assistenza sanitaria della collettività, ma avevano invece come scopo principale l' "assistenza" di politici e burocrati che hanno vissuto a spese della sanità pubblica.

    Le pensioni

    Se è quindi ormai necessario e improrogabile che tutto l'assistenzialismo italiano vada al più presto riformato, è altrettanto vero che alcune riforme sono più urgenti di altre. E la più urgente di queste riforme è senz'altro quella che ci viene da anni inutilmente chiesta da tutti gli esperti del settore, oltre che da organismi indipendenti, come il Fondo monetario, l'Ocse, l'Ue, Bankitalia, ecc.: quella delle pensioni. Per quanto riguarda, infatti, la sostenibilità del nostro sistema pensionistico pubblico nella sua forma attuale - ferma restando una fisiologica, anche se in verità assai contenuta, discordanza di pareri - sembra ormai esserci un consenso assai diffuso: a meno di dar vita a riforme radicali, quel sistema non è davvero più sostenibile.

    In aggiunta alla dubbia sostenibilità del sistema sociale assistenziale, va detto che, prescindendo dagli aspetti ridistributivi (per molti fortunati, la sua "generosità" è stata per anni un'autentica manna dal cielo), il sistema a ripartizione non costituisce affatto un buon affare: se gli interessati avessero potuto impiegare liberamente le somme che sono ancora costretti a versare al sistema pensionistico pubblico, avrebbero ottenuto tassi di rendimento marcatamente maggiori. Secondo alcune stime, il rendimento dell'impiego in azioni ed obbligazioni sarebbe in media superiore di circa due volte e mezzo a quello del sistema pubblico a ripartizione. E non mancano stime che suggeriscono una differenza ancora più marcata. Per esempio, fino al 1983 negli Stati Uniti era possibile uscire dal sistema pensionistico pubblico (Social Security) ed optare per un fondo pensione privato. Uno studio relativo a circa un milione di lavoratori che hanno esercitato quella opzione8 mostra come i lavoratori che hanno optato per il sistema privato godono di pensioni da tre a sette volte maggiori di quelle dei pensionati della Social Security.

    Tutti questi dati non lasciano adito a dubbi: è innegabile che l'impiego sul mercato del risparmio previdenziale è la via per consentire di elargire pensioni molto più generose, a parità di contributi, e di ridurre sensibilmente i contributi, a parità di pensione. Per esempio, Jeremy Siegel della Wharton School10 ha calcolato che fra il 1802 ed il 1992 l'investimento in Borsa negli Stati Uniti ha fruttato un rendimento medio annuo reale (al netto cioè dell'inflazione) del 7 per cento. E, com'è ovvio, questo esclude gli anni più recenti, quando i rendimenti si sono rivelati nettamente maggiori della media storica. A parità di benefici, quindi, il costo del finanziamento verrebbe ad essere sensibilmente minore: in base ad una ipotesi, la differenza potrebbe rappresentare quasi i 2/3 dei contributi attuali. I vantaggi del passaggio dal sistema pubblico a ripartizione ad uno "privato" a capitalizzazione sarebbero enormi: aumenterebbe il reddito disponibile, si ridurrebbero le aliquote marginali di imposta, causa di notevoli effetti distorsivi, e diminuirebbe l'imposta sull'occupazione responsabile principale dell'attuale intollerabile tasso di disoccupazione. Infine, si potenzierebbe il mercato finanziario con vantaggi notevoli per l'intera economia nazionale. Secondo l'economista di Harvard Martin Feldstein, "nessun paese sarebbe avvantaggiato più dell'Italia (dal passaggio ad un sistema prevalentemente a capitalizzazione)".

    L'assistenzialismo indiretto

    Com'è noto una delle paure più diffuse in economia è quella connessa all'occupazione, sia quella determinata dal timore di non riuscire ad entrare nel mondo del lavoro sia quella relativa alla stabilita dell'impiego. Questo induce a prendere in considerazione in questo contesto l'intervento pubblico diretto in economia, anche se non si tratta esplicitamente di un aspetto del "welfare state". All'apparenza sembrerebbe, infatti, trattarsi di assistenzialismo, di intervento cioè volto a ridurre incertezza e paura, a vantaggio dei meno abbienti. Un'analisi spassionata del fenomeno conduce però alle stesse conclusioni cui siamo pervenuti in tema di sanità. L'intervento diretto dello Stato nell'economia è stato, nel corso degli anni, variamente giustificato. La prima, e più popolare, giustificazione, com'è noto, è stata quella attinente alla necessità di "sostenere" l'occupazione, di "creare" posti di lavoro. L'idea ispiratrice è stata che, in assenza di intervento pubblico, il mercato avrebbe determinato livelli di occupazione complessiva inaccettabilmente bassi.

    Tale tesi, molto diffusa in passato, si è rivelata pericolosissima, proprio perché plausibile: è stato detto che le ipotesi sono come le calunnie, sono tanto più pericolose quanto più sono plausibili. Si tratta di un classico esempio della differenza fra effetti visibili ed effetti invisibili delle decisioni di politica economica. L'intervento pubblico "crea" posti di lavoro per quanti sono assunti nell'impresa in questione; questo è l'effetto visibile. Ma chiediamoci anche da dove sono venuti i quattrini con cui sono stati finanziati i "lavori socialmente utili", la creazione di imprese pubbliche o il ripianamento delle perdite di imprese passive; com'è ovvio, dalle tasche dei contribuenti. Questi hanno avuto, quindi, meno soldi da spendere, e sono stati costretti a ridurre i propri consumi e risparmi. Sia la riduzione dei consumi sia quella dei risparmi si sono sostanzialmente tradotti in una diminuzione di fondi al sistema produttivo, con conseguente riduzione di posti di lavoro: questo è stato l'effetto invisibile.

    Il teorema corretto è, in realtà, il seguente: se l'intervento pubblico può "creare" direttamente o indirettamente posti di lavoro nel settore assistito (pubblico o privato), il suo costo ne distrugge però nel settore privato (produttivo). Certo, fortunatamente, anche nel piano teorico le opinioni sull'intervento pubblico e l'occupazione si sono modificate negli ultimi tempi, soprattutto per via della rapida crescita della fiscalità. Il "cuneo salariale" cui si accennava prima - la penale inflitta all'occupazione dagli oneri fiscali e contributivi destinati a finanziare il welfare - ha messo in luce i meccanismi attraverso i quali lo statalismo ha distrutto e continua a distruggere posti di lavoro, chiudendo di fatto le porte del mondo del lavoro ufficiale ai giovani che tentano di entrarvi.

    Purtroppo, il contrasto fra la visibilità dell'occupazione "creata" dall'intervento pubblico e l'invisibilità dell'occupazione da esso distrutta permane, e si traduce nel fatto che pochi si rendono conto dei danni determinati dallo statalismo; e ancora oggi, a sinistra, c'è che crede che esso crei occupazione.
    Una seconda argomentazione a favore dell'intervento pubblico diretto nell'economia è stata quella che, in Italia, si potesse promuovere lo sviluppo del Mezzogiorno. Ma anche questa è oggi una tesi alquanto desueta: dopo i risultati a dir poco deludenti (il tasso di disoccupazione al Sud è quasi quadruplo rispetto a quello del Centro-Nord), chi continua a sostenere l'opportunità dell'intervento pubblico come terapia per lo sviluppo delle regioni meridionali appare quasi provocatorio.

    Come meridionale, tuttavia, non posso tacere del danno enorme e duraturo che lo statalismo ha prodotto per decenni all'economia meridionale, distorcendo il sistema di incentivi e rendendo più attraente per i nostri giovani la "sistemazione" nel settore politico-parassitario a scapito di quello produttivo. Anche se di difficile quantificazione, si tratta di un grave colpo inferto alle potenzialità di sviluppo del Sud. Prendiamo, per esempio, i cosiddetti "lavori socialmente utili" che hanno avuto origine nel Mezzogiorno (in Sicilia sono stati creati da un articolo della finanziaria regionale, i beneficiari vengono, pertanto, chiamati "articolisti" e sono ancora un autentico esercito) e sono stati poi esportati anche altrove. Il giovane che per anni ha percepito un assegno, sia pure modesto, ha in realtà subìto un danno permanente per una serie di ragioni. L'incentivo a cercarsi un'occupazione produttiva è stato pesantemente ridotto: se, infatti, trovava un lavoro perdeva l'assegno per il "lavoro socialmente utile", ed è dubbio che, al netto di quello che avrebbe perduto, il compenso per il primo lavoro giustificasse la fatica di cercarlo.

    In secondo luogo, l'interessato veniva convinto dalla corresponsione dell'assegno che la sua occupazione era un problema per lo Stato, per i politici, non certo per lui. E ancora, mentre percepiva l'assegno, molto spesso svolgeva un altro lavoro, in nero, guadagnando grazie alle due entrate più di quanto avrebbe guadagnato con un lavoro ufficiale. Infine, ma si potrebbe continuare a lungo, avendo percepito soldi dallo Stato per anni, finiva col convincersi di avere semplicemente usufruito di un suo diritto, di modo che finiva per pretendere (e non è detto che non lo ottenesse) un "posto" stabile nell'amministrazione pubblica. Aggiungendo danno al danno, il costo di questa devastante operazione demagogica ha gravato pesantemente sui datori e sui lavoratori del resto dell'economia, riducendo l'occupazione produttiva. La morale è assai semplice: occupazione non significa - come non poteva significare - percepire un reddito, significa produrre un reddito. Perché l'occupazione possa essere stabile deve essere produttiva. Se, col pretesto di creare occupazione, destiniamo risorse a scopi improduttivi, impoveriamo il Paese, sciupando risorse scarse che potrebbero essere utilizzate proficuamente in altro modo. Non è un caso che dove l'intervento pubblico diretto a creare occupazione è stato più largamente usato, il Mezzogiorno, la disoccupazione è stata maggiore e lo sviluppo economico è stato strutturalmente impedito.

    Se, invece, di perseguitare ferocemente l'occupazione tassandola in misura che non ha eguali nel mondo industriale, lo Stato avesse consentito ai datori di assumere senza penali di sorta; se, invece di soffocare sotto una montagna di adempimenti amministrativi le iniziative imprenditoriali, le si fosse incoraggiate; se, ogni qual volta si doveva dar vita ad un insediamento industriale si fosse rinunziato a mettergli i bastoni fra le ruote in mille modi; se, invece di punire il successo, tassandolo, e premiare i fallimenti con le mille forme di "aiuti", si fosse consentito alle imprese di operare in condizioni di piena responsabilità; se si fossero fatte tutte queste cose, l'economia italiana avrebbe da tempo creato in un batter d'occhio molte centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro.
    Tornando al filo principale del nostro discorso, vengo quindi a quella che ritengo la spiegazione vera della esistenza di un toppo largo settore pubblico in Italia. Anzitutto, una riflessione ovvia: quello che conta veramente da un punto di vista economico non è la titolarità dell'impresa, se pubblica o privata, ma la sua gestione, se economica o anti-economica. Ora, se si volesse la gestione economica di una data impresa, questa potrebbe benissimo essere privata; se si vuole che sia pubblica, in altri termini, è perché non si vuole che venga gestita economicamente.

    2/continua

    10 maggio 2002
    "


  6. #6
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    Originally posted by Pieffebi
    [B]dal sito di ideazione

    "[i]Perché la globalizzazione ci fa bene
    di Cristiana Vivenzio
    Miii!!!! Non ci posso credere!!! Cristiana era mia compagna al liceo! Se il mondo era gia' piccolo prima, con il web e' diventato minuscolo. Grazie Pfb avevo perso i contatti, ora mando un'email!

  8. #8
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    Originally posted by Ago


    Miii!!!! Non ci posso credere!!! Cristiana era mia compagna al liceo! Se il mondo era gia' piccolo prima, con il web e' diventato minuscolo. Grazie Pfb avevo perso i contatti, ora mando un'email!

    Prego e ....presentale i miei modesti ma sentiti complimenti.

    Cordiali saluti.

  9. #9
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    Predefinito Re: Solidarietà e Statalismo : seconda parte

    Originally posted by Pieffebi
    continua l'articolo di Antonio Martino :

    " Il punto fondamentale da tenere presente per capire la natura dell'assistenzialismo di Stato è che esso è servito agli interessi di burocrati e di politici legati all' "industria dell'assistenza" molto più di quanto non agli interessi dei poveri. Questo spiega perché si sia avuta crescita della spesa pubblica "sociale" al crescere del reddito. Prendiamo il caso dell'assistenza sanitaria pubblica.
    Com'è noto, il servizio sanitario nazionale storicamente è stato introdotto col nobile proposito di garantire a tutti, anche ai meno abbienti, un'assistenza adeguata. Questo scopo non è però stato realizzato: anche se non si condivide l'opinione espressa da diversi organi di stampa, secondo cui il sistema delle Asl (ex-Usl) costituisce "lo scandalo del secolo", non c'è dubbio che il fatto che circa la metà degli aventi diritto all'assistenza pubblica abbia comunque fatto ricorso a cure private fornisce una misura del fallimento dell'operazione.

    I più penalizzati dal sistema assistenziale sono stati proprio i meno abbienti, che ne hanno dovuto sopportare una parte del costo senza potersi permettere di rivolgersi ad alternative private all'inefficienza pubblica. Solo i benestanti, infatti, hanno sempre potuto disporre dei mezzi per pagare due volte l'assistenza sanitaria: una volta con le imposte ed una seconda volta con il costo delle prestazioni private o dell'assicurazione. Infine, il finanziamento del servizio sanitario ha provocato negli anni il risentimento dei contribuenti. Per rendersi conto delle dimensioni della ridistribuzione non necessariamente progressiva che il servizio sanitario nazionale ha comportato, invito il lettore a immaginare uno scenario alternativo rispetto al passato prossimo assistenzialista. Nell'analizzare il problema è bene tenere distinti due aspetti diversi: il finanziamento del servizio, che deve essere tale da garantire l'accesso anche ai meno abbienti, e la sua fornitura, che deve essere quanto più efficiente possibile.

    Cominciando col finanziamento, teniamo presente che l'assistenza sanitaria pubblica non è mai stata "gratis", costando come qualsiasi altro servizio. Il costo del servizio sanitario pubblico ha raggiunto negli anni un livello di spesa annua superiore ai 130 mila miliardi. Una cifra non disprezzabile: circa 2.300.000 lire a testa per ogni italiano, ricco o povero, giovane o vecchio, pensionato o disoccupato, ecc. Se si fosse ottenuto un dimezzamento di tale spesa, bloccandola a un valore massimo di 65 mila miliardi, si sarebbero "restituiti" gli altri 65 mila miliardi ai contribuenti: ogni cittadino italiano avrebbe ricevuto così un assegno di 1.150.000 lire, libero di spenderle come meglio credeva. Oppure, si sarebbe potuto usare quel risparmio per realizzare - già da anni - una riforma fiscale che avrebbe fatto apparire moderata quella attuata da Reagan: quella cifra è infatti superiore al 20 per cento dell'intero gettito delle imposte dirette. (Tante altre cose si potevano realizzare con 65 mila miliardi: si poteva, per esempio, costruire ogni anno 325.000 alloggi da 200 milioni l'uno, ospitando così un'intera città di oltre un milione di abitanti!).

    I restanti 65 mila miliardi di spesa sanitaria avrebbero potuto essere devoluti al 20 per cento più povero della popolazione italiana per garantire anche ai poveri l'accesso all'assistenza, attraverso l'acquisto di un'assicurazione sanitaria privata che avrebbe garantito la copertura di ogni tipo di spese mediche. La cifra sarebbe stata, infatti, ampiamente adeguata, consentendo di elargire ad ognuno degli 11.400.000 italiani "poveri" un assegno di 5.700.000 lire, ben 22.800.000 lire per la famiglia media di quattro persone. Con quella cifra i nostri "poveri" avrebbero potuto dotarsi di assicurazioni sanitarie onnicomprensive, adeguate a coprire qualsiasi spesa sanitaria e garantire quanto il servizio sanitario nazionale si è guardato bene dall'offrire negli ultimi decenni: un'assistenza medica di buon livello per tutti. Si sarebbe potuto, poi, obbligare l'altro 80 per cento della popolazione a stipulare un'assicurazione sanitaria con caratteristiche di copertura fissate per legge, pagandola di tasca propria (non dimentichiamo che tutti gli italiani riceverebbero, in qualche forma, quella famosa restituzione di 1.150.000 lire a testa, 4.600.000 lire per la famiglia media di quattro persone). Un finanziamento di questo genere sarebbe convenuto a tutti: ai poveri, che sarebbero stati dotati di una copertura assicurativa adeguata tale da garantire loro libertà di scelta nel campo dell'assistenza sanitaria; ai non poveri cui lo smantellamento del servizio sanitario nazionale avrebbe consentito di "restituire" reddito attraverso una autentica riforma fiscale e che sarebbero stati liberati dalla necessità di pagare due volte l'assistenza sanitaria.

    Quanto all'efficienza, è evidente che i problemi sanitari sono stati per un lungo periodo la conseguenza del fatto che i fornitori del servizio hanno operato in condizioni di irresponsabilità senza essere sottoposti alle regole della concorrenza e non rispettando il vincolo del bilancio. Se avessero dovuto finanziarsi sul mercato, coprendo i costi con gli incassi per le prestazioni fornite, avrebbero avuto un incentivo poderoso ad essere efficienti, correndo il rischio di perdere clienti a favore dei loro concorrenti. Disponendo, invece, di un finanziamento "a piè di lista", non hanno di fatto avuto nessuna ragione per migliorare la qualità delle loro prestazioni. Immaginate cosa fosse accaduto se il reddito del salumaio fosse stato fissato dallo Stato e se fossimo stati costretti ad effettuare tutti i nostri acquisti esclusivamente da lui, senza possibili alternative.
    Per ciò che riguarda la fornitura, quindi, sarebbe stato opportuno privatizzarla del tutto e costringere gli operatori a rispettare il vincolo del bilancio, finanziandosi esclusivamente con gli incassi connessi alla fornitura del servizio. Se questo progetto si fosse realizzato, tutti gli italiani avrebbero già goduto di un'assistenza sanitaria davvero adeguata, cosa che oggi la nostra spesa sanitaria non può fornire.

    In realtà, il vantaggio non riguarderebbe proprio tutti, ed è per questa ragione che quel progetto è stato di difficile realizzazione. In un sistema come quello delineato, l'offerta di servizi sanitari diverrebbe competitiva; le istituzioni relative (ospedali, cliniche, laboratori di analisi, ecc.) verrebbero disciplinate dalla concorrenza e dovrebbero far quadrare i bilanci. I medici e tutti gli operatori sanitari capaci guadagnerebbero forse più di adesso, i pigri e gli incapaci dovrebbero modificare le proprie abitudini o cambiare mestiere. Non ci sarebbe più burocrazia sanitaria e gli attuali burocrati dovrebbero trovare lavoro altrove; nè ci sarebbero più prebende per i politici della sanità, che si vedrebbero costretti a farne a meno. Le frodi si ridurrebbero drasticamente (le compagnie di assicurazione avrebbero interesse a vigilare per impedirle) e quanti per anni si sono "guadagnati da vivere" truffando l'erario nel settore della sanità sarebbero stati costretti a darsi ad attività socialmente meno dannose.

    Questo esercito di politicanti, burocrati inutili, operatori sanitari pigri o incompetenti, e profittatori ha goduto di una percezione corretta del proprio interesse: sapendo che la trasformazione dell'assistenza sanitaria nel senso delineato, se avrebbe giocato alla collettività, avrebbe comunque danneggiato il loro interesse privato. Si trattava, del resto, di una lobby potentissima, che difficilmente avrebbe reso possibile una seria riforma del settore. In questa chiave risulta evidente che i famosi 130 mila miliardi non erano affatto destinati all'assistenza sanitaria della collettività, ma avevano invece come scopo principale l' "assistenza" di politici e burocrati che hanno vissuto a spese della sanità pubblica.

    Le pensioni

    Se è quindi ormai necessario e improrogabile che tutto l'assistenzialismo italiano vada al più presto riformato, è altrettanto vero che alcune riforme sono più urgenti di altre. E la più urgente di queste riforme è senz'altro quella che ci viene da anni inutilmente chiesta da tutti gli esperti del settore, oltre che da organismi indipendenti, come il Fondo monetario, l'Ocse, l'Ue, Bankitalia, ecc.: quella delle pensioni. Per quanto riguarda, infatti, la sostenibilità del nostro sistema pensionistico pubblico nella sua forma attuale - ferma restando una fisiologica, anche se in verità assai contenuta, discordanza di pareri - sembra ormai esserci un consenso assai diffuso: a meno di dar vita a riforme radicali, quel sistema non è davvero più sostenibile.

    In aggiunta alla dubbia sostenibilità del sistema sociale assistenziale, va detto che, prescindendo dagli aspetti ridistributivi (per molti fortunati, la sua "generosità" è stata per anni un'autentica manna dal cielo), il sistema a ripartizione non costituisce affatto un buon affare: se gli interessati avessero potuto impiegare liberamente le somme che sono ancora costretti a versare al sistema pensionistico pubblico, avrebbero ottenuto tassi di rendimento marcatamente maggiori. Secondo alcune stime, il rendimento dell'impiego in azioni ed obbligazioni sarebbe in media superiore di circa due volte e mezzo a quello del sistema pubblico a ripartizione. E non mancano stime che suggeriscono una differenza ancora più marcata. Per esempio, fino al 1983 negli Stati Uniti era possibile uscire dal sistema pensionistico pubblico (Social Security) ed optare per un fondo pensione privato. Uno studio relativo a circa un milione di lavoratori che hanno esercitato quella opzione8 mostra come i lavoratori che hanno optato per il sistema privato godono di pensioni da tre a sette volte maggiori di quelle dei pensionati della Social Security.

    Tutti questi dati non lasciano adito a dubbi: è innegabile che l'impiego sul mercato del risparmio previdenziale è la via per consentire di elargire pensioni molto più generose, a parità di contributi, e di ridurre sensibilmente i contributi, a parità di pensione. Per esempio, Jeremy Siegel della Wharton School10 ha calcolato che fra il 1802 ed il 1992 l'investimento in Borsa negli Stati Uniti ha fruttato un rendimento medio annuo reale (al netto cioè dell'inflazione) del 7 per cento. E, com'è ovvio, questo esclude gli anni più recenti, quando i rendimenti si sono rivelati nettamente maggiori della media storica. A parità di benefici, quindi, il costo del finanziamento verrebbe ad essere sensibilmente minore: in base ad una ipotesi, la differenza potrebbe rappresentare quasi i 2/3 dei contributi attuali. I vantaggi del passaggio dal sistema pubblico a ripartizione ad uno "privato" a capitalizzazione sarebbero enormi: aumenterebbe il reddito disponibile, si ridurrebbero le aliquote marginali di imposta, causa di notevoli effetti distorsivi, e diminuirebbe l'imposta sull'occupazione responsabile principale dell'attuale intollerabile tasso di disoccupazione. Infine, si potenzierebbe il mercato finanziario con vantaggi notevoli per l'intera economia nazionale. Secondo l'economista di Harvard Martin Feldstein, "nessun paese sarebbe avvantaggiato più dell'Italia (dal passaggio ad un sistema prevalentemente a capitalizzazione)".

    L'assistenzialismo indiretto

    Com'è noto una delle paure più diffuse in economia è quella connessa all'occupazione, sia quella determinata dal timore di non riuscire ad entrare nel mondo del lavoro sia quella relativa alla stabilita dell'impiego. Questo induce a prendere in considerazione in questo contesto l'intervento pubblico diretto in economia, anche se non si tratta esplicitamente di un aspetto del "welfare state". All'apparenza sembrerebbe, infatti, trattarsi di assistenzialismo, di intervento cioè volto a ridurre incertezza e paura, a vantaggio dei meno abbienti. Un'analisi spassionata del fenomeno conduce però alle stesse conclusioni cui siamo pervenuti in tema di sanità. L'intervento diretto dello Stato nell'economia è stato, nel corso degli anni, variamente giustificato. La prima, e più popolare, giustificazione, com'è noto, è stata quella attinente alla necessità di "sostenere" l'occupazione, di "creare" posti di lavoro. L'idea ispiratrice è stata che, in assenza di intervento pubblico, il mercato avrebbe determinato livelli di occupazione complessiva inaccettabilmente bassi.

    Tale tesi, molto diffusa in passato, si è rivelata pericolosissima, proprio perché plausibile: è stato detto che le ipotesi sono come le calunnie, sono tanto più pericolose quanto più sono plausibili. Si tratta di un classico esempio della differenza fra effetti visibili ed effetti invisibili delle decisioni di politica economica. L'intervento pubblico "crea" posti di lavoro per quanti sono assunti nell'impresa in questione; questo è l'effetto visibile. Ma chiediamoci anche da dove sono venuti i quattrini con cui sono stati finanziati i "lavori socialmente utili", la creazione di imprese pubbliche o il ripianamento delle perdite di imprese passive; com'è ovvio, dalle tasche dei contribuenti. Questi hanno avuto, quindi, meno soldi da spendere, e sono stati costretti a ridurre i propri consumi e risparmi. Sia la riduzione dei consumi sia quella dei risparmi si sono sostanzialmente tradotti in una diminuzione di fondi al sistema produttivo, con conseguente riduzione di posti di lavoro: questo è stato l'effetto invisibile.

    Il teorema corretto è, in realtà, il seguente: se l'intervento pubblico può "creare" direttamente o indirettamente posti di lavoro nel settore assistito (pubblico o privato), il suo costo ne distrugge però nel settore privato (produttivo). Certo, fortunatamente, anche nel piano teorico le opinioni sull'intervento pubblico e l'occupazione si sono modificate negli ultimi tempi, soprattutto per via della rapida crescita della fiscalità. Il "cuneo salariale" cui si accennava prima - la penale inflitta all'occupazione dagli oneri fiscali e contributivi destinati a finanziare il welfare - ha messo in luce i meccanismi attraverso i quali lo statalismo ha distrutto e continua a distruggere posti di lavoro, chiudendo di fatto le porte del mondo del lavoro ufficiale ai giovani che tentano di entrarvi.

    Purtroppo, il contrasto fra la visibilità dell'occupazione "creata" dall'intervento pubblico e l'invisibilità dell'occupazione da esso distrutta permane, e si traduce nel fatto che pochi si rendono conto dei danni determinati dallo statalismo; e ancora oggi, a sinistra, c'è che crede che esso crei occupazione.
    Una seconda argomentazione a favore dell'intervento pubblico diretto nell'economia è stata quella che, in Italia, si potesse promuovere lo sviluppo del Mezzogiorno. Ma anche questa è oggi una tesi alquanto desueta: dopo i risultati a dir poco deludenti (il tasso di disoccupazione al Sud è quasi quadruplo rispetto a quello del Centro-Nord), chi continua a sostenere l'opportunità dell'intervento pubblico come terapia per lo sviluppo delle regioni meridionali appare quasi provocatorio.

    Come meridionale, tuttavia, non posso tacere del danno enorme e duraturo che lo statalismo ha prodotto per decenni all'economia meridionale, distorcendo il sistema di incentivi e rendendo più attraente per i nostri giovani la "sistemazione" nel settore politico-parassitario a scapito di quello produttivo. Anche se di difficile quantificazione, si tratta di un grave colpo inferto alle potenzialità di sviluppo del Sud. Prendiamo, per esempio, i cosiddetti "lavori socialmente utili" che hanno avuto origine nel Mezzogiorno (in Sicilia sono stati creati da un articolo della finanziaria regionale, i beneficiari vengono, pertanto, chiamati "articolisti" e sono ancora un autentico esercito) e sono stati poi esportati anche altrove. Il giovane che per anni ha percepito un assegno, sia pure modesto, ha in realtà subìto un danno permanente per una serie di ragioni. L'incentivo a cercarsi un'occupazione produttiva è stato pesantemente ridotto: se, infatti, trovava un lavoro perdeva l'assegno per il "lavoro socialmente utile", ed è dubbio che, al netto di quello che avrebbe perduto, il compenso per il primo lavoro giustificasse la fatica di cercarlo.

    In secondo luogo, l'interessato veniva convinto dalla corresponsione dell'assegno che la sua occupazione era un problema per lo Stato, per i politici, non certo per lui. E ancora, mentre percepiva l'assegno, molto spesso svolgeva un altro lavoro, in nero, guadagnando grazie alle due entrate più di quanto avrebbe guadagnato con un lavoro ufficiale. Infine, ma si potrebbe continuare a lungo, avendo percepito soldi dallo Stato per anni, finiva col convincersi di avere semplicemente usufruito di un suo diritto, di modo che finiva per pretendere (e non è detto che non lo ottenesse) un "posto" stabile nell'amministrazione pubblica. Aggiungendo danno al danno, il costo di questa devastante operazione demagogica ha gravato pesantemente sui datori e sui lavoratori del resto dell'economia, riducendo l'occupazione produttiva. La morale è assai semplice: occupazione non significa - come non poteva significare - percepire un reddito, significa produrre un reddito. Perché l'occupazione possa essere stabile deve essere produttiva. Se, col pretesto di creare occupazione, destiniamo risorse a scopi improduttivi, impoveriamo il Paese, sciupando risorse scarse che potrebbero essere utilizzate proficuamente in altro modo. Non è un caso che dove l'intervento pubblico diretto a creare occupazione è stato più largamente usato, il Mezzogiorno, la disoccupazione è stata maggiore e lo sviluppo economico è stato strutturalmente impedito.

    Se, invece, di perseguitare ferocemente l'occupazione tassandola in misura che non ha eguali nel mondo industriale, lo Stato avesse consentito ai datori di assumere senza penali di sorta; se, invece di soffocare sotto una montagna di adempimenti amministrativi le iniziative imprenditoriali, le si fosse incoraggiate; se, ogni qual volta si doveva dar vita ad un insediamento industriale si fosse rinunziato a mettergli i bastoni fra le ruote in mille modi; se, invece di punire il successo, tassandolo, e premiare i fallimenti con le mille forme di "aiuti", si fosse consentito alle imprese di operare in condizioni di piena responsabilità; se si fossero fatte tutte queste cose, l'economia italiana avrebbe da tempo creato in un batter d'occhio molte centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro.
    Tornando al filo principale del nostro discorso, vengo quindi a quella che ritengo la spiegazione vera della esistenza di un toppo largo settore pubblico in Italia. Anzitutto, una riflessione ovvia: quello che conta veramente da un punto di vista economico non è la titolarità dell'impresa, se pubblica o privata, ma la sua gestione, se economica o anti-economica. Ora, se si volesse la gestione economica di una data impresa, questa potrebbe benissimo essere privata; se si vuole che sia pubblica, in altri termini, è perché non si vuole che venga gestita economicamente.

    2/continua

    10 maggio 2002
    "

    dal sito di ideazione
    continuazione dell'articolo di Antonio Martino....

    "È questo il fondamentale punto di partenza di qualsiasi analisi seria delle motivazioni dell’intervento pubblico: si è voluta la titolarità pubblica perché non si voleva la gestione economica. E la ragione va ricercata nel fatto che la gestione anti-economica dell’impresa significava che i fattori produttivi in essa impiegati percepivano remunerazioni superiori al valore della produzione complessiva. Come sostenuto da Leonard Read, quando uno riceve un reddito che non produce, qualcun altro produce un reddito che non riceve e non riceverà mai . La “pubblicità” dell’impresa, in altri termini, è stato semplicemente un espediente per ridistribuire reddito a favore dei fattori produttivi ivi “occupati “.

    I vantaggi che ognuno dei dipendenti dell’impresa pubblica passiva ricavava dalla situazione sono stati notevoli, immediati e a lui ben noti. I costi che tale situazione comportava per la collettività sono stati, invece, scarsamente compresi e di lungo respiro. Pertanto, nel contrasto fra l’interesse generale della collettività e quello particolare dei pochi beneficiari, in Italia per troppo tempo è stato quest’ultimo a prevalere. È stato per questa ragione fondamentale, e non per le varie giustificazioni di volta in volta addotte, che l’intervento pubblico si è diffuso, che le imprese in esso operanti sono state inefficienti e che la privatizzazione è stata così difficile da realizzare.

    Vediamo di chiarire. Prendiamo come esempio un’impresa pubblica che ha occupato 10.000 persone e realizzato perdite per, diciamo, 57 miliardi all’anno, perdite che sono state “ripianate” con una sovvenzione pubblica. In una situazione del genere, ognuno dei 10.000 dipendenti ha ricevuto in media 5.700.000 lire all’anno di reddito in più rispetto a quello che produceva. Se il costo di tale operazione di “ripianamento” è stato distribuito “a pioggia” sull’intera collettività nazionale, ognuno dei 57 milioni di Italiani ha finito per sopportare un costo annuo di sole 1.000 lire. Ecco la prima asimmetria: ognuno dei dipendenti della impresa pubblica passiva ha avuto molto da guadagnare da una situazione simile (5.700.000 lire), mentre ognuno di coloro su cui è gravato il costo ha, in realtà, sopportato una perdita relativamente piccola (1.000 lire).

    In secondo luogo, mentre è assai probabile che ognuno dei 10.000 beneficiari ha saputo esattamente quanto gli rendeva l’esistenza della impresa pubblica, è perlomeno dubbio che lo sapessero tutti i 57 milioni di italiani. In conseguenza di ciò, mentre coloro che hanno finito per trarre vantaggio da questa situazione si sono battuti fino allo stremo perché non venisse modificata, i danneggiati non hanno fatto molto per cambiare le cose, sia perché ognuno di essi sopportava una perdita modesta, sia perché è assai probabile che nessuno sapesse come stavano le cose. Qualsiasi riferimento a noti impianti siderurgici non è casuale.
    Inutile aggiungere che questo tipo di situazione è stata certamente conveniente per la classe politica, sia perché ne ha accresciuto enormemente il potere, sia perché ne ha amplificato l’immagine . Pensate alla enorme influenza che per anni ha conferito ai politici la gestione di interessi colossali come quelli del settore pubblico: la possibilità di favorire amici, parenti e sostenitori con lucrose quanto poco impegnative “sistemazioni”, per non parlare della inevitabile, sistematica collusione fra interessi privati e pubblici. Ma, anche quando il politico era certamente onesto sotto il profilo materiale e personale, l’intervento pubblico gli offriva ugualmente qualcosa di importante: l’immagine, la possibilità di dare l’impressione di essere impegnato seriamente al perseguimento del bene comune, la visibilità, che per il politico costituisse condizione essenziale di sopravvivenza. Come diceva Napoleone, la causa vera della rivoluzione francese fu la vanità, la libertà ne fu solo il pretesto.

    Allo stato attuale, la correzione di rotta, se le considerazioni sin qui esposte sono vere, non poteva, non può, essere cercata, come sosteneva la sinistra, in un management più efficiente: il problema non è la qualità della gestione, ma l’assenza di corretti incentivi. L’inefficienza dei paesi comunisti non era dovuta ad incapacità di gestione: anche se l’Urss avesse avuto a disposizione manager capaci, sarebbe stata ugualmente spaventosamente inefficiente.

    Sembra un paradosso, ma è un’ovvietà; un’economia di mercato concorrenziale si basa infatti su un “meccanismo di filtro”: la concorrenza spazza via le imprese inefficienti e lascia crescere quelle più competitive. Le aziende gestite da manager incapaci non sopravvivono, quelle guidate da gestori di successo prosperano. Ancora più importante è il fatto che nel libero mercato a decidere se un manager sia bravo o meno non è un organismo politico o amministrativo (che non solo manca di criteri obiettivi di valutazione, ma è anche sempre corruttibile), ma un meccanismo impersonale come il mercato. Sono i clienti delle imprese ad attribuire i “voti” nella pagella dei manager: acquistando o rifiutandosi di acquistare il prodotto in questione determinano il successo o il fallimento dell’impresa, la “promozione” o la “bocciatura” del suo manager.

    I manager incapaci, quindi, in un’economia libera vengono costretti a cambiare mestiere. Possono continuare ad esistere solo quando manca o viene reso inefficace il criterio di valutazione del loro operato, cioè quando manca il mercato. L’esistenza di manager capaci, quindi, è conseguenza del libero mercato e della proprietà privata, che determinano anche l’efficienza complessiva dell’economia. Il problema dell’efficienza, quindi, è un problema di libertà: un’economia libera è anche efficiente, un’economia che non è libera non può nemmeno essere efficiente11 . Alla luce di queste considerazioni, e dell’esperienza fallimentare del settore pubblico, ci si rende conto della straordinaria validità dell’affermazione fatta dalla signora Thatcher nel 1979, a proposito di un Paese che si trovava allora in condizioni assai simili a quelle dell’Italia di vent’anni dopo: «In Inghilterra esistono due settori: il settore privato, che è controllato dallo Stato, e quello pubblico, che non è controllato da nessuno».

    Per quanto riguarda il nostro tema, l’aspetto da sottolineare è che l’intervento pubblico in economia ha sempre rappresentato uno strumento di ridistribuzione di reddito del tutto simile nella sostanza, anche se non nelle motivazioni “ufficiali”, ai programmi dello Stato assistenziale. Come questi ultimi, il suo vero scopo è sempre stato il trasferimento di risorse dal settore produttivo privato a quello politico-burocratico. Solo il futuro dirà se prevarranno gli interessi della collettività alla gestione razionale delle risorse o quelli dei gruppi di pressione volti al mantenimento dello status quo.
    Conclusione

    La parabola storica dell’assistenzialismo di Stato non ci ha comunque liberato dalla paura. Questo “fratello maggiore” che avrebbe dovuto curarci se ammalati, provvedere alla nostra vecchiaia, alleviare la nostra povertà, garantirci un’istruzione qualificata, assicurarci un impiego, ha insomma miseramente fallito i suoi obiettivi. Il timore di una vecchiaia priva di mezzi non è stato esorcizzato dal sistema pensionistico pubblico: anche se si prescinde dall’esiguità delle pensioni di Stato e dai gravi dubbi sull’equità di un sistema in cui è spezzata la relazione fra contributi pagati e pensione cui si ha diritto, resta il fatto che il sistema pensionistico pubblico, basato sulla ripartizione, versa in condizioni di assai dubbia solvibilità attuariale. Il sistema a ripartizione (in inglese: pay as you go), infatti, copre il costo della pensioni corrisposte con i contributi pagati dai lavoratori attuali. Date le tendenze demografiche in corso, il numero dei potenziali beneficiari va aumentando, mentre si riduce quello di coloro su cui grava il costo del sistema pensionistico. Nasce così la non infondata paura che, quando sarà il momento, la pensione di Stato su cui avevamo fatto affidamento non ci consentirà nemmeno il tenore di vita, anche basso, che ci attendevamo. Se a questo si aggiunge che le imposte che siamo costretti a pagare per coprire le spese dello Stato assistenziale riducono la possibilità di provvedere col nostro risparmio ad assicurarci una comoda vecchiaia, si comprenderà come non sia infondata la tesi secondo cui l’assistenzialismo di Stato ha accresciuto, non ridotto, la paura della vecchiaia.

    Allo stesso modo, la paura delle malattie non è stata ridotta dal servizio sanitario nazionale: il crescente ricorso ad assicurazioni sanitarie private e l’elevata percentuale degli aventi diritto a cure pubbliche “gratuite” che si rivolgono a cure private a pagamento costituiscono prova irrefutabile del fallimento dell’assistenzialismo di Stato in campo sanitario. Alla normale paura delle malattie si è aggiunta quella di rischiare di finire in strutture sanitarie pubbliche, di cui le cronache hanno fornito per anni illustrazioni terrificanti. La paura della povertà non è stata ridotta: l’assistenzialismo pubblico non ha eliminato la povertà anche se ha una quantità tale di risorse che avrebbe effettivamente potuto realizzare quell’obiettivo leggendario . In base alla definizione ufficiale di “povertà”, negli ultimi anni il numero di poveri è aumentato, non diminuito.

    La disoccupazione non ha smesso di costituire causa di paura solo perché l’assistenzialismo alle aziende, l’intervento diretto dello Stato in economia, si proponevava il nobile obiettivo di “tutelare i livelli di occupazione”. Secondo i dati ufficiali, la disoccupazione ha, anzi, raggiunto nell’ultimo decennio livelli assai elevati, e la paura ad essa connessa è semmai stata accresciuta dalla sistematica distruzione di opportunità di impiego dovuta allo statalismo ed all’iperfiscalità.

    In sostanza, se lo Stato assistenziale non ha ridotto le cause di paura, ha in compenso accresciuto enormemente l’incertezza circa il futuro . Se lo scopo reale dell’assistenzialismo di Stato fosse stato quello di ridurre la paura, l’obiettivo non solo è stato mancato, ma si è addirittura ottenuto il risultato opposto. Oggi l’Italia ha l’obbligo e il mandato popolare per invertire la rotta, per riprendere la via dello sviluppo, che avevamo abbandonato e che costituisce l’unica speranza di risolvere i nostri problemi. L’ultimo decennio è stato di gran lunga il peggiore nella storia della Repubblica: dal 1951 al 1960, il reddito reale è aumentato del 66,5 per cento; dal 1961 al 1970, del 53 per cento; dal 1971 al 1980, del 45,75 per cento; dal 1981 al 1990, del 29,7 per cento; dal 1991 al 2000, soltanto del 12,5 per cento. Gli anni Novanta ci hanno fatto diventare un paese in via di sottosviluppo.

    Per ricominciare a crescere oggi abbiamo l’obbligo di ridimensionare drasticamente e subito l’invadenza pubblica anzitutto riducendo sia la spesa pubblica sia il prelievo tributario. Uno studio12 basato su dati relativi a 23 paesi membri dell’Ocse e 60 paesi sottosviluppati ha dimostrato, al di là di ogni ragionevole dubbio, questa elementare verità. Le conclusioni, per quanto ci riguarda, possono così essere sintetizzate:
    a) la spesa pubblica per le funzioni fondamentali (core functions) dello Stato stimola la crescita economica, l’aumento della spesa oltre quel livello finisce per rallentare lo sviluppo;
    b) una spesa pubblica dell’ordine del 30 per cento del Pil (come in Italia negli anni Cinquanta e Sessanta) è compatibile con tassi di sviluppo annui pari o superiori al 5 per cento, una spesa pari al 45 per cento del Pil o più riduce la crescita a tassi pari o inferiori al 2 per cento (l’esperienza italiana è conforme).

    Ricondurre spesa pubblica e fiscalità al loro livello fisiologico richiede coraggiose riforme dell’assistenzialismo italiano – su più fronti: previdenza, sanità, scuola, università, l’intero sistema di trasferimenti – attribuendo un ruolo crescente alla fornitura privata di questi servizi in concorrenza con quella pubblica, in modo da renderla anzitutto più efficiente, e consentendo inoltre una sempre maggiore libertà degli interessati di scegliere fra fornitori alternativi.

    Per troppi anni lo Stato assistenziale ci ha imposto la difesa degli interessi dei fornitori dei servizi (burocrati, politici, sindacalisti, insegnanti, personale sanitario, ecc.) anziché di quelli dei destinatari (pensionati, pazienti, studenti, ecc.). Il costo elevato ed i risultati deludenti nascevano, del resto, proprio da questo: con un sistema monopolistico in cui i fornitori dei servizi sono stati protetti dalla concorrenza e hanno usato l’apparato a loro vantaggio, i destinatari non hanno avuto alcuna voce in capitolo. Adesso, con i risultati elettorali del 13 maggio e il programma della Casa delle libertà, è arrivato il momento per ribaltare la situazione, separare la fornitura (che deve essere effettuata in concorrenza fra vari soggetti) dall’accesso (che deve essere garantito dallo Stato a quanti non se lo possono permettere), e restituire libertà di scelta agli interessati . Questo è possibile, attraverso il sistema dei “buoni” (buono-scuola, buono-sanità, ecc.). Solo così riusciremo a contemperare le esigenze di solidarietà vera con quelle dell’efficienza, in quadro di libertà e concorrenza.

    La strada è chiara: dobbiamo passare dalla falsa solidarietà dell’assistenzialismo, col suo patrimonio di ristagno, disoccupazione e incertezza, per non parlare degli sprechi e della corruzione che per troppi anni hanno penalizzato l’Italia, alle concrete opportunità che solo lo sviluppo può darci. La vera solidarietà è quella offerta da un paese che ci affranca dalla dipendenza dalla carità pelosa della politica, ci consente di provvedere da noi stessi ai nostri bisogni, rende facile trovare un’occupazione attraente, produrre un reddito adeguato ai nostri bisogni, e soprattutto ci lascia liberi di scegliere come utilizzare la massima parte del nostro reddito, destinandolo alle alternative da noi preferite.

    3/continua

    24 maggio 2002 "


    Continua....

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