Il vicepremier in campo per sanare le ferite sull'Europa apertesi nella maggioranza. Ma incombe la richiesta di dibattito parlamentare (i centristi del Polo sono d'accordo) e di una mozione di sfiducia dell'Ulivo.


ROMA - L'Ulivo è tornato sulle barricate e chiede che Bossi si dimetta da ministro. L'interessato non vuol sentir ragioni e trova nei rimbrotti dalla Ue le motavazioni per riaffermare che la sua posizione è giusta, che la Comunità non è impostata su basi democratiche se non tollera neppure un dissenso. I centristi del Polo, nonostante un minimo di disgelo, però insistono: il dibattito parlamentare ci vuole. E Berlusconi, che ormai non esista a definirsi un San Sebastiano trafitto da ogni parte, sa bene che un dibattito parlamentare può essere lo spunto per la presentazione di una mozione di sfriducia personale da parte del centrosinistra e il preludio a possibili clamorose dissociazioni all'interno della maggioranza.

Insomma, la situazione politica torna a farsi confusa e convulsa. E come sempre devono scendere in campo i pompieri per spegnere un incendio che rischia di estendersi pericolosamente. Letta, ma anche il vicepremier Gianfranco Fini che sembra ogni giorno di più rivestire i panni che furono del compianto Pinuccio Tatarella che, mentre nel '94 il Polo annaspava e il ribaltone era ormai una realtà, si era ritagliato il non facile compito di "ministro dell'armonia".

''Umberto Bossi dà voce a una paura: la paura dell'Europa, vista come una minaccia ncombente. Ecco, noi dobbiamo lavorare per convincerlo che è un errore. Che l'Europa non è una minaccia, ma un'opportunità'', dice Fini a Stefano Folli del Corriere della Sera . Fini sdrammatizza ma non sottovaluta. Ribadisce l'impegno europeista del governo e si pone come primo obiettivo quello di convincere il Senatùr, e chi come lui teme l'integrazione europea, della validità della scelta a favore dell'Unione.

Insomma, un "ci penso io" che dovrebbe essere coronato da successo. ''Demonizzare Bossi è la cosa più facile, ma non la più utile. Io preferisco seguire un'altra strada'', afferma Fini. ''Il mio ruolo politico-istituzionale, mi spinge oltre: - continua il leader di An - a rintracciare l'origine delle paure a cui Bossi dà credito. Per superarle. E' un compito a cui non può sottrarsi chi vuole costruire un'Europa più stretta''.

Fini non nasconde l'ottimismo e si dice certo che la strada imboccata è quella giusta sulla via non di un'Europa tecnocratica che, assicura ''non vuole nessuno'', ma democratica e allargata. Una maggiore
integrazione non sacrificherà la sovranità degli Stati nazionali: ''Compito della politica è coniugare l'interesse nazionale con la logica europea. O se preferisce portare l'identità nazionale su un livello continentale. Si tratta di costruire un'architettura complessiva . L'ipotesi, naturalmente, è una confederazione di Stati nazionali, ispirata ai princìpi di sussidiarietà, proporzionalità e complementarietà. In cui siano chiariti i livelli di competenza tra l'Europa, lo Stato e le Regioni. Va costruito un equilibrio tra la Commissione, il Consiglio e due Parlamenti: quello nazionale e quello europeo''.

La cessione di sovranità è insomma, secondo Fini, solo un falso problema: ''Non è una cessione di sovranità: è una gestione collegiale di temi, come l'immigrazione, la sicurezza, la politica economica, che possono essere risolti solo in un orizzonte più ampio della nazione''.

Insomma, un dialogo a distanza Fini-Bossi che dovrebbe funzionare, anche se il Senatùr non è disposto, per motivi interni di partito ma anche di visibilità esterna, a fare molti passi indietro. "Non sono isolato", attacca. E torna alla visita del premier al "suo congresso": "La parola di Berlusconi va bene, l'accordo della Casa delle libertà nacque sulla sovranità popolare".