Il segretario federale: «Avanti decisi, stiamo spostando la nave»
di Gianluca Savoini

Vince chi più crede nella vittoria, unendo la capacità al cuore. E la Lega, le sue grandi battaglie, le sta vincendo contro avversari temibili, contro la globalizzazione, il Superstato europeo, l’invasione programmata dei clandestini, contro i pezzi del vecchio regime consociativo che cercano di mettere i bastoni tra le ruote al grande cambiamento incarnato dal Carroccio. Umberto Bossi, nel suo primo intervento al congresso di Assago, ha voluto ripercorrere le tappe decisive della storia leghista, sottolineando due punti fermi. Primo, la Padania è una realtà di cui andare fieri («domani venite tutti con la bandiera dell’identità padana bene in vista», ha detto rivolgendosi al pubblico), perché soltanto difendendo la nostra identità, le nostre radici, le nostre tradizioni, la nostra storia, potremo opporci al disegno perverso, “luciferino” della sinistra e dell’alta finanza unite per devastare l’Occidente e porlo sotto la dittatura ferrea di un’Europa Superstato di impronta sovietica e staliniana (“Unione sovietica d’Occidente“, la definisce Bossi). Secondo, al governo la Lega sta svolgendo un compito fondamentale per trainare fuori dalla palude il Paese e indirizzarlo verso la giusta rotta, quella delle grandi riforme, del cambiamento, della difesa dei valori fondamentali. «Il vero congresso sarà domani (oggi, ndr) - ha esordito il segretario federale - e vedrete quale sarà il grande murale del pittore Regianini: raffigurerà un piccolo ma potente rimorchiatore che tira fuori dal porto la nave (lo Stato, il sistema) evitando che si incagli contro i vari scogli, i vari moli rappresentati da certa magistratura, da chi non vuole cambiare nulla, eccetera eccetera». Bossi ha preso la parola, a metà pomeriggio, e immediatamente ha cominciato un viaggio a ritroso nel tempo, dieci anni fa e oltre, quando la Lega muoveva i primi passi, quando dirsi leghisti era difficile e molti avevano paura, quando il regime partitocratico seppe immediatamente riconoscere che il movimento fondato da Bossi e da un manipolo di uomini orgogliosi delle proprie identità rappresentava una grande minaccia per la corrotta Prima Repubblica. «Non come il Pci - ha spiegato il segretario federale - a parole contro il sistema, ma nei fatti colluso ad esso a tutti i livelli. I comunisti erano nel cuore del regime marcio della partitocrazia, ammessi a pieno titolo nella spartizione e nella lottizzazione. Infatti oggi la grande finanza e i poteri forti sono alleati proprio con la sinistra. Solo la Lega era determinata a lottare contro quel sistema e a batterlo. Come avvenuto».
«L’INCONCEPIBILE DIVENTAVA REALTA»
«Per il sistema di allora era inconcepibile la nostra sfida - ha ricordato il leader del Carroccio -. Scendevamo in battaglia soli contro il regime partitocratico, che utilizzò tutte le sue armi a disposizione per annientarci, in particolare i mass media asserviti e infiltrati da uomini della partitocrazia. Il loro ruolo fu quello di dipingere la Lega come un movimento razzista, poujadista, qualunquista, violento, rozzo e ancora oggi molti ripetono la storiella. La Padania, che chiedeva attraverso noi giustizia e libertà da uno Stato oppressivo, centralista e nemico delle piccole e medie imprese del Nord, veniva bastonata dal regime, impaurita, terrorizzata da un’opera di vergognosa disinformazione. Per la Prima Repubblica la Lega era l’inconcepibile che diventava realtà. Non ci fermarono, anche se perdemmo, nel corso di quella battaglia, uomini che personalmente ho rimpianto tante volte, e che purtroppo cercarono una scorciatoia venendo a patti con il sistema che invece andava combattuto senza tregua». A questo punto Bossi chiede l’applauso per un vecchio militante che ora non c’è più: Franco Castellazzi, che «sarebbe tanto utile per la Padania».
LE PAURE DELLA BORGHESIA DEL NORD
La strategia della disinformazione centrò un obiettivo importante: quello di impaurire la borghesia, gli imprenditori, i professionisti e tenerli lontani dall’aderire al Carroccio. «Ci votavano, ma avevano paura di esporsi - ha precisato il Senatur - anche a causa dei processi che ci piovevano addosso, alla faccia dei cosiddetti magistrati liberi e democratici. Il popolo invece era con noi, più coraggioso, più determinato. Guardate - ha confessato Bossi - ho passato tre anni a suonare i campanelli dei professionisti, ma tutti avevano paura. L’unica eccezione proveniente dal ceto medio fu quella del professor Miglio». E anche qui tutti in piedi, con commozione, per ricordare la figura del professur, che adesso starà assistendo alle battaglie leghiste da lassù. «Ha recepito il messaggio - ha sorriso Bossi, dopo un minuto di applauso scrosciante - Miglio illuminò per alcuni anni il cammino della Lega, che era ormai un movimento rivoluzionario vero: lui era la cultura federalista, io il semplificatore, la guida, l’iconoclasta che si scagliava contro il sistema».
LA TRUFFA DEL MAGGIORITARIO
Poi venne Tangentopoli, Mani Pulite e anche il maggioritario. «Si trattò di una manovra del regime spacciata per grande novità - ha aggiunto il leader leghista - Persino alcuni dei nostri ci cascarono, non capendo che fecero il maggioritario per fermarci, contro di noi. Intanto Berlusconi, sfruttando la ventata di aria fresca e pulita apportata dalla Lega, scese in campo e creò il partito della borghesia. Era ormai chiara la situazione: Berlusconi rappresentava la borghesia, la Lega il popolo. Ci unimmo contro il sistema, il maggioritario lo imponeva. Ma accadde quello che tutti sapete».
1994, I FRENI AL CAMBIAMENTO
Nel primo governo Berlusconi prevalsero quelle che Bossi definisce “ragioni di classe“. «Dini voleva tagliare le pensioni, una cosa inaccettabile per un movimento legato al popolo come la Lega. A me Dini fa venire in mente cosucce come la Telekom Serbia, ed era il ministro del Tesoro! Poi c’era Mastella al Lavoro e alle pensioni, cioè uno che di pensioni non ha mai capito niente... Insomma, non si poteva cambiare nulla». Finita l’esperienza di governo per la Lega si presentarono nuove necessità e nuove strategie.
UN’ALTRA PATRIA, UN ALTRO STATO
«Era chiaro che qualora la lira non fosse entrata nell’euro, sarebbe esplosa la crisi del sistema produttivo padano - ha ricordato Bossi - Alzammo allora la bandiera della secessione. Sostituimmo il motto caro ai federalisti e alla prima Lega, “questa Patria, un altro Stato” al nuovo motto padano, “un’altra Patria, un altro Stato”. Il 15 settembre del ’96 andammo sul Po e dichiarammo nata la Padania. Nata per sempre, sia ben chiaro. La Padania esiste e va rispettata», ha sottolineato il segretario federale in un tripudio di applausi. E dopo le paure nei confronti della Lega, sorsero impetuose, anche a livello internazionale, le paure verso la Padania nazione. Soprattutto dalle parti di Berlino. «Gli imprenditori tedeschi temevano la Padania come la peste - è il ricordo di Bossi - Hanno trafficato per far entrare l’Italia nell’euro, ad ogni costo. Noi prendemmo atto di ciò. In politica bisogna essere realisti e reagire sulla realtà dei fatti, non sui sogni».
LA SVENDITA DELLA SOVRANITÀ NAZIONALE
Subito dopo l’entrata nell’euro, lo Stato cominciò però a svendere la propria sovranità a vantaggio di poteri sovrannazionali, di lobbies apolidi e tecnocratici. In una parola: a favore dell’Europa Superstato. «Gli eccessi normativi di Bruxelles a volte possono far ridere - ha continuato Bossi - Come lo standard della lunghezza dei piselli o delle carote. Ma dietro a simili cose, si nasconde un disegno letale per l’avvenire e la libertà dei popoli: la nascita di un Superstato europeo plasmato su un’idea staliniana. La chiamo Unione sovietica d’Occidente e non sbaglio a definirla così. Contro questa Europa noi chiamiamo a raccolta i popoli liberi. I cosiddetti no-global, che oggi vanno tanto per la maggiore, in realtà sono scherani della globalizzazione, in quanto per loro bisogna essere no-global per le merci e global per gli immigrati».
ORGOGLIO PADANO CONTRO IL MONDIALISMO
«Noi invece risponderemo rafforzando l’orgoglio per la nostra identità di padani - ha incalzato - Sappiamo bene che un uomo privato delle sue radici non più un uomo. Noi vogliamo un’Europa confederale, un’Europa di Stati confederati, perché senza lo Stato-nazione la democrazia muore. Senza Stati avremmo soltanto un’Urss dell’Occidente, dominata dai tecnocrati e dalle burocrazie apolidi di Bruxelles, non elette da nessuno. È in gioco la democrazia. Diciamo no al modello di società multirazziale standardizzata dal mercato globale, un modello portato avanti dai comunisti e dalla grande finanza. Diciamo invece sì al modello dei popoli, al modello cristiano, alla mediazione tra globale e locale: siamo per il global-local, insomma».
LE GRANDI RIFORME TARGATE LEGA
Da qui la necessità di battere la sinistra mondialista di oggi. Da qui l’alleanza con il Polo, ancora una volta. «Ma questa volta stiamo ottenendo il cambiamento vero - ha precisato il leader leghista - Immigrazione, giustizia, devoluzione, difesa della famiglia naturale: sono tutte nostre idee che finalmente si stanno concretizzando grazie a questo governo. Noi non vogliamo più l’invasione dei clandestini, utilizzati dalla sinistra come grimaldello per scardinare il nostro ordine sociale. Noi difendiamo la famiglia contro i valori capovolti, contro la pedofilia, contro l’unione omosessuale, incentiviamo a fare figli perché sappiamo bene la gravità della situazione demografica, tutta a svantaggio della Padania e dell’Europa e favorevole ai Paesi maghrebini. Difendiamo il diritto dei nostri cittadini di essere giudicati da tribunali a casa loro e non a duemila chilometri di distanza, come vorrebbero quelli del mandato d’arresto europeo».
IL FUTURO È DEI GIOVANI
Tante sono le battaglie portate avanti dal rimorchiatore-Lega per indirizzare il Paese verso la rotta del cambiamento, dunque: Bossi lo ha ricordato al termine del suo discorso. Saranno proprio i giovani dirigenti leghisti di oggi a raccogliere il testimone dei fondatori del movimento e continuare la lotta in futuro per ottenere la libertà, una volta per tutti. Lo ha auspicato, il segretario, ricordando che oggi verrà per l’ultima volta eletto segretario federale del Carroccio. «Il futuro è dei giovani - ha concluso, citando il segretario della Lombardia, Giorgetti - Continueranno loro a battersi per i nostri popoli. Adesso però pensiamo ad andare avanti decisi come sempre, abbinando il cuore alle capacità. E nervi saldi, mi raccomando, non legati con i fili d’acqua. Fermi e decisi, perché stiamo spostando la nave! Padania libera!».