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Discussione: Le Vostre impressioni?

  1. #1
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    Predefinito Le Vostre impressioni?

    Riportare questo articolo su Illich forse darà adio a delle poemiche nell'ambito pagano. Ho riportato questo scritto perchè scorgo nel complesso ed articolato pensiero di un "cristiano" particolare, germi anche di quel paganesimo nuovo e possibile. Forse ho preso un granchio!
    Certo il pensiero di questo uomo è difficile e molte idee daranno fastidio nell'ambito pagano politeista, ma vorrei un dialogo onesto e serio.
    Ho riportato lo scritto anche sul forum cristiano cattolico che con molta probalità lo cancelleranno o lo ignoreranno.
    Ad ogni modo andiamo avanti per la nostra .

    Ivan Illich e il pervertimento del Cristianesimo
    di Stefano di Ludovico - 14/08/2009

    Fonte: Centro Studi Opifice
    Centro Studi Opìfice - Home

    Nel 1988, nonostante la notoria diffidenza verso le moderne forme della
    comunicazione di massa, Ivan Illich accetta di rilasciare una serie di
    interviste a David Cayley, giornalista della Canadian Broadcasting
    Corporation e suo grande estimatore. Da tali interviste presero forma prima
    un ciclo di trasmissioni radiofoniche trasmesse dalla Cbc l’anno successivo,
    poi, nel 1992, un testo che, con il titolo Conversazioni con Ivan Illich.
    Archeologo della modernità, fu pubblicato due anni dopo in Italia dalla casa
    editrice Elèuthera. Dato l’esito felice di quella prima esperienza ed il
    legame sempre più stretto stabilitosi tra i due, tra il 1997 e il 1999
    Cayley ed Illich registrarono una nuova serie di interviste, sempre mandate
    poi in onda dalla radio canadese, la cui trascrizione costituisce il
    contenuto del testo in oggetto, pubblicato in Italia dall’editore Quodlibet
    con il titolo Pervertimento del Cristianesimo. Conversazioni con David
    Cayley su Vangelo, Chiesa, modernità. Viste le tematiche affrontate da
    Illich in queste interviste, così come gli anni in cui furono rilasciate –
    gli ultimi anni di vita del pensatore di origini dalmate, quando le sue
    opere principali erano ormai da tempo già state tutte pubblicate -, questi
    testi rappresentano un po’ il bilancio definitivo di una riflessione
    sviluppatasi nell’arco di oltre quarant’anni, e, per certi versi, il
    testamento stesso dell’autore, che sarebbe scomparso di lì a pochi anni,
    precisamente il 2 dicembre 2002 a Brema.
    La pubblicazione della Quodlibet rappresenta altresì un ulteriore segno
    della rinascita dell’interesse attorno alla figura ed al pensiero di Illich,
    testimoniata dalla recente ripresa di pubblicazioni di suoi scritti, dopo
    che, chiusa la parentesi costituita dagli anni settanta e ottanta, quando le
    sue provocatorie ed originali posizioni circa i falsi miti della modernità
    avevano suscitato una vasta eco nonché accese polemiche anche nel nostro
    paese, il suo nome era caduto nel dimenticatoio e le sue opere, sebbene a
    suo tempo edite da case editrici di larga diffusione, finite tra quelle
    esaurite senza prospettiva alcuna di ripubblicazione. Del resto questa è la
    sorte che la società del “pensiero unico” riserva solitamente ai pensatori
    non-conformisti, agli intellettuali inclassificabili secondo le etichette e
    le categorie del “politicamente corretto”: se la novità rappresentata dalle
    loro “eretiche” tesi può garantire un certo successo, sono anch’essi
    lanciati sul mercato, ma solo il tempo necessario a che la diffusione di
    quelle tesi ne assicuri i meccanismi di riproduzione senza far troppi danni.
    Sorte toccata perciò anche ad Ivan Illich: quale pensatore più difficilmente
    etichettabile e classificabile di lui? Ordinato sacerdote nel 1951, nel 1969
    rinuncia all’esercizio pubblico del sacerdozio in seguito al “processo”
    intentato a suo carico dalla Congregazione per la Dottrina della Fede:
    Illich era reo di aver preso duramente posizione contro l’attività
    missionaria della Chiesa nei paesi del Terzo Mondo, attività che,
    assecondando l’ideologia “sviluppista” delle agenzie umanitarie e degli
    organismi internazionali, si rendeva complice dello sradicamento delle
    culture indigene e quindi del processo di omologazione culturale in atto a
    livello planetario. Pericoloso “sovversivo” per le gerarchie ecclesiastiche
    e gli ambienti conservatori, Illich, che nella denuncia dei malsani processi
    di omologazione aveva osato mettere sul banco degli imputati, accanto alla
    Chiesa, l’istruzione di massa e l’eguaglianza tra i sessi, per gli ambienti
    progressisti e di sinistra altro non era che un inguaribile quanto
    insopportabile “reazionario”. Non c’è da meravigliarsi, così, che anche la
    rinascita dell’interesse verso questo “inattuale” del pensiero sia
    confinata, per lo più, ad ambienti e case editrici di nicchia che,
    coraggiosamente, e tra l’indifferenza quasi generale degli ambienti della
    cultura e della comunicazione “ufficiali”, portano avanti idee e battaglie
    al di fuori degli schemi e dei pregiudizi consolidati.
    In tale panorama, la novità rappresentata dal testo della Quodlibet è dovuta
    al fatto che esso, a differenza di ciò che era avvenuto in parte con la
    precedente trascrizione di interviste del 1992, non si limita alla semplice
    riproposizione di idee e contenuti già ampiamente approfonditi da Illich
    nelle sue opere principali, ma sviluppa una tesi che, seppur spesso
    adombrata in quelle stesse, Illich non aveva mai autonomamente trattato e
    chiarito nei suoi aspetti e risvolti di fondo. Per tale motivo, a dispetto
    del carattere informale ed estemporaneo costituito dalla forma intervista,
    quest’ultima pubblicazione può essere sicuramente annoverata tra i
    “classici” del suo pensiero, offrendo al lettore, per molti versi, non
    tanto una sintesi, quanto piuttosto un filo conduttore che riporta le
    intuizioni e le tematiche affrontate negli altri testi ad una matrice
    comune.
    Volendo individuare un termine, un concetto, che meglio di ogni altro
    caratterizza i mali e le contraddizioni della modernità secondo la
    prospettiva di Illich, possiamo riferirci senz’altro a quello di “nemesi”,
    che Illich utilizzò innanzi tutto nel suo celebre Nemesi medica in relazione
    alla condizione della medicina del nostro tempo[1]. La società moderna,
    infatti, nel suo complesso, sembra per Illich caratterizzarsi per il
    rovesciamento sistematico delle prospettive e degli obiettivi ripromessi,
    tradendo tutte le aspettative in una sorta di paradossale quanto perversa
    eterogenesi dei fini. La medicalizzazione progressiva dell’esistenza
    realizzata dalla società contemporanea proietta l’individuo in uno stato di
    perenne “malattia”; l’istruzione obbligatoria in uno stato di costante
    “ignoranza”; lo sviluppo indefinito dell’apparato tecnico-economico in uno
    stato di permanente “bisogno”[2]. Proprio quest’ultimo, ovvero l’uomo come
    soggetto di “bisogni”, sembra essere il fondamento stesso della modernità.
    Più che l’“uomo economico”, è l’“uomo bisognoso”, secondo Illich, l’uomo del
    mondo moderno, di cui quello economico è soltanto una variante. Il mondo
    moderno nasce quando l’uomo, nella sua astratta generalità, inizia ad essere
    visto come soggetto di bisogni permanenti e mai appagabili in via
    definitiva, a partire dalla presunta scarsità di risorse generali
    disponibili; bisogni che l’insieme delle istituzioni all’uopo costituite
    sarebbe chiamato progressivamente a soddisfare. Una concezione, questa, che
    per Illich non trova riscontro in alcuna civiltà del passato[3]. Ed è
    proprio il metodo “genealogico” quello che più di ogni altro caratterizza l’analisi
    e la riflessione di Illich, permettendogli di sfatare molti dei miti sui
    quali si fonda il nostro tempo. Perché è solo lavorando con gli strumenti
    dell’“archeologo”, solo riportando alla luce l’origine di idee e concetti i
    cui significati noi diamo per scontati che è possibile scovarne la genesi
    tutta moderna, smascherandone così la presunta universalità e validità
    atemporale. In questo modo, grazie a tali ricostruzioni, Illich ci ha
    mostrato – o ci ha indicato la via per ulteriori ricerche – come termini
    quali “salute”, “istruzione”, “sviluppo” o “bisogno” in altre epoche
    avessero un significato completamente diverso da quello attuale, o erano
    addirittura assenti dal vocabolario. E se siamo capaci di questo sguardo
    “genealogico”, di proiettare sul mondo una luce che supera gli angusti
    orizzonti del tempo attuale, allora è possibile accorgersi che la società
    che ha assicurato la salute a tutti è altresì quella in cui siamo tutti più
    “malati”, così come l’epoca dell’istruzione di massa e dell’uguaglianza tra
    i sessi è quella della più piatta omologazione culturale e antropologica,
    che ha azzerato ogni pluralità e diversità tra i generi, le culture e i
    gruppi umani[4].
    Ebbene, nell’opera in esame, Illich sostiene che un mondo siffatto, ovvero
    il mondo moderno, nei suoi valori e presupposti essenziali, affonda le sue
    radici, come recita il titolo del libro, nel “pervertimento del
    Cristianesimo”, ovvero in quelle idee cristiane che stanno sì alla base
    della modernità come gran parte della riflessione occidentale ha ormai
    riconosciuto, ma, secondo Illich, in un’ottica stravolta rispetto al loro
    autentico significato. La “nemesi” fondamentale, quindi, sembra verificarsi
    a partire dallo stravolgimento del messaggio cristiano delle origini;
    stravolgimento foriero di mali incalcolabili, secondo l’antico detto, che
    Illich fa suo, per cui corruptio optimi pessima: la corruzione del meglio è
    il peggio. Uno stravolgimento a cui comunque, secondo Illich, il messaggio
    originario di Cristo era potenzialmente aperto, così come lo è ogni etica di
    tipo universalistico, e che ha finito per imporsi in Occidente come visione
    dominante.
    Per illustrare e chiarire al meglio questa tesi, Illich ricorre ad una sua
    particolare lettura della parabola del buon Samaritano. Il fondamentale e
    decisivo interrogativo a cui tale parabola intende dar risposta è come noto
    il seguente: “Chi è il mio prossimo?” Per Illich, le diverse possibili
    risposte che si sono date a tale domanda hanno deciso le sorti del
    Cristianesimo e dell’Occidente tutto, fino ai suoi esiti moderni. Se per
    Illich la rivoluzione del messaggio cristiano sta nell’assoluta libertà di
    scelta lasciata al singolo nella determinazione del proprio “prossimo”,
    libertà che spezza tutti i tradizionali legami di sangue, di stirpe o di
    cultura (per cui “il mio prossimo – afferma Illich riprendendo le parole del
    Vangelo – è chi decido io”), ben presto si è andata ad affermare una diversa
    lettura, per la quale il “prossimo” è identificato con l’astratta umanità,
    con la generica società, verso cui ognuno avrebbe il dovere di sentirsi
    impegnato. Da qui il sorgere della Chiesa quale apparato
    burocratico-assistenziale, istituzione di beneficenza a carattere
    universalistico, volta a garantire il “benessere” dell’umanità, come si
    sviluppa nel Medioevo soprattutto a partire dalla fine del XI secolo, e che
    per Illich anticipa la nascita dello Stato moderno come anche delle
    istituzioni sovrannazionali del mondo contemporaneo. In base a tale
    prospettiva, l’uomo, da essere libero di determinare autonomamente il
    proprio destino così come il “prossimo” con cui condividere le proprie
    scelte, inizia ad essere visto come soggetto di per sé incapace di badare e
    bastare a se stesso, strutturalmente “bisognoso” dell’aiuto e del soccorso
    degli “altri”; altri che si sentono in dovere, e quindi in diritto, di
    fissare le modalità ed i contenuti atti al soddisfacimento di tali presunti
    bisogni. “Col messaggio cristiano – afferma Illich – […] amare l’altro,
    amore, sguardo e conoscenza sono diventati possibili in un orizzonte
    completamente nuovo. Ma esiste anche un nuovo pericolo: il tentativo di
    gestire, di assicurare, di garantire questo amore con la sua
    istituzionalizzazione, sottomettendolo a legislazione, trasformandolo in
    legge, e proteggendolo mediante la criminalizzazione del suo contrario”[5].
    Ed è proprio tale “istituzionalizzazione” dell’amore e della carità ad aver
    prevalso, quando la libera scelta del Samaritano venne trasformata in un
    “dovere”, in una “legge”, ed ogni condotta difforme in un’infrazione da
    sanzionare, aprendo così le porte alla filantropia di Stato, alle cure ed
    all’istruzione obbligatorie proprie della società moderna: “la nuova
    possibilità di porci personalmente l’uno di fronte all’altro ha prodotto,
    quale sua perversione, una vasta architettura di istituzioni impersonali che
    pretendono tutte, in un modo o nell’altro, di prestare aiuto. I grandi
    motori che mettono in movimento il nostro mondo – l’istruzione, la sanità,
    come lo sviluppo economico e tecnologico – derivano tutti, in ultima
    analisi, da una cooptazione della promessa di libertà del Vangelo. Gli
    uomini di oggi possono vivere senza fede, ma vivono nondimeno dentro all’involucro
    di una fede tradita”[6].
    In tal modo, quello che doveva essere un ideale di libertà incondizionata si
    è trasformato nell’esproprio di ogni capacità di scelta autonoma da parte
    dell’individuo: come la Chiesa si considerò l’unica autorità in grado di
    comprendere le effettive necessità dei fedeli e di determinare i mezzi atti
    a garantirne la “salvezza”, oggi le istituzioni moderne, con i loro apparati
    di “esperti”, si ritengono le uniche legittimate a conoscere i reali
    “bisogni” dei cittadini e ad offrir loro i “servizi” adeguati al loro
    soddisfacimento; bisogni che unitamente al correlativo bagaglio di “diritti”,
    prima dell’affermarsi di una simile mentalità, nessuno in realtà si era mai
    accorto di avere.
    All’interno di tale quadro di riferimento, anche in queste interviste
    Illich, come sempre nelle sue opere, ci offre acuti spunti di analisi e di
    riflessione intorno ad aspetti cruciali della modernità, sempre
    rischiarandoli attraverso lo sguardo “genealogico” e, dato il contesto,
    cercando di ricondurli a determinate letture ed evoluzioni della teologia
    cattolica medievale. Illuminanti appaiono così le pagine dedicate, tra le
    altre cose, ai temi della “strumentalità”, della “tecnica”, delle “immagini”,
    temi che Illich ritiene tra quelli fondamentali per comprendere il nostro
    tempo e la sua radicale alterità rispetto alle epoche del passato, superando
    i limiti della comune riflessione storico-filosofica che, quando si è
    accostata a problematiche del genere, ha sempre dato per scontato che simili
    concetti fossero sempre esistiti così come li concepiamo oggi.
    La ricerca genealogica di Illich ci fa vedere, al contrario, come il
    concetto di “strumento”, nel suo significato attuale, ovvero come qualcosa
    di “neutro”, di distinto dallo scopo concreto per cui è stato concepito, e
    perciò illimitatamente disponibile per ogni scopo, sia un’idea che si è
    affacciata in Europa solo a partire dal Basso Medioevo; idea legata per
    Illich ad un certo pervertimento della concezione creazionistica biblica,
    secondo cui il mondo, in ogni istante della sua esistenza, sarebbe puramente
    contingente, in quanto prodotto della libera volontà creatrice di Dio.
    Quando, con la progressiva secolarizzazione di tale concezione, la volontà
    creatrice passò gradatamente dalle mani di Dio a quelle dell’uomo, ecco che
    la realtà fu vista come un semplice insieme di oggetti contingenti e quindi
    manipolabili a piacere dalla volontà umana. Dall’idea di kosmos, di un mondo
    in cui le cose sono disposte armonicamente secondo un ordine necessario, e
    dove il “bene” non può che essere inteso come ciò che si conforma a tale
    ordine, si passa al kaos di una realtà in cui gli oggetti non hanno alcun
    senso se non quello che l’arbitraria volontà manipolatrice dell’uomo dà
    loro. In tal modo, all’idea di “bene” subentrano i “valori”, realtà che
    trascendono il mondo stesso e in base a cui il mondo dovrebbe essere
    riplasmato, in modo sempre rinnovato e cangiante; perché i valori, in quanto
    tali, sono mutabili e rinnovabili a seconda dell’arbitrio umano, relativi e
    intercambiabili alla stessa stregua delle merci, che circolano e cambiano
    valore a seconda delle circostanze. “Il mondo in cui mi trovo – dice
    Illich – è in gran parte un mondo artificiale, prodotto tecnicamente, sempre
    più lontano dalla creazione, un mondo nelle mani di esperti che, con una
    sorta di orgoglio trascendente, presumono di gestirlo”[7]; un mondo in cui
    “con la crescente intensità di strumentazione, va di pari passo […] una
    mancanza di attenzione per ciò che tradizionalmente si chiamava gratuità,
    atto non finalizzato, compiuto perché bello, buono, giusto, e non perché
    inteso a conseguire, a costruire, a trasformare, a gestire qualcosa. Alla
    fine dell’età moderna è diventato estremamente difficile parlare di cose che
    non tendono a un fine, ma sono gratuite e buone”[8].
    L’avvento dell’età della tecnica segna quindi per Illich la fine dell’antica
    concezione della “strumentalità”, dove lo strumento era appunto un medium,
    ciò che mediava tra l’uomo e il mondo; in tal modo esso restava un qualcosa
    di separato e distinto da colui che lo usava, che manteneva così nei suoi
    confronti una certa distanza. Tale distanza viene annullata nell’attuale
    mondo della tecnica, che per Illich è definito al meglio dal concetto di
    “sistema”, non a caso uno dei termini più usati oggi per connotare la
    società contemporanea e le strutture che la costituiscono. In un “sistema”
    non c’è più distanza, ovvero distinzione, tra lo strumento e il suo
    operatore, essendo entrambi parte del sistema medesimo. Nell’idea di sistema
    l’operatore è esso stesso uno strumento, che unitamente agli altri concorre
    al perseguimento dei fini fissati dal sistema. Venendo meno la distinzione
    tra operatore e strumento, tra mezzo e fine, l’intero mondo è visto come una
    “macchina” il cui funzionamento diventa fine a se stesso. Ed è così che oggi
    il computer è diventato “la principale metafora della consapevolezza di sé e
    del mondo. Come la ruota suggeriva, una volta, la ruota del destino, e il
    libro suggeriva il libro della natura, così oggi il computer suggerisce un’immagine
    cibernetica del mondo: il mondo come rete, il mondo come ecosistema, il
    mondo come testo genetico. E questa immagine cambia dalle fondamenta la
    consapevolezza di sé degli esseri umani. Non stiamo più con un piede fuori
    del mondo come utilizzatori di strumenti, lettori del libro della natura,
    persone con un destino eterno. Siamo diventati parte del sistema”[9]. Tale
    trasformazione ha per Illich mutato l’uomo e le relazioni umane fin nella
    loro sfera fisiologica, corporale: “la concezione sistemica […] si allontana
    dal vecchio corpo dei sensi in direzione di un ambito puramente teorico,
    inaccessibile ai nostri sensi. Questa disincarnazione […] rappresenta una
    grave minaccia per i rapporti personali, perché […] solo come persone che
    possono soffrire, come persone dotate di un corpo, noi possiamo volgerci l’un
    l’altro faccia a faccia”[10].
    La “disincarnazione” dei rapporti umani determinata dalla strumentalità
    tecnica è altresì conseguenza della concezione dell’immagine e della
    percezione visiva proprie della modernità, concezione che secondo Illich è
    possibile ricondurre, in qualche modo, allo stravolgimento dell’originaria
    dottrina cristiana delle immagini sacre così come si impose in Occidente con
    la fine delle lotte iconoclastiche che avevano lacerato la cristianità nell’Alto
    Medioevo. Oggi, per Illich, nella cosiddetta “società dell’immagine”, l’uomo
    non ha più il mondo davanti a sé; egli non è più in contatto con la realtà,
    con gli altri, con il suo stesso corpo, ma con un’immagine astratta e
    virtuale di essi, l’immagine proiettata di continuo nella sua vita dai
    moderni mezzi di comunicazione. Questi mezzi non si limitano a manipolare la
    realtà, ad offrircene un’immagine distorta: essi, oggi, sono la realtà, in
    quanto unica lettura disponibile di essa. E che il mondo possa essere
    rappresentato, conosciuto e vissuto attraverso la sua immagine - come la
    realtà divina attraverso una sua raffigurazione – è anch’essa un’idea
    recente, che si rende possibile a partire dalla stessa teoria moderna dell’ottica.
    Anche l’atto del vedere, infatti, ha per Illich una storia, che deve essere
    indagata per comprendere la moderna concezione dell’immagine e della società
    che su di essa si fonda. Se per l’ottica moderna sono le cose che vediamo,
    trasmesse dai raggi luminosi, a penetrare nei nostri occhi, gli antichi, al
    contrario, “concepivano la visione come procedente dall’interno verso l’esterno,
    come qualcosa che fuoriusciva dall’occhio attraverso la proiezione di un
    raggio visivo. Nell’antichità classica lo sguardo era un’attività con la
    quale la mia carne si spostava alla carne o, più precisamente, ai colori
    degli oggetti su cui si volgeva”[11]. In tal modo lo sguardo veniva
    concepito come un’azione intenzionale, volontaria, in quanto tale
    addestrabile e raffinabile al pari di ogni altra azione umana, e non come
    semplice ricezione passiva di ciò che ci viene dato dall’esterno. Secondo
    Illich solo la moderna concezione del vedere ha reso possibile l’uso
    perverso e devastante che dell’immagine ha fatto il mondo moderno: “il
    passaggio dallo sguardo che si protende verso l’esterno all’occhio concepito
    come una camera obscura è una precondizione perché sia possibile concepire l’immagine
    […] come un espediente didattico per conoscere la realtà. Nell’ottica
    moderna come scienza della luce, si può fingere di creare un facsimile col
    quale l’artista, o il suo committente, trasmetta a te, per mezzo dei tuoi
    occhi, doxa e dogma: conoscenza. Non si può usare un facsimile come
    sostituto della realtà là dove è lo sguardo a protendersi verso l’esterno”[12].
    E’ così che l’uomo moderno ha sostituito il mondo con un suo “facsimile”,
    una sua immagine, nell’illusoria convinzione che questa possa informarlo e
    renderlo edotto circa la vera natura di quello. Il divieto delle immagini
    sacre che accomuna diversi culti religiosi ha proprio questo scopo, ovvero
    di prevenire una simile degenerazione: “il divieto vetero-testamentario
    delle immagini e ancor oggi quello dell’Islam – afferma Illich – […] ha
    fondamentalmente lo scopo di non farmi considerare il tuo volto come un’immagine,
    non identificarlo […] col tuo ritratto o con la tua fotografia, o con ciò
    che io interiormente immagino di te, ma di lasciarmi costantemente
    vulnerabile di fronte a ciò che il guardarti in carne e ossa mi rivelerà di
    me stesso. […] Il divieto dell’immagine è, al tempo stesso, un invito ad
    essere spietato con me stesso nel cercare me stesso in quel che trovo
    attraverso i tuoi occhi. […] Una volta concepito lo sguardo come quello di
    una videocamera; una volta acquisita la capacità di parlare della visione
    satellitare del mondo […]; una volta acquisita l’abitudine di vedere dinanzi
    ai miei occhi cose che per la loro propria natura non sono nell’ordine del
    visibile […], noi perdiamo sempre più l’abitudine di fissare il nostro
    sguardo su ciò che cade direttamente sotto i nostri occhi”[13].
    Posto di fronte a un mondo che sembra non appartenergli più, dove il
    virtuale ha sostituito il reale ed è venuto meno ogni scopo che non sia
    quello della riproducibilità tecnica volta alla soddisfazione di bisogni che
    il sistema stesso crea indefinitamente, l’uomo contemporaneo avverte una
    crescente sensazione di spaesamento e di impotenza. La fede che ha ispirato
    la modernità, la convinzione di aver trovato la chiave per trasformare il
    mondo, di programmare il futuro in termini di sicurezza garantendo libertà e
    benessere tramite la loro “istituzionalizzazione”, sembra ormai essere
    entrata in crisi e la realtà appare sempre più come un qualcosa di caotico
    ed ingestibile, che non ispira più alcuna fiducia. “La credibilità di un
    mondo costruito in base alle idee di cittadinanza, responsabilità, potere,
    uguaglianza, bisogni-rivendicazioni-diritti – afferma Illich – la
    credibilità di questi ideali ai quali vale la pena di consacrare la propria
    vita, sta declinando […] molto rapidamente. La maggior parte delle persone
    ritiene questo un serio pericolo […]. Io voglio suggerire la possibilità di
    vederlo come la fine di un’epoca, proprio come l’Impero romano ai tempi di
    Agostino”[14]. E se l’ideologia dei “bisogni” e dei “diritti”, l’ideologia
    che crede di assicurare l’“amore” attraverso lo Stato come ha creduto di
    assicurarlo la Chiesa nel corso dei secoli “trova ancora espressione con i
    bombardamenti Usa su Milosevic, su Gheddafi o sull’Iraq, come riconoscimento
    dei diritti umani dei loro cittadini”[15], Illich ci invita, tramite la sua
    “archeologia”, a scavare più a fondo dentro le contraddizioni ed i paradossi
    del nostro tempo, perché “solo nello specchio del passato diventa possibile
    riconoscere la radicale alterità degli assiomi moderni”[16]. Così, grazie
    alla capacità di prendere le distanze, la capacità di straniamento, possiamo
    ancora cogliere e far risaltare le differenze, le rotture che nella storia
    si sono determinate, facendo riemergere significati perduti e sentieri
    interrotti, come quelli indicatici dal Samaritano, per cui l’amore è un dono
    gratuito che non soccorre alcun bisogno e non si aspetta, o pretende,
    garanzie o assicurazioni di sorta. Questo scavo, questa capacità,
    rappresentano gli strumenti più preziosi per superare quella sensazione di
    disorientamento e di sfiducia che ci avvolge tutti e, in un’epoca che volge
    al termine senza che nuove strade sembrano ancora delinearsi con nettezza,
    ci consentono di riappropriarci quanto meno di uno sguardo libero e
    disincantato per descrivere e cogliere più adeguatamente la nostra
    condizione. Il rischio, altrimenti, è di rimanere per sempre invischiati tra
    le maglie di un mondo dove “non solo abbiamo perduto il senso del bene, di
    ciò che si confà, ma abbiamo perduto anche qualsiasi modo di riconoscere
    questa perdita stessa”[17].
    NOTE
    [1] Cfr. Ivan Illich, Nemesi medica. L’espropriazione della salute, Milano,
    Mondadori, 1977.
    [2] Tali tematiche sono sviluppate, rispettivamente, in Nemesi medica. L’espropriazione
    della salute, cit., Descolarizzare la società, Milano, Mondadori, 1972, Per
    una storia dei bisogni, Milano, Mondadori, 1981.
    [3] Per l’analisi del concetto di “bisogno”, vedi soprattutto Per una storia
    dei bisogni, cit., e Nello specchio del passato, Como, Red, 1992.
    [4] La critica del moderno concetto di uguaglianza tra i sessi è sviluppata
    da Illich soprattutto in Il genere e il sesso. Per una critica storica dell’uguaglianza,
    Milano, Mondadori, 1984.
    [5] Ivan Illich, Pervertimento del Cristianesimo. Conversazioni con David
    Cayley su Vangelo, Chiesa, modernità, Macerata, Quodlibet, 2008, p.17.
    [6] Ibidem, p.27.
    [7] Ibidem, p.68.
    [8] Ibidem, p.48.
    [9] Ibidem, p.91.
    [10] Ibidem.
    [11] Ibidem, p.53.
    [12] Ibidem, p.61.
    [13] Ibidem, p.66.
    [14] Ibidem, p.95.
    [15] Ibidem, p.93.
    [16] Ibidem, p.68.
    [17] Ibidem, p.76.
    Pervertimento del Cristianesimo. Conversazioni con David Cayley su Vangelo,
    Chiesa, modernità (a cura di Fabio Milana)
    Edizioni: Quodlibet, Macerata 2008
    Pagine: 160

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  2. #2
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    Predefinito Rif: Le Vostre impressioni?

    I cristianesimo non siè mai posto il problema che le risorse naturali non sono infinite malimitate e rinnovabili come l'Acqua, l'energia, il terreno, i boschi e le foreste ecc. Da qui emerge in maniera chiara le comunze fra maxismo e cristianesimo, i beni naturali sono LIMITATI e poi una flsa uguaglianza per creare delle gerarchie potentissime, degenrate e intoccabili.

  3. #3
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    Predefinito Rif: Le Vostre impressioni?

    In un suo illuminato e illuminante articolo sulla Conferenza del Cairo dell'ONU (Patto armato tra Wojtyla e l’Islam, ne La Stampa del 3 settembre 1994) lo scrittore Guido Ceronetti ha osservato:

    “Dal canto suo l’ONU, anche in questa nuova spettacolare impresa per ritardare l’ominizzazione integrale dello spazio terrestre, l’aiuola che ci fa feroci, commette il peccato inevitabile proprio di tutto il razionalismo e il materialismo moderni: considerare il mondo e i suoi abitanti, umani e non umani, come plasmabili. Se il mondo fosse realmente materiale sarebbe plasmabile, ma finge soltanto, talvolta, di esserlo; la sua natura spirituale sfugge ad ogni controllo, ad ogni dominazione scientifica ed economica. Il razionalismo moderno riproduce l’errore biblico e coranico: separando Dio e Mondo, il mondo è ritenuto plasmabile".

    Un caro saluto, Sideros!

  4. #4
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    Predefinito Rif: Le Vostre impressioni?

    Hanno voluto ricacciare il divino dalla terra,lo hanno isolato nei cieli splendenti e di conseguenza l'hanno sottratto all'uomo che non poteva far altro che vivere di sogni e guardare con la testa in sù..oggi si lamentano del laicismo e della secolarizzazione imperante in Europa,se l'hanno portata dietro,c'è l'hanno nel DNA la secolarizzazione!! Fatto stà che questa modernità,post modernità o come volete chiamarla è perfettamente giudaico-cristiano,fino al midollo.

  5. #5
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    Predefinito Rif: Le Vostre impressioni?

    Articolo assai interessante e condivisibile: in particolare in questi due punti:


    Citazione Originariamente Scritto da sideros Visualizza Messaggio

    Il mondo in cui mi trovo – dice
    Illich – è in gran parte un mondo artificiale, prodotto tecnicamente, sempre
    più lontano dalla creazione, un mondo nelle mani di esperti che, con una
    sorta di orgoglio trascendente, presumono di gestirlo”[7]; un mondo in cui
    “con la crescente intensità di strumentazione, va di pari passo […] una
    mancanza di attenzione per ciò che tradizionalmente si chiamava gratuità,
    atto non finalizzato, compiuto perché bello, buono, giusto, e non perché
    inteso a conseguire, a costruire, a trasformare, a gestire qualcosa. Alla
    fine dell’età moderna è diventato estremamente difficile parlare di cose che
    non tendono a un fine, ma sono gratuite e buone”[8].
    L’avvento dell’età della tecnica segna quindi per Illich la fine dell’antica
    concezione della “strumentalità”, dove lo strumento era appunto un medium,
    ciò che mediava tra l’uomo e il mondo; in tal modo esso restava un qualcosa
    di separato e distinto da colui che lo usava, che manteneva così nei suoi
    confronti una certa distanza. Tale distanza viene annullata nell’attuale
    mondo della tecnica, che per Illich è definito al meglio dal concetto di
    “sistema”, non a caso uno dei termini più usati oggi per connotare la
    società contemporanea e le strutture che la costituiscono. In un “sistema”
    non c’è più distanza, ovvero distinzione, tra lo strumento e il suo
    operatore, essendo entrambi parte del sistema medesimo. Nell’idea di sistema
    l’operatore è esso stesso uno strumento, che unitamente agli altri concorre
    al perseguimento dei fini fissati dal sistema. Venendo meno la distinzione
    tra operatore e strumento, tra mezzo e fine, l’intero mondo è visto come una
    “macchina” il cui funzionamento diventa fine a se stesso. Ed è così che oggi
    il computer è diventato “la principale metafora della consapevolezza di sé e
    del mondo. Come la ruota suggeriva, una volta, la ruota del destino, e il
    libro suggeriva il libro della natura, così oggi il computer suggerisce un’immagine
    cibernetica del mondo: il mondo come rete, il mondo come ecosistema, il
    mondo come testo genetico. E questa immagine cambia dalle fondamenta la
    consapevolezza di sé degli esseri umani. Non stiamo più con un piede fuori
    del mondo come utilizzatori di strumenti, lettori del libro della natura,
    persone con un destino eterno. Siamo diventati parte del sistema”[9]. Tale
    trasformazione ha per Illich mutato l’uomo e le relazioni umane fin nella
    loro sfera fisiologica, corporale: “la concezione sistemica […] si allontana
    dal vecchio corpo dei sensi in direzione di un ambito puramente teorico,
    inaccessibile ai nostri sensi. Questa disincarnazione […] rappresenta una
    grave minaccia per i rapporti personali, perché […] solo come persone che
    possono soffrire, come persone dotate di un corpo, noi possiamo volgerci l’un
    l’altro faccia a faccia”[10].
    La “disincarnazione” dei rapporti umani determinata dalla strumentalità
    tecnica è altresì conseguenza della concezione dell’immagine e della
    percezione visiva proprie della modernità, concezione che secondo Illich è
    possibile ricondurre, in qualche modo, allo stravolgimento dell’originaria
    dottrina cristiana delle immagini sacre così come si impose in Occidente con
    la fine delle lotte iconoclastiche che avevano lacerato la cristianità nell’Alto
    Medioevo. Oggi, per Illich, nella cosiddetta “società dell’immagine”, l’uomo
    non ha più il mondo davanti a sé; egli non è più in contatto con la realtà,
    con gli altri, con il suo stesso corpo, ma con un’immagine astratta e
    virtuale di essi, l’immagine proiettata di continuo nella sua vita dai
    moderni mezzi di comunicazione. Questi mezzi non si limitano a manipolare la
    realtà, ad offrircene un’immagine distorta: essi, oggi, sono la realtà, in
    quanto unica lettura disponibile di essa. E che il mondo possa essere
    rappresentato, conosciuto e vissuto attraverso la sua immagine - come la
    realtà divina attraverso una sua raffigurazione – è anch’essa un’idea
    recente, che si rende possibile a partire dalla stessa teoria moderna dell’ottica.
    Anche l’atto del vedere, infatti, ha per Illich una storia, che deve essere
    indagata per comprendere la moderna concezione dell’immagine e della società
    che su di essa si fonda. Se per l’ottica moderna sono le cose che vediamo,
    trasmesse dai raggi luminosi, a penetrare nei nostri occhi, gli antichi, al
    contrario, “concepivano la visione come procedente dall’interno verso l’esterno,
    come qualcosa che fuoriusciva dall’occhio attraverso la proiezione di un
    raggio visivo. Nell’antichità classica lo sguardo era un’attività con la
    quale la mia carne si spostava alla carne o, più precisamente, ai colori
    degli oggetti su cui si volgeva”[11]. In tal modo lo sguardo veniva
    concepito come un’azione intenzionale, volontaria, in quanto tale
    addestrabile e raffinabile al pari di ogni altra azione umana, e non come
    semplice ricezione passiva di ciò che ci viene dato dall’esterno. Secondo
    Illich solo la moderna concezione del vedere ha reso possibile l’uso
    perverso e devastante che dell’immagine ha fatto il mondo moderno: “il
    passaggio dallo sguardo che si protende verso l’esterno all’occhio concepito
    come una camera obscura è una precondizione perché sia possibile concepire l’immagine
    […] come un espediente didattico per conoscere la realtà. Nell’ottica
    moderna come scienza della luce, si può fingere di creare un facsimile col
    quale l’artista, o il suo committente, trasmetta a te, per mezzo dei tuoi
    occhi, doxa e dogma: conoscenza. Non si può usare un facsimile come
    sostituto della realtà là dove è lo sguardo a protendersi verso l’esterno”[12].
    E’ così che l’uomo moderno ha sostituito il mondo con un suo “facsimile”,
    una sua immagine, nell’illusoria convinzione che questa possa informarlo e
    renderlo edotto circa la vera natura di quello. Il divieto delle immagini
    sacre che accomuna diversi culti religiosi ha proprio questo scopo, ovvero
    di prevenire una simile degenerazione: “il divieto vetero-testamentario
    delle immagini e ancor oggi quello dell’Islam – afferma Illich – […] ha
    fondamentalmente lo scopo di non farmi considerare il tuo volto come un’immagine,
    non identificarlo […] col tuo ritratto o con la tua fotografia, o con ciò
    che io interiormente immagino di te, ma di lasciarmi costantemente
    vulnerabile di fronte a ciò che il guardarti in carne e ossa mi rivelerà di
    me stesso. […] Il divieto dell’immagine è, al tempo stesso, un invito ad
    essere spietato con me stesso nel cercare me stesso in quel che trovo
    attraverso i tuoi occhi. […] Una volta concepito lo sguardo come quello di
    una videocamera; una volta acquisita la capacità di parlare della visione
    satellitare del mondo […]; una volta acquisita l’abitudine di vedere dinanzi
    ai miei occhi cose che per la loro propria natura non sono nell’ordine del
    visibile […], noi perdiamo sempre più l’abitudine di fissare il nostro
    sguardo su ciò che cade direttamente sotto i nostri occhi”[13].
    Posto di fronte a un mondo che sembra non appartenergli più, dove il
    virtuale ha sostituito il reale ed è venuto meno ogni scopo che non sia
    quello della riproducibilità tecnica volta alla soddisfazione di bisogni che
    il sistema stesso crea indefinitamente, l’uomo contemporaneo avverte una
    crescente sensazione di spaesamento e di impotenza. La fede che ha ispirato
    La concezione di "strumentalità" e di "sistema" è drammaticamente vera e molto pregnante anche l'idea di "sguardo" come procedente dall'interno verso l'esterno e dotato di qualità attiva, legandola all'antico divieto delle immagini.

    Ma vorrei anche aggiungere che la realtà descritta da quest'autore è un portato della nostra iniziata era dell'Acquario, contrassegnata da tecnologismo esasperato, forte tendenza all'egualitarismo, al solidarismo canonizzato, alla disanimazione dell'essere umano, al livellamento di ogni cosa sullo stesso piano, e perciò dalla perdita del senso del sacro, già espunto dal mondo e relegato esclusivamente in alto nei cieli. Questa suddivisione di Mondo e Dio, questa frattura insanabile che si è voluta creare tra natura irredenta e una santità che inabita esclusivamente i cieli ha prodotto un allontanamento radicale dell'umanità da quanto è trascendente, facendo dimenticare che è dalla crazione che si può conoscere il creatore e la sua impronta, e che i due termini non sono mai disgiunti l'uno dall'altro, e la natura è luogo di continua interazione e manifestazione tra mondo sottile e concreto, tra creature tangibili e presenze immateriali che del mondo fanno luogo di presagio, significazione, allusione, messaggio.

    La nuova era non si accontenta ormai più del divino pescino: necessita d'altro. E altro dovrà manifestarsi.

    Approfitto per inviare un caloroso saluto a SANCO (primahyadum ex Papessa di POL)
    Ultima modifica di primahyadum; 14-09-09 alle 00:53
    "Così penseremo di questo mondo fluttuante: una stella all'alba; una bolla in un flusso; la luce di un lampo in una nube d'estate; una lampada tremula, un fantasma ed un sogno:"
    (Sutra di diamante)

  6. #6
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    Predefinito Rif: Le Vostre impressioni?

    Citazione Originariamente Scritto da primahyadum Visualizza Messaggio
    Approfitto per inviare un caloroso saluto a SANCO (primahyadum ex Papessa di POL)
    Mi chiedevo appunto quale trasmutazione avesse avuto la Papessa... Ricambio il caloroso saluto!
    Ultima modifica di SANCO; 14-09-09 alle 13:56

 

 

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