“Il destino dell’Inghilterra” disse Jefferson all’inizio del 1812 “è ormai segnato e la sua attuale forma di esistenza giunge al tramonto. Se la nostra forza ci permetterà di imporre una legge al nostro emisfero, questa dovrebbe consistere nel fatto che il meridiano che passa in mezzo all’Oceano Atlantico formerà la linea di demarcazione tra la guerra e la pace, al di qua della quale non si dovrà intraprendere alcuna ostilità e il leone e l’agnello vivranno in pace l’uno accanto all’altro”.

Diceva Jefferson nel 1820: “Non è lontano il giorno in cui noi esigeremo formalmente che nell’oceano vi sia un meridiano che separi i due emisferi, al di qua del quale nessun europeo potrà mai sparare un colpo, così come nessun americano potrà farlo al di là di esso”.

[…]

Stranamente, la formula dell’emisfero occidentale era diretta proprio contro l’Europa, l’antico Occidente. Non era diretta contro la vecchia Asia o l’Africa, ma contro il vecchio Ovest. Il nuovo Ovest avanzava la pretesa di essere il vero Occidente., la vera Europa. Il nuovo Ovest, l’America, voleva sradicare l’Europa, che fino ad allora aveva rappresentato l’Ovest, dalla sua collocazione storico-spirituale, voleva rimuoverla dalla sua posizione di centro del mondo. L’Occidente, con tutto quello che il concetto implica sul piano morale, civile, politico, non venne eliminato o annientato, e neppure detronizzato, ma soltanto spostato. Il diritto internazionale cessava di avere il suo baricentro nella vecchia Europa. Il centro della civiltà scivolava a ovest, verso l’America. La vecchia Europa, come pure la vecchia Asia e l’Africa, diventava passato.
Vecchio e nuovo sono qui – come non ci si deve stancare di sottolineare – parametri non solo di una condanna, ma anche soprattutto di una ripartizione, di un ordinamento e di una localizzazione. In quanto tali sono il fondamento di altissime pretese storiche, politiche, e giuridico-internazionali. Essi hanno trasformato la struttura del tradizionale diritto internazionale europeo sin dal 1890, assai prima cioè che – con l’entrata di stati asiatici, in primo luogo del Giappone – la comunità del diritto internazionale europeo fosse ampliata in un ordinamento internazionale universalistico e privo di dimensione spaziale.
Noi non indaghiamo qui in che misura le pretese di Jefferson e di Monroe fossero allora giustificate sul piano morale e politico, e neppure quanto fosse sensata la loro convinzione di rappresentare moralmente e politicamente il nuovo mondo. Sul suolo americano si è realmente radunata e sviluppata ulteriormente una parte notevole della civiltà europea. In quanto europei della vecchia Europa, si può anche ammettere senza nulla perdere che uomini come George Washington e Simon Bolivar erano grandi europei, persino più vicini al significato ideale di questa parola di quanto non lo fosse la maggior parte degli statisti britannici ed europeo-continentali del loro tempo. Sia di fronte alla corruzione parlamentare del XVIII secolo inglese, sia di fronte alla degenerazione assolutistica di quello francese, ma anche infine di fronte all’angustia e all’illibertà della restaurazione post-napoleonica e della reazione di Metternich nel XIX secolo, l’America aveva buone possibilità di rappresentare la vera e autentica Europa.

E lo avrebbe fatto, aggiungo io, se il Tertium Quid di John Randolph of Roanoke non fosse stato schiacciato tra i filogiacobini di Jefferson e gli hamiltoniani ammiratori del corrotto e commerciale regime whig britannico del XVII secolo.

Ma facciamo parlare ancora Carl Schmitt.

La pretesa dell’America di essere la vera Europa, l’egida del diritto e della libertà, era pertanto un fattore storico di grandissimo effetto. Corrispondeva a forti tendenze europee e costituiva una reale energia politica o, detto in termini più moderni, un potenziale bellico di prim’ordine. Questo serbatoio di energia storica ricevette ancora nel XIX secolo, in particolare con le rivoluzioni europee del 1848, un robusto incremento. Milioni di Europei delusi e disillusi lasciarono allora, nel XIX secolo, la vecchia Europa reazionaria ed emigrarono in America, per iniziarvi una nuova vita in condizioni verginali. Il falso cesarismo di Napoleone III e le correnti reazionarie negli altri paesi europei mostrarono, dopo il 1848, che l’Europa non era in grado di risolvere i problemi sociali, politici e spirituali che erano stati sollevati con tanta forza nel decennio precedente al 1848 in Francia, Germania e Italia. Non si deve dimenticare che il Manifesto comunista risale al 1847 e che già nel 1842 Bakunin era comparso a Berlino. Invece di cercare una risposta, tutti i popoli e i governi del tempo si affrettarono dopo il 1848 a soffocare la profonda problematica che era venuta alla luce sotto il nome di socialismo, comunismo, ateismo, anarchismo e nichilismo e a ricoprire l’abisso con una facciata legittimistica o legalitaria, conservatrice o costituzionalistica. I grandi critici di quest’epoca sono stati singoli individui isolati e inattuali: Kierkegaard e Donoso Cortés, Bruno Bauer e Jacob Burckhardt, Baudelaire e – infine – Nietsche.
Nei confronti di una simile Europa, che era ormai solo reazionaria, l’auto-consapevolezza americana di costituire la nuova e vera Europa conteneva in sé una grandiosa pretesa storico-universalistica. Qui la risolutezza americana riuscì a liberarsi di un venefico cadavere storico e a coinvolgere quelle forze politiche mondiali che avrebbero anch’esse potuto fondare un nuovo jus gentium.