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  1. #1
    Qoelèt
    Ospite

    Predefinito Facciamo un pò di chiarezza sulle stragi dei fratelli ortodossi da partediAntePavelic

    Vorrei fare un pò di chiarezza,di stupidaggini ne ho viste fin troppe su questi forum,sulle stragi degli ortodossi serbi da parte di Ante Pavelic.Non esiste maggiore testimonianza del totale amore di Dio
    in Cristo per il potere del Santo Spirito, che l'amore puro e
    incondizionato che un cristiano ha per il suo prossimo e
    per tutta la creazione di Dio. L'amore di Dio attraverso un
    fratello si esprime più pienamente nel servizio umile e
    sincero agli altri, e specialmente nell'arte di sacrificarsi per
    il prossimo. Deporre la propria vita per l'aiuto e la
    promozione di un'altra persona è la vetta di ciò che
    significa seguire Gesù Cristo, essere un figlio della luce e
    un amico degli uomini. La testimonianza cristiana di
    deporre la propria vita - martirio, dalla parola greca
    "martyria" che letteralmente significa "testimonianza" - è
    ciò che il nostro Salvatore ha compiuto per la vita del
    mondo (Gv 6, 51), poiché Gesù Cristo non era un mero
    mortale, e la sua morte sulla Croce è stata più grande di
    qualsiasi altra morte sacrificale nella storia del mondo.
    Gesù era il Dio-uomo, veramente Dio in forma umana, e
    perciò il suo sacrificio sulla Croce esibì e dimostrò l'amore
    sovrabbondante di Dio stesso per la propria creazione. Dio
    infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio
    unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia
    la vita eterna. (Gv 3, 16) Nello stesso modo, come ogni
    cristiano ortodosso crede, sono gli emulatori di questo
    sacrificio di Gesù - i gloriosi martiri - che sono stati sempre
    considerati i protettori della Fede, poiché in tutti i secoli
    hanno custodito la nostra Fede integra e pura da ogni
    contaminazione del diavolo. E ogni Chiesa ortodossa locale
    che ha nella sua storia resoconti di martirio può
    giustamente essere considerata benedetta da Dio e anche
    giustificata ai suoi occhi.

    Riguardo a questa prova e testimonianza della Fede
    sacrificale di Cristo il Signore, la Chiesa Ortodossa Serba
    rimane agli occhi del Signore e dell'intero mondo cristiano
    la più preziosa e bella! Fin da quando il cristianesimo fu
    introdotto nei Balcani tra i serbi, la persecuzione e la
    resistenza al potere di Cristo hanno sempre alzato le loro
    orride teste. È sufficiente uno sguardo alle vite dei Santi
    serbi per rendersene conto. I nemici dei pii ortodossi serbi
    li hanno perseguitati senza sosta in tutti i secoli. Hanno
    attaccato i loro patriarchi, vescovi, preti, monaci e pii fedeli,
    massacrandoli, impiccandoli e impalandoli, e allo stesso
    tempo saccheggiando e devastando molte chiese, scuole e
    monasteri ortodossi serbi. Alla fine del sedicesimo secolo, i
    turchi impiccarono il patriarca dei serbi Jovan (Kantul),
    poiché questi sosteneva un movimento di liberazione
    nazionale; il Vescovo Teodoro di Vrshac fu scorticato vivo
    nel 1595 per la stessa ragione. Durante i giorni oscuri di
    Sinan Pasha, i turchi bruciarono le sante reliquie di San
    Sava I sulla collina di Vrachar, un orrendo crimine religioso
    e politico commesso contro l'intero popolo ortodosso serbo.
    Nella seconda metà del diciassettesimo secolo il Patriarca
    Gabriele fu strangolato a morte dai turchi per avere
    stabilito legami con la Chiesa ortodossa di Russia. All'inizio
    del diciottesimo secolo la Chiesa Ortodossa Serba della
    Dalmazia, che a quel tempo era sotto il dominio della
    Repubblica di Venezia, soffrì amare persecuzioni per la
    propria fede ortodossa, che sosteneva il loro desiderio di
    diritti nazionali. Due figure di spicco - l'Abate Isaia del
    monastero di Dragovic e Padre Peter Jagodic-Kuridza del
    villaggio di Biovice (Dalmazia) - furono imprigionati e
    torturati per oltre quarant'anni. Nessuno dei due, tuttavia,
    volle abbandonare la Fede ortodossa né la fedeltà nazionale
    al Regno ortodosso di Serbia.

    Tribolazioni simili ebbero luogo durante l'eroico sforzo di
    liberazione nazionale dei serbi all'inizio del diciannovesimo
    secolo. Centinaia di nobili membri del clero ortodosso
    furono impalati nei campi di Kalemegdan a Belgrado, o
    furono uccisi direttamente nei campi di prigionia.
    Attraverso tutte queste prove il costante grido che univa e
    confortava i serbi era il grido di raccolta del Kosovo, "Per la
    Croce preziosa e la libertà dorata," un richiamo cristiano
    basato sulla lotta trionfante di Gesù Cristo sulla Croce. Per
    i serbi, in questo periodo, morire per Cristo e per la Fede
    ortodossa era un onore, un santo privilegio che ai loro
    occhi sarebbe stato ricompensato con la vita eterna e
    beata. Come credono tutti i pii cristiani ortodossi, infatti, la
    Croce fu il primo passo della vittoria finale del Signore sul
    diavolo e sul suo potere; e la Risurrezione del Signore, il
    culmine della sua vittoria, concede la vera libertà a tutti
    quanti perseverano. Per questo i cristiani serbi furono felici
    di "deporre le proprie vite" per Cristo a favore delle proprie
    famiglie, degli amici e della nazione.

    Durante il primo quarto del ventesimo secolo, soprattutto
    durante gli anni 1913, 1914 e 1915, ripresero i terribili
    assalti del maligno contro la Chiesa serba. Questi anni
    sono stati annoverati come i primi anni del martirio della
    Chiesa serba nei tempi moderni. Assediata dai tedeschi,
    dagli ungheresi, dai bulgari e dagli albanesi, la Chiesa
    serba ha sofferto amaramente in questo periodo. Per
    esempio, il Metropolita Vincenzo di Skopje (Macedonia) fu
    bruciato vivo nella gola di Surdulica assieme a 157 preti
    serbi. In seguito, negli anni trenta, i serbi soffrirono
    tremendamente sotto l'infame concordato, che cercava di
    limitare i loro diritti religiosi e civili. (2)

    Ma di tutte le persecuzioni della nazione ortodossa serba,
    nessuna fu più straziante e terribile di quelle che
    iniziarono nel 1941. I serbi e la Chiesa serba furono forzati
    a subire alcune delle peggiori atrocità che il mondo abbia
    mai conosciuto. Si è detto che questi cristiani furono
    torturati ancor peggio degli ebrei da parte degli egiziani,
    come è narrato nel Libro dell'Esodo; peggio delle barbare
    annichilazioni dell'antica Cartagine e dello sterminio dei
    cristiani in Nubia e nel Nord Africa, e anche peggio delle
    vittime dell'Olocausto nella Germania nazista durante la
    seconda guerra mondiale. In totale, oltre 800.000 serbi
    furono macellati e uccisi dal regime di Ante Pavelic nello
    "Stato libero di Croazia" nel corso della seconda guerra
    mondiale. Inoltre, molte migliaia di serbi furono forzati a
    convertirsi al cattolicesimo romano sotto minaccia di morte
    (a molti fu semplicemente chiesto di farsi il segno della
    Croce, e se lo facevano nel modo ortodosso, da destra a
    sinistra, venivano torturati all'istante). Inoltre, vi furono
    oltre 300.000 civili uccisi da tedeschi, bulgari, ungheresi e
    albanesi: molti di loro furono mandati in campi di
    concentramento a morire di fame. Alla fine, il bilancio dei
    martiri serbi fu di oltre un milione e mezzo, o più di un
    terzo dell'intero popolo serbo, nell'arco di trent'anni
    (1914-1944, dalla prima alla seconda guerra mondiale).

    Dobbiamo fornire gli orribili dettagli di queste atrocità? I
    ventri di donne gravide furono squarciati; furono arrostiti
    uomini su graticole da animali (vi furono casi in cui alcuni
    furono forzati a mangiare le membra arrostite dei propri
    familiari). Furono compiuti maligni esperimenti medici. Vi
    furono persone impalate, segate in due, occhi cavati dalle
    orbite. I cuori di vittime innocenti furono strappati e
    mangiati dai loro avversari. Morti lente e agonizzanti
    potevano durare per settimane intere. Ogni tipo di tortura
    che il diavolo poteva instillare nei confronti di altri esseri
    umani si manifestò in pieno in quegli anni di tribolazione.

    Durante queste persecuzioni i capi della Chiesa Ortodossa
    Serba furono i primi a soffrire e a offrire la vira per il loro
    popolo. Il Vescovo Platone di Banja Luka (Bosnia) fu ucciso
    in un modo incredibilmente bestiale: fu portato dagli
    Ustascia (3) assieme a un prete arrestato in precedenza,
    Padre Dusan Jovanovic, al villaggio di Vrbanja, dove le loro
    barbe furono rase con un coltello smussato, i loro occhi
    cavati, i loro nasi e orecchie tagliati, e un fuoco fu acceso
    sul loro petto. I loro corpi, assieme a quelli di diversi altri
    martiri del clero, furono gettati nel fiume Vrbanja.

    L'Arcivescovo Pietro (Zimonic) di Sarajevo (Bosnia) fu
    avvisato dagli Ustascia del pericolo in cui si trovava, ma
    replicò: "Sono il pastore del popolo, ed è mio dovere stare
    con la mia gente nella buona e nella cattiva sorte". Fu
    arrestato e imprigionato dagli Ustascia il 12 maggio 1941,
    ma prima fu in grado di trasmettere un messaggio ai suoi
    preti: "Restate nelle vostre parrocchie, e tutto quanto
    accade al popolo, sia pure il vostro destino". Fu torturato e
    umiliato in ogni modo concepibile, e quindi gettato in un
    pozzo a morire assieme a 55 preti ortodossi.

    L'Arcivescovo Dositeo di Zagabria (Croazia) fu arrestato il 2
    maggio 1941, imprigionato, picchiato e brutalmente
    tormentato in una prigione della polizia degli Ustascia, con
    religiosi cattolici romani che prendevano parte a tale
    oltraggio. Il risultato di queste torture fu visto da Arnold
    Robert, il console belga, che disse: "Per Dio, questa gente
    ha commesso azioni da selvaggi!" Anche il capo della polizia
    degli Ustascia commentò: "Il Metropolita fu torturato così
    atrocemente che fu a malapena possibile metterlo sul treno
    per Belgrado". Egli morì a Belgrado il 14 gennaio 1945.

    Il Vescovo Sava (Trlaic) di Plaski (Lika) fu imprigionato il 13
    giugno 1941 e torturato al di là della sopportazione in una
    stalla assieme a diversi preti. Durante le sevizie veniva
    suonata una registrazione di "Quanti in Cristo siete stati
    battezzati, di Cristo vi siete rivestiti". Al vescovo
    confessore, con mani e piedi in catene, fu permesso di
    prendere congedo dalla madre di 83 anni. Alla metà di
    agosto dello stesso anno egli fu condotto al monte Velebit e
    gettato in un burrone assieme a numerosi altri serbi.

    Anche il Vescovo Irenei di Dalmazia fu imprigionato e in
    seguito trasferito in Italia in un campo di concentramento
    presso Trieste. San Nicola (Velimirovic) ebbe a soffrire nel
    peggior campo di concentramento della Gestapo, Dachau.

    Il caso del Patriarca Gabriele (in carica dal 1937 al 1950) va
    menzionato. Egli era disprezzato dai nemici della Chiesa
    serba non solo per il suo rango di guida, ma per le sue
    proteste contro questo trattamento disumano del suo
    popolo e gregge. Dopo che Belgrado fu bombardata
    nell'aprile 1941, il Patriarca Gabriele fuggì al Monastero di
    Ostrog in Montenegro, dove fu raggiunto dal Re Pietro
    Karageorgevic di Yugoslavia. Quanto il governo reale decise
    di lasciare la Yugoslavia assieme al re, al Patriarca Gabriele
    fu chiesto di fuggire, ma egli si rifiutò di andarsene,
    preferendo condividere le sofferenze del suo gregge
    spirituale. Il 9 maggio 1941 i nazisti arrestarono Gabriele e
    i preti assieme a lui a Ostrog, accusando il Patriarca di
    furto di proprietà governative appena rivendicate. (Essere
    arrestato non era cosa nuova per il pio Gabriele, che era
    stato arrestato nel 1915 al Monastero di Pec dagli
    austro-ungarici.

    Da Ostrog il sessantatreenne patriarca, per decreto dei
    nazisti, fu obbligato a viaggiare a piedi fino a Belgrado,
    circa a un mese di viaggio da Ostrog. Con orrore di tutti, gli
    furono tolti senza rispetto gli abiti monastici, e fu costretto
    a fare l'intero viaggio in biancheria intima. Questo piano
    umiliante dei nazisti fallì, poiché dovunque passava il
    patriarca, i cristiani serbi piangevano e si inginocchiavano
    pregando Iddio onnipotente di alleviargli le sofferenze. La
    testimonianza di fede cristiana del Patriarca Gabriele fu
    un'enorme fonte di forza e di conforto per i pii cristiani
    serbi di quel tempo. Come mite agnello di Dio, emulava il
    nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, che fu deriso e
    umiliato, e si avvalse solo di coraggio divino, verità e
    mitezza per perseverare e trionfare alla fine. Il Patriarca
    Gabriele fu quindi imprigionato nel campo di
    concentramento di Dachau in Germania (assieme a San
    Nicola), e rientrò poi sul trono patriarcale dopo la guerra.
    Fu uno dei più grandi confessori della Fede ortodossa che
    il popolo serbo abbia mai avuto.

    Molti membri del clero e monaci furono trucidati proprio al
    di fuori delle mura delle loro chiese e monasteri, nelle più
    grandi città quali Krushevac, Kragujevac, Mostar e Novi
    Sad.

    Qui non vi sono che pochi tra i ben noti esempi di tormenti
    ai quali è stata sottoposta la Serbia:

    Glina - Oltre 120.000 persone furono massacrate dagli
    Ustascia, in gruppi fino a seicento per ogni sera, uccisi
    nelle chiese ortodosse locali. I pochi che sopravvissero
    fuggirono nell'area di Petrova Gora.

    Vrgin Most - Il 3 agosto 1941 3.000 serbi furono massacrati
    per essersi rifiutati di convertirsi al Cattolicesimo romano.

    Vojnic - Il 29 luglio 1941 il capo della polizia degli Ustascia
    a Zagabria, Bozidar Gervoski, arrivò con un certo numero
    di poliziotti. Dopo avere rastrellato circa 3.000 cristiani
    serbi da Krjak, Krstinje, Siroka Reka, Slunj, Rakovica e da
    altri villaggi, e dopo averli irrisi e torturati, li portarono al
    mulino del villaggio di Pavkovic, dove li macellarono come
    bestiame.

    Kordun, Slunj, Ogulin, Vrbovsko - La lunga lista di sacrifici
    cruenti ebbe inizio con il prete martire P. Branko
    Dobrosavljevic di Veljun. A Padre Branko fu ordinato di
    leggere il canone di preghiera della dipartita dell'anima sul
    corpo del figlio, ancora vivo. Il figlio fu quindi ucciso in sua
    presenza, ed egli stesso torturato e ucciso. Seguirono per
    diverse settimane esecuzioni di massa di serbi innocenti,
    inclusi donne e bambini.

    Churug, Novi Sad - Alla festa ortodossa della Natività di
    Cristo del 1942 circa 1.200 serbi, con i loro parroci, furono
    crudelmente assassinati a Churug. Alla fine dello stesso
    mese altri 1.300 serbi, clero incluso, subirono la stessa
    fine a Novi Sad.

    Sadilovac - Il 31 Luglio 1942 la Chiesa della Natività della
    Deipara fu bruciata fino alle fondamenta, assieme a 463
    persone, di età che andava da bambini appena nati ad
    anziani uomini e donne.

    Monastero di Zhitomislic - il 26 giugno 1941 gli Ustascia
    croati torturarono e assassinarono tutta la fraternità del
    monastero, gettando i loro corpi in un pozzo. Un frate
    cattolico romano rimosse con un trattore tutti gli oggetti di
    valore della chiesa, che fu in seguito demolita, e gli altri
    edifici del monastero bruciati.

    Jasenovac - Questo fu uno dei più orribili siti di
    persecuzione contro i serbi ortodossi. Gli Ustascia, inclusi
    quelli croati e i musulmani dall'Erzegovina, vi
    assassinavano brutalmente i serbi con fucili, pistole, asce e
    martelli. Per risparmiare le munizioni, molti serbi venivano
    portati alla fabbrica di mattoni a Jasenovac e spinti nelle
    fornaci ardenti. Posti in fila, l'ultima persona veniva spinta
    con forza sufficiente a gettare nei forni i propri compagni di
    martirio. Altri venivano macellati lungo il fiume Sava e
    gettati nell'acqua. Il sanguinario capo degli Ustascia Ljubo
    Milosh si vantò di avere ucciso oltre tremila serbi, ogni
    volta facendo scherzi e gridando: "Quant'è dolce il sangue
    serbo!" Un serbo ortodosso, Joca Divjak, fu dato a Milosh
    come regalo di Natale. Il cuore del martire Joca fu
    strappato dal suo torace mentre agli altri serbi fu imposto
    di guardare e ridere. Chiunque distoglieva la testa da
    questa scena abominevole veniva ucciso sul colpo. In tutto,
    oltre cinquantamila pii cristiani ortodossi furono
    martirizzati in questo campo dall'agosto del 1941 al
    febbraio del 1942, un periodo di sette mesi.

    Ci sono molte altre liste di atti selvaggi che potrebbero
    essere raccontati: il resoconto è davvero sconvolgente!
    Questi fatti rivelano che la Chiesa Ortodossa Serba è
    davvero una Chiesa martire (4). La sua storia recente
    dimostra un coraggio e una dedizione alla Croce e alla
    Risurrezione del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo,
    che concede alla Chiesa serba un posto retto e onorevole
    non solo nella storia cristiana ma, cosa più importante, agli
    occhi dello stesso onnipotente Iddio. In così tanti -
    letteralmente un milione e mezzo di vittime innocenti -
    hanno mantenuto il principio di "deporre le proprie vite"
    per la causa di Cristo e della sua Santa Chiesa. Il loro
    sacrificio gli uni per gli altri è un'eterna testimonianza e un
    ricordo, che dovrebbe e deve ispirare tutti i cristiani
    ortodossi fino alla Secondo Avvento del nostro Signore
    Gesù Cristo.

  2. #2
    Forumista assiduo
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    Predefinito

    Vorrei ricordare che la gerarchia cattolica croata guidata da Stepinac si trovò di fronte ad un grave dilemma: da una parte la legge canonica che prevede il passaggio di un'ortodosso al cattolicesimo solo se compiuto in piena consapevolezza e libertà, dall'altra parte il pericolo di vita per migliaia di serbi, i quali invocavano l'accoglienza nella Chiesa cattolica pur di salvarsi dall'eccidio per mano degli ustascia. Stepinac si rivolse a Roma e fu deciso di accogliere gli ortodossi serbi allo scopo di salvare la loro vita, lasciando però loro la libertà di rientrare nell'ortodossia quando la costrizione fosse cessata. Grazie a questa politica furono salvate migliaia di vite umane.

 

 

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